Questa notte parlami dell'Africa
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Questa notte parlami dell'Africa

  1. 308 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Questa notte parlami dell'Africa

Informazioni su questo libro

Da questo libro è stato tratto il film "Questa notte parlami dell'Africa". Emma ha trent'anni e lavora come avvocato nel prestigioso studio milanese di suo marito Lorenzo. La vita che ha costruito è esattamente quella che desiderava - riunioni, processi e serate mondane a cui è impossibile sottrarsi - ma non riesce a comprendere il senso di oppressione che prova ogni mattina al risveglio. Per questo tutti rimangono sconvolti quando annuncia la sua imminente partenza per l'Africa. L'arrivo in Mozambico, una terra così lontana da tutto ciò che ha conosciuto fino a quel momento, sancisce per lei l'inizio di una nuova vita, dove finalmente può essere davvero se stessa. Nuri vive ad Arusha, in Tanzania, ha ventidue anni e molti sogni nel cassetto, sogni segreti che non può confidare che al suo diario, e che la metterebbero di sicuro nei guai se suo padre dovesse scoprirli. Sa che ci sono luoghi in cui i suoi desideri più arditi costituiscono la norma, e per quella normalità lei è disposta a lottare, anche se in gioco c'è la sua stessa vita.
Emma e Nuri, due donne agli antipodi, due esistenze apparentemente inconciliabili che si incrociano nella scelta di chi dice basta e vuole divenire artefice del proprio destino.

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Informazioni

Print ISBN
9788856621310
eBook ISBN
9788858511701

1

Nuri
Abito in Kigoma Street, non lontano dalla stazione dei pullman e a pochi passi dal Community Center di Arusha. Per le ragazze come me, nate e cresciute qui, la vita vivace delle strade e dei negozi è poco accessibile, e quanto di più mondano ci capita di fare è un pranzo in famiglia la domenica, al ristorante indiano dall’altra parte della città.
Per gli amici e i conoscenti io sono «la figlia di Hassan» e «la sorella di Amir», perché qui i nomi delle donne vivono solo nel legame con gli uomini di famiglia: lei è “figlia di”, “sorella di”, “moglie di”...
Anche in casa mia una madre, una figlia o una nipote esistono unicamente se la presenza di un uomo accorda loro il diritto di essere riconosciute. Ma io ce l’ho un nome, un suono singolo, semplice e del tutto mio: possibile che non possa semplicemente esser chiamata “Nuri”?
Stamattina ho persino provato a parlarne a quella scema di mia sorella, le ho domandato se non esser mai chiamate per nome significa vivere in un mondo che riconosce solo la metà maschile: «Qual è il tuo problema Nuri?» mi ha risposto Wilemina con la solita espressione presuntuosa di quando prova ad argomentare senza valide motivazioni. «Possibile che tu sia sempre alla ricerca di qualche cosa? Rilassati, ogni tanto, e vivi la vita così come viene.»
Proprio una bella risposta! Certo, da una che sta ore e ore seduta immobile a guardare in televisione quelle maledette telenovele, non mi sarei potuta aspettare niente di diverso... Ora che aspetta di trovare marito, sembra che viva per restare incollata a quella scatola satura di parole, solo per conoscere di giorno in giorno il seguito del suo programma preferito. Da poco più di un mese, questo sembra davvero il suo unico scopo nella vita.
L’attesa di una sistemazione benedetta all’unanimità dalla famiglia (dimenticato l’amore, non ha importanza), è la sua ossessione del momento – Wilemina è sempre ossessionata da qualcosa –. Alcune sue amiche si sono già sposate; ma è pur vero che forse i miei genitori hanno già provveduto... Contenta lei! Io non ho dubbi, e non posso fare a meno di immaginarmi l’amore travolgente di Dominic Saxon, il protagonista dei miei romanzi preferiti, piuttosto che accontentarmi di uno sconosciuto, come è pronta a fare lei. In ogni caso non importa, sinceramente non vedo l’ora che questo nuovo marito se la porti via, così finalmente avrò la camera da letto tutta per me e potrò lasciare in disordine tutti i vestiti che voglio senza sopportare le sue grida.
«Nuri, scendi in negozio, abbiamo bisogno di te» urlò il papà dalle scale, costringendomi a trovare un altro momento per il romanzo nascosto sotto il letto o per riempire le pagine del mio diario segreto.
«Nuri! Scendi subito, il negozio è pieno!»
«Nuriiiiiii! Stai arrivando?»
Ho sempre sopportato a fatica la voce stridula di mia sorella che faceva eco a quelle dei miei genitori, anche se, almeno in queste occasioni, venivo sempre chiamata per nome.
Cercai al volo un foulard per coprirmi la testa, presi il primo paio di scarpe che trovai appoggiate sulla mensola all’ingresso, e mi lanciai a tutta velocità giù dalle scale.
La nostra casa cadeva a pezzi, ma era abbastanza grande: era un edificio di due piani, sopra al negozio di ricambi per auto che i miei genitori avevano comprato quando tutti noi eravamo ancora piccoli; e con un grosso cortile interno, in cui avevamo l’abitudine di lasciare appese per molti giorni le capre sgozzate in sacrificio durante le preghiere.
Mi sentii chiamare dalla mamma: «Nuri, vieni ad aiutarmi in cortile»... se non era il papà in negozio, era la mamma ad aver bisogno di me: teneva in cortile una capra con una corda sfilacciata legata intorno al collo.
«Prendi quel secchio d’acqua e pulisci lì nell’angolo» mi chiese con fare perentorio.
Per evitare che l’odore del sangue terrorizzasse l’animale, era necessario eliminare ogni volta con cura tutte le tracce delle bestie macellate in precedenza.
«Aiutami a tenerla... ecco, bene... così...»
La mamma parlava allora alla capra in tono tranquillo, la accarezzava e rassicurava: «Brava... così... ecco, rilassati... andrà tutto bene...» diceva mentre la spingeva con delicatezza, per farla adagiare sul fianco sinistro.
E rivolta a me: «Nuri, tieni le zampe»... intanto, pregava:
Bismillàh
Allàh akbar
Bism-llàh Allàh allazi’ la iadurru ma asmihi’ sahy un fil ardi wa la fil samàa wa huà al sami-ù al-alim.
Bism-llàh Allàh allazi’ la iadurru ma asmihi’ sahy un fil ardi wa la fil samàa wa huà al sami-ù al-alim.
Nel nome del Signore, e con Lui
Iddio è più grande
Nel nome di Allàh, con il quale nulla può nuocere sulla terra o in cielo. Egli è Colui che tutto conosce.
Nel nome di Allàh, con il quale nulla può nuocere sulla terra o in cielo. Egli è Colui che tutto conosce.
La mamma sollevò allora le orecchie dell’animale lungo il muso, in modo da coprire gli occhi, ormai terrorizzati: bastò quel gesto, accompagnato dalle preghiere sussurrate e rassicuranti, per rendere la capra totalmente sottomessa. A quel punto afferrò una lama affilatissima e con un solo, rapido, colpo al collo effettuò un taglio netto, senza intaccare vene o arterie.
«Nuri, non essere stupida, apri gli occhi! Come ti comporterai quando dovrai farlo tu?» mi disse, lo sguardo fermo, rovente.
Mi obligai a guardare, non senza un brivido di disgusto, l’animale inerme, perfettamente orientato verso La Mecca, che sussultava nei suoi ultimi istanti di vita.
«Aiutami a sollevarla, la appendiamo qui.»
«Ma non possiamo lasciarla a terra? Che senso ha parlare alla capra e trattarla con rispetto, se dobbiamo poi appenderla per le zampe posteriori al filo del bucato?» provai a domandare, mentre il sangue sgorgava come l’acqua che riempie gli scoli ai lati delle strade nella stagione delle piogge.
La mamma mi guardò sconsolata scuotendo la testa, senza rispondere. Io non insistetti. Ero certa che mi avrebbe ordinato di non essere sciocca, e spiegato ancora una volta il significato delle parole “onore” e “rispetto”.
La mamma ha sempre parlato di onore, e lo ha insegnato a noi figlie, senza rendersi conto che i suoi occhi non sono capaci di mentire; il dolore traspare comunque, perché a volte l’onore delle donne, anche in casa nostra, viene dimenticato. Il papà è indiano, e durante il dominio inglese la sua famiglia fu deportata in Africa orientale. La mamma, convertita all’islam, ha origini maasai, ed è cresciuta nella provincia di Kitetu. Con la scelta di sposarsi al di fuori dei clan di appartenenza, hanno entrambi disonorato le relative famiglie, ma questo in casa nostra è un argomento assolutamente proibito.
Fin da bambini a noi fu insegnato il forte senso di appartenenza alla famiglia, della quale dovevamo avere timore, e di cui eravamo tenuti a rispettare le regole. Siamo figli di equilibri difficili e compromessi necessari; abituati e attenti a non fare un passo falso, potenziale disonore. I miei genitori non avrebbero mai perdonato nessuna ribellione: il papà teneva troppo al giudizio della comunità. Da parte mia, non avevo idea di cosa fosse realmente l’onore, ma nel dubbio crescevo nella convinzione che mi bastasse seguire le regole per non esser causa di qualche irreparabile offesa.
In casa si pregava spesso: le credenze islamiche del papà si mescolavano con le tradizioni primitive provenienti dalle usanze tribali della famiglia dalla parte della mamma. Quando andavamo a trovare la nonna al villaggio ci portava a messa, abitudine che avevamo imparato a tenere nascosta al papà. Se lo avesse saputo, sarebbe andato su tutte le furie: solo l’islam era una religione degna di tale nome!
Le messe, nella piccola chiesa dai muri in lamiera, erano partecipate, ritmate da canti appassionati; i momenti di preghiera si mescolavano a quelli di discussione, e i dibattiti accesi denunciavano tutti i piccoli grandi problemi quotidiani della comunità. Si trattava di riti confusi, durante i quali, tra le infinite parole e letture, venivano improvvisati balli forsennati che contagiavano i presenti fino a portarli a una sorta di ipnosi mistica, che nelle ragazze più giovani si sfogava in sincera commozione.
Ad Arusha gli uomini srotolano i loro tappeti cinque volte al giorno in direzione della Mecca; e a noi donne hanno insegnato a restare in fondo alla stanza per non creare distrazioni, e non indurre al peccato. Recitiamo tutte il Corano con voce impercettibile, senza acuti: una preghiera che ha tutta l’aria di un’ invocazione ad Allah, una supplica segreta, una ricerca di ricompensa per quella vita priva di futuro.
La capra sgozzata, dagli occhi sporgenti, smise finalmente di muoversi: di nascosto guardai la mamma, col suo bai-bui, il vestito tipico delle donne musulmane, che si agitava nell’aria umida. Mentre ripeteva i gesti di un rituale antico che conoscevo in ogni singola mossa, si allontanò dall’animale, purificato adesso da ogni traccia di “veleno”.

2

Emma
«Togliti di mezzo, spostati! Non vedi che con la tua macchina sei in mezzo all’incrocio, e intralci il traffico?»
«Dove vuoi che vada, cretino? Qui è tutto bloccato!» In strada è il caos: mi investe furente una raffica di imprecazioni, e il suono assordante dei clacson non accenna a placarsi, come se tutto quel rumore potesse rimuovere la barriera confusa di lamiere colorate intrecciate senza logica. Ero ferma allo stesso semaforo da almeno venti minuti: mi sentivo in trappola.
«Vi prego, muovetevi che sono in ritardo!» chiusi gli occhi e appoggiai rassegnata la fronte sul volante, sperando che tutto si risolvesse in pochi istanti ma sapevo bene che attraversare le vie del centro nel periodo di Natale si rivela ogni volta davvero proibitivo. Fissai l’orologio digitale del cruscotto, che faceva scorrere, inesorabile, i minuti. Finalmente riuscii a superare l’incrocio, buttare la macchina a destra e, prendendo alcune viette laterali (convinta di essere stata più furba degli altri), mi trovai nuovamente incolonnata a uno stop. Senza togliere lo sguardo dall’asfalto davanti a me, cercai allora a tentoni il telefono sepolto nel disordine della borsa. Nella fretta mi accorsi di aver dimenticato l’auricolare in ufficio. Una spazzola, alcune buste stropicciate, un paio di scontrini, i fazzoletti di carta e le chiavi di casa volarono sul sedile, buttai allora un’occhiata veloce e notai la custodia verde mela del cellulare.
«Sono io...»
«Emma, dove sei? Ti stiamo aspettando!» Fui aggredita con violenza.
«Sono bloccata nel traffico, qui è un inferno, ma ci sono quasi... devo solo trovare parcheggio!»
Mi guardai intorno alla ricerca di un posto vuoto, lecito o meno, non importava. Parcheggio a pagamento pieno; strisce blu, neanche a parlarne. Posto invalidi, occupato. Mi accorsi a quel punto dello spazio di una piccola aiuola poco più in là, e senza esitazione accelerai con forza, investendo il cordolo del marciapiede con la coppa dell’olio, in una manovra di assoluta eleganza... un vero disastro, ma non potevo permettermi di rimediare. Sbirciai nello specchietto retrovisore per ravvivare i capelli, colorare le guance con un tocco di fard e togliere una sbavatura di mascara.
Corsi tra la gente improvvisando disordinate traiettorie e infilandomi nei rari spazi che permettevano il mio passaggio, e per un attimo pensai di soffocare.
«Buongiorno, avvocato.» Una decina di teste intorno a un lungo tavolo in noce decisamente fuori moda scattarono in movimento sincrono verso di me, incollando sul mio tailleur altrettanti sguardi, per poi tornare distrattamente a consultare documenti, tenendo in mano con noncuranza tazzine di caffè ormai freddo.
Al termine della riunione, dopo quasi quattro ore di discussioni, riuscii a raggiungere Chiara per un panino al volo nel nostro bar preferito.
«Non sai che mattinata! Comincio a pensare di non essere tagliata per questa vita» dissi. «Giornate come queste mi fanno passare la voglia di lavorare,... e poi con questi ritmi impossibili,... e per che cosa?»
«Per te stessa, Emma, perché sei un bravissimo avvocato, hai studiato moltissimo, hai superato parecchi anni di gavetta e ami il tuo lavoro! Vuoi che ti elenchi altri buoni motivi?»
«Sì, forse hai ragione tu, grazie Chiara... oggi vedo tutto nero perché sono davvero esausta.»
Guardai l’ora: mancavano pochi minuti alle due, e dovetti di nuovo scappare senza nemmeno aver avuto il tempo di finire il pranzo. «Devo tornare in studio, ci sentiamo dopo.»
In quel periodo di notte dormivo poco e male, e sognavo tutto quello che durante il giorno non mi dava pace, in quello stato orribile e profondamente stancante che può esser definito un agitato dormiveglia. Il giorno, poi, era anche peggio, e tutto martellava in testa in un tritaca...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Questa notte parlami dell'Africa
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  44. 42
  45. 43
  46. 44
  47. Epilogo
  48. Nota dell’autrice
  49. Copyright