Papa Francesco questa economia uccide
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Papa Francesco questa economia uccide

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Papa Francesco questa economia uccide

Informazioni su questo libro

"Marxista io? No, ma ne conosco tanti che sono brave persone". "Attenzione alla finanza selvaggia. Il denaro serve, non governa". "No a modelli di economia disumana". Questo papa "parla troppo dei poveri!". Questo papa latinoamericano "non capisce granché di economia". Questo papa venuto dalla fine del mondo "demonizza il capitalismo". Sono bastate poche frasi del pontefice "contro l'economia che uccide" per bollarlo come "papa marxista". Che a fare certi commenti siano editorialisti di quotidiani finanziari, o esponenti di movimenti come il "Tea Party" americano, non deve probabilmente sorprendere. Molto più sorprendente, invece, è che siano stati condivisi anche da alcuni settori del mondo cattolico, dal momento che, come mostrano Tornielli e Galeazzi, vaticanisti fra i più accreditati nel panorama internazionale, alla base dei ragionamenti di Bergoglio non c'è che la radicalità evangelica dei Padri della Chiesa. Delle disuguaglianze sociali e dei poveri è ammesso parlare, a patto che lo si faccia di rado. Un po' di carità e un pizzico di filantropia, conditi da buoni sentimenti, vanno bene, mettono a posto la coscienza. Basta non esagerare. Basta, soprattutto, non azzardarsi a mettere in discussione il "sistema". Un sistema che, anche in molti ambienti cattolici, rappresenterebbe il migliore dei mondi possibili, perché - come ripetono senza sosta le cosiddette "teorie giuste" - più i ricchi si arricchiscono meglio va la vita dei poveri. Ma il fatto è che il sistema non funziona, e oggi viene messo in discussione da un papa che in questo libro propone una riflessione sul rapporto fra economia e Vangelo. Temi che troveranno spazio anche nella sua prossima enciclica.

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Informazioni

Capitolo 1

«UNA CHIESA POVERA E PER I POVERI»

«L’opzione preferenziale per i poveri è una opzione o una forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa.»
Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis
L’attenzione per i poveri è centrale fin dai primissimi istanti del nuovo pontificato. Subito dopo aver accettato l’elezione, infatti, il nuovo papa deve comunicare la sua prima decisione come vescovo di Roma, il nome prescelto, e a Jorge Mario Bergoglio è appena balenata un’idea in proposito, grazie all’abbraccio di un caro amico.
L’ultimo scrutinio della giornata, nel tardo pomeriggio di quel piovoso 13 marzo 2013, è quello decisivo. Il cardinale di Buenos Aires si era avvicinato ai due terzi dei voti già nella prima votazione del pomeriggio, la quarta del conclave. Poi un incidente aveva rallentato l’elezione: all’apertura dell’urna, al momento di scrutinare le schede della quinta votazione, si era ritrovata una scheda in più rispetto al numero dei porporati votanti. Un cardinale non si era reso conto del fatto che due schede erano rimaste attaccate l’una all’altra e ne aveva introdotto due invece che una nell’urna. Si decide di non conteggiare quei voti, ma di ripetere immediatamente le operazioni, esattamente come previsto dalle norme sul conclave. Così il nuovo papa viene designato alla sesta votazione, ma al quinto scrutinio.
Mentre i voti salgono, Bergoglio viene confortato dal cardinale brasiliano Cláudio Hummes, suo amico, che gli siede a fianco. Alle 19.05 – l’ora è stata fissata dal cardinale Angelo Comastri – il cardinale di Buenos Aires, dopo aver risposto «acepto» alla domanda del decano, dice agli elettori: «Vocabor Franciscus», «mi chiamerò Francesco».
Sarà lo stesso pontefice a spiegare la scelta del nome, incontrando i giornalisti tre giorni dopo, il 16 marzo. È la prima volta in duemila anni di storia della Chiesa che un successore di Pietro decide di chiamarsi Francesco e fin dalla sera dell’elezione alcuni invitavano a non considerare il Poverello d’Assisi come il vero ispiratore della scelta.
«Alcuni non sapevano perché il vescovo di Roma ha voluto chiamasi Francesco» dice papa Bergoglio «e così hanno pensato a san Francesco Saverio o a san Francesco di Sales…» In effetti queste sono state interpretazioni ricorrenti, da parte di chi considerava troppo strano che un papa gesuita prendesse il nome del santo dei francescani. Una decisione che non è maturata sulla base di un ragionamento astratto, ma come conseguenza dell’abbraccio confortante di un amico.
«Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il clero, il cardinale Cláudio Hummes: un grande amico, un grande amico!» racconta il papa. «Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava» aggiunge, riferendosi al progressivo e inarrestabile aumentare dei consensi sul suo nome. «E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”.»
«Quella parola,» ha continuato il papa «è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»
In continuità con le parole e soprattutto con i gesti compiuti durante l’episcopato a Buenos Aires, l’attenzione per i poveri diventa una costante del pontificato. Ed è interessante notare come in Francesco (e prima nel cardinale Bergoglio) questa attenzione e questo impegno non abbiano nulla a che fare con i vecchi arnesi dell’ideologia. Sono invece ricondotti alla loro originale matrice evangelica. Da rileggere, in questo senso, sono le parole pronunciate a braccio dal pontefice argentino in occasione della veglia di Pentecoste che si svolge in piazza San Pietro nel tardo pomeriggio di sabato 18 maggio 2013, alla quale partecipano gli appartenenti alle associazioni e ai movimenti cattolici; Francesco sta rispondendo alle domande che gli sono state poste da alcuni laici al termine delle rispettive testimonianze. Una di queste suonava così: «Vorrei chiederle, Padre Santo, come io e tutti noi possiamo vivere una Chiesa povera e per i poveri. In che modo l’uomo sofferente è una domanda per la nostra fede? Noi tutti, come movimenti, associazioni laicali, quale contributo concreto ed efficace possiamo dare alla Chiesa e alla società per affrontare questa grave crisi che tocca l’etica pubblica, il modello di sviluppo, la politica, insomma un nuovo modo di essere uomini e donne?».
Il papa ritiene importante anche l’ultima sottolineatura, vale a dire la testimonianza dei cristiani e il loro contributo per un nuovo modello di sviluppo.
«Riprendo dalla testimonianza» dice Francesco. «Prima di tutto, vivere il Vangelo è il principale contributo che possiamo dare. La Chiesa non è un movimento politico, né una struttura ben organizzata: non è questo. Noi non siamo una ONG, e quando la Chiesa diventa una ONG perde il sale, non ha sapore, è soltanto una vuota organizzazione. E in questo siate furbi, perché il diavolo ci inganna, perché c’è il pericolo dell’efficientismo. Una cosa è predicare Gesù, un’altra cosa è l’efficacia, essere efficienti. No, quello è un altro valore. Il valore della Chiesa, fondamentalmente, è vivere il Vangelo e dare testimonianza della nostra fede. La Chiesa è sale della terra, è luce del mondo, è chiamata a rendere presente nella società il lievito del Regno di Dio e lo fa prima di tutto con la sua testimonianza, la testimonianza dell’amore fraterno, della solidarietà, della condivisione.»
«Quando si sentono alcuni dire» continua papa Bergoglio «che la solidarietà non è un valore, ma è un “atteggiamento primario” che deve sparire… questo non va! Si sta pensando a un’efficacia soltanto mondana. I momenti di crisi, come quelli che stiamo vivendo – ma tu hai detto prima che “siamo in un mondo di menzogne” –, questo momento di crisi, stiamo attenti, non consiste in una crisi soltanto economica; non è una crisi culturale. È una crisi dell’uomo: ciò che è in crisi è l’uomo! E ciò che può essere distrutto è l’uomo! Ma l’uomo è immagine di Dio! Per questo è una crisi profonda!»
«In questo momento di crisi» ha spiegato ancora Francesco «non possiamo preoccuparci soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento, nel senso di impotenza di fronte ai problemi. Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala. Pensate a una stanza chiusa per un anno; quando tu vai, c’è odore di umidità, ci sono tante cose che non vanno. Una Chiesa chiusa è la stessa cosa: è una Chiesa ammalata. La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!”»
Il papa invita a uscire, nonostante i rischi. «Ma che cosa succede se uno esce da se stesso?» si chiede, rispondendo immediatamente dopo: «Può succedere quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite! Pensate anche a quello che dice l’Apocalisse. Dice una cosa bella: che Gesù è alla porta e chiama, chiama per entrare nel nostro cuore. Questo è il senso dell’Apocalisse. Ma fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio? In questa “uscita” è importante andare all’incontro; questa parola per me è molto importante: l’incontro con gli altri».
L’incontro è importante, aggiunge papa Bergoglio, «perché la fede è un incontro con Gesù, e noi dobbiamo fare la stessa cosa che fa Gesù: incontrare gli altri. Noi viviamo una cultura dello scontro, una cultura della frammentazione, una cultura in cui quello che non mi serve lo getto via, la cultura dello scarto. Ma su questo punto, vi invito a pensare – ed è parte della crisi – agli anziani, che sono la saggezza di un popolo, ai bambini… La cultura dello scarto! Ma noi dobbiamo andare all’incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una “cultura dell’incontro”, una cultura dell’amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli che hanno un’altra fede, che non hanno la stessa fede. Tutti hanno qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. Andare all’incontro con tutti, senza negoziare la nostra appartenenza».
Poi Francesco ricorda la povertà, la presenza dei poveri nelle nostre città. «E un altro punto è importante: con i poveri. Se usciamo da noi stessi, troviamo la povertà. Oggi – questo fa male al cuore dirlo – oggi, trovare un barbone morto di freddo non è notizia… Oggi, pensare che tanti bambini non hanno da mangiare non è notizia. Questo è grave, questo è grave! Noi non possiamo restare tranquilli! Noi non possiamo diventare cristiani inamidati, quei cristiani troppo educati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè, tranquilli. No! Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo!»
Andare verso i poveri significa andare verso la carne di Cristo. Papa Bergoglio lo esemplifica citando un esempio tratto dalla sua esperienza di confessore. «Quando io vado a confessare – ancora non posso, perché per uscire a confessare… di qui non si può uscire, ma questo è un altro problema – quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: “Ma lei dà l’elemosina?”. – “Sì, padre!” “Ah, bene, bene.” E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?”. – “Ah, non so, non me ne sono accorto.” Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua Incarnazione.»
L’attenzione per i poveri non è dunque l’esito di posizioni ideologiche, di analisi sociologiche, la conseguenza di un’opzione politica o di un progetto costruito a tavolino per cambiare la società. Francesco riconduce questo impegno alla sua originale radice evangelica, alle parole di Gesù. Non è un optional per i cristiani, ha a che fare con la fede stessa.
«Una Chiesa povera per i poveri» spiegava ancora Francesco durante quella veglia di Pentecoste «incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore. E questo non è facile. Ma c’è un problema che non fa bene ai cristiani: lo spirito del mondo, lo spirito mondano, la mondanità spirituale. Questo ci porta a una sufficienza, a vivere lo spirito del mondo e non quello di Gesù. La domanda che facevate voi: come si deve vivere per affrontare questa crisi che tocca l’etica pubblica, il modello di sviluppo, la politica. Siccome questa è una crisi dell’uomo, una crisi che distrugge l’uomo, è una crisi che spoglia l’uomo dell’etica. Nella vita pubblica, nella politica, se non c’è l’etica, un’etica di riferimento, tutto è possibile e tutto si può fare. E noi vediamo, quando leggiamo i giornali, come la mancanza di etica nella vita pubblica faccia tanto male all’umanità intera.»
Poi il papa introduce un antico aneddoto, in grado di descrivere la realtà attuale. «Vorrei raccontarvi una storia. L’ho fatto già due volte questa settimana, ma lo farò una terza volta con voi. È la storia che racconta un midrash biblico di un rabbino del secolo XII. Lui narra la storia della costruzione della Torre di Babele e dice che, per costruire la Torre di Babele, era necessario fare i mattoni. Che cosa significa questo? Andare, impastare il fango, portare la paglia, fare tutto… poi, al forno. E quando il mattone era fatto doveva essere portato su, per la costruzione della Torre di Babele. Un mattone era un tesoro, per tutto il lavoro che ci voleva per farlo. Quando cadeva un mattone, era una tragedia nazionale e l’operaio colpevole era punito; era tanto prezioso un mattone che se cadeva era un dramma. Ma se cadeva un operaio, non succedeva niente, era un’altra cosa. Questo succede oggi: se gli investimenti nelle banche calano un po’… tragedia… come si fa? Ma se muoiono di fame le persone, se non hanno da mangiare, se non hanno salute, non fa niente! Questa è la nostra crisi di oggi! E la testimonianza di una Chiesa povera per i poveri va contro questa mentalità.»

Capitolo 2

I POVERI E «L’IMPERIALISMO
DEL DENARO»

«Una sì grande parte degli uomini si trovano ingiustamente in uno stato misero e calamitoso… Le circostanze hanno consegnato [gli operai] soli e indifesi all’inumanità e alla sfrenata cupidigia della concorrenza.»
Leone XIII, Rerum Novarum
Anche se è stato scelto «dalla fine del mondo», Jorge Mario Bergoglio al momento dell’elezione aveva alle spalle un ventennio di episcopato in una megalopoli. Lontana, lontanissima dall’Europa, ma caratterizzata da fenomeni, processi, sfide e problemi che la facevano essere alla “fine” ma al tempo stesso nel “cuore” del mondo. Anche dal punto di vista delle grandi sfide e contraddizioni economico-sociali. All’inizio del nuovo millennio il grande paese sudamericano ha conosciuto il tracollo della sua economia e della sua finanza. Nel dicembre 2001 l’Argentina è stata attraversata da gravi disordini sociali: tantissime famiglie sono rimaste sul lastrico. Un giorno, da una finestra dell’episcopio, Bergoglio, da poco cardinale, aveva visto la polizia che nella Plaza de Mayo stava caricando una donna. L’arcivescovo prese il telefono, chiamò il ministro dell’Interno. Non glielo passarono, facendolo parlare con il segretario alla sicurezza. L’arcivescovo gli chiese se conosceva la differenza fra gli “agit prop” e la gente che semplicemente chiedeva di ottenere il proprio denaro trattenuto dalle banche. Proprio dell’esperienza di quei mesi Bergoglio ha parlato in una lunga intervista con Gianni Valente, pubblicata sulla rivista «30Giorni» nel gennaio 2002.
«L’immagine della crisi che il cardinal Jorge Mario Bergoglio ha sempre davanti agli occhi» scriveva il giornalista introducendo il colloquio «non è quella chiassosa e arrabbiata del cacerolazo in piazza, ma quella intima e piena di dignità umiliata delle madri e dei padri che piangono di notte, quando i bambini dormono e nessuno li vede. “Piangono come quando erano bambini e la madre li consolava. Ci possono consolare solo loro: Dio nostro Signore e sua Madre.” […] Davanti a un popolo strangolato dai meccanismi anonimi e perversi dell’economia speculativa» osservava Valente «anche lui, che passa per essere una persona mite e riservata, arriva a usare parole taglienti.»
Bergoglio citava la «lettera al popolo di Dio» della Conferenza episcopale argentina, pubblicata il 17 novembre 2001, nella quale erano descritti «tanti aspetti di questa crisi inedita: la concezione magica dello stato, la dilapidazione del denaro del popolo, il liberalismo estremo mediante la tirannia del mercato, l’evasione fiscale, la mancanza di rispetto della legge tanto nella sua osservanza quanto nel modo di dettarla e applicarla, la perdita del senso del lavoro. In una parola, una corruzione generalizzata che mina la coesione della nazione e ci toglie prestigio davanti al mondo. Questa è la diagnosi. E al fondo, la radice della crisi argentina è di ordine morale».
La situazione argentina, lungi dall’essere un incidente, seppur di enormi proporzioni, appariva piuttosto una crisi sistematica, la crisi del modello economico che si era imposto lungo i due decenni precedenti. Le parole dell’allora cardinale di Buenos Aires erano state esplicite. «C’è stato in questo tempo un vero terrorismo economico-finanziario. Che ha prodotto effetti facilmente registrabili, come l’aumento dei ricchi, l’aumento dei poveri e la drastica riduzione della classe media. E altri meno congiunturali, come il disastro nel campo dell’educazione. In questo momento, nella città e nelle zone abitative intorno a Buenos Aires ci sono due milioni di giovani che non studiano né lavorano. Davanti al modo barbaro in cui si è compiuta in Argentina la globalizzazione economicistica, la Chiesa di questo paese si è sempre rifatta alle indicazioni del magistero. I nostri punti di riferimento sono, per esempio, i criteri esposti con chiarezza nell’allocuzione di Giovanni Paolo II Ecclesia in America
«Settant’anni fa, nell’enciclica Quadragesimo Anno, scritta poco dopo la crisi delle Borse del ’29, Pio XI aveva definito “imperialismo internazionale del denaro” il modello di economia speculativa capace di impoverire all’istante milioni di famiglie.»
Una formula dimenticata, quella utilizzata da papa Ratti, che Bergoglio considerava attuale anche per descrivere la situazione dell’Argentina sprofondata nella crisi: «È una formula che non perde mai di attualità, e contiene una radice biblica. Quando Mosè sale al monte per ricevere la legge di Dio, il popolo pecca d’idolatria fabbricando il vitello d’oro. Anche l’attuale imperialismo del denaro mostra un inequivocabile volto idolatrico. È curioso come l’idolatria cammina sempre insieme all’oro. E dove c’è idolatria, si cancella Dio e la dignità dell’uomo, fatto a immagine di Dio. Così, il nuovo imperialismo del denaro toglie di mezzo addirittura il lavoro, che è il mezzo in cui si esprime la dignità dell’uomo, la sua creatività, che è l’immagine della creatività di Dio. L’economia speculativa non ha più bisogno neppure del lavoro, non sa che farsene del lavoro. Insegue l’idolo del denaro che si produce da se stesso. Per questo non si hanno remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori».
È la descrizione di una realtà, di processi in at...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Papa Francesco questa economia uccide
  3. Prologo. In Vaticano c’è un papa marxista?
  4. 1. «Una Chiesa povera e per i poveri»
  5. 2. I poveri e «l’imperialismo del denaro»
  6. 3. La «bolla dell’indifferenza», il sistema economico idolatra del denaro e «quel qualcosa che non funziona»
  7. 4. «Questa economia uccide»
  8. 5. Gli attacchi contro «il papa marxista»
  9. 6. Una finanza che alimenta se stessa
  10. 7. Le critiche dei teocon americani… a papa Ratzinger
  11. 8. Welfare da smantellare?
  12. 9. Il creato da custodire
  13. 10. «Terra, casa e lavoro»
  14. 11. «Un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra»
  15. 12. La dottrina sociale in un mondo governato dai «tecnocrati della finanza»
  16. 13. L’economia capitalista e l’economia civile di mercato
  17. 14. Una voce dalle villas miserias
  18. 15. La parola a Francesco: «Pauperismo? No, Vangelo»
  19. Epilogo. Economia e Vangelo
  20. Copyright