Non aveva altra scelta. Nakito Jamidah aveva avuto quattro figli fuori dal matrimonio, di cui due gemelli morti durante il parto, e non poteva più restare dai suoi genitori nel piccolo villaggio ugandese di Namilyango. Jamidah faceva la cuoca alla Lugala, la stessa scuola elementare che aveva abbandonato un decennio prima, all’età di otto anni, ma non poteva comunque permettersi di mantenere i due figli rimasti, che vivevano coi nonni. Il padre dei bambini, che aveva delle storie con altre donne, era un ex soldato che quando beveva diventava violento e spesso abusava fisicamente di Jamidah, fino a quando lei finalmente lo aveva lasciato. Poi un giorno, reso furioso dall’alcol, l’uomo aveva fatto irruzione nella scuola e aveva rovesciato una pentola di porridge bollente su Jamidah, causandole gravi ustioni. Jamidah rischiava la vita. Doveva andarsene.
Così venne in città.
Quando nel 1971 Jamidah arrivò a Kampala, la polverosa, trafficata, tentacolare capitale dell’Uganda, il paese era nel caos e stava per precipitare in un caos ancora peggiore. La piccola nazione dell’Africa Orientale, confinante col Kenya a est, col Sudan a nord, con la Repubblica Democratica del Congo a ovest e con la Tanzania, il Ruanda e il lago Vittoria a sud, aveva conseguito l’indipendenza dalla Gran Bretagna nove anni prima ed era alle prese con problemi crescenti come quasi tutti gli altri giovani stati africani. La mappa coloniale dell’Africa era stata tracciata a casaccio, come se l’avessero disegnata dei bambini con le matite. Le quattro principali tribù dell’Uganda, che pur non avendo cultura, lingua o costumi in comune erano state in precedenza alleate contro il nemico coloniale, non potevano più vivere in armonia all’interno di quei confini artificiali. L’Uganda era in uno stato di guerra civile permanente.
La storia della politica postcoloniale ugandese è quella di un ufficiale che tradisce il suo generale. Nello stesso anno in cui Jamidah arrivò a Kampala, Idi Amin, il comandante dell’esercito ugandese, depose il presidente Milton Obote con un colpo di stato. Amin sarebbe diventato il più crudele dittatore della storia africana.
Ex campione nazionale di boxe, privo della licenza elementare, nel 1946 Amin era entrato a far parte del corpo dei Fucilieri Africani del Re dell’esercito coloniale con la mansione di vicecuoco; in seguito si era arruolato in fanteria e aveva fatto carriera, dimostrando la sua volontà di imporsi senza scrupoli morali nelle brutali campagne militari in Kenya e in Somalia. Subito dopo il colpo di stato, Amin promise libere elezioni che non ebbero mai luogo. Una settimana dopo il golpe si proclamò presidente della nazione, e finì per attribuirsi il titolo di “Sua Eccellenza il Presidente a Vita e Feldmaresciallo Al Hadji dottor Idi Amin Dada, VC, DSO, MC, Conquistatore dell’Impero Britannico in Africa in generale e in Uganda in particolare”. Un altro famoso appellativo da lui adottato era “Signore di Tutte le Bestie della Terra e dei Pesci del Mare”.
Amin si faceva trasportare su un trono da ugandesi bianchi e li costringeva a inginocchiarsi di fronte a lui mentre i fotografi dei giornali immortalavano la scena per il mondo esterno. Lodò Hitler per ciò che aveva fatto agli ebrei, minacciò una guerra contro Israele, insultò altri leader mondiali e sbeffeggiò l’ex potenza coloniale in Uganda proponendosi come re di Scozia per guidare gli scozzesi alla conquista della sacrosanta indipendenza dall’Inghilterra. Si alleò col dittatore libico Muammar Gheddafi e cercò di ottenere armi dall’Unione Sovietica. Il suo regime, fondato sul terrore, fu responsabile dell’eliminazione di avversari politici ed etnici, reali e immaginari, in un tremendo massacro che si stima abbia sterminato mezzo milione di ugandesi. Girò voce persino che Amin fosse un cannibale che consumava gli organi delle sue vittime.
Nei suoi otto anni di regno Amin devastò l’economia dell’Uganda. Nel 1972 mandò in esilio decine di migliaia di commercianti immigrati dall’India dai quali dipendeva l’infrastruttura economica del paese, e distribuì le loro attività a soldati totalmente incapaci. L’espulsione della classe imprenditoriale portò al collasso l’economia nazionale, lasciando metà della popolazione sotto la soglia internazionale di povertà. Amin nazionalizzò le terre, scacciando gli abitanti dei villaggi dalle fattorie ereditate dai loro antenati e scatenando la rivolta di altre tribù contro di lui e la sua etnia Kakwa. La popolazione invase Kampala cercando un minimo di sicurezza. Al loro arrivo, molti furono relegati in una baraccopoli chiamata Katwe dove nessun altro era disposto a stare.
Jamidah e due dei suoi figli, Hakim Ssewaya e Moses Sebuwufu (in Uganda i cognomi sono scelti all’interno del clan del padre), presero in affitto una stanzetta a Katwe vicino a una stazione di servizio, e lei si mise a vendere alcolici in una bancarella accanto alle pompe di benzina. Quando la donna cominciò ad accumulare ritardi nel pagamento dell’affitto e a temere lo sfratto, un suo cliente le parlò di un vecchio nella palude in fondo alla collina che intendeva vendere lotti di terreno poco costosi. «Mia madre aveva molta voglia di andare a trovare quell’uomo,» racconta Hakim «ma aveva paura di quella zona perché era tutta foresta e nessuno si arrischiava a metterci piede.»
Alla fine Jamidah preferì incontrare l’uomo, Qasim, in Nasser Road, dove lui lavorava preparando ritagli di giornali da mettere in sacchi di iuta per creare materassi. Qasim, un tanzaniano, raccontò a Jamidah che un tempo era stato al servizio del Kabaka, il re della regione del Buganda e della tribù dei Baganda, le cui terre avite comprendevano Kampala e gran parte dell’area circostante nel sud dell’Uganda, e che aveva dato il nome alla nazione. Qasim le spiegò che negli anni Sessanta lavorava nel palazzo del Kabaka in cima alla collina quando uno dei capi gli offrì quella terra, ritenendola priva di valore perché i Baganda erano troppo orgogliosi per dormire in una palude.
Jamidah accettò di rivedere Qasim, questa volta sulla sua proprietà, dove individuarono una microscopica parcella di terra, e nel 1971 Jamidah divenne la prima persona a comprare una porzione della piana di Katwe. Acquistò il suo lotto per 1,2 cents, ma poté permettersi solo un anticipo di 0,8 cents. Avrebbe lavorato mesi per pagare il resto.
Katwe era un’area boscosa di circa quattro chilometri quadrati piena di erba dell’elefante, alberi di mango, igname e innumerevoli rane. Ogni sera le rane facevano un tale baccano che Hakim e Moses faticavano a dormire. Jamidah cominciò a chiamare Nkere – ossia “terra delle rane” – l’area rivendicata da Qasim, che fu poi riconosciuta come una delle diciannove zone che formano l’enorme slum noto come Katwe.
Qasim era un vecchietto eccentrico che indossava un indumento fatto di calzini cuciti insieme, si infilava delle monete nelle orecchie e non portava mai le scarpe. La sua casetta sorgeva in mezzo a una macchia d’alberi ed era circondata da alveari e serpenti verdi. Hakim sospettava che Qasim, che sosteneva di avere più di ottant’anni, fosse uno stregone.
Il pezzo di terra di Jamidah non era lontano dalla casa di Qasim, quindi spesso quest’ultimo chiedeva al giovane Hakim di portargli dell’acqua da bere o di aiutarlo a cucinare una testa di mucca appena macellata; nel frattempo gli raccontava come il Kabaka mobilitava le sue forze per combattere le altre tribù. Ogni sera Qasim accendeva un fuoco nella sua piccola baracca e intonava canti in una lingua misteriosa che Hakim non comprendeva.
Un giorno Jamidah fu improvvisamente costretta a lasciare la sua bancarella alla stazione di servizio perché la pompa fu acquistata da un immigrato indiano che non voleva concedere a una donna nera il permesso di vendere sulla sua proprietà. Così lei fu costretta a nascondersi dietro gli alberi dei dintorni per smerciare il suo alcol. Quando Idi Amin cacciò gli indiani dall’Uganda, la pompa di benzina fu ceduta di nuovo a un ugandese nero e Jamidah tornò a lavorare lì. Gli affari prosperarono e lei riuscì a ingrandire la baracca sul suo pezzo di terra portandola a tre piccole stanze. Sostituì le foglie di papiro del tetto con dei fogli di lamiera che resistevano meglio ai frequenti acquazzoni. Poté persino permettersi di mandare Hakim alla scuola media di St. Peter in cima alla collina di Nsambya, dove il ragazzo giocava a calcio con tale bravura da farsi conoscere come il Pelé di St. Peter.
Poi nel 1980 una delle guerre civili coinvolse anche Katwe. Dato che molti ugandesi lo consideravano una sorta di punto cieco, lo slum divenne un luogo ideale per i massacri. Le truppe ugandesi ammazzavano a caso chiunque fosse anche solo sospettato di essere un ribelle. Un giorno i soldati colpirono la nonna di Hakim, Mariam Nakiwala, che morì dissanguata davanti alla baracca della famiglia senza che Hakim potesse far nulla per aiutarla. Lui era nascosto nella baracca con una mano sulla bocca del nipotino Simon di due anni, sapendo che se uno dei due avesse fatto rumore sarebbero stati entrambi eliminati come testimoni. Alla fine Hakim e la sua famiglia si rifugiarono in un’altra zona di Katwe per un anno, dove videro tante persone bruciate vive. Uno dei migliori amici di Hakim fu carbonizzato dai soldati al punto che di lui rimase solo una gamba.
Ma a Katwe la minaccia più costante è sempre stata l’acqua. In un’intera vita vissuta nello slum, Hakim ha sempre guardato il cielo con preoccupazione. Perché Katwe è una palude naturale, e la falda freatica è talmente alta che quasi tutte le piogge creano allagamenti. A volte il livello dell’acqua sale così tanto che Hakim è costretto a scappare sul tetto, e possono passare giorni prima che possa anche solo entrare in casa per cominciare a sgomberarla.
Jamidah, che morì nel 1994, ebbe complessivamente dieci figli da tre padri diversi, ma solo Hakim e Moses sono sopravvissuti. Hakim lavora per una compagnia di taxi e resta drammaticamente povero come il primo giorno in cui è arrivato allo slum. Sua moglie ha lasciato lui e i loro sei figli qualche anno fa, dopo un’alluvione particolarmente devastante che ha sommerso completamente la loro casa per vari giorni, ma Hakim è rimasto, perché quella è l’unica vera casa che abbia mai conosciuto. «Sono così preoccupato per il futuro della mia famiglia che ogni volta che metto giù la testa per dormire, il sonno non arriva» dice. «Devo indossare camicie sdrucite per risparmiare il più possibile. Quel che mi angoscia è che non ho alcun programma per i miei figli. Quando morirò, non so come andranno avanti. Da un giorno all’altro non avranno di che campare.»
Hakim Ssewaya ritiene di avere circa quarantotto anni e vive a Katwe da quattro decenni. Nei suoi primi quindici anni laggiù ha visto dieci passaggi di potere al governo dell’Uganda. Ogni volta che si affermava un nuovo leader, i membri della sua tribù si precipitavano a Katwe sperando di approfittarne. Finalmente nel 1986, con un ennesimo colpo di stato, Yoweri Museveni è diventato presidente e da allora ha conservato la carica, con scarsa soddisfazione della popolazione ugandese, che tuttavia era ormai stufa di puntare sulla ribellione e la guerra come strumenti di cambiamento.
«Quando è finita la guerra nel 1986, la gente ha cominciato a tornare a Nkere» dice Hakim. «Molti avevano abbandonato l’area per qualche altra zona di Katwe a causa della guerra, ma nel momento in cui si resero conto che i combattimenti erano cessati, tornarono indietro. Sembrava che fossero andati via da soli e tornassero in tre. Vi chiederete: “Perché non se ne vanno, quando capiscono che questo è un posto terribile?”. Perché qui è pieno di gente che non ha altro posto dove andare.»
Venivano. Venivano. Venivano.
Alla sua morte, Qasim aveva ormai venduto tutta la sua terra, un pezzetto dopo l’altro, a centinaia di diversi proprietari, al punto che non c’era quasi più spazio per seppellirlo. Oggi la sua tomba è il canale di una fogna.
Da remoti villaggi di tutta l’Uganda la gente veniva a Kampala perché credeva che la vita fosse migliore in città, dove avevano accesso all’elettricità e a migliori scuole e ospedali. Venivano perché la terra avita di una famiglia può essere trasmessa a una nuova generazione solo un certo numero di volte prima che non ci sia più terra da coltivare, o semplicemente perché Idi Amin confiscava le loro proprietà e non erano in grado di reclamarle. Venivano perché sapevano che gli aiuti dall’estero arrivano prima alla gente di città, e spesso non raggiungono affatto le campagne. Venivano per sfuggire alle guerre che di solito si combattevano nelle foreste. Venivano per cercare una cura al virus dell’aids, che al suo apice si stimava avesse colpito il 15 per cento della popolazione adulta ugandese, trasmesso soprattutto attraverso rapporti sessuali non protetti. Venivano perché nei villaggi il denaro non esisteva, e a loro bastava toccare qualche scellino al giorno per sentirsi ricchi, anche se guadagnavano meno di quel che serviva per sopravvivere.
Quindi venivano. E poi?
«È una trappola» dice John Michael Mugerwa, un vescovo pentecostale nato in Uganda che ha lavorato a Katwe per quasi tre decenni. «Lasci il tuo villaggio con grandi sogni perché associ tutto ciò che c’è di bello, di buono, di vincente e di ricco alla città, e le persone fanno di tutto per venirci, per poi scoprire che non è come pensavano. Il denaro non cresce sugli alberi a Kampala. La trappola sta nel fatto che quando hai lasciato il villaggio per venire in città, hai promesso alla tua gente che avresti fatto una vita migliore. Spesso per farlo hai venduto tutto ciò che possiedi, quindi non hai nulla a cui tornare.»
E allora?
«Immagina di non saper fare altro che praticare un’agricoltura di sussistenza – arare la terra, seminare, togliere le erbacce – e di non aver ricevuto alcuna istruzione o preparazione professionale in attività che si applicano alla città» dice Mugerwa. «Quando arrivi a Kampala diventi quasi un fuggiasco, non perché tu abbia fatto qualcosa di male, ma perché non hai niente da fare, quindi devi trovare il modo di non farti notare e di non cadere nelle mani sbagliate. Di solito questo ti spinge in un luogo pieno d’ombre, dove nessuno ti chiede chi sei o da dove vieni, e nemmeno si accorge che esisti.»
Quindi venivano. E si fermavano. E avevano bisogno di un posto dove sparire.
Katwe.
Il più grande degli otto slum di Kampala, Katwe è uno dei posti peggiori della Terra. Spesso subisce alluvioni così imponenti che molti abitanti dormono in amache sospese appena sotto il tetto per evitare di annegare. Gli scarichi fognari scorrono in fossati lungo i vicoli e le alluvioni li portano nelle baracche della gente. Anche i rifiuti del centro di Kampala vengono scaricati direttamente a Katwe. Non esiste un servizio di nettezza urbana. Le mosche sono dappertutto. La puzza è spaventosa.
Quando non è allagata, l’area di Katwe è terra battuta inquinata dai liquami. Non ci cresce nulla. Cani randagi, ratti e bestiame dalle lunghe corna lottano con gli esseri umani per sopravvivere in uno spazio ristretto che diventa ogni giorno più sovraffollato. Ovunque ci sia spazio per costruire una baracca di fortuna ci sono delle abitazioni, almeno finché un costruttore non decide che quella terra può avere un valore e l’area viene data alle fiamme. La gente viene cacciata dalle proprie case tramite un incendio controllato.
A Katwe dicono che l’“acqua corrente” è quella che ti procuri correndo per tutto lo slum fino a un pozzo comune inquinato o a una pozza fetida. L’elettricità è di gran lunga troppo costosa per la maggior parte degli abitanti di Katwe, sempre ammesso che sia disponibile. Periodicamente i padroni delle case si presentano con un sacco pieno di lucchetti e tutti quelli che non possono pagare l’affitto vengono chiusi fuori.
Katwe non ha cartelli stradali. Non ha indirizzi. È un labirinto di vicoli dissestati e di baracche decrepite. È un posto in cui il tempo è misurato dalla tua ombra per terra. Non ci sono orologi. E nemmeno calendari. Dato che si trova solo a pochi gradi dall’equatore, Katwe non ha stagioni, il che contribuisce alla natura ripetitiva, quasi apatica, della vita quotidiana. Ogni giorno è esattamente come il successivo. A Katwe la sopravvivenza dipende dal coraggio e dalla determinazione tanto quanto dall’astuzia e dalla fortuna. Durante il regime di Amin, quando l’Uganda subì un embargo dall’estero, Katwe si fece conoscere come il paradiso dei pezzi di ricambio. Tutto ciò che si poteva vendere sul mercato nero era reperibile a Katwe, dove la gente sviluppò un vitale spirito di iniziativa in mezzo a tanto squallore.
Se tu vivi a Katwe, il resto della popolazione ugandese preferirebbe che ci rimanessi. Nei quartieri circostanti, più tranquilli, case, pompe di benzina e supermercati sono pattugliati da guardie in divisa armate di AK-47. I grattacieli del centro di Kampala si vedono da qualunque abitazione di Katwe, perché distano solo pochi passi. I bambini dello slum si avventurano ogni giorno nel centro della città per mendicare o borseggiare, e poi tornano a casa a dormire la notte.
A Katwe la vita è così labile che spesso è difficile identificare i figli di ciascun adulto. È una popolazione di madri single i cui bambini si spostano a caso da una baracca all’altra. Tutti si muovono, ma nessuno se ne va. Dicono che se sei nato a Katwe, muori a Katwe. I decessi per malattia, violenza, fame o incuria toccano tutti nello slum, ma non ci si sofferma sulle tragedie individuali perché accadono in continuazione. La maggior parte dei bambini di Katwe è senza padre, e gli uomini della loro vita spesso li picchiano o li violentano. Le donne dello slum vengono prese in considerazione dagli uomini quasi esclusivamente per il sesso e la cura dei figli. Molte sono prostitute che prima o poi restano incinte, ma non pos...