«Ci sono tanti dubbi su tutto. Anche sulla sua morte.
Marco non è morto come ci hanno fatto credere. Marco è stato ucciso!
Io l’ho pensato da subito; quando ho sentito la voce della sua manager dire: “Tonina, Marco non c’è più”.
L’ho pensato subito, dal primo istante, ma adesso ne sono più convinta che mai. Ci sono troppe cose che non quadrano! Mi sono letta tutti i faldoni del tribunale e lì ci sono troppe cose che non tornano!
Ma come? Portano via il cuore di mio figlio e io lo vengo a scoprire dopo quattro anni? Io non so neanche se Marco ha il cuore, là. Il medico se l’è portato a casa sua, a Bologna, dopo l’autopsia, perché aveva paura che lo rubassero, e non c’è nemmeno lo straccio di un verbale che gli dicesse che lo poteva fare.
Perché non hanno chiamato i RIS, quella sera? Perché non hanno preso le impronte digitali? Il dna?
E poi ho notato un’altra cosa. Le sue mani non erano rovinate! Hanno detto che era stato lui a devastare quella stanza d’albergo, dicevano che aveva spaccato tutto, eppure sulle sue mani non c’era nemmeno un graffio.
E non è tutto. Un mio amico medico mi ha detto: “Cara Tonina, una persona non riuscirebbe mai a mangiare quella quantità di cocaina capace di uccidere sei persone. È impossibile, uno morirebbe prima”.
E poi i segni che aveva sul viso… Io li ho visti bene, sai? Marco ha preso anche le botte prima di morire, te lo dico io!»
Questa confessione, estrema e disperata, Tonina me l’ha fatta un pomeriggio dell’estate 2013.
Ero andato a trovarla a Cesenatico nel pieno dilagare dell’ennesima polemica sul Tour vinto da Marco nel 1998.
Tante volte Tonina mi aveva espresso il suo dolore e i suoi dubbi sull’indagine di Rimini, ma quel giorno le sue parole erano più nette, sicure e taglienti, come se ad accompagnare quella sofferenza profonda ci fosse una lucida e nuova consapevolezza.
Non era solo il suo cuore di mamma a parlare.
In quel ragionamento disperato c’era un filo logico.
Troppi elementi erano in evidente contrasto tra loro.
L’assurdo disordine nella stanza e le mani di suo figlio intatte, senza nemmeno un graffio.
Quei segni sul collo e sul volto che facevano pensare a un’aggressione, mentre la perizia ufficiale escludeva di fatto quell’ipotesi.
E poi la quantità mostruosa di cocaina trovata nello stomaco di Marco: teoricamente mangiata. Ingurgitata.
Tonina sapeva benissimo che Marco non si sarebbe mai suicidato, e sapeva anche come fosse impossibile, per lui e per chiunque, inghiottire quella dose spropositata di droga.
Nella sua semplicità, Tonina aveva realizzato immediatamente che, se tutta quella droga si trovava nel corpo di suo figlio, qualcuno doveva averlo costretto a ingerirla con la violenza o con l’inganno.
Altro che assunzione accidentale!
Quello non era Pantani.
È la sera del 14 febbraio 2004.
Marco Pantani, 34 anni, viene trovato senza vita in una stanza al quinto piano del residence Le Rose, sul lungomare di Rimini.
Secondo la sua dichiarazione, sono circa le 20.30 quando il portiere entra nella stanza e scopre il cadavere di Marco.
Il corpo è steso al suolo, di fianco al letto sul soppalco.
Il torso nudo, le gambe distese, i piedi incrociati.
La sua guancia sinistra è immersa in una pozza di sangue che si estende attorno alla sua testa, e accanto, a circa mezzo metro di distanza, ci sono due palline di colore bianco, di cui una delle dimensioni di una noce e una minuscola. Sembra mollica di pane.
Quando gli investigatori arrivano sulla scena, circa un’ora dopo il ritrovamento del cadavere, si trovano davanti una stanza immersa nel caos più totale.
L’immagine che si stampa nei loro occhi ha un impatto molto forte.
Nel salotto al piano terra alcune sedie sono capovolte. La televisione e il forno a microonde sono sul pavimento, vicino a due materassi cui è stata lacerata la fodera e a un tavolo ribaltato.
Poi reti del letto, scarpe, posate, lenzuola sparse dappertutto.
Anche in bagno regna la devastazione: mobili a terra e uno specchio strappato dal muro, con sopra una sedia e una pentola.
Tutto in quella stanza è all’aria come se all’interno si fosse scatenato un tornado di potenza inaudita.
In un primo momento gli investigatori ipotizzano un decesso causato da una commistione di cocaina e farmaci: nella stanza, infatti, vengono trovate alcune confezioni di ansiolitici.
Il pubblico ministero Gengarelli dichiara a caldo: «Per il momento non ci sono ipotesi. Sono stati rinvenuti dei farmaci di natura ansiolitica che potrebbero aver avuto un determinismo causale con la morte. Però è tutto da verificare – ribadisco fino a stancarvi – con i risultati dell’esame autoptico».
Soltanto dopo l’autopsia, effettuata dal dottor Giuseppe Fortuni, gli inquirenti accerteranno che Marco Pantani muore tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio a causa di un arresto cardiaco provocato dall’assunzione di una spropositata quantità di cocaina.
Queste le dichiarazioni del dottor Fortuni dopo l’esame autoptico: «Allo stato attuale sono emersi degli elementi di natura spontanea riferibili a edema cerebrale e edema polmonare. Si può già da ora escludere, in modo assoluto, una causa traumatica violenta».
Gli inquirenti escludono così da subito la pista dell’aggressione, anche se sul corpo del Pirata vengono riscontrate alcune ferite alla testa, un taglio all’arcata sopracciliare sinistra, al volto, al ginocchio e alla caviglia sinistra.
Pantani arriva a Rimini il 9 febbraio, in taxi, direttamente da Milano. Con sé ha poche cose: una busta di plastica contenente i suoi farmaci personali, due T-shirt, l’occorrente per farsi la barba e un marsupio con molti soldi in contanti.
Dunque non ha bagagli e non ha nemmeno il telefonino, perché l’ha dimenticato a Milano nell’appartamento della sua manager, Manuela Ronchi.
In quella casa di Milano, il 31 gennaio, ha litigato con i genitori, che lo spronavano con forza verso un percorso di disintossicazione dalla droga.
Il confronto è stato molto duro: la mamma e il papà di Pantani erano molto preoccupati per lui e volevano che la sua vita subisse una sterzata decisa. Volevano convincerlo a disintossicarsi dalla cocaina.
Dopo il litigio, uscito dalla casa della manager senza bagagli e senza cellulare, Marco si rifugia per otto giorni all’hotel Jolly di Milano.
In quel periodo, come gli atti ufficiali hanno ricostruito, Pantani non ha più contatti diretti con i genitori e con la Ronchi, con la quale si sente soltanto un paio di volte al telefono, prima di partire in taxi per la Romagna quel 9 febbraio, alle 9 circa del mattino.
Arrivato a Rimini, Marco e il tassista vagano per un po’ nelle vie della città. Il Pirata non si ricorda bene l’indirizzo dell’appartamento dove risiedono coloro che ritiene siano i suoi spacciatori, perciò, quando pensa di essere nelle vicinanze, fa fermare la vettura, paga il prezzo concordato per il viaggio, recupera la busta di plastica e si incammina da solo.
Giunto all’appartamento incontra uno degli occupanti, il quale, come riportano le cronache, non potendo in quel momento esaudire la sua richiesta lo indirizza verso il residence Le Rose, posto esattamente di fronte all’abitazione, dicendogli che si sentiranno più tardi.
Pantani ci va e prenota la sua stanza, la D5.
Per un solo giorno.
Queste le parole del portiere del residence: «Il primo giorno che è arrivato sembrava tranquillissimo, sembrava normale, niente di particolare. Poi non lo abbiamo più visto negli altri giorni in cui è stato solo in camera, chiuso dentro, mattina e pomeriggio, sempre chiuso in camera».
Secondo la ricostruzione ufficiale, Marco non sarebbe mai uscito dal residence e nessuno sarebbe andato a trovarlo all’interno del suo appartamento.
In realtà sappiamo che non è così.
Intorno alle 21.30 di quello stesso giorno, un giovane si presenta alla reception del residence, chiede il numero della stanza di Marco Pantani e sale senza lasciare i suoi documenti. Il suo nome è Ciro Veneruso: è un pusher venuto a consegnare la droga al ciclista.
Lo scambio droga-soldi non avviene all’interno dell’appartamento: di lì a tre o quattro minuti, infatti, Veneruso – come dichiarato da lui stesso – scende da solo e viene raggiunto dopo un po’ di tempo da Pantani in un parcheggio vicino al residence.
Tuttavia il portiere, nelle dichiarazioni rese agli investigatori, non ha riferito di aver visto Pantani uscire quella sera. Ed è un particolare importante, perché dimostra come fosse semplice entrare e andarsene da lì senza essere notati.
In quei giorni passati a Rimini, il Pirata parlerà con la donna delle pulizie, con gli addetti alla reception per farsi portare i pasti, con tre ragazzi incontrati nel residence e con Oliver Laghi, il proprietario di un ristorante nelle vicinanze che gli ha lasciato il cibo in camera la sera prima del decesso.
La sua ultima cena.
Arriviamo così al 14 febbraio. Cinque giorni dopo il suo arrivo in quel residence di Rimini.
Marco Pantani è nella sua stanza.
Attorno alle 10.30 del mattino il Pirata telefona a Lucia Dionigi, la receptionist, chiedendo di chiamare i carabinieri e riferendo la presenza di persone nella sua camera che gli danno fastidio.
Inspiegabilmente, però, nessuno avverte i carabinieri. La sua richiesta rimane senza seguito.
Che strano… Pantani è un personaggio molto famoso, teoricamente un cliente di riguardo, da accontentare in ogni modo. Di solito, quando negli hotel c’è una celebrità, tutti si fanno in quattro e si prodigano per servirla nel migliore dei modi. Eppure, quando quella mattina chiede soccorso, Marco viene ignorato.
Il suo appello cade nel vuoto.
Dopo pochi minuti Pantani telefona ancora una volta alla reception per ribadire la sua richiesta: «Chiamate i carabinieri. Per favore!». Ma anche questa volta, sempre inspiegabilmente, nessuno li chiama.
Sono circa le 10.50 del mattino. Nessuno entra nella sua stanza fino alle 20.30.
C’è un buco di oltre nove ore tra quelle due telefonate e il momento in cui viene ritrovato il corpo senza vita di Marco Pantani.
Ore durante le quali possono essere successe molte cose.
«Per comprendere a fondo la dinamica di tutti gli avvenimenti di quel 14 febbraio 2004 a Rimini, devi vedere per intero il filmato girato dalla polizia nella stanza di Pantani: il video ufficiale dell’ispezione di quella notte al residence Le Rose.»
Con queste parole l’avvocato De Rensis mi invitava nel suo studio di Bologna.
Capivo dal tono della sua voce come quella richiesta rappresentasse in realtà un’apertura di credito e di fiducia importante nei miei confronti.
In precedenza avevo già visto parte di quel video, che era custodito nei nostri archivi di Mediaset. Alcune sequenze le avevamo anche mandate in onda, ma vedere l’intero filmato gi...