
- 224 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il presagio della Rosa Nera (ORIGINALS)
Informazioni su questo libro
Isis Bloom non è una ragazza come le altre. È forte, indipendente e da quando è rimasta orfana è abituata a girare l'Europa con la Compagnia dei Miracoli, sua unica famiglia, un gruppo di teatranti con cui mette in scena spettacoli di magia. La sua magia però non è un trucco... Isis ha un dono molto potente ed estremamente pericoloso, il dono di leggere nella mente delle persone. Ma deve stare attenta a non svelare il suo potere, perché forze oscure stanno tramando nell'ombra per impossessarsene. E quando Isis si imbatte nel giovane e affascinante Elijah, non sa più se deve credere a lui o rimanere nel caldo, rassicurante abbraccio del paziente Victor...
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2014eBook ISBN
97888585109191
Parigi, 15 settembre 1851
Il volto è grottesco, dai lineamenti aguzzi. Le labbra carnose sono aperte a formare un ovale, disturbante nella sua perfezione. Le orbite degli occhi sono vuote, ma paiono ricambiare lo sguardo della giovane in piedi sul ponte.
Quella maschera, incisa nella pietra, riesce a incantarla, a violentare la sua mente. Le costa non poca fatica sottrarsi a quella stregoneria, allungare la vista oltre le arcate, oltre la balaustra.
La Île de la Cité le sorride in lontananza, dove il sole lentamente chiazza il cielo con tonalità di rosso e ocra.
Il silenzio è assordante, Parigi è ancora immersa nel suo sonno. Solo una parola echeggia nella sua mente: “saltare”.
Fu il sorgere del sole a svegliarla. La luce filtrò dalle ante della finestra e le pizzicò il viso, scacciando il sapore dolceamaro del sogno che aveva appena fatto. Isis aprì piano gli occhi e li sbatté un poco, soffocando uno sbadiglio. Mosse le gambe, sotto le lenzuola, fino a toccare con i piedi qualcosa dietro di lei.
O qualcuno.
Solo voltandosi ricordò l’uomo con cui aveva condiviso il letto la notte precedente. Le dava le spalle, ancora addormentato. La sua immobilità era tradita solo dal respiro, lento e pesante.
Senza pensarci troppo, Isis scivolò fuori dalle coperte e raccolse i suoi abiti sparsi a terra. Un bustino, uno scialle, una vaporosa gonna color lillà e un paio di scarpe nere. Passò davanti allo specchio e osservò la sua immagine riflessa.
I lunghi capelli rossi erano in disordine, il trucco sul viso sbavato per il sudore o forse per la pioggia che l’aveva colta impreparata solo poche ore prima. Si diede una rapida rassettata e si rivestì in tutta fretta. Neppure il tempo di annodarsi il bustino che era già in strada, mescolata con la folla del mattino.
Parigi, sospirò tra sé e sé, respirando avidamente l’aria fresca di ottobre. Una città che solo da poco stava cominciando ad amare. Niente a che vedere con la Londra in cui era cresciuta, ma le due settimane che vi aveva trascorso la stavano aiutando a ricredersi. Ovunque si voltasse non vedeva che giovani scortate da governanti e uomini impettiti intenti a discorrere di politica o a commentare le ultime notizie. Erano tutti così impegnati, si disse, così preoccupati dei loro affari da dimenticare di vivere il presente.
O la città.
Sì, perché Parigi era una città che voleva essere amata, che sapeva essere ostile e sospetta con quanti non la desideravano ma che poteva anche svelare tesori nascosti a coloro che riuscivano a ottenere la sua fiducia.
Era stato così per lei con l’uomo che aveva appena lasciato nel letto. Aveva detto di chiamarsi Victor, anche se non lo ricordava con certezza, e lo aveva conosciuto qualche giorno prima, in uno dei tanti music hall che affollavano la capitale. L’avventura di una notte, si era detta, e invece da quel giorno si erano visti già tre volte. E tutte le volte lui era riuscito ad allontanare in lei la nostalgia di casa e a farla sentire serena.
Isis lasciò due monete al garzone del fornaio che stava scaricando le scorte del giorno e prese una baguette dalla cesta di vimini posata a terra. Era affamata, tanto che le occorsero solo pochi bocconi per finirla.
Neppure il tempo di voltare l’angolo che si ritrovò nel Jardin des Anges, il parco dove si trovava la Compagnia dei Miracoli. La sua compagnia teatrale, o meglio, quella per cui lavorava.
Al suo arrivo in Francia, per un tour che sarebbe durato fino alla fine di settembre, i giornali più autorevoli avevano definito i loro spettacoli «un carnevale di vizi e leziosità inconcepibili, frutto di menti britanniche deviate, poco avvezze all’eleganza delle pièce di Molière o alla sobria incisività delle satire di Pierre-Augustine Caron de Beaumarchais». I giornalisti più clementi, invece, avevano usato aggettivi come «volgare» e «riprovevole».
Nel leggere quelle parole Isis non aveva nascosto la sua delusione, ma era rimasta sorpresa nel constatare che Theodorus Baldus, il titolare e impresario della compagnia, ne era stato non poco lusingato.
«Le recensioni negative sono come cibo in tempo di carestia», le aveva detto, «miele per attirare le timide api parigine». E aveva avuto ragione. A poche ore dall’uscita di quegli articoli le vendite dei biglietti erano addirittura triplicate, segno che la curiosità del pubblico aveva avuto la meglio sul finto perbenismo che pareva aleggiare un po’ in tutte le città europee che la compagnia aveva visitato.
Con quei pensieri in testa, Isis salutò Ottoman Lapiz, il gigante tuttofare che di notte si occupava di staccare i biglietti degli spettatori, ed entrò nel grande tendone rosso che era stato allestito nel parco. Subito l’accolse un forte odore di incenso e di mirra, segno che Beatus, il “piccolo uomo dal grande naso”, come amava essere definito, aveva da poco completato la sua meditazione mattutina. Un’abitudine quella che aveva preso tempo prima in un suo viaggio in India, quando la sua strada e quella del furbo impresario Theodorus Baldus non si erano ancora incrociate.
– Isis, mia adorata, finalmente siete qui! – l’accolse Augustus Blake, il “Seduttore della Gallia”, che non aveva alcun numero nella compagnia, se non il compito di allietare la folla, e in particolar modo il gentil sesso, durante gli spettacoli. Era un compito che svolgeva al meglio e senza il minimo sforzo, dal momento che al suo affascinante aspetto univa una voce suadente e un ancora più raffinato uso delle parole. Sebbene qualcuno ne dubitasse, oltre a un’armatura di muscoli possenti, Augustus possedeva anche un vivace intelletto.
– Buongiorno a voi – lo salutò Isis, incrociando le braccia per evitare di essere abbracciata.
L’altro non mancò di notare il suo comportamento ma fu abile a nascondere il disappunto. – Mr Baldus vi sta cercando dappertutto, – le disse – pare che questa sera dovrete anticipare di qualche ora il vostro numero. Querulus ha avuto un malore e non se la sente di andare in scena.
Querulus era uno dei tre nani della compagnia, più basso di qualche centimetro di Beatus ma con un carattere decisamente più astioso.
– Un malore? – ripeté lei scettica.
Augustus Blake annuì. – Pare si sia schiacciato un piede... o forse una mano, non ricordo con esattezza.
– Probabilmente si è solo rotto un’unghia.
L’altro sorrise, annuendo.
– Per il mio numero ho bisogno di concentrazione – disse allora Isis. – Non posso anticiparlo.
– Ma Mr Baldus...
– Mr Baldus capirà – lo interruppe la ragazza.
Poi se ne andò, senza dare all’altro il tempo di replicare, diretta a una delle carovane che campeggiavano nel parco, dove era certa di trovare Querulus. Non bussò neppure, spalancò la porta ed entrò senza essere annunciata.
Un gesto che il nano, steso sul letto con in mano una copia dell’ultimo giornale, non mancò di farle notare. Sul suo viso ondeggiava la catenina del monocolo che aveva inforcato, una grossa lente ovale che metteva in risalto il naso rotondo e le guance rosse.
– Miss Bloom, come vi permettete! – squittì, con la sua vocina acuta e stridula. – Non avete saputo del mio incidente?
– Ho saputo eccome – ribatté Isis, restando in piedi davanti a lui con aria di sfida.
– Sono infortunato e dolorante! – continuò l’altro. – Ho bisogno di riposo e voi piombate qui alla stregua di un uragano!
– Oh, non siate melodrammatico – sospirò la ragazza. Guardò allora il suo piede fasciato e aggrottò la fronte. – Che vi è successo?
– Un tremendo incidente – ripeté Querulus, con voce lamentosa. – Stavo preparando il numero dei coltelli e... e mi sono ferito!
– Con una lama?
– Peggio!
Isis lo guardò confusa. Cosa poteva esserci di peggio che essere ferita da una lama affilata? Lei lo sapeva bene, perché non molto tempo prima, durante una sua esibizione, aveva sbagliato ad afferrare un coltello vorticante e per poco non ci aveva rimesso due dita.
– Una scheggia di legno del manico! – squittì il nano. – Si è infilata nel mio piede e non sono ancora riuscito a toglierla.
– Una scheggia – ripeté la ragazza, incredula. – Avete annullato il vostro numero per una scheggia?
– Una scheggia terribilmente fastidiosa.
– Una scheggia che potreste togliervi in pochi secondi – precisò Isis. – E sono certa che lo farete, non è vero? Non vorrete deludere Mr Baldus.
A quelle parole le guance rosse di Querulus impallidirono e la sua voce si fece tremante, anche se cercò di dissimulare una certa spavalderia. – Mr Baldus sa che sto male ed è stato proprio lui a consigliarmi di riposare.
– Lo disse anche a Miss Mercy tempo fa, ricordate? Oh dimenticavo, voi non facevate ancora parte della compagnia...
Proprio come si aspettava, il nano sgranò gli occhi, curioso. Il monocolo gli ricadde sul petto, sulla copia del giornale che stava leggendo. – Miss Mercy? – ripeté.
Isis annuì. – Una giovane di grande talento, sapete? Peccato che preferisse restarsene a poltrire piuttosto che lavorare e... be’, Mr Baldus l’ha assecondata per un po’ prima di cacciarla dalla compagnia. E adesso di lei si sono perse le tracce!
– Oh mein Gott! – esclamò l’altro, sconcertato. – E solo per un po’ di pigrizia? Non contava il suo talento?
– Il talento è nulla senza l’esercizio, come ripeteva sempre la mia adorata nonna – spiegò Isis. – Ma non fatevi suggestionare... Voi starete presto meglio, vero?
– Sto già meglio! – la interruppe l’altro, saltando in piedi come un grillo. – Dite pure a Mr Baldus che stasera potrò andare in scena! Con un numero eccezionale! Sì, dite così, usate pure la parola eccezionale, perché sarà così! Da togliere il fiato.
Isis applaudì, assecondando il suo entusiasmo. – Sono felice di vedere che state meglio e non vedo l’ora di assistere al vostro spettacolo!
Uscì dal caravan senza aggiungere altro. Gli uomini, si disse, erano davvero sciocchi. Bastava davvero poco per manipolarli. Glielo aveva insegnato qualche anno prima Agnes, sua nonna, una donna molto più determinata di lei, che fino all’ultimo dei suoi giorni aveva continuato a lavorare nella compagnia come costumista.
Era stata lei a introdurla in quello strano mondo, in quella che adesso considerava la sua casa. Le città cambiavano, i volti col tempo si confondevano, ma la sua casa era sempre con lei. Una delle poche certezze che le erano rimaste.
2
«Una foglia di menta sotto al cuscino per allontanare i brutti sogni e lasciare solo quelli belli».
Sua nonna era solita ripeterle quelle parole ogni sera, mentre le rimboccava le coperte e soffiava sulle candele accese. Una ninna nanna che Isis cantava a se stessa tutte le notti, prima di chiudere gli occhi, prima di permettere al sonno di avere la meglio.
Era stesa sul giaciglio del suo caravan ma non riusciva a riposare. Il sole filtrava dalle finestre tenute aperte, le ultime luci del pomeriggio. Aveva deciso di dormire un poco prima dello spettacolo, ma era chiaro che non ci sarebbe riuscita.
Si mise a sedere e spostò il cuscino, rivelando la foglia di menta. La prese e la rigirò tra le dita, fissando le fitte venature simili a squame, soggiogata dal piacevole odore che sprigionava.
La ripose sotto al cuscino e cominciò a prepararsi. Indossò uno dei costumi che le aveva cucito sua nonna, un vaporoso abito rosa scuro con un bustino nero e con ampie balze gialle sulla gonna che ondeggiavano a ogni movimento. Colori accesi che contrastavano con il chiarore della sua pelle, accentuato dal trucco scarlatto sulle guance e dal rossetto scuro che le velava le labbra.
Isis acconciò i lunghi capelli rossi legandoli sopra la nuca e arricciandoli sulle punte. Vi infilò quindi un paio di piume e qualche bocciolo di rosa e ammirò il risultato allo specchio. Un risultato che per molti avrebbe avuto un che di grottesco, di ridicolo, ma non per lei.
Era stata sua nonna a insegnarle ad andare oltre le apparenze. «Queste sono solo maschere» le aveva detto il giorno della sua prima esibizione, quando lei, che aveva dieci anni appena, si vergognava per come era conciata. «Non sono poi tanto diverse dai gioielli e gli abiti eleganti con cui si agghinda il nostro pubblico. Devi essere fiera di te stessa e della tua maschera.»
«Fiera della mia maschera?» aveva ripetuto allora lei, confusa.
«Sì, angelo mio. Le maschere sono la n...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il presagio della Rosa Nera
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