È mia nonna Ester che mi ha fatto l’orlo al grembiule. Il grembiule è obbligatorio alla scuola delle Orsoline. Dicono che così, con il grembiule, siamo tutte uguali e non possiamo fare le vezzose. Forse hanno anche ragione, ma che bisogno c’era di imporlo tutto nero? Sembra un sacco per il carbone.
«Allora, Ester? Sono dieci minuti che te lo rigiri tra le mani. Che aspetti a provartelo? Gli ho fatto solo l’imbastitura e se la misura è giusta devo ancora cucire l’orlo, mica ho solo questo da fare!»
«Sì, sì, nonna, ora me lo metto.»
Intanto apro l’anta dell’armadio grande, quello che troneggia nella camera dei miei genitori, dove c’è lo specchio intero. Mi vedo riflessa. E dietro di me vedo riflessa nonna Ester. Nera come il grembiule. Ma lei si veste sempre di nero. Forse perché è vecchia. Non so per quale motivo i miei mi abbiano dato il suo stesso nome. Guardo bene i nostri due riflessi per vedere se è perché ci assomigliamo. Nonna Ester è magra e piccolina, non arriva nemmeno alla spalla di nonno Ettore. Anch’io sono piccolina, ma è solo perché devo ancora crescere. La nonna invece sembra rimpicciolirsi ogni anno di più. E poi io magra non sono, anzi, ho paura di essere un po’ cicciottella. Gonfio le guance per vedere come starei se fossi proprio una cicciona…
«Ti decidi a mettere questo grembiule una buona volta, invece di star lì a fare le smorfie davanti allo specchio?» incalza la nonna alle mie spalle.
«Subito, nonna, adesso lo provo» le rispondo svuotando in un soffio le guance dall’aria. Devo fare la famosa “prova dell’orlo”. Suor Carolina ci ha spiegato cento volte in cosa consiste.
«Per controllare se la misura è giusta» ci ha ripetuto con quella sua vocetta nasale e il ditino alzato «indossate il grembiule e poi inginocchiatevi. Badate bene, l’orlo deve toccare il pavimento. Non si deve vedere nemmeno un pezzettino di carne così» e abbassava l’indice verso il pollice come se stesse prendendo per le ali un moscerino. «È una questione di pudore, ragazze.» Poi, alzando gli occhi al cielo e congiungendo le mani sul petto, concludeva: «E il Signore sa quanto ce n’è bisogno di questi tempi».
Suor Carolina è ossessionata dalla moda della minigonna. A me, invece, la minigonna non dispiace affatto. E nemmeno a mia mamma. Adesso mi devo proprio infilare nel sacco di carbone, perché la nonna sta per perdere la pazienza: la vedo riflessa che sbuffa dietro di me.
«Nonna, per favore, aiutami, che da sola non riesco ad abbottonarmi dietro.» Sento le sue dita nervose che cercano le asole sulla mia schiena. Mi fa un po’ di solletico e mi scappa una risatina.
«Ecco fatto, sciocchina.»
È il momento fatale. Comincio lentamente a piegare le ginocchia per eseguire finalmente la “prova dell’orlo”.
«Et voilà! Perfetto!» Le mie gambe inginocchiate sono sparite come per magia, inghiottite nel sacco di carbone. L’orlo tocca il pavimento.
«Ahah, sembri una nana deforme!» Nello specchio è apparsa all’improvviso mia sorella Anna. Non faccio in tempo a rialzarmi per replicare che lei è già scomparsa nell’altra stanza.
«Anna, manca solo che ti ci metti pure tu» le grida dietro la nonna. Le risponde una porta sbattuta. Io resto lì per un momento imbambolata a guardare la mia immagine allo specchio come si guarda un’estranea. Non mi è mai importato un granché dei vestiti, però… Però mi sa che stavolta Anna ha ragione. Inginocchiata, con questo grembiule nero che tocca terra, sembro davvero una nanetta. Faccio una smorfia buffa e accenno qualche passo sulle ginocchia per vedere la nana che cammina. Ma la nonna interrompe subito la mia scenetta.
«Dai, alzati in piedi. Mi pare che l’orlo vada bene, no? Svelta, togliti il grembiule e dammelo, che vado a cucirlo.» La nonna ha sempre fretta, ha sempre qualcosa di urgente da fare e sembra capace di trovarsi in cento posti nello stesso momento. La casa è grande ma ogni volta che entro in una stanza, che sia la cucina, il salotto o la camera dove dormiamo io e mia sorella, la trovo lì che sta sbrigando qualche faccenda. A volte penso che se la nonna non ci fosse la casa crollerebbe, come se le avessero tolto l’anima.
«Ora sei rimasta solaaa… Piangi e non ricordi nullaaa… Scende una lacrima sul tuo bel viso…»
La voce fresca della mamma si sovrappone a quella un po’ roca di Celentano che esce dalla radio accesa. Seguo le note della canzone lungo il corridoio e arrivo alla cucina. È lì che teniamo la radio. Alla mamma piace cantare. E a me piace quando canta. A volte mi unisco a lei, ma sempre per poco: «Oh, madonna mia, Ester, sei stonata come una campana» mi blocca sempre lei ridendo. «Uffa.»
«Sola, cerchi il mio viso fra la folla, forse sulle tue piccole mani, stai piangendo il tuo passato…» La mamma canta ispiratissima, appoggiata di spalle al bordo del lavandino. Nemmeno si accorge che sono entrata. Naturalmente, grazie al suo misterioso dono dell’ubiquità, in cucina trovo anche la nonna. Sta sistemando qualcosa nella madia, ma mentre sfaccenda non rinuncia a brontolare.
«Spegni quella radio e vieni a darmi una mano, invece di star lì a gorgheggiare. Mica sei più una ragazzina.»
Per tutta risposta, la mamma alza il tono della voce, si stacca dal lavandino, afferra la nonna per le braccia e la trascina in una buffa danza. La nonna cerca di divincolarsi.
«Oh Gesù Gesù… Tutti matti in questa famiglia. Tutti matti come tuo padre» protesta, però poi le scappa un sorriso e per un po’ si lascia condurre nel ballo dalla mamma. Almeno fino a quando lei la lascia, per continuare a ballare da sola girando intorno al tavolo. La stoffa leggera del vestito che indossa accarezza i suoi movimenti. Lo conosco bene, quel vestitino. È quello nuovo che si è fatta fare dalla sarta. «Tubino alla Audrey Hepburn» l’ha definito lei quando ieri l’ha presentato a tutta la famiglia riunita. È corto e le lascia scoperte le gambe ben sopra alle ginocchia. Altro che il mio grembiule nero… Se lo vedesse suor Carolina! Ma alla mamma la minigonna piace. Lei vuole sempre essere all’ultima moda. Dicevo che ieri ci ha riuniti tutti per mostrarcelo. C’erano la nonna, il nonno, io, mia sorella e il babbo. Convocati in salotto per assistere alla sfilata.
«Ta daa» ha esordito la mamma spalancando la porta. Poi, ancheggiando come una modella, ha fatto il giro della stanza. Io ho accennato un applauso, ma nessuno mi ha seguito. Nonno Ettore era distratto come al solito, lo sguardo perso nel fumo della sigaretta infilata nel bocchino d’avorio. La nonna ha bofonchiato un «Gesù Gesù». Mia sorella ha ridacchiato un po’. E mio padre… Mio padre misurava con gli occhi l’orlo di strass della gonna cortissima, poi è sbottato: «Ma dove vuoi andare conciata così? Sei la madre di due figlie!».
La mamma non gli ha nemmeno risposto. Gli ha lanciato un’occhiata sdegnata, ha voltato le spalle e se ne è andata sbattendosi dietro la porta. E ora eccola qui che balla nel suo tubino alla Audrey Hepburn. Sono certa che non se lo toglierà finché il babbo non sarà tornato a casa dal lavoro e glielo rivedrà addosso. Pare una ragazzetta che sfida i genitori. Più che una mamma una figlia, ecco. È la prima volta che penso a mia madre come a una figlia. È una sensazione strana. Un po’ mi stupisce, un po’ mi riempie di tenerezza. La raggiungo, la prendo per la vita e mi unisco al ballo.
«…Allora capirai che tutto il mondo eri tuuu… La tua vita così a niente serviraaà» canto a squarciagola insieme a lei e a Celentano. La mamma stavolta non mi blocca, anche se forse sono “stonata come una campana”.
C’è una finestra grande in salotto. Ce ne sono molte, di finestre, in casa. Ma quella è la mia preferita. Nelle giornate piovose mi perdo spesso a seguire i percorsi argentati che le gocce disegnano sul vetro. A volte, quando piove forte, le sento picchiettare sulla superficie liscia. Mi piazzo davanti alla finestra e sfido pioggia e vento a superare quella barriera trasparente ma invalicabile. Guardare il temporale che si accanisce là fuori mi fa sentire sicura. A tratti le foglie bagnate dei platani lungo il viale vorticano nell’aria per ripiombare giù non appena la furia dei turbini le abbandona. Precipitano come uccelli morti. Alcune finiscono nel fiume che fiancheggia il viale e la sua corrente le trascina via. Ecco, in quei momenti sento che finché starò in questa casa nessuna corrente potrà mai trascinarmi via. Ma anche nelle belle giornate di sole mi piace starmene alla mia finestra. I vetri non sono più barriere, ma cristalli magici che filtrano la luce per renderla più limpida. La finestra dà contorni netti e nitidi ai raggi che entrano nella stanza marcando i confini dell’ombra. Con un passo li posso valicare. Posso scegliere se stare al centro del fascio luminoso come l’eroina di un film proiettato sullo schermo o starmene in penombra come lo spettatore seduto in sala che la guarda. Quando invece apro la finestra e mi affaccio, mi pare di stare in un castello. Vedo dall’alto le chiome degli alberi, le persone che camminano e le auto che passano. Vedo il fiume e la città ammassata come una scia di detriti portati dalle acque al di là della sua sponda. Allora fantastico di abbassare il ponte levatoio che dal mio davanzale la raggiunge. Un ponte levatoio su cui soltanto io posso camminare e che scompare di colpo se richiudo la finestra.
«Buonasera, signora Dina.»
«Buonasera a te, piccola.»
La pelle del viso della signora Dina è resa scura dall’ombra delle rughe che il tempo vi ha impresso. Una tinta che contrasta con il pallore delle sue braccia e delle sue mani, che lascia trasparire l’azzurro tenue delle vene gonfie. Già, il tempo. Non ho mai saputo quanti anni abbia la signora Dina. Per me ha l’età di questa casa. Per me, come la casa, esiste da sempre. Quando esco o rientro come adesso, attraversando il cortile interno del palazzo, qui vicino al portico dell’ingresso c’è sempre la signora Dina. È la portinaia. Io la vedo piuttosto come un gargoyle. Quelle statue di pietra che fanno la guardia dalle grondaie alla cattedrale di Notre-Dame a Parigi, antiche, ferme, inamovibili. Le conosco perché una volta a scuola suor Veremonda ce ne ha mostrate alcune fotografie su un libro. Non glielo direi mai, ma nella mia testa la signora Dina è la signora Gargoyle.
«Che giornata splendida! Ha visto, signora Dina?» le dico tanto per fermarmi a parlare un po’ con lei. E davvero oggi era una giornata splendida. Inondata da quella luce forte e timida allo stesso tempo che solo il settembre inoltrato può regalare alla città. Adesso che il sole sta calando al di là dell’orizzonte frastagliato dei palazzi, la luce pare volersi soffermare ancora un po’ a intiepidire i colori delle facciate.
«Non è vero, signora Dina?» insisto cercando tra i solchi scolpiti sul suo volto l’attenzione dei suoi occhi chiari. Che finalmente si abbassano e si posano su di me. Mi pare di cogliere anche l’accenno di un sorriso quando mi risponde:
«Sì, signorina, una giornata bella come te.»
Anche se nel suo tono c’è una leggera nota di ironia, mi piace sentirmi chiamare “signorina”. Però mi schermisco: «Non sono una signorina, sono solo una bambina». La signora Gargoyle tiene ancora i suoi occhi su di me, stringendo leggermente le palpebre quasi volesse mettere meglio a fuoco la mia immagine.
«Le bambine crescono, signorina. Sì, sì, le bambine crescono» ribadisce dopo una breve pausa, durante la quale però il suo sguardo sembra essersi smarrito.
Cerco di attirarlo ancora in qualche modo. «Ieri ho provato il grembiule per la scuola. Tra poco ricomincia, sa? La nonna gli ha fatto l’orlo. È un grembiule tutto nero come il suo vestito, signora Dina» le racconto, cercando con lei una sorta di complicità grazie al colore del mio grembiule, identico a quello della vestaglia e dello scialle che lei porta sempre addosso come una specie di uniforme.
«Certo, le bambine crescono. Diventano donne. Donne che camminano calzando scarpe con i tacchi. Tic tac tic tac tic tac, le donne camminano, camminano e vanno sempre più lontano… Tic tac tic tac» continua abbassando progressivamente la voce finché non è più che un sussurro lontano come il ticchettio dei tacchi delle donne. Non vedo più il suo sguardo, ora. Forse se n’è andato con i passi delle donne.
«Quali donne, signora Dina?» le chiedo per farla tornare da me. Per un istante credo di esserci riuscita. Di nuovo mi guarda, ma ha un’aria strana, quasi accigliata.
«Lasciate che le bambine crescano» mi dice abbassando il capo. Poi si volta e senza rialzare la testa si avvia lenta verso la porta a vetri della guardiola. «Tic tac tic tac» mi sembra di sentirla borbottare ancora tra sé, ma forse è solo l’eco della sua voce nella mia mente. Non mi stupisco, perché con la signora Dina è sempre così. Sembra che parli con te e poi divaga, inseguendo i suoi fantasmi. È un po’ fuori di testa, insomma. Però a me piace intrattenermi con lei. Ogni volta che riesco a farla soffermare sulle mie parole, anche soltanto per poco, mi sembra di aver sconfitto il misterioso incantesimo che la rapisce. Le sue frasi senza senso mi affascinano. Vorrei decifrarle, intrufolarmi attraverso di loro nella dimensione sconosciuta della signora Gargoyle. Ma lei si richiude alle spalle la porta a vetri e scompare confondendosi nella penombra della guardiola.
«Ester, guarda che qui non ci sono cameriere, raccogli subito quel pulloverino e vallo a mettere nell’armadio al suo posto.»
La nonna mi blocca sull’ingresso. Riprendo il pullover azzurro che entrando avevo distrattamente lanciato sulla sedia a fianco della mensola a specchiera. Cerco di rabbonirla per evitare che parta brontolando con una delle sue interminabili ramanzine: «Scusami, nonna, ero sovrappensiero».
«Lasci sempre disordine dappertutto. Ovunque passi. Una cosa di qua, una cosa di là. Credi che non abbia altro da fare che seguire la tua scia per rimettere a posto la roba che semini?»
Niente da fare, la nonna è già partita.
«Ti ho chiesto scusa, nonna.»
«Sì, sì, scusa, scusa… E poi continui a fare come ti pare. Siete tutti così in questa casa. Vorrei vedere come farete quando io non ci sarò più.»
Vorrei vedere come farete quando io non ci sarò più è la frase con cui la nonna conclude ogni volta le sue filippiche. Che siano rivolte a me, a mia sorella, a mia madre, a mio padre o a noi tutti insieme. Dovrei esserci abituata, come al ritornello di una canzone che si ripete sempre uguale. Invece mi fa venire lo stesso un brivido freddo lungo la schiena. Non riesco nemmeno a immaginare che la nonna, onnipresente in ogni angolo della casa, possa trasformarsi in un’assenza. Se lei non fosse più, anche la casa non sarebbe più. Per questo, stropicciando tra le mani la lanetta del pullover, la seguo mentre si avvia verso la cucina. Ho paura che possa svanire, se la perdo di vista. Foss’anche solo per ripicca. Perché vuol vedere come facciamo quando non c’è più. In cucina mi appoggio con le spalle alla parete vicino alla madia e continuo a tormentare il pullover. Lei è già impegnatissima a tirare fuori dal pensile pentole e pentolini per cominciare a preparare la cena. Dalla finestra aperta entra la luce rossastra del tramonto. Le illumina i capelli raccolti a crocchia dietro la nuca, la lambisce come se volesse trascinarla con sé nella risacca del ...