Ecco, ci siamo. Finora ho l’impressione di avere solo giocato. Adesso è arrivato il momento di fare le cose sul serio. Sciogliere gli ultimi nodi. Rispondere alle domande fondamentali. Affrontare la verità, qualunque essa sia.
La soluzione
Entro in ufficio, chiudo la porta e fisso Debora.
«Non mi devi dire qualcosa?» la apostrofo, senza neanche salutarla e senza curarmi di averla interrotta (tanto sta solo chattando, come se non lo sapessi).
Lei alza lo sguardo su di me: è evidente che si sente in colpa (e ne ha ben donde!)
«Le rose. La prima è arrivata a una settimana dalla serata al Tocororo. È possibile che chi le manda e il padre di mio figlio siano la stessa persona?» domando, tutto di un fiato.
Debora si morde un labbro e non replica.
«Ora, se tu sai chi è, devi dirmelo...»
Ho raccolto tanti piccoli indizi degli ultimi giorni – complimenti di qua, gelosie di là – e ho formulato un’ipotesi. Che non mi va troppo a genio, ma...
«Flo, davvero, non posso! Ci devi arrivare da sola, devi guardare...»
«Sì, devo guardare in fondo al mio cuore, lo so!» la interrompo stizzita. «Ma...»
Un attimo dopo, la porta si spalanca. È il capo, Pierandreamalnati. Debora diventa color fucsia. I miei sospetti si consolidano. Ecco perché Serena è sempre così scortese con me. Ecco perché il capo pare apprezzare tanto il mio lavoro. Ecco perché le rose arrivano sulla mia scrivania senza che nessuno ne conosca la provenienza. A coprirlo c’è una rete di omertà.
«Ragazze, riunione straordinaria per Tette up!» annuncia.
Io taccio, sgomenta.
«Qua-qua-ndo?» chiede Debora, in evidente difficoltà.
«Subito! La questione è della massima importanza. E c’è qualcosa che non quadra!»
Debora si affretta a seguirlo. Sospetto che lo faccia più per sfuggire il mio sguardo che non per dimostrare il suo zelo.
Siamo appena arrivati in sala riunioni, dove non manca nessuno, quando mi squilla il cellulare. È Gisella. Imbarazzata, mi apparto e rispondo in un sussurro: «Siamo in riunione».
«Sarò breve. Ho trovato la soluzione per colmare i tuoi vuoti di memoria. Ti ho fissato un appuntamento con uno specialista. Ti mando un sms con tutti i dettagli.»
E riattacca. Non ho tempo per digerire lo sconcerto, perché il capo prende immediatamente la parola.
«Come sapete la sperimentazione di Tette up non era andata granché bene.»
«Una fetecchia proprio» sottolinea il concetto Andrea, con termini non propriamente tecnici.
«Appunto. Stavamo per depennarlo, quando è arrivata Flora con i suoi risultati quasi miracolosi. Guardatela!»
Tutti si voltano verso di me, e si sentono legittimati a fissarmi le tette. Lo so che lo fanno per motivi squisitamente professionali, ma la cosa mi dà ugualmente fastidio.
«Raccontaci Flora, che benefici hai avuto da Tette up?» insiste Pierandreamalnati.
«Avevo una seconda scarsa, adesso ho una terza abbondante» replico, in totale imbarazzo.
«Sentite! Risultati così clamorosi non si sono mai visti. Il cosmetico potenzialmente è una bomba. Dobbiamo solo capire perché ha funzionato su Flora e non sulle altre quarantanove donne!» continua il capo.
«Be’, solo...» replica Andrea, a sottolineare che non si tratta esattamente di un dettaglio secondario.
«Be’, è una sciocchezza, secondo me puoi risolvere la questione in un paio di settimane. Poi partiremo con una campagna stampa a tappeto» ci informa Pierandreamalnati, con piglio da leader indiscusso.
Lo guardo e mi chiedo se è davvero lui che mi ha posseduto in quella notte fatale e che ora continua a mandarmi rose rosse ogni giovedì.
Come padre del mio futuro figlio, non sarebbe neanche male. Bell’uomo, ottima posizione. Se non fosse che è sposato con figli, ha vent’anni più di me e un’amante conclamata.
«Capo, non per contraddirti» curioso che lo chiamiamo capo e poi gli diamo del tu, messa in questo modo sembra un po’ una presa in giro, ma non è proprio così «ma secondo me il problema è più serio...»
«E allora come ti spieghi l’effetto su Flora? Dillo, Flora, conferma che funziona!» E Pierandreamalnati mi fissa con aria quasi supplichevole.
Non è lui, ti prego, fa’ che non sia lui. Piuttosto Tarzan o il garagista.
Silenzio.
C’è sempre un momento in cui bisogna prendere in mano la propria vita. Affrontare la realtà, qualunque essa sia. Dire verità anche scomode. Evitare che la propria azienda faccia una cazzata così grande da metterne addirittura in pericolo la sopravvivenza.
«Se adesso ho la terza di reggiseno non è merito di Tette up» annuncio, a una platea che mi fissa quasi ipnotizzata. «È solo che sono incinta.» Poi lascio la stanza. Non potrei reggere il peso dei loro sguardi delusi.
Quando un quarto d’ora dopo Debora torna nel nostro ufficio, la prima cosa che mi dice è: «Andrea ha confessato che lo avevi avvisato che Tette up non funzionava. Così il capo l’ha cazziato!».
Dieci minuti, Pierandreamalnati irrompe nel mio ufficio con un fascio di rose rosse. Oddio: allora è vero.
«Flora cara, sono costernato che tu abbia dovuto esternare a tutti la tua condizione.» Dice “condizione” quasi fosse sinonimo di “lebbra”. «Perciò ricevi questo mazzo come segno del nostro rincrescimento.» Solo Pierandreamalnati è rimasto a pronunciare termini desueti come “esternare” e “rincrescimento”.
«Rose rosse» dico. «Non c’è altro che vuoi dirmi?» lo stuzzico.
Il capo mi fissa enigmatico. Dall’altra parte della stanza, Debora richiama ad ampi cenni la mia attenzione. Vorrei ignorarla, ma non ci riesco. Quando mi giro nella sua direzione, vedo che sta facendo ripetuti ed energici “no” con la testa.
Non è lui, vuole dirmi. Le rose rosse di oggi sono una coincidenza.
«Ah, comunque non ti sognare di prendere maternità e congedi vari: ti voglio operativa fino al nono mese!» si accomiata il capo.
Una volta sole, Debora mi ribadisce il concetto. Non è lui. Ma resta ferma sulle sue posizioni: non può dirmi chi mi manda le rose.
«D’accordo, tanto fra poco saprò tutto» le dico. Se fossi la mia nipotina di sei anni, a mo’ di scherno aggiungerei anche “pappappero”.
«Cioè?»
Vorrei vendicarmi e lasciarla nell’ignoranza, ma non ce la faccio.
«Gisella mi ha fissato un appuntamento con uno specialista che secondo lei può farmi ritrovare la memoria» e le mostro l’sms che mi ha mandato.
“Ore 18, viale Bligny 22, dottor Blancus.”
Lei piega in giù le labbra. Il piercing brilla sul suo naso. L’incredulità trionfa sul suo viso.
Ho finalmente capito che se questo fosse un film, io sarei la protagonista.
Sul tram ho provato a chiamare Gisella per avere maggiori notizie su questo fantomatico dottor Blancus, ma il telefono era staccato.
Adesso, arrivata alla fermata, ho mille dubbi. Chi vado a incontrare? Uno psicologo junghiano o un personal coach? Uno sciamano derviscio o un cartomante?
Acqua, acqua altissima, direbbe la mia nipotina di sei anni. Trovato il civico 22, la targa in ottone recita: “Marius Blancus, specialista in ipnosi”. Ok, posso anche andarmene.
Dell’ipnosi so poco e quel poco non mi piace. Sto davvero per girare i tacchi, quando mi ferma un pensiero: se me ne vado adesso, resterò al punto di partenza. Questa è almeno una possibilità. È un consiglio di Gisella, che è un’amica. E un medico.
Suono. Qualcuno mi apre e gracchia: «A sinistra, dopo il cortile».
Mi incuneo in un palazzo gigantesco, che sembra una piccola città multietnica. Il cortile è ampio e piuttosto sporco. L’ingresso dello studio si trova dopo una piccola rampa di scale. In cima, davanti a uno zerbino con scritto WELCOME, mi aspetta un signore con un sorriso seminascosto da una fluente barba sale e pepe. Il dottor Blancus in persona, I suppose.
«Carissima!» esclama. «Gisella è per me una sorella e tu sarai altrettanto!» Sembra un po’ sciroccato, ma sostanzialmente inoffensivo. Almeno per ora. Salgo i gradini e gli tendo la mano.
«Flora Daverio.»
«Marius Blancus.»
Spero che sia il suo vero nome, perché se è un nome d’arte se lo è scelto di schifo. Suona farlocco lontano un miglio ed evoca una credibilità prossima allo zero.
Lo studio è costituito da un bilocale striminzito. Nella prima stanza si trova una reception polverosa e ingombra di riviste, ninnoli e mobili mal assortiti. Nella seconda c’è spazio per una scrivania e due poltrone in pelle nera che sembrano aver vissuto momenti migliori. Ci accomodiamo lì.
«Nella mia vita precedente...» esordisce.
Taccio, abilissima nel celare il mio sconcerto.
«Be’, intendo la mia vita professionale precedente, non quella karmica» si affretta a precisare. Forse non sono così abile a mascherare il mio scetticismo.
«Insomma, in quella selezionavo il personale. Poi ho scoperto l’ipnosi e le sue magnifiche capacità di amplificare le percezioni. Da allora ho studiato per applicarla al meglio.»
Sì, come no.
Blancus mi guarda fisso negli occhi. «Non sono un ciarlatano. Mi sta a cuore il bene delle persone. La mia tariffa è di cinquanta euro, ma per gli amici di Gisella è gratis.»
Colpita e affondata. In forte imbarazzo, apro la bocca per dire qualcosa, ma lui si sovrappone alle mie incertezze.
«Se per te va bene, possiamo darci del tu.»
Nel tentativo di recuperare terreno, annuisco con vigore.
«Allora, qual è la tua area di miglioramento?»
Il 99% dell’umanità lo avrebbe chiamato “problema”. Blancus lo chiama “area di miglioramento”. Mi sto rapidamente convincendo che quest’uomo sia un genio.
Gli spiego in breve la questione. Blancus non fa un plissé. Quando ho finito, tira fuori un pendolino dalla tasca. Sì, vabbe’, Giucas Casella.
«Fissa il movimento oscillatorio e cerca di svuotare la testa. Non si possono evitare i pensieri, però se ne può accelerare il passaggio...»
La voce di Blancus è suadente, il movimento del pendolo (effettivamente!) ipnotico. Naturalmente, non credo a queste cose. Ma... le palpebre mi si fanno pesanti e non posso impedirmi di chiudere gli occhi. Improvvisamente si compie un piccolo miracolo. So di essere nello studio di Blancus, ma con gli occhi della mente ho di fronte a me un’altra me stessa.
«Dove sei?» mi chiede Blancus.
«Sul pia...