Il ladro di Leonardo
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Il ladro di Leonardo

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il ladro di Leonardo

Informazioni su questo libro

Jacomo, un ladruncolo che vive per strada, ha un grande sogno: imparare a dipingere. Così, quando un giorno per caso incontra Leonardo da Vinci, lo convince a prenderlo come apprendista. Dopo qualche tempo, però, le cose si complicano: dalla bottega del maestro scompare infatti un dipinto preziosisismo, la Vergine delle rocce, e i sospetti ricadono subito su Jacomo... Chi sarà il vero colpevole?

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Informazioni

Print ISBN
9788856632668
eBook ISBN
9788858508701

Parte Prima

1

IERI L’HO INCONTRATO di nuovo. Ero a spasso con la Tortorina e andavamo verso il Broletto. Le avevo promesso di comprarle gli anici, visto che in questi giorni ho un po’ di soldi in tasca e sono ben contento di spenderli per lei, carina e gentile com’è. Mi stava raccontando qualcosa sul lavoro di sua mamma, quando ho smesso di ascoltarla.
– Ehi, Jacomo, cos’hai? – ha chiesto, passandomi una mano davanti agli occhi, che tenevo fissi sul marciapiede di fronte a me.
– Lo vedi quell’uomo alto con il mantello corto? – ho chiesto sottovoce, per paura di farmi sentire, anche se in realtà lui era a più di venti passi e stava parlando con due discepoli.
La Tortorina ha seguito il mio sguardo e il suo viso si è illuminato: – Il maestro Leonardo? È lui che guardi?
– Perché? Lo conosci?
– Certo, a Milano lo conoscono tutti…
– Ma lo conosci bene? – l’ho interrotta mentre, chissà perché, cominciava a battermi il cuore.
– Abbastanza, è amico di mia madre. Vuoi che ti presenti?
Stava già accelerando il passo, trascinandomi per mano.
L’ho fermata: – No, no, non adesso… magari un’altra volta. Io… non saprei nemmeno cosa dirgli…
La Tortorina si è fermata, perplessa: – È molto gentile, sai. Non si dà arie anche se è architetto, ingegnere e pittore di corte. Sta andando di sicuro al Castello di Porta Giovia –. Ha abbassato la voce come se dovesse farmi chissà quale rivelazione: – Il duca l’ha incaricato di fare il monumento di Francesco Sforza a cavallo, sai?
– Certo che lo so…
– Lo sai? Ma se la notizia è di pochi giorni fa!
– Ne ho sentito parlare in casa di Bartolomeo Calco, dove sono stato a fare un lavoretto con mio padre.
Mi sono morso la lingua. Questa non avrei proprio dovuto dirla: il lavoretto in casa del Calco l’avevamo fatto davvero, nel senso che gli avevamo svaligiato lo studio, portandogli via un bel mucchio di ducati e una testina greca di terracotta che secondo mio padre vale un patrimonio, anche se a me sembrava una copia.
La Tortorina si è fermata e mi ha guardato con un’aria curiosa: – Certo che è strano! Tu sai sempre tutto, quando si tratta di personaggi famosi. Come mai?
– Non è vero! – ho protestato senza riflettere. – Solo se sono pittori!
E ancora una volta mi sono pentito di aver parlato: è vero che la pittura mi piace da morire e che appena posso cerco di vedere i lavori dei grandi artisti, ma non mi va che si sappia della mia passione per un mestiere che non potrò mai praticare.
La Tortorina continuava a fissarmi con i suoi furbi occhi da gatto: – Ah sì? Ti piace la pittura? Allora vieni, chiediamo al maestro Leonardo se un giorno ti fa vedere il suo studio.
Stavolta non sono riuscita a fermarla, ha subito raggiunto il gruppetto dei tre uomini e da dietro ha tirato una ciocca dei lunghi capelli biondi che messer Leonardo porta sciolti sulle spalle. Dev’essere proprio in confidenza! Il pittore si è voltato, ha accarezzato con un sorriso i ricci bruni della mia amica e si è chinato verso di lei, che gli ha sussurrato qualcosa indicandomi col dito.
Il mio primo impulso è stato quello di darmela a gambe finché ero in tempo.
Ma ecco che Leonardo sorride con quel suo sorriso calmo e sereno, e mi fa segno di avvicinarmi. Cammino verso di loro come se avessi un macigno legato ai piedi: e adesso che gli dico? Come faccio a rispondere se mi chiede chi sono e cosa faccio? Quello di cui mi vanto con i miei simili, e cioè il fatto di avere per padre un maestro del furto e di essere io stesso un abile ladro, non è certo un merito agli occhi di un uomo come lui…
– Buongiorno, mio caro – mi saluta il pittore con una strana voce melodiosa e acuta che mi fa venire in mente la sua fama di ottimo musicista e cantante. – Tortorina mi dice che sei amante della pittura. Una cosa molto rara in un ragazzino della tua età. Come ti chiami?
– Gian Giacomo di Caprotti – rispondo a voce bassa e, per nascondere l’imbarazzo, aggiungo: – Abito nel contado, fuori di Porta Vercellina…
– E sei qui in città da solo? – si sorprende il pittore.
Non posso certo dirgli che in città ci vivo, da solo, almeno tre o quattro giorni alla settimana, e che dormo qua e là, dove capita…
Mi stringo nelle spalle e tengo gli occhi fissi a terra: – Più tardi viene mio padre a prendermi… – mormoro. La Tortorina, però, sa benissimo che sto mentendo perché spesso è proprio sua madre a ospitarmi, quando non so dove andare.
Per fortuna il maestro Leonardo cambia argomento: – E, oltre ad amare la pittura, sai anche dipingere?
Scuoto la testa in silenzio, con gli occhi bassi.
– Nessuno sa dipingere, se non ci ha mai provato – interviene con gentilezza uno dei suoi giovani accompagnatori, e aggiunge: – Guardatelo, maestro: non sarebbe un modello perfetto per l’angelo?
Alzo uno sguardo interrogativo su di lui, che è poco più che un ragazzo.
– Hai ragione, Marco, ci ho pensato appena l’ho visto – risponde il maestro, e intercetto il suo sguardo, attento e curioso, fisso su di me. – Però sono sicuro che a questo ragazzino piacerebbe molto imparare a dipingere, se ne avesse l’occasione.
Siccome non rispondo e ho ripreso a contemplarmi i sandali, aggiunge: – Che ne dici? Ti piacerebbe provare a dipingere i grandi sfondi dorati, i ricami, le aureole?
Gli sfondi e le aureole d’oro? Certo, lo so che nelle botteghe gli apprendisti si dedicano proprio a questi particolari. Ma è roba che a me non interessa. Anzi, non mi piace affatto la vecchia pittura gotica, con le figure scheletriche dei santi avvolte da mille ornamenti. Ammiro Leonardo sopra ogni altro proprio perché fa quadri del tutto diversi…
Faccio segno di no senza spiccicare una parola.
– No? Non ti piacerebbe? – chiede il maestro Leonardo senza nascondere lo stupore. – Come mai?
Prendo il coraggio a due mani, lo guardo negli occhi e rispondo tutto d’un fiato: – A me non piacciono le dorature, gli ornamenti, i personaggi disposti secondo uno schema, le madonne sul trono che sembrano regine e gli angeli a schiere. A me piace…
Di colpo mi rendo conto che sto facendo una figura terribile: cosa mi salta in mente di sputare sentenze su questioni di pittura, io, un ragazzino buono solo a fare acrobazie e a sfilare la borsa dei denari da sotto le vesti dei passanti? Chiudo la bocca a metà discorso, fissando spaventato i visi esterrefatti che mi stanno attorno.
Il maestro Leonardo, però, sembra interessato e incalza: – Su, cos’è che ti piace?
– A me piacciono… –. Mi confondo e non riesco più a sostenere il suo sguardo. – A me piace… lo stile nuovo – dico riabbassando gli occhi.
– Cosa intendi per stile nuovo? –. Adesso ha un tono serio, persino troppo serio.
– Il Gesù di Bramante, quello appoggiato alla colonna, per esempio – mormoro. – E il vostro ritratto della signora con l’ermellino in braccio e… tutti i dipinti naturali che fate voi toscani…
Ma cosa sto dicendo? Sogno da mesi di conoscere Leonardo da Vinci, e ora che me lo trovo davanti non riesco nemmeno a dire due parole sensate… Basta, è meglio che me ne vada.
– Adesso devo andare, buongiorno a tutti – dico, e mi volto di scatto per scappar via, piantando lì anche la Tortorina. In fondo è stata lei a prendere l’iniziativa di presentarmi, io mica gliel’ho chiesto.
Ma una mano forte mi afferra per un braccio e mi trattiene.
– Vieni a trovarmi domani nel mio studio, all’ora del vespero. Può accompagnarti Tortorina, lei sa dove abito.
Se è per questo, lo so anch’io… più d’una volta mi sono nascosto davanti a casa sua per vederlo passare, con l’aria assorta e un fascio di disegni sotto al braccio.
Annuisco e mi sento arrossire. Chissà che aria da sciocco devo avere, mentre lo fisso in silenzio tutto rosso, a bocca aperta, muto come un pesce!

2

ORMAI SONO UN ALLIEVO di Leonardo da Vinci. Da due mesi vivo a casa sua con gli altri giovani di bottega, Marco d’Oggiono, Giovanni Boltraffio e il più grande (nonché il più strano, l’unico che non adora il maestro), Cesare da Sesto. C’è anche Zoroastro da Peretola, un amico di gioventù del maestro venuto da Firenze, ma lui non s’interessa di pittura, è mezzo alchimista e mezzo meccanico e aiuta Leonardo nei suoi studi sul volo. Fa un po’ da servo, un po’ da aiutante e da apprendista.
La casa è grande e bellissima, in Corte Vecchia, proprio accanto alla Fabbrica del Duomo. Ma il maestro non è contento, dice che non ha abbastanza spazio per i suoi esperimenti scientifici e lavora spesso nello stanzone del Castello, quello che il duca Ludovico il Moro gli ha assegnato per fare i ritratti alle dame di corte. Di ritratti a dire il vero ne ha fatto uno solo, quello alla favorita del duca, Cecilia Gallarani, che poi sarebbe proprio la dama con l’ermellino in braccio di cui gli ho parlato la prima volta che l’ho visto. Ma si sa, la rapidità nel lavoro non è tra le qualità del mio maestro. Ci sono pittori che affrescano quattro pareti in metà del tempo che a lui occorre per fare un quadretto da tavolo. Però la qualità… deve ancora nascere il pittore che abbia da insegnare qualcosa, anche minima, a Leonardo da Vinci! E non lo dico solo io, lo dicono tutti in città, lo dice la gente di corte, lo dicono negli altri stati, tanto che il Magnifico Lorenzo de’ Medici maledice il momento in cui gli ha permesso di lasciare Firenze per venire da noi a Milano.
Da quel giorno di primavera, quando la Tortorina mi ha presentato al maestro Leonardo, la mia vita è completamente cambiata. Ho imparato a leggere e scrivere, ho sempre la pancia piena, porto abiti stupendi perché il maestro mi regala un sacco di cose belle, e, quel che più conta, posso guardarlo dipingere per ore e ore (beh, quando dipinge, perché fa anche un mucchio d’altre cose che a me interessano ben poco).
Image
Insomma, faccio una vita da gran signore.
Con tutto ciò, non è che sia stato facile convincere mio padre a lasciarmi venire qui. E nemmeno ho chiuso con l’attività di un tempo.
Forse sarà meglio spiegare che in realtà, anche se io lo chiamo padre, quell’uomo non lo è veramente. E lo si vede a colpo d’occhio, visto che lui è un piccoletto nero nero, mentre io sono biondissimo e già alto per la mia età. Però è come fossi figlio suo, dato che mi ha preso con sé quando ero ancora in fasce, secondo lui mosso da carità, dato che i miei veri genitori erano morti nella grande epidemia di peste, secondo altri perché, oltre alle due figlie avute dalla moglie, gli serviva un maschio a cui insegnare i trucchi del suo mestiere di ladro. E devo riconoscere che mi ha addestrato a meraviglia: sono capace di arrampicarmi sino al terzo piano di una casa e, nella calca, riesco a svuotare in un attimo la borsa del mio vicino, scegliendo quello che mi interessa di più, senza che lui si accorga di nulla.
Sono diventato così esperto nel borseggio che da un paio d’anni “lavoro in proprio”. Cioè non è più mio padre a dirmi dove devo andare e cosa devo rubare, prendo da solo le mie decisioni e agisco per conto mio. Ho un solo obbligo: una volta alla settimana devo tornare a casa con un bel gruzzolo da versare nelle sue tasche. Per il resto vivo come mi pare, faccio quel che mi pare e, se gli affari vanno bene, mi restano un bel po’ di soldi da spendere come voglio.
Il giorno in cui ho annunciato a mio padre che sarei entrato a far parte della bottega di Leonardo da Vinci, però, è scoppiato un pandemonio.
– Sei diventato matto? – ha detto dopo le prime urla furibonde. – Cosa credi? Non ho cresciuto te e le tue sorelle per farvi diventare dei buoni a nulla come i pittori, gli scalpellini e altra gentaglia di quel tipo. Ti ho insegnato un mestiere che rende e non lo cambierai per niente al mondo!
– Ma babbo… – ho ribattuto timidamente, perché mio padre sa essere terribile quando si arrabbia. – Non puoi chiamarlo un mestiere…
È andato su tutte le furie: – Ah no? E perché non sarebbe un mestiere? Solo perché non esiste una gilda dei ladri? Ma sei proprio un babbeo! Non vedi che ci vuole più abilità, più specializzazione per il nostro lavoro che per fare l’avvocato o il notaio? E non parlarmi mai più di quel fannullone di Leonardo da Chigi!
– Da Vinci – l’ho corretto sottovoce. – E non è un fannullone: sta facendo un cavallo di bronzo gigantesco per il duca!
– Un cavallo gigantesco? Ci vorranno migliaia di ducati. Tutti soldi rubati alla gente che lavora. Te lo ripeto: non nominare mai più quel parassita!
Ho fatto un salto indietro per schivare un ceffone e ho deciso di cambiare tattica.
– Sarà anche un parassita, ma è...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il ladro di Leonardo
  3. Un modo diverso di leggere la Storia
  4. Parte Prima
  5. Parte Seconda
  6. Un grande genio
  7. DI CITTÀ IN CITTÀ
  8. CURIOSITÀ AI TEMPI DI LEONARDO
  9. INVENZIONI E SCOPERTE
  10. La Grande Storia
  11. Copyright