Jonathan Stride sapeva di non essere solo.
Arrivando al suo cottage su Park Point alle due del mattino, si rese conto che qualcosa non andava. Puro istinto. Non c’era nulla fuori posto, sulla strada. Niente auto sconosciute. Guardò verso gli alberi e le ombre intorno alla casa, ma non vide nulla di allarmante. Quando tese le orecchie, udì solo il ruggito intermittente del lago Superior oltre la cima delle dune. Eppure, mentre chiudeva il suo fuoristrada Ford Expedition e si dirigeva verso il portico anteriore, estrasse la pistola.
Istinto.
Avvicinandosi, vide delle impronte nella neve. Piccole, un trentanove al massimo, e chi le aveva lasciate andava di fretta, non cercava di nascondersi. Le seguì sul prato e lungo il vialetto sterrato che portava dietro la casa. Esaminò le finestre del cottage dal cortile, ma non vide luci. Se dentro c’era qualcuno, lo stava aspettando al buio.
Si diresse verso la porta posteriore, vicino al sentiero erboso che portava alla spiaggia. Entrò nel portico chiuso. Si tolse la giacca di pelle e la posò sul divano di seconda mano che teneva sul retro. Scosse la neve dai capelli ondulati. Tenendo la pistola davanti a sé, aprì la porta che conduceva in cucina.
La casa era più fredda del solito. Udì una raffica di vento. Camminava in punta di piedi, a luci spente, ma le assi di legno in quel cottage del 1880, non erano mai silenziose. Cigolavano a ogni passo, annunciando il suo arrivo. Non importava.
«So che sei lì» disse ad alta voce.
Nessuno rispose.
Seguì la parete della cucina fino in sala da pranzo, poi girò l’angolo ed entrò in soggiorno. Il caminetto freddo e la poltrona di pelle erano alla sua destra. Divani e tappetini occupavano il centro della sala, vicino ai gradini che conducevano alla mansarda ancora non finita. Lo spazio aperto era vuoto. La stanza era buia. Udì di nuovo il vento, che agitava le tende in una stanza per gli ospiti proprio di fronte a lui. Usava raramente quella stanza, che conteneva scaffali di libri impolverati e appunti su casi irrisolti. Aprì la porta e attraversò il vecchio pavimento, inclinato come nella casa delle streghe di un luna park. La finestra era rotta e i vetri erano sparsi sul pavimento. Un pezzo di tessuto delicato sventolava nell’aria notturna come un fantasma.
La stanza era deserta. Stride accese la piccola torcia a stilo del portachiavi, studiò il vetro e notò una macchia di sangue sul pavimento.
«Sei ferita» disse ad alta voce.
Tornò in soggiorno e attraverso la porta aperta osservò la sua stanza da letto, sul muro di fronte. Lei si nascondeva lì. Dalle impronte aveva deciso che si trattava di una donna. In casa c’erano altre stanze: un’altra piccola camera da letto nell’angolo che dava sulla strada, la mansarda, il minuscolo bagno. Ma le leggere tracce umide sulla moquette conducevano nella sua stanza. Sul pavimento vide un paio di stivali da cowboy beige che corrispondevano alle impronte nella neve.
«Sto per entrare, va bene?»
Ancora nessuna risposta.
Esaminò la camera. Sul letto non c’era il piumone e lo spazio a destra e a sinistra era vuoto, ma la porta dell’armadio a muro era perfettamente chiusa. Di solito, a causa della leggera inclinazione della casa, si accostava da sola, ma per chiuderla del tutto bisognava spingerla, e lui non lo faceva mai. Girò il vecchio pomello in metallo e tirò con forza. La porta si aprì con uno stridio.
Puntò la luce sul pavimento e vide un corpo avvolto nel piumone. Restava fuori solo il viso. Non una donna. Una ragazza. Un’adolescente. Che lo fissava con uno sguardo spaventato. I lunghi capelli castani erano bagnati e attaccati al viso. Tremava in modo incontrollabile, e aveva la pelle bluastra dal freddo.
Stride rinfoderò la pistola. Accese la luce nella cabina armadio e la ragazza chiuse gli occhi di scatto.
«Mi chiamo Stride» disse. «È tutto a posto, non ti farò del male. Sono un tenente della polizia di Duluth.»
Lei annuì, senza aprire gli occhi. Lo sapeva già. La coperta scivolò in basso e Stride vide spalle nude e ossute.
Si sedette sui talloni di fronte a lei. «Come ti chiami?»
Lei aprì gli occhi, castani e perfetti. «Cat» disse.
«Ciao, Cat. Vuoi dirmi come mai sei qui?»
Lei non rispose subito, ma allungò una mano nello spazio polveroso dell’armadio. Stride avvertì la sua paura, la solitudine, e seppe, senza che lei glielo dicesse, che quella ragazza non aveva nessun altro posto al mondo dove andare. Finalmente, lei sussurrò la risposta, come fosse un segreto da tenere nascosto.
«Qualcuno vuole uccidermi.»
La camicia di flanella che le aveva dato le arrivava quasi alle ginocchia. Sotto indossava un paio di calzoncini comodi di Stride e i suoi calzettoni tubolari da ginnastica. Ora aveva i capelli asciutti e la pelle rosata e pulita, dopo un bagno caldo. Teneva una tazza di tè con entrambe le mani, seduta al tavolo della sala da pranzo. Il dito che si era tagliata rompendo la finestra era bendato.
«Mi dispiace per la camicia» disse Stride, seduto di fronte a lei. «Serena, la donna che viveva qui, è molto più alta di te.»
Cat scrollò le spalle. «Va bene così. Ha un buon odore.»
Teneva gli occhi fissi sulla tazza, e Stride ebbe la possibilità di guardarla meglio. Le adolescenti possedevano sempre la grazia della giovinezza, e le ispaniche erano particolarmente attraenti, ma Cat era una delle ragazze più belle che Stride avesse mai visto. Il viso sembrava una scultura, con gli zigomi alti e il mento che formava una V acuta. Viso e corpo erano piccoli. I capelli castani ricadevano in ampie onde fino al petto, e tra i bottoni della camicetta brillava una catenina d’oro. Stride non l’aveva ancora vista sorridere, ma dalle labbra girate leggermente all’insù immaginava che avesse un bel sorriso. Il naso era piccolo e un po’ arrotondato, e le sopracciglia scure erano arcuate, in un’espressione di sorpresa innocente.
Ma lei non era innocente, si vedeva. Le devastazioni della vita di strada le stavano già segnando il viso. Stride poteva quasi misurare i mesi che lei aveva passato nelle aree industriali, o vicino al Graffiti Graveyard, il cimitero dei graffiti, come era chiamata un’area di degrado sotto il cavalcavia dell’autostrada. Era malnutrita, si vedeva dai cerchi scuri sotto gli occhi e dal modo in cui aveva divorato il sandwich di tacchino che lui le aveva preparato. Stride aveva sentito odore di alcol nel suo fiato, e immaginava che usasse droghe. Probabilmente sintetiche, le tipiche droghe da strada. La sua espressione malinconica tra qualche mese sarebbe diventata cinica. Era una giovane che presto sarebbe stata vecchia.
«Vorrei davvero portarti in ospedale, Cat» disse, non per la prima volta. «Ho lasciato un messaggio a Maggie, la mia partner, per chiederle di venire appena possibile. Lei e io possiamo accompagnarti.»
La ragazza scosse la testa, decisa. «No! Te l’ho detto, niente ospedale. Lui mi troverà. Sa sempre dove sono.»
«Ma dovresti farti controllare. Sono preoccupato per te.»
«Io voglio stare qui. Mi sento al sicuro e sto bene.»
Stride non insistette. Non voleva spingerla a fuggire. «Senti, un mio amico, Steve Garske, ha un ambulatorio a Lakeside. Siamo amici da molto tempo, è anche il mio medico di base. Posso chiedergli di darti un’occhiata domani mattina?»
Gli occhi della ragazza si illuminarono. «Il dottor Steve?»
«Lo conosci?»
«Fa volontariato all’ostello per i giovani senza fissa dimora, in centro. L’ho visto un paio di volte, è una brava persona.»
«Bene, allora ti porto da lui. D’accordo?»
Cat annuì. «D’accordo.»
Stride bevve un sorso dalla lattina. La Coca-Cola era la sua droga. «Cosa ti è successo stanotte, Cat? Sei pronta a parlarne?»
Lei gettò un’occhiata alle finestre, come se si aspettasse di vedere il suo stalker dietro i vetri. Era come un daino, attenta e veloce. «Ero a un party su quella nave in disarmo, in Canal Park. Qualche pezzo grosso l’ha noleggiata.»
«Sai chi?»
«No. Era un gruppo di concessionari di auto.»
Stride aggrottò le sopracciglia. Ci volevano prestigio e soldi per dare una festa privata sulla Frederick. «Come mai eri lì?»
«Avevano bisogno di ragazze.» Si morse un’unghia, con aria colpevole. «Per l’intrattenimento. Eravamo io e qualche altra.»
«Che tipo di intrattenimento?»
Lei scrollò le spalle. «Lo sai.»
«Quanti anni hai, Cat?»
Lei sporse il labbro inferiore. «Diciotto.»
Aveva di nuovo gli occhi di una ragazzina che cerca di nascondere una menzogna. «Non intendo arrestarti, Cat» disse Stride. «Voglio aiutarti. Ma devi avere fiducia in me e dirmi la verità.»
Sapeva di chiedere molto. Per ragazze come lei, “fiducia” era una parola straniera.
«Va bene, ho sedici anni» rispose lei. «A loro dico che ne ho di più, e nessuno fa domande. Sono bella, è l’unica cosa che gli interessa. Il sesso... è solo un modo di fare soldi. E con quello di stasera non l’ho nemmeno fatto. L’ho colpito. Forte.»
«Gli hai fatto male?»
«Sanguinava, ma era a posto.»
«Perché l’hai colpito? Ti aveva aggredita?»
«Voleva farmi fare cose che non faccio. Voglio dire, vado a letto con gli uomini. Non è un problema, è solo sesso. Ma le altre cose no. Non le faccio.»
«Quali altre cose?»
Lei glielo spiegò. Stride dovette fare uno sforzo per nascondere il disgusto.
«È lo stesso uomo che ha tentato di ucciderti?» chiese.
«No. Dopo averlo colpito sono uscita. Volevo solo andare via. Ma c’era quell’uomo che mi aspettava fuori dalla nave. Mi sono nascosta dentro, ma mi ha seguita. L’unico modo in cui potevo sfuggirgli era gettarmi in acqua. Nel porto.
Stride si chinò in avanti. «Sei saltata dal ponte della nave?»
«Sì. L’acqua era freddissima. Il mio vestito si è strappato. Ho nuotato fino all’argine del canale, sono risalita e ho cominciato a correre. Ero certa che lui mi avrebbe inseguita, così ho continuato a correre.»
«Sono quasi cinque chilometri. Hai corso fin qui nella neve?»
«Ho rubato una coperta da un’auto, per la strada» rispose lei. «Mi è servita.»
A Stride piaceva il lampo di vitalità che le vedeva negli occhi, indipendentemente da ciò che aveva fatto. Cat era una ragazzina, ma aveva coraggio. Serena avrebbe detto che lui aveva un debole per le donne che avevano bisogno di essere salvate. «L’uomo che ti inseguiva, sai chi è?»
«No.»
«Che aspetto ha?»
«Non l’ho mai visto in faccia.»
«Perché pensi che voglia ucciderti?»
«Non è la prima volta che ci prova. Mi segue da un po’.»
«...