PRIMA O POI TI SPOSO
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PRIMA O POI TI SPOSO

  1. 88 pagine
  2. Italian
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PRIMA O POI TI SPOSO

Informazioni su questo libro

Divertente prequel del bestseller di Jennifer Weiner Brava a letto, Prima o poi ti sposo racconta il tentativo di Bruce Guberman, aiutato da alcuni amici scapoli, di rapire il cane della sua fidanzata Cannie Shapiro, colpevole, secondo Bruce, di mettersi tra lui e Cannie. E un eventuale loro matrimonio. Intanto Jess in Così va il mercato, per la prima volta nella sua vita si butta in un'avventura 'spericolata', lasciando la sua amata casa per andare a vivere con il fidanzato. Chissà se troverà quel che cerca. Due racconti ironici sull'amore, da una delle più grandi autrici internazionali di narrativa al femminile. Contiene le prime pagine del nuovo romanzo dell'autrice, La prima cosa bella.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2013
eBook ISBN
9788858510308
Print ISBN
9788856602913

COSÌ VA IL MERCATO

«Non voglio cominciare con il dire che è la cosa più stupida che io abbia mai sentito» disse Namita, sistemandosi sullo sgabello del bar e lisciandosi i pantaloni attillati. Un ragazzo che stava giocando a biliardo le rivolse un sorriso lascivo. Namita gli rispose con un cenno del capo non particolarmente caloroso, poi indirizzò nuovamente la sua attenzione a Jess. «Ma lo è. Davvero, è la cosa più stupida che abbia mai sentito.»
«Non sono ancora sicura di venderlo» urlò Jess, nella vana speranza di sovrastare con la voce il fracasso del juke-box e del centinaio di persone che affollavano il locale.
Tutte le donne presenti sembravano bionde e alte più di uno e ottanta, il che, in condizioni normali, avrebbe fatto sentire Jess, uno e sessanta e riccioli castani, ancora più bassa e topesca del solito, ma quella notte si sentiva leggera come se avesse bevuto champagne, come se avesse il cuore pieno di elio, come se potesse volare. «Probabilmente non lo farò» continuò buttando giù un sorso della birra che aveva ordinato Namita. «Bleah. È calda.»
«Purtroppo, anche fredda non è molto meglio. E non cambiare discorso! Tu» urlò minacciandola con il dito puntato «hai l’appartamento più bello al mondo.»
«Lo so.»
«Pavimenti di legno, vista sul parco, due stanze da bagno...» Mentre elencava le amenità dell’appartamento, la voce di Namita cresceva di volume. A ogni gesto della mano, le luci del locale facevano scintillare l’anello d’oro che portava al dito.
«Lo so» ripeté Jess, imperterrita.
«Cucina abitabile, camino funzionante... e non dico altro...»
«Lo so!» Jess aveva letto le stesse identiche parole (seppure con qualche punto esclamativo in meno) nel prospetto che Billy Gurwich aveva preparato quel pomeriggio sulla carta intestata del Hallahan Group. Cominciava così: «Appartamento d’epoca nel leggendario Emerson su Riverside Avenue. Spazioso, luminosissimo, doppia camera da letto, doppi servizi, curatissimo». Lei e Billy ci avevano lavorato la sera prima, davanti a una pizza. Era stata lei a fornire gli aggettivi. Lui le aveva pagato la pizza e, mentre tornavano a casa, le aveva messo un braccio intorno alla vita e le aveva detto che erano una grande squadra.
«È così bello» disse Namita con aria sognante. «Non troverai niente di meglio nel quartiere. O nel resto della città. Da nessuna parte, se è per quello.» Bevve un sorso di birra con grande enfasi e si girò sullo sgabello, stirandosi e inarcando la schiena, in modo da mettere in evidenza il suo bel corpo.
«Ed è esattamente questa la ragione per cui non lo venderò» disse Jess. «Stiamo solo sondando il terreno.»
«Perché usi il plurale» disse Namita alzando gli occhi al cielo. «Stai sondando il terreno per andarci a dormire, quando non avrai più un tetto sopra la testa. Sai come andrà a finire?» La punta della lingua fece capolino tra le labbra mentre si leccava via delicatamente la schiuma della birra. «Cominceranno a far venire un sacco di gente, che ti sventolerà sotto al naso paccate di soldi e tu ti lascerai travolgere dalla follia generale.»
«Namita, per favore» Jess scosse la testa, poi diede una sbirciata all’orologio. Aveva appuntamento con Billy alle dieci per vedere insieme Law & Order. «È mai successo che mi lasciassi travolgere dalla follia generale?»
La sua migliore amica le si fece più vicina e le prese il mento tra le dita, poi la studiò con attenzione. «Sì. Adesso. C’è qualcosa di diverso in te.» Jess cercò di non abbassare lo sguardo mentre Namita le studiava il viso.
«Ti sei fatta strappare le sopracciglia?» le chiese.
«Ho fatto una ceretta, per essere precisi» ammise Jess. «E la pulizia del viso.»
Namita espirò rumorosamente, come se quella fosse l’ultima cosa che si sarebbe aspettata e versò a entrambe ancora un po’ di birra. Jess sorrise e si strinse le braccia al petto. Oltre alla ceretta e alla pulizia del viso, si era lanciata in una manicure alla paraffina e in una ceretta all’inguine estremamente dolorosa che immaginava l’avesse lasciata liscia come un passerotto. Non aveva avuto il coraggio di guardare.
«Ti sei innamorata del tuo agente immobiliare» disse Namita. Sembrava un’accusa.
«Non siamo innamorati» disse Jess, ma non poté fare a meno di avere un leggero brivido mentre scendeva dallo sgabello e guardava di nuovo l’orologio, calcolando quanto ci avrebbe messo a tornare a casa dove aveva appuntamento con Billy. «Stiamo sondando il terreno.»
«Oh, Signore» disse Namita, inclinando la testa per darle un bacio. «Stessa ora settimana prossima?»
«Non mancherò» le confermò Jess. E si incamminò verso il treno C che l’avrebbe portata a Emerson, nel suo appartamento d’epoca, spazioso, luminosissimo, doppia camera da letto, doppi servizi, curatissimo, con i soffitti alti, pavimento originale in quercia e camino funzionante.
La prima volta che Jess era passata sotto le porte art déco dell’Emerson era una ragazzina di otto anni con gli occhiali e i capelli ribelli. I suoi genitori l’avevano spedita a New York a passare le vacanze di Halloween con zia Catherine. Jess aveva sempre avuto un po’ paura di questa prozia, che non aveva mai fatto mistero della sua scarsa dimestichezza con i bambini. «Hanno le mani appiccicose» le aveva sentito dire una volta Jess. «Anche il più carino ha le mani appiccicose.» Zia Cat aveva i capelli bianchi e gli occhi blu ghiaccio e con i tacchi, che indossava spesso, era alta come il padre di Jess. Al contrario delle altre nonne che conosceva, allegre e tracagnotte nei loro completini color pastello, zia Cat era sempre molto elegante: pantaloni di tweed e sciarpe di seta annodate intorno al collo. Ma quella prima sera, aveva dato il benvenuto a Jess nell’imponente atrio di marmo dell’Emerson, con indosso un sari turchese, ricamato d’oro.
«Dove l’hai preso?» le aveva chiesto Jess.
«In India» aveva detto la zia, come se fosse ovvio. Aveva delle perle intrecciate nei capelli e una zucca di plastica appesa al polso. «Tieni» le aveva detto, passandole la zucca. «Per le tue caramelle.» Jess, vestita con il tutù e le ballerine, si era improvvisamente sentita banale. Non era riuscita a decidere se vestirsi da strega, da principessa o da cantante rock, alla fine non aveva scelto nessun costume, così era stata costretta a mettersi il vestito dell’ultimo saggio di danza. Si asciugò di nascosto le mani sulle calze per assicurarsi che non fossero appiccicose.
Al piano di sopra, nel grande appartamento dai soffitti alti, con il parquet tirato a lucido e nessuna traccia di televisione, zia Cat aveva dato a Jess un paio di ali costruite con del fil di ferro e una sottile rete rosa. Le aveva messo un paio di orecchini a lampadario e aveva preso nell’armadietto sotto il lavandino del bagno una mousse colorata che aveva reso i capelli di Jess vaporosi e madreperlati. «L’hai comprata apposta per me?» aveva chiesto timidamente Jess e zia Cat, con un sorriso misterioso, le aveva risposto che una donna deve sempre tenere a portata di mano qualcosa per travestirsi. «Quando diventerai più grande, capirai.»
Aveva guidato la sua nipotina lungo gli interminabili corridoi ricoperti di tappeti verdi dell’Emerson e a ogni porta a cui avevano bussato era comparso qualcuno che sorrideva: la giovane coppia che abitava due piani più in basso, i due uomini dell’8-C («questo è Steven e l’altro è suo marito, Carl.» Zia Cat l’aveva detto in tono così ovvio che a Jess non era nemmeno venuto in mente di chiederle come fosse possibile che due uomini fossero sposati tra loro), la minuscola signora Bastian, la vecchietta rugosa che abitava sullo stesso piano di zia Cat tra l’ascensore e lo scivolo della spazzatura. Tutti conoscevano il nome di Jess e avevano dei regali per lei. La maggior parte le offriva le solite cose: barrette e caramelle con i temi di Halloween, ma da almeno una persona per piano, Jess si era aggiudicata una mela caramellata, una scatola di caramelle o una grande tavoletta di cioccolata, avvolta in preziosa carta dorata o argentata, ripiena di lamponi o di nocciole, con dei nomi che Jess non aveva mai sentito: Lindt, Callebaut o Recchiuti.
«Che carino» aveva detto più tardi zia Cat, ispezionando il bottino di Jess, che aveva disposto sul ricco tappeto orientale, prima in ordine di grandezza e poi per tipo. Jess quella notte si era addormentata con in bocca il meraviglioso sapore dolce e amaro della cioccolata e i capelli impiastricciati di mousse. La mattina dopo, zia Cat aveva riempito la grande vasca da bagno piastrellata e poi aveva guardato pensierosa Jess, attraverso il velo di vapore.
«Mi chiedevo» aveva cominciato, «se ti farebbe piacere rimanere per tutto il week-end...»
Jess aveva acconsentito con gioia. Avevano fatto una passeggiata a Central Park, il brunch tailandese al Nice Restaurant di Chinatown e poi avevano preparato con le loro mani un pasticcio di carne, stendendo la pasta su un tagliere di marmo, mondando pisellini e carote e montando la crema mentre una donna, che poi Jess scoprì essere Nina Simone, cantava dal registratore.
Domenica mattina, Jess era tornata nel New Jersey con una porzione di pasticcio avvolta nella pellicola, la zucca di plastica piena di caramelle, l’invito di andare a trovare la zia in qualunque momento e un’ambizione segreta: andare a vivere a New York, possibilmente nell’Emerson, in un appartamento con un divano di velluto verde e la vasca da bagno piastrellata, grande abbastanza per nuotarci dentro, e diventare affascinante, misteriosa ed elegante come zia Cat.
Quando Jess aveva incontrato Billy, il suo primo pensiero era che fosse un altro dei regali che l’Emerson le aveva riservato, dolce e irresistibile come una di quelle barrette di cioccolato di tanto tempo prima. Era un sabato pomeriggio ventoso di ottobre e lei stava tornando a casa dalle sue commissioni; l’aveva trovato seduto vicino all’ascensore, accanto all’appartamento della signora Bastian. Aveva una ventiquattrore malconcia da un lato, una cartellina blu in grembo e un romanzo a fumetti in mano. Nel momento in cui lei uscì dall’ascensore, lui chiuse il libro e si alzò in piedi guardandola speranzoso. «Non è che per caso lei è qui per visitare l’appartamento?»
Lei aveva scosso la testa. «Ne ho già uno» aveva detto, spostando i vestiti appena ritirati in lavanderia sull’altro braccio per prendere le chiavi.
«Fortunata. È un palazzo stupefacente. Posizione fantastica. Siete a tre isolati dalla metropolitana.»
«Due» aveva precisato Jess.
Lui si era infilato il libro in tasca e aveva controllato il telefono cellulare. «Non c’è campo» aveva mormorato. Avrebbe potuto dirglielo anche lei. I telefoni cellulari non funzionavano all’Emerson. Mentre lui lo spegneva e poi lo riaccendeva, Jess notò che aveva una trentina d’anni, era piuttosto alto e aveva un viso rotondo e amabile con una fossetta profonda in mezzo al mento. Sotto il piumino voluminoso, poteva scorgere le spalle larghe, le gambe massicce da lottatore e un ciuffo di peli che spuntavano dalla maglietta. «Posso usare il tuo telefono?» Aveva un leggero accento del Bronx e la sciarpa dello stesso colore degli occhi.
Aveva fatto una pausa. Si era frugato in tasca e le aveva passato un biglietto da visita. Si chiamava William Gurwich ed era un broker del Hallahan Group, o per lo meno questo era quello che dichiarava il suo biglietto da visita.
«Giuro di non essere un assassino psicopatico» aveva detto Billy facendole il primo dei sorrisi che gli avrebbero fatto guadagnare il suo soprannome. «È ovvio che anche se fossi un assassino psicopatico ti direi la stessa cosa, no?» Aveva sospirato e si era accasciato contro il muro.
«Stai vendendo la casa della signora Bastian?» aveva chiesto Jess.
«Questa sarebbe l’idea» aveva detto Billy. «Avevo un appuntamento alle tre.»
«Non hai le chiavi?» aveva chiesto Jess.
«Oh, sì. La questione è che...» Si era infilato una mano in tasca, le si era avvicinato e aveva abbassato la voce. «C’è puzza di gatto qui e io sono allergico ai gatti. Ho pensato che fosse meglio aspettare fuori.»
Lei aveva annuito, notando che aveva gli occhi lucidi e il naso arrossato.
«Comunque pare che mi abbiano tirato un bidone.»
«Aspetta» aveva detto Jess. Si era messa in tasca il biglietto da visita, aveva portato in casa il pacco della lavanderia e la spesa, aveva preso dal bancone della cucina il telefono senza fili e gliel’aveva passato.
«Grazie» aveva detto lui. Aveva lasciato un messaggio, aveva starnutito due volte e le aveva ridato il telefono. «Le do ancora venti minuti. È giusto, no?»
«Credo di sì» gli aveva detto lei... e poi, siccome non sembrava pericoloso e lei non vedeva nessuna buona ragione per non farlo, gli aveva proposto: «Vuoi aspettare qui da me? Non ci sono gatti. E possiamo lasciare la porta aperta in caso si presenti la persona con la quale avevi appuntamento».
Un sorriso gli aveva illuminato il volto. «È molto gentile da parte ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Prima o poi ti sposo
  3. PRIMA O POI TI SPOSO
  4. COSÌ VA IL MERCATO
  5. Nota dell’autrice
  6. Ringraziamenti
  7. LA PRIMA COSA BELLA
  8. I romanzi e i racconti di Jennifer Weiner
  9. Copyright