Questa storia che si cresce e si diventa grandi.
Questa stupida storia che si nasce, si cresce e si diventa grandi. A volte mi chiedo cosa circoli nella testa delle persone.
Se è una cosa che capiscono, chennesò, oppure all’improvviso si svegliano una mattina ed è cambiato il mondo. Si guardano le mani. Queste non sono le mie mani. Erano più piccole di così, più lisce, le dita erano diverse. Questa faccenda della vita che trascorre. Si nasce, si cresce, si muore. I peli diventano bianchi, le rughe, i capelli che cadono. Ma che orrore.
Per noi che non siamo mai nati non è così, le nostre mani sono sempre lisce e i capelli non cadono mai.
Poi c’è un’altra cosa. Sì, non è bello da dire, ma riguarda l’odore.
I miei fratelli quando erano piccoli profumavano di biscotto. Se entri adesso nelle loro stanze c’è puzza di calzini, sudore, e altre cose che non ci voglio neanche pensare. Sono io ad aprire le finestre e a far cambiare aria. Loro neppure ci pensano.
Uno, secondo me, dovrebbe profumare di biscotto per tutta la vita.
Io profumerò di biscotto. Sempre.
Mio padre è francese e italiano. Figlio di una mamma del Sud dell’Italia e un padre del Nord della Francia. È nato a Lille. Ha vissuto i primi anni dell’infanzia in quella piccola città, così a nord da sembrare quasi Belgio, poi due anni a Parigi e infine si è trasferito a Roma, con tutta la famiglia (suo padre era un diplomatico). Quando arrivò aveva soltanto otto anni.
Si è diplomato al liceo Chateaubriand, un posto per fighetti con la erre moscia, credo, e poi si è laureato in Lettere e Filosofia, con una tesi su Céline. Lo ha amato e odiato, con tutte le sue forze.
Diceva che era un genio, mentre rileggeva le sue opere e continuava a prendere appunti a margine, e provava disgusto per le sue scelte, per le sue idee, l’antisemitismo, il collaborazionismo. Ha sempre pensato però che Viaggio al termine della notte fosse il più grande romanzo del Novecento.
Mamma è nata a Plouzané. Ha vissuto con i nonni fino ai tredici anni, poi si è trasferita a Parigi, dove ha studiato al liceo italiano per espresso desiderio di nonna Nina, italiana anche lei. Niente roba di lusso. Viveva in una camera ammobiliata di una casa polverosa nel Marais, di proprietà di una cugina di suo padre. La nonna provvedeva a pagare una piccola retta e a inviarle l’occorrente per le piccole spese. Per il resto se la cavava da sola, serviva ai tavoli di un bistrot, faceva la modella per un pittore pedofilo, e impartiva lezioni di matematica ai suoi pro pro cugini.
Mamma e papà si incrociarono in un viaggio di studio a Roma.
Il liceo italiano a Parigi era gemellato con il liceo francese a Roma e per una settimana gli studenti del primo furono ospiti del secondo, nella sede di Villa Patrizi. Mamma mi ci ha portato una volta e mi ha raccontato tutto.
Me la immagino.
Lei era di una tale bellezza, tutti i ragazzi perdevano la testa. Papà invece era distratto, la testa ce l’aveva altrove. Introverso, alto, secco, con delle sciarpe che rigirava più volte intorno al collo per paura di prendersi un raffreddore. È sempre stato ipocondriaco. Ma geniale, con le parole giuste, gli occhi fulminanti e un’eleganza involontaria che lo rendeva diverso dagli altri.
Mamma si innamorò di lui. E lui di lei. Ma in quella settimana non si sfiorarono neanche, mi ha giurato che è andata così, parlarono soltanto. Ore e ore. Di libri, di Parigi, di Roma, di Michelangelo, di Rossellini, di Sartre, della Sainte-Chapelle, del Quartiere Latino, degli spaghetti alla carbonara. Di tutto quel mondo che prendeva vita intorno e prometteva un futuro meraviglioso.
Quando mamma ripartì si scambiarono gli indirizzi. E un bacio, casto, sulla guancia.
Credo che papà abbia scritto a mamma un migliaio di lettere. Una al giorno. Sì, voglio dire, è una cosa bella, romantica, che ti riscalda il cuore. Ma anche uno stress: alle lettere devi rispondere, no?
Me lo immagino, nella sua camera, alla scrivania, con la lampada verde e tutti quei fogli impilati.
Mamma le ha conservate tutte, nei cassetti del trumeau, con le buste e i francobolli col timbro.
Se ci penso, in quei cassetti ci sono milioni di parole, sparate a raffica nel sentimento traboccante dell’adolescenza, così impotente per la distanza.
Mamma, a volte, ne prende una a caso e la rilegge. A voce bassa, quando è sola.
Emma, ma chére,
amo questa città e la odio. In questi primi giorni di maggio è tutto così bello: camminare, guardare i palazzi dal tram, visitare le mostre, mangiare in trattoria, fermarsi a leggere su una panchina, a Villa Borghese. Vorrei sentire la tua mano, stretta nella mia. Sentire che ci sei.
La fotografia che mi hai mandato è bellissima. Stai guardando da un’altra parte, e ogni volta mi chiedo cosa stai pensando, se c’era qualcuno per strada, oppure un gatto, una casa, una porta, un vaso di fiori. A cosa stai pensando, in quella foto?
Mentre ti scrivo il sole tramonta e invece lì, a Parigi, il sole c’è ancora. Penso spesso alle nostre vite, quasi simmetriche, che continuano il loro corso in mezzo alle vite di tutti gli altri. È come se fossi in cima a una mongolfiera e guardassi il mondo, e potessi vedere l’Italia e la Francia, e un numero infinito di puntini e scie luminose: tutte le vite che si muovono. Tra quelle ci siamo noi, lontani.
Ho parlato con mio padre, gliel’ho detto: questa estate voglio andare a Parigi, devo. Mi serve per gli studi, è fondamentale per me. Sono stato piuttosto convincente, perché lui non ha battuto ciglio. È d’accordo, mi farà bene stare un po’ lì, respirare quell’aria, chiacchierare, fare le mie ricerche alla Bibliothèque Nationale, orientarmi da solo nel metrò. Abbiamo ancora dei parenti e potrò farmi ospitare. Mi ha sorriso, lo fa di rado, secondo me ha intuito qualcosa.
Quindi ci vedremo, se Dio vorrà. Scrivo questa frase e mi sento uno stupido, vorrei quasi cancellarla, penso che non ha un senso: se Dio vorrà. Io non lo so se Dio esiste e vuole o vorrà, credo che non lo saprò mai. Sempre più spesso mi immagino un mondo di uomini, senza Dio. Faccio una grande fatica a immaginarmi un Paradiso o un Purgatorio che mi attendono. Non so cosa ci aspetta dopo, se ci sia davvero una vita che segue a questa, terrena, o se invece non finisca tutto qui. Ecco.
Se finisce tutto qui però non voglio più perdere tempo. Voglio vivere con te.
Voglio vivere tutta la vita con te.
Ho messo la tua foto nella mia agenda, incollata su un cartoncino, perché non si sciupi.
Sono un po’ patetico, lo so, ma oggi è una giornata bellissima.
Sembra sprecata, tu non ci sei.
Ti scrivo domani.
Tuo
L.
Tuo L. Tua E. Tutte le lettere finivano così. Tuo, tua.
A rileggerle adesso sembrano così ingenue, arrivano da un mondo lontano.
Mamma mi ha raccontato della prima volta che si sono baciati. Proprio quell’estate. Si erano dati appuntamento, senza sentirsi per telefono. Papà stava arrivando a Parigi, finalmente, e le aveva fatto recapitare un messaggio: giovedì, alle 19 al Café de Flore, ti aspetto. Gli sarà sembrato così meravigliosamente letterario. Mamma mi disse che quando arrivò aveva il cuore che le batteva in gola, papà era già seduto su uno di quei divanetti rossi di pelle, le dava le spalle. Allora lei si avvicinò e si sedette accanto a lui, in silenzio. Léonard si girò e non disse nulla. Emma lo guardò e non disse nulla.
Poi lui le prese la mano, tremando un po’. E si avvicinarono.
Sono tornati in quel café ogni volta che avevano qualcosa di importante da dirsi, in silenzio.
È lì che papà le ha chiesto di sposarla.
A volte è come una girandola di saluti. Questo dirsi «ciao» e non vedersi più. Oppure salutarsi ogni giorno, stancamente, solo perché alla fine è così, lo devi fare.
A volte scendo da sola, per strada, e mi metto a guardare. Le facce. I nasi, le labbra, gli occhi con gli occhiali. Guardo le finestre delle case, quelle al piano terra, con le donne che si muovono silenziose, le vetrine dei negozi, dove i clienti entrano ed escono, e dicono cose che non sento. Guardo il giardino, gli alberi che cambiano colore, le panchine che si riempiono di foglie, e guardo le altre bambine invecchiare.
E la mia faccia.
Non lo so a chi somiglio, se a mamma o a papà. Me lo sono chiesto, guardandomi allo specchio.
Guardo attentamente e mi distraggo – dietro di me la stanza si muove appena. Piccoli, microscopici movimenti del tempo. Un libro nuovo sullo scaffale, un soprammobile, una fotografia. Fiori rossi nel vaso celeste, fiori bianchi nel vaso celeste, niente fiori nel vaso celeste.
La mia faccia resta uguale, eppure lo sento che il tempo mi scivola accanto.
Il giorno in cui Jean ha preso il taxi per l’aeroporto pioveva a dirotto.
Dopo il diploma aveva deciso di fare un’esperienza all’estero, è sempre stato brillante, audace, ambizioso. Non ha mai avuto paura.
Mentre preparava lo zaino gli chiesi come avrebbe fatto con Léontine.
«Cioè, voglio dire, ti verrà a trovare o cosa? Come pensate di fare?»
L’America non era proprio lì a due passi. Come avrebbero fatto? Lui soffiò sopra il ciuffo e scrollò le spalle. Tutto sarebbe andato al suo posto, disse, mentre guardava gli alberi di Place des Vosges svettare oltre la cortina dei palazzi di fronte.
«Maman, io sono pronto.»
«Perché non vuoi che ti accompagniamo all’aeroporto Jean?»
«Perché non è necessario.»
«Ma…»
«…e poi non mi piacciono queste scene da femmine, gli addii e tutto il resto. Vado solo a studiare all’estero, magari ci resto soltanto sei mesi, non sto andando in guerra.»
«Infatti, secondo me, tempo due mesi torni indietro....