Sono solo due le cose durature che possiamo sperare di dare ai figli. Una sono le radici. L’altra le ali.
HODDING CARTER
Sono a Firenze, ospite di un’amica nel suo bell’appartamento in centro storico. Con lei ho passato molti anni, tra alti e bassi, e per me è come una sorella. È al lavoro e io sono sola in casa. Nonostante sia un pomeriggio piovoso, ho voglia di uscire a fare quattro passi per respirare quell’atmosfera fiorentina carica di storia, di arte e di tanta bellezza che ispira il cuore e l’anima. Fuori è umido, tuttavia c’è di buono che un tempo del genere concilia il raccoglimento e l’introspezione.
Amo i momenti tutti per me e questa giornata piovosa è l’ideale per stare in compagnia dei miei pensieri e dei miei ricordi qui a Firenze. Stivali di gomma e ombrello aperto, cammino senza una meta, al ritmo del ticchettio delle gocce d’acqua sulla tela rossa dell’ombrello, mentre sull’asfalto bagnato sfrecciano le auto, lasciandosi dietro la scia luminosa dei fari accesi. Procedo per le strade del centro storico, senza sapere dove i miei passi mi stiano portando. Vedo pullman carichi di turisti stranieri, avidi di portarsi a casa tutto quello che questa città, unica al mondo, sa offrire. E penso che noi, invece, spesso diamo per scontate la bellezza e la ricchezza che il nostro prezioso passato ci ha lasciato. Non ne siamo attirati né incuriositi, preferendo volare verso mete esotiche.
A un certo punto del mio peregrinare vengo attirata dal via vai di alcuni turisti all’ingresso degli Uffizi. Non avevo programmato una visita al museo, eppure mi ritrovo ad attraversare la strada e a entrare. Dentro mi si spalanca il cuore e vorrei essere sola per potermi gustare tanta bellezza. Cammino lentamente, facendomi strada fra i gruppi di visitatori accalcati di fronte alle opere d’arte, quando la mia attenzione viene catturata da un famoso dipinto: La Primavera del Botticelli.
Mi fermo, di colpo, incantata in particolare dalle Tre Grazie, danzanti sul prato fiorito con le mani intrecciate tra loro e gli sguardi complici. Riallaccio il filo dei pensieri, là dove poco prima si è interrotto sotto la pioggia, ma questa volta esso segue un corso tutto suo, sprigionato direttamente dal capolavoro che sto ammirando.
Sono totalmente avvinta dalla bellezza e dalla leggerezza delle Tre Grazie, oltre che dal loro fare gioioso, dimostrazione di una complicità tutta femminile. La tela porta con sé il mistero delle cose profonde che non si svelano completamente e regala gioia di vivere a chi si ferma, anche solo per un istante, a guardarla. Mostra un momento di felicità, piena e condivisa.
Più la osservo e più è come se la mia mente e il mio sguardo si espandessero: le Tre Grazie non sono altro che il simbolo della femminilità, avvolte in quei vestiti lunghi, svolazzanti e setosi che danno sontuosità e importanza alla parola «femmina». Rappresentano il meglio dell’universo femminile. Incarnano ogni donna che ama ed è riamata, che viene ammirata e che resiste ai contraccolpi della vita e ai cambiamenti del tempo, alle fatiche di ogni giorno, in quell’eterno girotondo di armonia e leggerezza. Vedo che si sostengono a vicenda, senza ostacolarsi, ma danzando all’unisono, in punta di piedi.
Per tale motivo, totalmente assorta, rimango immobile a contemplare quella tela che sembra viva, e sento l’anima di quelle donne che danzano a piedi nudi sulla nuda terra. Sono rapita da questa scena di vita che ha il sapore dell’eterno, dove persino il tempo perde la sua competizione con lo scorrere della vita. Il tempo, infatti, si arrende quando l’amore non gli dà spazio di esercitare il suo naturale logorio e quello rappresentato nel quadro è amore: puro, universale ed eterno, ossia l’amicizia.
Per dieci minuti rimango con gli occhi stregati a osservare queste fanciulle. Esempi di madri, sorelle e amiche, unite da un affetto autentico che apre al sogno di tutte noi, spalancando le porte di quel mondo dove esiste solo il Bene. Quel mondo che è dentro di noi. Ecco allora che per me anche il tempo si ferma ad ammirare la dolce ma tenace ambizione di quella tela, regalandomi un’improvvisa e inaspettata gioia di vivere.
Per guardarla ci vogliono gli occhi, ma per capirla serve l’anima che fa sentire il brivido di emozioni, ahimè, perdute. È un dolce e attraente mistero quello della Primavera del Botticelli, uno dei miei dipinti preferiti: mostrare il Bene che sta dentro di noi attraverso l’amore che si apre al sogno. Un’utopia pensarlo. Tuttavia fa bene al cuore.
I teneri ricordi accarezzano le rughe dell’anima
Esco dal museo e, seduta al tavolo di un bar, proprio di fronte alla vetrata che si affaccia su una delle vie centrali di Firenze, comincio a osservare le persone che camminano. Riesco a vederle in faccia, dato che ha smesso di piovere e gli ombrelli rimangono chiusi. In particolare attirano la mia attenzione le donne di tutti i tipi ed età che passano davanti a me, come fossero comparse di un film. Sono estranee che camminano di fretta, dribblando le pozzanghere.
Eppure mi sembra di conoscerle: mamme impegnate a spingere passeggini imbevuti di pioggia, artiste con le cartelle sotto braccio, ragazze in leggings, studentesse in bicicletta, signore con decolleté e tacco alto, due vecchiette che camminano chiacchierando e pure qualche nonna a spasso col suo nipotino... Italiane, americane, francesi, tedesche...
Uscita dal quadro, ops, dal sogno di poco prima, mi ritrovo ora immersa nella realtà. A un certo punto passano due donne che camminano vicine, chiacchierando fitto. Hanno fatto shopping, data la quantità di borse che si portano appresso, e ridono. Si capisce che sono amiche: tra loro c’è una complicità non improvvisata. Immagino che probabilmente si conoscono da molto tempo, forse fin dagli anni di scuola, probabilmente hanno condiviso pezzi di vita importanti.
Guardandole, vengo colta da un’amara consapevolezza: nella mia vita ho avuto pochi legami femminili forti, autentici e duraturi. Avrei voluto una catena di abbracci e di comprensione, invece ho sperimentato rare volte, di sfuggita, quel rapporto di amicizia fra donne, fatto di condivisione, che ho sempre cercato.
Un contrasto tra la mia esperienza e l’immagine femminile delle Tre Grazie. La stessa che ho ritrovato nelle due passanti di poco fa. Il mio rapporto col mondo femminile è stato complesso e sofferto, poche volte autentico come avrei sognato, a cominciare da quello con mia madre. Di rado, infatti, ho avuto un sostegno da parte di una donna e condiviso con lei un’alleanza femminile. Hanno prevalso troppo spesso altri sentimenti, come la gelosia celata da sorrisi di benevolenza e complimenti di circostanza. Più che amicizie, ho collezionato invece molte conoscenze.
Rapporti che, col passare del tempo, mal celavano il sapore amaro dell’opportunismo. Eppure da sempre ho cercato di costruire legami puri, fondati sulla lealtà, sul rispetto reciproco e sulla fiducia che tutti desiderano e pretendono. Un po’, per fare un paragone moderno, come fra le protagoniste di Sex and the city: quattro amiche che si aiutano, sempre presenti le une per le altre nei momenti più critici. È proprio una fiction!
Fin da piccola ho desiderato avere delle amiche con cui condividere momenti della mia vita e ogni tanto mi chiedo perché non sono stata ricambiata quando ne ho avuto bisogno, quando mi sono fidata, quando ho fatto i salti mortali per aiutare un’amica in difficoltà. Perché tutto questo bagaglio di amore l’ho sempre seminato al vento?
Mi sono interrogata a lungo. E ho provato a rispondermi: forse per il mio modo di vivere come una nomade? Forse perché chi ha un carattere schietto non sempre viene accettato e non si perdona facilmente chi dice tutta la verità? Ma se si tiene all’altro, si deve essere aperti e disposti a discutere... Di solito mi metto in gioco, cerco di capire quali possono essere i miei errori, ma a volte penso che, per contrastare mia madre e il suo modo di concepire l’amicizia, io abbia finito per fare scelte sbagliate.
Ogni volta che credevo di incontrare un’amica, mia madre mi metteva in guardia e io facevo l’opposto, impuntandomi. Davo il cento per cento di me stessa e mi aprivo, assecondando la mia indole spontanea, quasi a voler dimostrare a mia madre che si sbagliava. Se però capitava che avessi bisogno di aiuto, non venivo contraccambiata.
Ho conosciuto la freddezza e il distacco, e spesso mi sono imbattuta in donne opportuniste che mi avvicinavano, abbindolandomi, per un secondo fine: squisite al momento giusto e poi pronte a pugnalarmi alle spalle quando non servivo più. Perché ho scelto “amiche” così per starmi vicino? A che tipo di donna ho dato il mio tempo e il mio amore? Aveva ragione mia madre...
La mia colpa è stata quella di volerla contraddire a tutti i costi, perché non andavamo d’accordo. E questo l’ho pagato caro. Infatti, per tutto il tempo in cui sono stata male, ben poche di quelle che avevo creduto essere mie amiche sono venute a farmi visita o si sono informate sul mio stato di salute. Sono invece stata sorpresa da tutte le persone a cui non mi legava una profonda amicizia e che invece mi sono state accanto come hanno potuto. Persone semplici, ma vere.
Tuttavia la mia vita è piena di donne, ricca di presenze e storie al femminile, tanto da aver “collezionato” centinaia di quelle che chiamo «amicizie a pezzettini», in quanto hanno segnato pezzi della mia vita senza magari proseguire nel tempo.
Perciò oggi mi ritrovo a conoscere molte donne, ma poche posso considerarle punti di riferimento: due vivono all’estero, una ormai ha una certa età e una è accanto a me, Claudia. In particolare, per quanto riguarda la mia storia segnata dall’esperienza del dolore, se avessi avuto qualche amica vera vicino che mi avesse sostenuto, sarebbe stato forse più bello di un amore di coppia. Quello può svanire, ma un amico resta per sempre... mi hanno detto! Qualcuno che in un momento di difficoltà ti dice «Sono qui. Non ti preoccupare, ti aiuto io» è la cosa più bella del mondo e dà sollievo più di una terapia.
Considerando che ognuno ha i suoi problemi, alcune donne le capisco, ma altre no: quelle viziate dal potere e dal denaro sono felicissima di non frequentarle più! Solo nell’arte e nella letteratura vengo ancora rapita dalla grazia e dalla bontà dell’amicizia al femminile.
Purtroppo tra le donne c’e sempre un po’ di competizione. Io al contrario desidero donare aiuto e collaborazione. Fa parte della mia indole essere altruista, e mi fa sentire bene. Quando ci frequentavamo, avrei desiderato che qualcuna di queste persone che consideravo amiche mi chiamasse e mi mettesse al corrente dei propri problemi. Il fatto che non lo facesse mi dispiaceva tanto. Che non si confidasse per me voleva dire che non era anche in questo una vera amica e che dava poco valore alla mia amicizia. Ignorare chi ha bisogno – di aiuto, di ascolto, di amore – per me è come una bestemmia.
Mi rendo conto di non essere stata capace di mettere a fuoco le donne, come invece sono riuscita a fare con gli uomini, tra cui ancora oggi ho diversi amici, veri.
Come mai? Forse perché l’uomo è più semplice, mentre la donna paga lo scotto di elementi atavici che la rendono competitiva. Sempre all’erta, poco capace di fare squadra, anche se imbattibile nel creare e mantenere in piedi una famiglia, perché per difendere i propri cuccioli e il proprio territorio tira fuori gli artigli.
Guardando le Tre Grazie, se da una parte sono riaffiorate domande sofferte e da tempo sopite, dall’altra si è alimentata la speranza che possa esistere quel rapporto al femminile che sa di sogno. Anche per questo ho deciso di scrivere questo mio quinto libro e di dedicarlo alle donne, protagoniste delle storie che racconto e della mia vita “spampanata”.
Può succedere che si incrini un rapporto, magari per una discussione, ma se veramente si tiene all’altro, ci si deve chiarire. Spesso invece le persone si comportano in modo ottuso e orgoglioso, arrivando addirittura a non parlarsi per anni. Parlarsi, cercare di capirsi, chiedere scusa e perdonarsi: questo significa essere davvero amici. Se poi un comportamento sbagliato è recidivo, magari per nostalgia di quell’affetto, attenzione alle avvisaglie che in passato non abbiamo saputo cogliere!
Uno strano destino
Ho conosciuto le varie facce del successo, l’agiatezza, le paillettes del palcoscenico, la popolarità, la voglia di sperimentare e di vivere al massimo, ma non sono mai stata dipendente da tutto questo. È come se non mi fosse mai appartenuto. Così vivo leggera e risoluta con il vento in poppa! Quando fai un percorso nella tua esistenza, tra alti e bassi, e riesci a intravedere la semplicità della vita, sei libero.
Scrivere poi mi ha aperto un mondo nuovo e mi ha dato molte soddisfazioni che oggi sento il desiderio di condividere. Per questo mi ritrovo con una biro in mano e un notes sulle ginocchia a dare corpo ai miei pensieri, intrecciando storie dove cedo il posto da protagonista alle tante sfaccettature dell’universo femminile, attraverso le esperienze mie e delle donne che hanno incrociato a vario titolo la mia vita.
Dall’infanzia alla maturità, dal periodo d’oro della notorietà a quello buio – quando ho dovuto affrontare dure prove che ho già raccontato nei miei precedenti libri – fino ai giorni tranquilli e profondi che vivo oggi con la certezza che in tutti i momenti, fortunati o critici, ho spesso intravisto una forza positiva emanare dal mondo femminile. Un’energia buona che va esercitata e che deve uscire ora più che mai. Non sempre però è facile farla emergere, soprattutto quando sembra che tutto vada per il verso sbagliato.
Credo infatti che un alleato che ci accompagna nella quotidiana battaglia della vita sia il destino. È lui che ci fa incontrare, che fa accadere le cose anche più impensabili, come quando la pallina da tennis tocca la rete e in una frazione di secondo lascia giocatori e spettatori col fiato sospeso, finché non cade. In quale campo? Chi si aggiudicherà la vittoria del match? Ognuno di noi ha una stella che lo guida e che gli porta più o meno fortuna. Ad alcune persone sembra che vada tutto bene, tutto facile, mentre altre fanno fatica a guadagnarsi anche le cose più semplici.
Tuttavia penso che al destino si debba dare una mano. È come quando si parte per una viaggio: se le ruote dell’auto sono sgonfie, non raggiungeremo mai la meta. Non possiamo rimanere fermi, come spettatori di una fiction senza poter cambiare canale. Dobbiamo reagire. Quali sono allora le parole magiche per diventare i registi della parte buona della nostra vita? Accettazione e comprensione. Ma credo sempre che l’affetto e l’amore facciano miracoli, poiché si superano tutte le difficoltà attraverso la condivisione con qualcuno a cui si vuol bene.
Fino agli anni Novanta, prima della scomparsa di mio figlio Christian, sembrava che fossi baciata dalla fortuna. Mi sono capitati incontri e opportunità incredibili, per molti aspetti ho avuto una vita dorata, appagante, tuttavia non stavo bene con me stessa.
Poi tutto è cambiato, come se la mia sorte si fosse ribaltata e la vita avesse deciso di riprendersi quello che mi aveva dato. Invece è stato un percorso che mi lasciato un bagaglio di esperienze importanti, come una corazza con cui, da guerriera, affrontare tutto. Anche nei rapporti quotidiani, in amore e in amicizia, spesso è così: sembra che il destino e la casualità coincidano, guidando l’incontro con l’anima gemella o con l’amica del cuore. Eppure ciò che chiamiamo destino non è altro, il più delle volte, che la conseguenza delle nostre stesse azioni: per esempio, se cerchiamo l’uomo della nostra vita, ma collezioniamo soltanto fallimenti, è probabile che ci sia qualcosa dentro di noi che non va, quindi prima dobbiamo lavorare su noi stesse e allora le cose cambieranno, e se anche non trovassimo l’uomo della nostra vita, staremmo comunque meglio.
L’elemento chiave è il tempo che ci rincorre: vogliamo sempre manipolare il passato, il presente e pure il futuro, cercando di trarne un vantaggio, invece dovremmo vivere intensamente e unicamente il presente – non sono la prima a dirlo e a pensarlo – senza l’ansia per ciò che è stato e la paura di quello che verrà.
Nella vita, infatti, che ci piaccia o no, è insito il dolore e ogni giorno è una conquista. Per questo ho imparato ad accettare che da ogni difficoltà si può trarre la forza per andare avanti. Ne sono convinta, perché credo che viviamo in un mondo retto da un Dio buono e che quindi nulla accada per caso.
Una scorpacciata di malinconia
Decido che è ora di lasciare la mia postazione davanti alla vetrata del bar nel centro di Firenze. Mi alzo, pago la consumazione e riprendo la via per tornare all’appartamento, dove mi aspetta la mia amica per uscire a cena. Giunta a destinazione, mentre il sole sta tramontando, condivido l’ascensore con madre e figlia che non conosco. Sono imbronciate e si lanciano frecciate di fuoco con gli occhi. Intuisco che sono nel pieno di un litigio e che la mia presenza le ha costrette a una tregua forzata. Arrivata al piano, scendo e, mentre le porte si richiudono, sento l’inizio di una discussione animata che sfuma, man mano che l’ascensore procede nella sua salita.
Inevitabili il ricordo di mia mamma e un pensiero: forse chi ha avuto affetti sicuri nella vita non cerca conferme d’amore. In caso contrario, le cerca tutta la vita dagli altri, senza riuscire a trovarle. È dall’infanzia, infatti, che dobbiamo sentirci protetti e amati, così da poter crescere liberi e sicuri.
Io questo non l’ho sperimentato e ho dovuto combattere da sola i miei mostri interiori a costo di grandi sofferenze. Per molto tempo ho cercato disperatamente di essere amata, ma ora, dopo mille vicissitudini ...