
- 150 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Marcel Proust e l'assassinio delle Tuileries
Informazioni su questo libro
Nell'afosa estate del 1912, Marcel Proust, barricato nella sua casa parigina, lavora all'incipit della Recherche e si concede pochi svaghi. Una sera, tuttavia, accetta l'invito riservato dei gaudenti, quattro suoi amici altolocati che si dedicano a piaceri proibiti. Quando però Proust giunge all'appuntamento, non c'è nessuno. Solo l'indomani, dai giornali, lo scrittore apprenderà con sgomento che i quattro sono stati brutalmente assassinati, e i loro corpi - le gole squarciate, i polsi legati - ritrovati nel giardino delle Tuileries. Temendo per la propria vita, Proust dà inizio a un'indagine privata che lo porterà fino al cuore di un intrigo degno della fantasia di un romanziere...
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2014eBook ISBN
9788858511534Categoria
Kriminal- & Mysterienliteratur1
Jeanne bussò.
E bussò ancora; poi aprì la porta perché sapeva che il signore, dopo essersi arrabbiato per questa inaudita insolenza, gliene sarebbe stato grato.
Le aveva detto e ripetuto: “Jeanne, si ricordi di chiamarmi alle undici e trenta. Si ricordi, mezz’ora prima di mezzanotte”.
E lei aveva assicurato che lo avrebbe fatto. Si vedeva che il signore ci teneva proprio, a quell’appuntamento; forse – pensava Jeanne – voleva un po’ di svago dopo tanti giorni chiuso in casa; forse cercava una sorta di risarcimento, di regalo, per avere sopportato e superato una breve ma terrificante crisi d’asma nel pomeriggio; o forse ancora voleva vedere certi posti in una certa ora, con una certa luce, per metterli poi nel suo romanzo, quel romanzo già così lungo che però non finiva mai.
Jeanne bussò, incerta, come se potesse frantumare la porta per un colpo troppo forte.
Aprì. Dentro la stanza buia, attorno a una lampada col bulbo di vetro azzurro, si espandeva una flebile sfera di chiarore. La camera era piena di fumo, e Jeanne vide che da un piccolo braciere d’ottone si alzava ancora un filo denso, candido: erano i suffumigi della polvere Legras, che il signore usava per prevenire il suo male.
Il fumo era come una nebbia grossa, che stratificava e ispessiva in bande più piene o si lacerava lentissima: la leggera corrente d’aria prodotta dal movimento della porta sui suoi cardini disfece la compattezza del vapore, che ruotò in volute polverose e in spirali contorte. Attraversato dalla luce, il fumo brillava in filamenti color del latte.
Gli spessi pannelli di sughero che coprivano le pareti sembravano pelli di leopardo.
La camera era così calda che, per un istante, Jeanne si sentì mancare il respiro. In quel luglio del 1912, in tutta Parigi c’era solo una casa con le finestre sigillate, e questa era la casa di Marcel Proust, al 102 del Boulevard Haussmann. Jeanne sapeva bene quant’era freddoloso il signore, che in piena estate si metteva il maglione di lana dei Pirenei, spesso teneva il caminetto acceso e dormiva con un paio di borse d’acqua calda.
Proust era seduto alla scrivania, dava la schiena alla porta e a Jeanne la sua figura, curva, scura, fece pensare a un gigantesco scarabeo. Stava scrivendo; per un istante parve che non si fosse accorto di nulla, ma subito esclamò contrariato: – Cosa c’è, Jeanne? –.
– Manca mezz’ora a mezzanotte, signore – rispose lei.
Proust alzò un poco la testa: Jeanne vide che i capelli neri e lustri davano riflessi blu. Proust disse, senza girarsi: – Grazie, cara Jeanne. Ha fatto bene –.
Lei uscì, richiudendo delicatamente la porta.
Proust pensò che, sebbene stanco, gli faceva piacere uscire. Aveva bisogno di distrarsi un poco.
In quei giorni era ossessionato dall’inizio del suo romanzo: non riusciva a rivestire di parole un pensiero, una scintilla di pensiero che, pure, sapeva era la sola frase possibile per aprire il romanzo, che sarebbe sgorgato tutto da questa. Voleva parlare di sonno, dell’opaco svanire della coscienza, voleva scrivere del sogno che trasforma i corpi in pure percezioni, fuori dai sensi, dal tempo e dallo spazio. Voleva parlare della memoria, e quando osservava il quieto voltolare delle nuvole di fumo nella camera, pensava che così avrebbe voluto scrivere, quello avrebbe voluto dare al lettore.
Sapeva, piuttosto sentiva, gli effetti che desiderava ottenere da questa vasta, colma frase d’apertura, ma non riusciva a darle misura di parole. Si sbriciolava sotto il loro peso.
Aveva scritto una dozzina di fogli del quaderno; ogni foglio era solcato da righe d’inchiostro che sembravano frustate: sottili alle estremità, più piene al centro, tanto che minuscole scaglie ferrose brillavano alla luce della lampada elettrica. Le cancellature irose rivelavano la furia, la delusione. Aveva racchiuso le frasi abortite in rettangoli o quadrati, che poi aveva riempito di segni arruffati e sconnessi che si incrociavano, come sbarre d’una prigione.
Proust posò la penna stilografica; chiuse il quaderno. Guardò l’orologio sulla scrivania: si stupì di essere puntuale.
Si tolse la vestaglia di lana, si tolse la sciarpa, i mezziguanti. Indossò la giacca del frac, sistemò il papillon di batista bianco, infilò il cappotto con il bavero di lontra, calcò bene il cappello.
Decise che avrebbe sceso a piedi le scale, non avrebbe preso l’ascensore. Quando fu sul marciapiede, i passanti lo guardarono stupiti. Alcuni si fermarono, poi si dispersero come spaventati.
La notte era afosa, pareva che la Senna, diventata un’immensa palude, fermentasse in un umidore pesante e invariabile. Nel palmo della mano di Proust, l’orologio sembrò fare luce.
Mezzanotte in punto, pensò Proust, il taxi sarebbe arrivato di lì a momenti. Si era accordato qualche ora prima con i suoi amici: loro quattro lo avrebbero preceduto, poi gli avrebbero mandato lo stesso taxi con cui erano andati. Proust aveva detto che voleva terminare una pagina (in verità, era la frase miracolosa che non arrivava...), aveva detto che era stanco e non sapeva se la malattia gli avrebbe permesso di uscire, ma gli amici sapevano che Proust era fatto così: sempre indeciso, sempre dichiaratamente sofferente, sempre dichiaratamente indifferente fino alla rinuncia. Poi, però, non mancava alle cene importanti, ai concerti, ai salotti dei principi. E soprattutto non mancava alle feste come quella cui si apprestava ad andare: un trattenimento con soli giovani uomini, in un palazzo signorile e discreto.
– Ci saranno ragazzi simpatici – gli aveva detto il conte Jean Jérôme de Beaulieu Gossac, invitandolo. – Ragazzi semplici, ma vivaci: camerieri del Ritz, facchini delle Halles, giardinieri del Bois de Boulogne... –
Proust si imponeva di essere prudente, così quando Beaulieu gli disse che sarebbero stati solo in cinque (lui, il banchiere Lesurier, il notaio Girandeau, il tenente colonnello Morcier-Darland e il conte), si convinse a partecipare alla festicciola: i quattro erano, come lui, ricchi, famosi e cauti. La loro vita intima era un segreto che custodivano come i codici delle loro casseforti. E, come per le loro casseforti, ciascuno immaginava i segreti innominabili degli altri pensando ai propri. Erano bravi organizzatori dei loro piaceri, e per questo ciascuno poteva contare sull’esperienza, l’abilità, i gusti e le passioni degli altri. Avevano trovato un nome per indicarsi, si chiamavano i gaudenti, ma nessuno, oltre loro cinque, doveva saperlo.
Proust guardò ancora l’orologio: mezzanotte era passata da quasi un quarto d’ora. Strano, pensava, i tassisti sono sempre così puntuali, soprattutto quelli che sanno riconoscere i clienti che danno grosse mance. Finalmente, il taxi arrivò. Proust vi entrò e chiuse in fretta la portiera, come se ci fosse una tempesta di neve.
Il tassista gli sembrò una faccia conosciuta; gli domandò: – Lei è Anthèlme, vero? –.
Quello girò un poco la testa indietro, verso Proust, dicendo: – Sì, signore. Anthèlme Migou, per servirla – e partì.
– Sa dove condurmi, caro Anthèlme? –
– Sì, signore. Me l’ha detto il signor conte de Gossac di venirla a prendere e portarla in Rue de Solferino, nel palazzo Ferval. –
Proust si strinse con le due mani il collo di pelliccia del cappotto. I lampioni schizzavano sul finestrino riflessi bianchi che sembravano crepe nel vetro. Il boulevard si allungava nero e rettilineo; non pareva una strada fra le case, ma il varco tra montagne di cui non si vedevano le cime.
– Mi scusi per il ritardo, signore – fece Anthèlme, che ricordava bene le mance esagerate di Proust e non voleva perderle. – Ma il traffico oggi a Parigi è spaventoso. –
– Davvero – disse Proust, poco interessato.
– Sì, signore, un traffico spaventoso! Proprio adesso c’è stato un terribile incidente! Un uomo è stato schiacciato da un’automobile. –
– Come? Quando? –
– Adesso, le dico! Venti minuti fa! – esclamò Anthèlme, che impugnava il volante come se nelle mani tenesse le corna di un toro. – Io ero in Rue de Courty, avevo appena finito una corsa e stavo caricando il conte de Gossac con tre suoi amici. Be’, signore, ci crede? In quell’istante, proprio mentre i signori stavano posando i culi... cioè, dico, si accomodavano nel mio taxi, ecco, dico, proprio in quell’istante lì, un uomo cammina veloce dritto verso di me. Camminava spedito come se marciasse alla parata del 14 luglio, dico! Filava proprio, e all’improvviso – pam! – un’auto grossa arriva e lo schiaccia come un pidocchio, poveretto! Pace all’anima sua... –
– È terribile – mormorò Proust, che cercò di scacciare dalla mente l’immagine di un corpo squartato sull’asfalto, con i visceri pallidi e iridescenti che vibravano ancora.
– Terribile, ben detto! Terribile, è la parola giusta! – disse Anthèlme. – E sapesse, monsieur, che confusione poi! Gente che urlava, donne che svenivano! Tutte le auto che si fermavano e cercavano di muoversi e si fermavano ancora! Ah signore, saranno state una decina di auto! Ma ci pensa? Dieci automobili tutte assieme! –
A Proust non piaceva iniziare una gioiosa serata sulla via di Sodoma con una storia così brutta. Voleva cambiare argomento: – E il conte e i suoi amici? Che hanno fatto? –.
– Li ho portati dove volevano. Sono scesi vicino al palazzo Ferval. Poi io sono venuto a prendere lei. In ritardo, e ora sa perché. –
Anthèlme tacque; a Proust parve che stesse pensando se aveva dimenticato qualche particolare dell’incidente.
– De Gossac e i suoi amici sono entrati nel palazzo Ferval? – chiese Proust; aveva un tono svagato, ma ci teneva a sapere se i quattro gaudenti avessero dato nell’occhio.
– No, signore, questo non lo posso dire perché non l’ho visto – rispose Anthèlme, che era ancora scosso dall’orrenda scena del povero uomo straziato e cercava di placare l’agitazione parlando. – E quello che non vedo, non dico. I signori hanno chiesto di scendere all’angolo con Rue de Lille, poco distante dal palazzo, tant’è che li ho visti andare in quella direzione, a piedi, tutt’e quattro. –
Anche Proust fece fermare il taxi quando era a un centinaio di metri dal palazzo Ferval. Anthèlme, aprendo la portiera, ripeté le scuse e fece un inchino siamese quando Proust gli porse una banconota da cento franchi.
– Sempre a sua disposizione, monsieur! – giurò Anthèlme, e Proust fece un cenno con la testa. Discese traballante, poi il taxi ripartì con un crepitio da mitragliatrice.
Proust imboccò un vialetto poco illuminato, chiuso in fondo dal palazzo Ferval.
Tutti i marmi che lo ricoprivano erano, adesso, lastre scure come lavagne, o tappeti impregnati di polvere vulcanica, o buchi profondi nella facciata grigia dell’edificio. Il palazzo Ferval era stato costruito da un pescivendolo che era diventato generale di brigata sotto Napoleone, e che in seguito lo aveva perso per debiti di gioco; con una precipitosa serie di vendite (tutte decise in fretta, come unica soluzione a diversi successivi disastri), palazzo Ferval ora si diceva appartenesse a un famoso ballerino russo che lo prestava ad amici fidati.
Proust si diresse al portone, suonò il campanello. Gli aprì un cameriere in affitto, con una fuliggine di barba in faccia e dalle cui maniche spuntavano solo le unghie
Marcel pensò che al tenente-colonnello piacevano così: trascurati, scabri, un po’ puzzolenti, forse per abitudine alla caserma.
– Felce – sussurrò Proust, per farsi riconoscere.
– Pioppo – rispose l’altro, grattandosi la guancia – Però qua non c’è nessuno. –
Proust fece un passo per uscire dalla luce stinta del lampione.
– Nessuno? Ma l’appuntamento era per mezzanotte. –
– Sì, ma qui non s’è visto nessuno. Io fra un po’ me ne vado – fece il cameriere.
Proust era confuso; non era mai successo che i gaudenti saltassero una piacevole serata a palazzo Ferval. Il cameriere fissava Proust come se gli nascondesse qualcosa.
– Ha telefonato nessuno dei signori? – domandò Marcel.
– No. – E restò zitto, con le maniche penzoloni.
– Hanno mandato commissioni? Biglietti? –
– No. –
Proust guardò all’altro capo del vialetto; c’erano due uomini che stavano accanto a una donna; li giudicò due clienti che stavano contrattando con una prostituta. Non volle incrociarli, così disse all’ottuso: – Uscirò dal cancelletto dietro –.
– Sì – fece quello, con il medesimo tono con cui prima aveva detto no. Accompagnò Proust nel giardino che circondava l’edificio; arrivarono al cancello di ferro. Proust uscì senza una parola; il cameriere richiuse e nel vuoto nero della notte il cigolio sembrò il verso del pipistrello.
Proust percorse veloce una strada stretta; i lampioni erano accesi uno sì e due no; il selciato – sotto il lume – luccicava come bagnato; dove c’era buio, la strada sembrava una voragine.
Dopo aver camminato per un po’, Marcel giunse a una strada più grande, dove alcune persone uscivano da un caffè. C’era anche un taxi e lui si affrettò a chiamarlo.
2
Proust era tornato a casa di cattivo umore. La festa saltata, e – prima – la storia del morto sbudellato, e l’attesa inutile in strada, e i quattro amici che non lo avevano avvisato del cambio di programma...
Per il giorno dopo, ordinò a Jeanne e a suo marito Octave – i due domestici che vivevano con lui nell’appartamento di Boulevard Haussmann – che non avrebbe ricevuto nessuno, nemmeno gli amici intimi, nemmeno Reynaldo Hahn (pure era il solo che potesse entrare...
Indice dei contenuti
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- Marcel Proust e l'assassinio delle Tuileries
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