
- 106 pagine
- Italian
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eBook - ePub
In viaggio con Nicky
Informazioni su questo libro
Avventure e disavventure di famiglia in questi tre racconti di Jennifer Weiner. La separazione di mamma Kristal e le crisi adolescenziali del figlio Jon; i simpatici battibecchi tra la seria e capricciosa Josie e l'irresistibile e indomabile Nicky in In viaggio con Nicky e Solo dessert. E infine la complicità tra due sorelle adolescenti, che rischia di diventare un'arma molto pericolosa in Dora sulla spiaggia. Racconti divertenti e intensi a un tempo, nello stile unico di Jennifer Weiner. Contiene le prime pagine del nuovo romanzo dell'autrice, La prima cosa bella.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2013Print ISBN
9788838462092eBook ISBN
9788858510285SOLO DESSERT
Era un pomeriggio di fine giugno. Jon, Nicole e io ciondolavamo nella piscina sul retro della casa e guardavamo la mamma nuotare. Jon, che aveva quasi quattordici anni, continuava a prendere a calci la sedia di plastica gialla, seguendo il tempo della musica diffusa dalle cuffie del suo walkman. «Falla finita» esclamò mia sorella. Aveva quasi diciassette anni e si sentiva in diritto di dare ordini al nostro fratellino, che l’aveva scalzata dalla posizione privilegiata che aveva occupato fino al suo arrivo, anche se la superava già in altezza e, la primavera passata, l’aver giocato con la squadra di lacrosse l’aveva irrobustito molto.
Jon si mise a scalciare più forte. Nicki si sporse verso di lui, i grandi occhi marroni penetranti e le spalle tese. «Smettetela tutti e due» mormorai io, mentre la mamma toccava la sponda più lontana e cominciava un’altra vasca. La gonnellina del costume da bagno a fiori fluttuava nella sua scia. Nicki si lasciò cadere sul cuscino leggermente ammuffito della sedia a sdraio, che sembrava schiacciato dal peso del cielo grigio e umido. Anche gli alberi frondosi e i prati rigogliosi del quartiere residenziale del Connecticut dove abitavamo sembravano avviliti per il caldo. C’erano più di trenta gradi costanti dall’inizio di giugno e non aveva mai piovuto, anche se tuonava tutte le notti.
Mamma fece un altro giro e attaccò un’altra vasca, passando dal crawl al dorso, con la testa che usciva ed entrava dall’acqua. Non riuscivo a capire se sotto gli occhialini tenesse gli occhi aperti o chiusi.
«Perché non si mette un costume decente?» borbottò Nicki, rivolta a nessuno in particolare. Proprio lei, che aveva un bikini malconcio, verde acceso a pois neri, con gli slip molto sgambati e il reggiseno quasi inesistente.
Mi slacciai gli scarponcini da lavoro e mi asciugai la fronte con la manica della camicia, inspirando l’odore di benzina che era rimasto impregnato nei vestiti. Quella primavera avevo deciso di seguire al college un corso di studi sulle donne ed ero tornata a casa ben decisa a non fare nessun lavoro tipicamente femminile. Avevo rifiutato un impiego come baby-sitter e un altro come commessa nella profumeria del centro commerciale ed ero andata a lavorare in una società che si occupava di giardini, dove guadagnavo sei dollari l’ora per spingere una grossa falciatrice rossa su e giù per i parchi che circondavano gli uffici. Era un lavoro miserabile e in cambio non avrei nemmeno avuto un’abbronzatura da sfoggiare: le regole della Lavish Landscapingim ponevano jeans lunghi, perché le falciatrici sollevavano pietre, schegge e frammenti di vetro e c’era il rischio di ferirsi le gambe.
Mi levai la maglietta e cominciai a farmi aria con il cappello da baseball della Lavish.
Nicki mi lanciò un’occhiata. «Mettiti sottovento» mi ordinò.
«Mi sto dando da fare per difendere le pari opportunità.»
«Quello che è certo è che puzzi come un uomo» disse lei.
Jon si tolse le cuffie e le mise intorno al collo. «Hanno respinto un assegno della mamma al concessionario» disse.
Nicki fece un sibilo disgustato. «Oh» dissi io. Strizzai la maglietta con un misto di dolore e di indignazione. Ero dispiaciuta che la mia famiglia, mia madre in particolare, si cacciasse sempre in situazioni del genere; e mi sentivo indignata perché, in un modo o nell’altro, toccava sempre a me tirarla fuori dai guai. Le braccia della mamma si muovevano come pistoni, su e giù, entrando in acqua senza fare nemmeno uno schizzo. Quando avevano scavato il terreno per costruire la piscina e l’avevano riempito di cemento, tutti e cinque avevamo inciso sul fondo i nostri nomi con un bastoncino. Ed erano ancora lì, sotto l’acqua e le mattonelle.
Nicki rovistò nella ghiaia con le unghie dipinte di rosa. «Devo trovarmi un lavoro» disse.
«Che fine ha fatto quel posto di baby-sitter?» Le avevo passato tutte le offerte di lavoro che avevo scartato e fino a quella mattina aveva lavorato per una famiglia che abitava nella nostra strada.
Nicki scosse la testa senza dire una parola, lasciando che fossi io a riempire il vuoto: a) il padre aveva cercato di toccarle il sedere, b) la madre le aveva chiesto di svuotare la lavastoviglie mentre i bambini facevano il pisolino, c) i bambini erano pestiferi, oppure una combinazione delle tre possibilità. O forse uno dei due genitori le aveva chiesto con simpatia melensa: “Come vanno le cose a casa?”.
«Alla Lavish Landscaping cercano gente» le proposi. Nicki bofonchiò qualcosa di incomprensibile e si mise un asciugamano sotto la testa. Anche quando era scocciata, era adorabile con quella massa di riccioli compatti, il viso piccolo a forma di cuore che si accordava perfettamente al corpo sottile. I geni più carini della famiglia erano capitati a lei, mentre io avevo fatto incetta tra quelli che producevano ciccia, goffaggine e acne.
«Niente sforzi fisici!» proclamò, arricciando le labbra.
Allungai una mano, presi il giornale che la mamma aveva ficcato sotto la sua sedia e lo sfogliai fino ad arrivare alle pagine degli annunci economici. «Casa di riposo Avon. Dovrebbe essere facile. Dare la pappa agli anziani e farli scorrazzare un po’ in sedia a rotelle.»
Il broncio di Nicki si fece più marcato. «Josie» disse, in quel tono di finta pazienza che preludeva a un attacco di nervi. «Sai cosa penso dei vecchi.» Prese il suo baby olio e se ne mise un po’ sui capelli. «E per essere precisi, della gente in generale.»
Mi rimisi a leggere gli annunci. «Il dipartimento dei parchi sta ancora cercando dei lavoratori stagionali.»
«Niente gente, ho detto!» proclamò stringendosi nelle spalle. «Non ho nessuna intenzione di passare le mie giornate a dire a un branco di idioti dove possono andare a nuotare o dove si trovano i sentieri per passeggiare.» Prese il tubetto di crema solare e se ne spalmò una dose abbondante sul décolleté.
Insistetti. «Qui c’è scritto che cercano addetti alla manutenzione.»
«E che cosa significa?»
Provai ad azzardare un’ipotesi. «Non dovrai vedertela con la gente, solo con il casino che lascia in giro.»
Nicki fece una smorfia evasiva.
«Non dovrai parlare con anima viva. Solo passeggiare per il bosco e raccattare con un bastone le cartacce.»
Si mise a sedere, intrigata dall’immagine della frescura del bosco e di qualcuno che l’avrebbe pagata per infilzare qualcosa.
«I servizi sono all’esterno» disse Jon.
«Cosa?» chiese Nicki. Io le spiegai. «Be’, probabilmente nel bosco non ci sono toilette.»
Nicki storse la bocca. «Non se ne parla!» gridò. Buttò il tubo di crema solare sulla ghiaia e si spalmò furiosamente sulla pancia quella che aveva già spremuto. «Perché mi date tutti il tormento?» piagnucolò sul cuscino. Milo, il nostro bulldog, si avvicinò, attratto da tutta quella agitazione. Si avvicinò cautamente per annusarle i piedi, ma il suo respiro asmatico ne denunciò le intenzioni. Nicki sventolò le braccia: «Vattene, cagnaccio!». Milo si incamminò triste lungo il pendio che portava al portico sul retro della casa, mentre la mamma tirò fuori la testa dall’acqua.
«Potresti lavorare da Friendly» disse.
Nicki per un po’ stette zitta, come se quell’osservazione fosse troppo assurda per permetterle una risposta rapida. Finalmente scelse un: «Chi ti ha invitato a partecipare a questa conversazione?».
La mamma sorrise e si scosse l’acqua. «Vi ho ascoltati mentre nuotavo.»
Nicki non vedeva l’ora di litigare. «È impossibile che tu abbia sentito se avevi la testa sott’acqua.»
«Ti sbagli.» La mamma fece una spettacolare capriola all’indietro dove l’acqua era bassa e riemerse tutta gocciolante. «Potresti lavorare da Friendly» ripeté. «Stanno cercando un’addetta ai gelati.»
Non mi restava che sottolineare un’ovvietà. «Il problema è che Nicki non è esattamente friendly, insomma, non è una simpaticona.»
Nicki si voltò rabbiosa verso di me. «Non sai far altro che criticare!» Guardò verso la casa e scorse Milo che russava, sdraiato per terra, all’ombra del tavolo da picnic.
«Vieni qui, cucciolo!» lo blandì. Milo continuava a russare. «Milo!» chiamò. Milo sollevò il testone e la guardò con diffidenza. «Ehi, piccolo Milo!» canticchiò. La mamma osservava la scena dall’acqua: Milo abbassò il muso finché la mascella toccò terra, poi si rimise a dormire. Jon rise. Nicki scese dalla sdraio e si incamminò a passo di marcia verso la staccionata che divideva la piscina dal giardino.
«Cane!» gridò. Milo si alzò in piedi e trotterellò vivace dentro casa. Nicki mi rivolse uno sguardo assassino. Il telefono portatile appoggiato sull’asciugamano della mamma si mise a squillare. Il suono fendette l’aria appiccicosa mettendo a tacere la risata di Jon e le urla di Nicki. Mia sorella si irrigidì. Jon si voltò e la mamma si immerse nuovamente nell’acqua, percorrendo tutta la vasca sott’acqua, in apnea.
Quando finalmente il telefono smise di squillare, mia sorella tornò sui suoi passi e afferrò l’apparecchio. Si buttò sulla sedia, compose un numero di telefono e disse: «Sì, un abbonato di Avon, Connecticut. Avrei bisogno il numero di Friendly, per favore».
Era l’estate del 1988. Io avevo diciannove anni, le cosce grosse e la pelle bruciata dal sole. Avevo appena finito il mio primo anno al college. I miei genitori, che in autunno stavano ancora insieme, almeno formalmente, in settembre mi avevano accompagnato al campus, ma quando l’anno accademico era terminato, ero tornata a casa in treno: un piccolo convoglio per andare dal campus alla stazione di Princeton, poi un vero treno fino a New York e un altro per Hartford che passava da New Rochelle e New Haven. Era venuta a prendermi al binario mia sorella e mi aveva portato a Somersby, nella nostra casa gialla con le tapparelle nere, in Wickett Way.
Nicki aveva preso la patente in primavera, ma al volante della grande station wagon della mamma sembrava ancora una bambina che faceva finta di guidare. «Tieniti forte» disse quando sterzò, sgommando, per entrare nel vialetto di casa. L’intonaco si stava spelando, il prato era trascurato e incolto, disseminato di cerfoglio selvatico e soffioni. Qualcuno, sospettai che si trattasse di Nicki, era andato a sbattere contro la cassetta della posta. Il palo di legno che la reggeva era scheggiato e pendeva a sinistra, come se stesse per crollare da un minuto all’altro.
La situazione dentro casa non andava molto meglio. Fin dalla prima notte mi resi conto che mio fratello aveva praticamente smesso di parlare, mia sorella sembrava sempre sul punto di prendere a pugni qualcuno e mia madre passava più tempo in acqua che fuori. Quando non nuotava, insegnava matematica ai ragazzini che erano stati rimandati e ignorava il telefono.
Riuscii a sopravvivere a giugno e luglio passando tutto il mio tempo libero chiusa nella biblioteca pubblica a leggere l’opera omnia di Judith Krantz, acquattata in un posto lungo il muro sul fondo della sala di consultazione, nel tentativo di evitare i miei vicini e i vecchi compagni di classe. Quando Jon venne invitato a un ballo al country club, consultai un libro della biblioteca per imparare a fare il nodo alla cravatta. Poi si ruppe lo scaldabagno, allora prelevai i soldi che avevo conservato dal mio bar mitzvah e li diedi a mia madre per ripararlo. Mi aspettavo una manifestazione spropositata di gratitudine, tipo quando in Piccole donne Jo vende i suoi capelli per dare alla mamma i soldi necessari a raggiungere il capezzale di papà. Invece mia madre si infilò i soldi nella tasca dell’accappatoio, fece un cenno di ringraziamento e si immerse sott’acqua per raggiungere in apnea l’altro lato della piscina.
Nuotava, e sembrava non notare che le mattonelle azzurre si stavano staccando a una a una e che l’acqua aveva preso una bizzarra sfumatura verdognola, visto che non potevamo più permetterci qualcuno che si occupasse della manutenzione e neppure i prodotti chimici per farla da soli. Nuotava fino alle otto di sera e anche oltre, dopo che il sole era tramontato e la spessa aria notturna si animava di lucciole. Una volta, tra strida e sbattere d’ali, era comparso dal retro della casa uno stormo compatto di pipistrelli. Lei procedeva, bracciata dopo bracciata, un metro dopo l’altro, mentre il telefono squillava per poi smettere, mentre noi tre ce ne stavamo sulle sdraio, avvolti negli asciugamani bagnati, a guardarla.
Nicki ci prese tutti in contropiede fissando un appuntamento con quelli di Friendly, dove venne immediatamente assunta come addetta ai gelati. Ci assicurò che per lei era l’ideale. Avrebbe lavorato vicino ai frigoriferi dove faceva un bel fresco e dietro un bancone lunghissimo di acciaio inossidabile che le avrebbe permesso di tenere a distanza le persone sgradevoli. Le cameriere le passavano le ordinazioni; Nicki preparava quello che doveva e poi premeva un interruttore che accendeva dei numeri su una lavagna e a quel punto arrivavano le cameriere per prendere coppe e coni e portarli ai tavoli.
Ogni tanto mi fermavo all’ora di pranzo e trovavo Nicki con un completo di percalle bianco e blu e un grembiulino bianco e pizzuto, piegata sulle vasche di caramello pastoso e di deliziosa fragola, che armeggiava valorosamente con le sue braccia magre per prelevare il gelato. «Vattene!» borbottava senza alzare la testa. Quando riusciva a staccarne una porzione, si raddrizzava con il piatto in mano, destreggiandosi agilmente sulle scarpe da ginnastica appiccicose tra i contenitori di plastica, dentro i quali erano custodite ciliegie al maraschino, praline e zuccherini colorati.
Sul petto, come una medaglia al valore, era appuntata una spilletta colorata fornita da Friendly, che ogni settimana recitava uno slogan diverso: UNO LO COMPRI E UNO TE LO REGALIAMO! Oppure: OGGI PROVA IL CONO! Poi c’era una targhetta rettangolare su cui era scritto: CIAO. SONO... con uno spazio dove ogni commesso avrebbe dovuto scrivere il suo nome. Ma Nicki, con un fondo di perversione, cambiava nome tutte le sere. Lunedì era Wendy, martedì Juanita, e Shakina il giorno dopo. Odiava la familiarità implicita che i clienti le manifestavano chiamandola con il suo vero nome e provava un grande godimento nel vedere la gente che si avvicinava al bancone, nell’erronea convinzione che lei li avrebbe serviti oppure aiutati in qualche modo, e che si sforzava di chiamarla con quei nomignoli strani ai quali lei non rispondeva mai al primo colpo.
Spiare Nicki mentre lavorava divenne un’occupazione costante per me, Jon e la mamma, uno dei pochi piaceri che ci riservavano quei mesi così caldi. Dopo cena, quando finiva il gioco a quiz di turno, la mamma si guardava attorno. Jon di solito era spalmato sul divano con i suoi bermuda color kaki e una maglietta troppo stretta e gettava in aria una pallina da tennis ascoltando il walkman. Milo sonnecchiava sul pavimento e io me ne stavo accoccolata in un angolo del divano con una rivista in braccio. Facevo tutti i test di «Cosmopolitan». Ma tu come baci? Sei l’anima della festa o fai tappezzeria?
«Forza, ragazzi» diceva la mamma. «Qualcuno ha voglia di un bel gelato?» Ci infilavamo nella station wagon, ci lasciavamo alle spalle la cassetta delle lettere in equilibrio precario e facevamo un quarto d’ora di strada per raggiungere la Route 44 dove, dopo aver superato un breve tratto di strada affollato di negozietti e fastfood, sv...
Indice dei contenuti
- Copertina
- In viaggio con Nicki
- IN VIAGGIO CON NICKI
- SOLO DESSERT
- DORA SULLA SPIAGGIA
- Nota dell’autrice
- Ringraziamenti
- LA PRIMA COSA BELLA
- I romanzi e i racconti di Jennifer Weiner
- Copyright