La prima volta che lo vidi ci separava un vetro.
Mi era apparso davanti all’improvviso e, invece di continuare a cercare una via d’uscita dal labirinto degli specchi, iniziammo a guardarci.
Poi lui avvicinò la mano fino a toccare la superficie trasparente e io appoggiai il palmo in corrispondenza del suo.
Il labirinto era affollato di gente che rideva, che gridava o che sbatteva contro le pareti trasparenti, ma nell’attimo in cui non sentii il calore della sua mano continuammo a guardarci, e tutto il frastuono del luna park dell’Oktoberfest sembrò svanire.
Era da molto che evitavo contatti con altre persone, soprattutto con gli estranei, ma in quel momento a proteggermi c’era un vetro. Lo sguardo di quel ragazzo sconosciuto era profondo, e intuii dai suoi occhi verdi che non avevo nulla da temere.
Poi, si voltò all’improvviso verso la sua sinistra. I capelli biondi e lisci gli sfiorarono il viso, alcuni s’impigliarono sul velo di barba che gli incorniciava il mento. Mi avvicinai ancor di più alla superficie trasparente, lui mi sovrastava di una ventina di centimetri, non potevo toccarlo, ma lo guardai attentamente: il naso dritto, le labbra carnose, le ciglia lunghe e... in quel momento, si voltò nuovamente dalla mia parte.
Allontanai allora il viso dal vetro, ma le nostre mani rimasero appoggiate e iniziarono a formare un alone che sembrava fondere la superficie trasparente.
Ora era lui che mi accarezzava con lo sguardo e si soffermava sul viso, le labbra, i capelli, seguendoli fino a dove si adagiavano sulle spalle, per poi scendere a guardarmi il seno che sotto la t-shirt nera si sollevava a un ritmo sempre più sostenuto.
Quello sguardo attento e silenzioso mi stava delicatamente eccitando, e quando guardai il suo torace ampio, i muscoli del braccio sollevato e scesi a osservare i fianchi, intuii che anche il suo respiro si era fatto più rapido.
Stavo pensando a come sarebbe stato esser stretta da quelle braccia forti, immaginai l’odore della sua pelle. E mentre la mia mente galoppava mi resi conto che se non ci fosse stato quel vetro non mi sarei mai lasciata andare a quelle fantasie, tantomeno con uno sconosciuto.
Staccammo le mani nello stesso istante, come se la superficie fosse stata resa incandescente dai nostri sguardi reciproci.
«Lene!» mi voltai verso Christine, che mi stava cercando.
«Hai visto a chi assomiglia il ragazzo al di là del vetro?» le chiesi quando mi raggiunse.
«Quale ragazzo?» e il rapido movimento del suo capo da una parte all’altra nell’intrico di vetri e passaggi mi fece capire che lui se ne era già andato.
A testimoniare il singolare incontro, però, c’era ancora l’impronta della sua mano sul vetro.
«Un attimo fa, mi sono trovata di fronte...» iniziai a ridacchiare.
«E pensa che ancora non ha bevuto neanche un goccio di birra!» disse a Betsy, che nel frattempo ci aveva raggiunte.
«E secondo te quella potrebbe essere l’impronta della mia mano?» replicai, facendo aderire il palmo al vetro.
«Uno yeti?» si giustificò Christine.
«Sarebbe una bella invasione se assomigliassero tutti all’attore che ha impersonato Thor!»
«Per me Lene ha bevuto prima di raggiungerci alla Parata.»
«Certo che siete proprio perfide! Non mi credete? Va bene, vuol dire che una volta fuori di qui mi metterò a cercarlo, e vi dimostrerò che esiste» ma risi io per prima. Sapevo benissimo che incontrarlo di nuovo era impossibile.
«Però, stai migliorando... finalmente parli di ragazzi. E se incominciassi anche a uscire con uno di loro forse saresti meno scontrosa. Ma non esageriamo, è già un miracolo che tu ti sia accorta di qualcuno... Dobbiamo assolutamente trovare il tipo che l’ha riscossa dal suo torpore, non trovi Betsy?»
Le mie amiche ridacchiarono, poi cercarono di uscire da quell’intrico infernale, e io le seguii. Sapevo che avevano ragione, ma al momento avevo altro per la testa, e quella serata al luna park era solo un diversivo che mi ero concessa prima di cominciare l’università.
Ero ansiosa di misurarmi con quella nuova sfida, ma mi resi conto che quel contatto fuggevole con il ragazzo sconosciuto aveva risvegliato in me qualcosa di profondo, al punto da spingermi, appena uscite dal labirinto, a voltarmi più volte verso la folla alla ricerca del suo volto.
Quando, un paio di settimane dopo, mi recai al campus dovetti faticare non poco per orientarmi. L’università copriva un’area enorme nella cittadina di Garching, a meno di venti chilometri da Monaco di Baviera.
Era l’inizio di ottobre e l’aria era ancora mite. Mi concessi un viaggio in moto, amavo sentire i differenti odori e il calore che pian piano si lasciava dietro la città.
Parcheggiai la mia Monster e mi sfilai il casco: stava per iniziare qualcosa che avevo programmato da tempo insieme a mio padre, e sapere che lui non sarebbe stato vicino a me in quella particolare circostanza mi provocava una profonda nostalgia. Contavo però di arrivare fino in fondo al nostro sogno: una laurea in ingegneria meccanica a pieni voti.
Presi un respiro profondo e mi avviai verso l’entrata.
Sin dalla prima volta che avevo varcato le porte della TUM a Garching, avevo pensato che la luce regnasse padrona in quella struttura avveniristica e funzionale.
Era un ambiente estremamente stimolante, anche se non avevo degli amici con cui condividere quell’emozione.
Non conoscevo nessuno, ma non sarebbe stato un problema: non ho mai amato la compagnia.
Le lezioni sarebbero iniziate solo il giorno dopo, ma io avevo voglia di immergermi nei rumori e negli odori di quella che sarebbe stata la mia nuova vita.
Volevo vedere la biblioteca dove avrei studiato e preparato gli esami; cercare quello che sarebbe stato il mio angolo preferito, dove mi sarei sentita a mio agio, a casa. Io che una casa non l’avevo più.
Christine e Betsy mi attendevano per il pranzo nella mensa della loro facoltà nel centro di Monaco, quindi avevo tutto il tempo di farmi un giro per gli ampi atri luminosi, passeggiare sui balconi che si affacciavano negli spazi comuni interni e provare le scale mobili che portavano dal terzo piano al piano terra.
Lo avevo programmato da tempo: impossessarmi mentalmente e fisicamente di quell’enorme spazio in cui avrei dovuto passare parecchio tempo e che di certo non aveva le misure del monolocale in cui abitavo, sopra l’officina dove lavoravo.
Pensavo che quella passeggiata sarebbe servita a calmare la mia ansia e la solita pretesa di avere tutto sotto controllo, quando invece ero certa che non sarebbe stato assolutamente così.
Finita quella specie d’iniziazione che mi imponevo ogni volta che dovevo affrontare un ambiente nuovo, uscii dalla facoltà e raggiunsi le mie amiche.
Trovare parcheggio non fu semplice: biciclette e moto avevano già occupato tutti gli spazi disponibili.
Feci il giro dell’isolato e riuscii a trovare uno spazio libero dove lasciare la Monster.
Sapevo che sarebbe stato tutto più facile se avessi accettato l’ospitalità di mia madre e di suo marito Kurt, nella loro villa a pochi chilometri da Monaco, ma non sarei mai riuscita a vivere con loro. Ero diventata testarda e introversa, soprattutto dopo la morte di mio padre.
Appena arrivata avevo chiamato Christine, e lei mi aveva detto che stava arrivando, così decisi di fare la fila e di prendere il pranzo, e con il vassoio in mano scelsi il tavolo con la vista migliore sulla strada.
Mi sedetti e iniziai a mangiare la Brotsuppe.
«Alzati, questo non è il tuo tavolo!»
Sollevai lo sguardo dalla ciotola e guardai con sufficienza la ragazza bionda che mi fissava con disprezzo, il labbro superiore arricciato, la gomma da masticare in bocca. Una ragazza ugualmente bionda, accanto a lei, aveva posato un vassoio dal lato opposto del mio tavolo.
La bottiglietta dell’acqua cadde e rotolò a terra, io l’afferrai al volo e gliela restituii.
«Mi sembra che ci sia posto per tutte» provai a ribattere, vedendo che al gruppo si stava aggiungendo un’altra ragazza, dai capelli corti e neri.
«Qui non c’è posto, per te!» riprese a dire la prima ragazza, posando il suo vassoio e cercando nello stesso tempo di non far scivolare i manici della borsa che aveva stretto chiudendo l’avambraccio.
«Questione di punti di vista.»
Come per rispondere alle mie parole lei sputò la sua gomma da masticare, che finì dentro la mia zuppa di pane.
Ero divisa tra due reazioni: prenderla per i capelli e trascinarla per tutta la mensa o darle un pugno in faccia.
Pessime reazioni per una ragazza, ma io ero cresciuta in un ambiente prettamente maschile e mio padre non aveva mai frenato i miei istinti aggressivi. Di fronte alle provocazioni ero più predisposta ad agire che a subire. Stavo per alzarmi quando sopraggiunsero prima le mie due amiche – che conoscendomi bene si erano già scambiate un’occhiata significativa – e poi...
«Alex, puoi aiutare la signorina a sloggiare?» disse la prima bionda, cambiando tono alla parola “signorina”; certo il mio abbigliamento – jeans scoloriti, t-shirt e gilè di pelle neri – stonava vistosamente con la sua mise da cubista.
Spostai lo sguardo e mi trovai davanti il ragazzo che avevo incontrato nel labirinto degli specchi.
Aveva tagliato i capelli e si era rasato, gli occhi erano minacciosi e il suo sguardo mi ferì più di ogni altra cosa: non mi aveva riconosciuto.
Ora era “bello e irraggiungibile”, anche se dalla prima occhiata che ci eravamo scambiati meno di due settimane prima, mi sembrava più “bello e tormentato”.
«Questo è il nostro tavolo» rincarò la dose Alex, era questo il nome del “mio” sconosciuto.
«Ma certo, tolgo subito il disturbo!» dissi con un tono che non aveva niente del remissivo. Pescai con le dita la gomma da masticare che la sua amica mi aveva sputato nella zuppa, la misi in bocca e la restituii mettendola nel piatto della bionda, che lanciò un grido come se qualcuno la stesse scuoiando.
Poi rifilai un’occhiata ad Alex, sperando di comunicargli tutto il mio disprezzo, facendogli capire che detestavo lui e le sue amiche.
Raccolsi lo zaino e afferrai il vassoio, cercando con lo sguardo un altro tavolo, e a quel punto mi accorsi che tutta la mensa aveva gli occhi puntati su di me.
Una presentazione con i fiocchi, non c’era dubbio.
Mi dispiacque solo per le mie amiche, che dovevano frequentare quell’ambiente; quanto a me, già sapevo che da quel giorno avrei rigorosamente evitato la mensa.
Notai che molti ridacchiavano, forse a qualcuno la mia “lezione” era piaciuta.
«Non pensare di cavartela così!» sentii gridare la bionda alle mie spalle, mentre io e le mie amiche ci allontanavamo il più possibile.
«Ti aspetto domani mattina all’Hofgarten vicino al tempio di Diana, alle cinque, con i tuoi padrini» le dissi voltandomi, e la fissai come se avessi pensato seriamente a una “singolar tenzone”.
Lei rimase interdetta per un attimo, e il mio sguardo si posò sul tavolo accanto a quello che avevo appena liberato.
Un ragazzo stava sorridendo, in modo quasi impercettibile: i capelli lunghi e biondi gli cadevano sugli occhi, ma stavolta non potevo sbagliarmi: era lui, “bello e tormentato”.
«Si accettano scommesse e commenti» annunciai alle mie amiche quando riuscimmo a trovare un tavolino abbastanza distante da quello che avevo inavvertitamente occupato meno di dieci minuti prima, in modo da non riuscire a sentire quello che la bionda isterica stava dicendo ad...