
- 336 pagine
- Italian
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- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Il bacio dell'angelo caduto
Informazioni su questo libro
Malgrado la sua migliore amica voglia trovarle un ragazzo a tutti i costi, Nora non ha mai messo l'amore in cima alle sue priorità. Almeno finché a scuola non arriva Patch. Lui ha un sorriso irresistibile e un inspiegabile talento per leggere ogni suo pensiero. E, malgrado gli sforzi per evitarlo, Nora sente che l'attrazione che prova verso il suo nuovo compagno è destinata a crescere. Anche contro ogni spirito di conservazione. Perché Patch è un angelo caduto e lei non avrebbe mai dovuto innamorarsi di lui. Sapere di trovarsi nel mezzo di un'antica battaglia tra Caduti e Immortali, sapere di dover scegliere da che parte stare potrà costarle la vita. La verità dunque è più inquietante di qualsiasi dubbio, e Nora non può sbagliare.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2013Print ISBN
9788856620160eBook ISBN
97888585088931
Coldwater, Maine
Oggi
Entrai nell’aula di biologia e rimasi a bocca aperta. Attaccati non si sa come alla lavagna, c’erano una Barbie e un Ken. Le braccia erano state sistemate in modo che le mani si toccassero, ed erano nudi, a parte delle foglie finte piazzate nei punti strategici. Sopra le loro teste, scritto con un gessetto rosa, si leggeva: BENVENUTI A RIPRODUZIONE UMANA (SESSO).
Accanto a me, Vee Sky bisbigliò: – Ecco perché la scuola vieta l’utilizzo dei cellulari con la fotocamera. Una foto così nell’e-zine basterebbe a convincere il Ministero dell’Istruzione a tagliare biologia. Il che renderebbe quest’ora disponibile per qualcosa di davvero produttivo, tipo prendere lezioni private da ragazzi carini e aristocratici.
– Sei strana, Vee. Avrei scommesso che aspettassi questo corso da tutto il semestre.
Lei abbassò le ciglia e sorrise maliziosa. – Questo corso non può insegnarmi niente che non sappia già.
– Ma come? Vee non sta per Vergine?
– Abbassa la voce – disse. Mi fece l’occhiolino un secondo prima che la campanella suonasse spedendoci ai nostri posti, una accanto all’altra.
Il coach McConaughy afferrò il fischietto che gli penzolava dal collo e ci soffiò dentro. – Squadra, ai posti! –. Il coach considerava l’insegnamento della biologia in seconda superiore un’attività marginale rispetto al suo lavoro di allenatore di basket all’università, e lo sapevamo tutti.
– Voi ragazzi potreste non aver notato che il sesso è più di un giretto di un quarto d’ora sul sedile posteriore dell’auto. In effetti, è scienza. E che cos’è la scienza?
– Noiosa – gridò qualcuno dalle ultime file.
– L’unica materia in cui faccio schifo – disse qualcun altro.
Gli occhi del coach passarono in rassegna la prima fila e si fermarono su di me. – Nora?
– Lo studio di qualcosa – risposi.
Si avvicinò e piantò l’indice sul mio banco. – Che altro?
– La conoscenza acquisita attraverso la sperimentazione e l’osservazione –. Perfetto. Sembrava stessi facendo un provino per l’audiolibro del nostro testo scolastico.
– Dillo con parole tue.
Mi toccai il labbro superiore con la punta della lingua e cercai un’alternativa. – La scienza è indagine.
– La scienza è indagine – ripeté il coach, sfregandosi le mani.– La scienza ci obbliga a trasformarci in spie.
Detta così, sembrava quasi divertente, ma io avevo trascorso abbastanza tempo nella classe del coach per non illudermi.
– Una buona indagine richiede molta pratica – continuò.
– Anche il sesso – commentò qualcuno dal fondo. Ci furono delle risatine, ma isolate perché l’allenatore aveva già puntato un indice ammonitore contro il colpevole.
– Quello non farà parte dei compiti a casa di oggi – disse il coach prima di rivolgere di nuovo la sua attenzione su di me. – Nora, sei seduta accanto a Vee dall’inizio dell’anno.
Annuii, ma avevo una brutta sensazione riguardo a dove sarebbe andato a parare quel discorso. – Lavorate entrambe all’e-zine della scuola –. Annuii ancora. – Scommetto che sapete parecchie cose l’una dell’altra.
Vee mi diede un calcetto sotto il banco. Sapevo quello che stava pensando: il nostro insegnante non aveva la più pallida idea di quanto sapessimo una dell’altra. E non si parla dei segreti seppelliti nelle pagine dei rispettivi diari. Vee è la mia gemella diversa. Lei è una biondina con gli occhi verdi e molte curve. Io ho gli occhi grigio scuro con una massa di capelli bruni e ricci che resistono a ogni tentativo di stiramento. E sono tutta gambe, come uno sgabello da bar. Eppure c’è un filo invisibile che ci unisce, ed entrambe siamo pronte a giurare che questo legame esisteva molto tempo prima della nostra nascita ed esisterà per tutta la nostra vita.
Il coach si rivolse alla classe. – In realtà, scommetto che ciascuno di voi conosce abbastanza bene la persona seduta accanto. E c’è una ragione che vi ha spinto a scegliere quei posti, no? La consuetudine. Purtroppo i migliori detective rifuggono la consuetudine. Impigrisce l’istinto investigativo. Ecco perché, oggi, cambieremo i posti a sedere.
Aprii la bocca per protestare, ma Vee mi batté sul tempo. – Che senso ha? Siamo ad aprile, manca poco alla fine dell’anno. Non può farci una cosa simile proprio adesso.
Il coach accennò un sorriso. – Io posso fare una cosa simile anche l’ultimo giorno del semestre. E se non superi il mio corso, l’anno prossimo ti ritroverai di nuovo qui, dove cose simili accadranno ancora, e ancora, e ancora.
Vee gli lanciò un’occhiataccia. È famosa per quella sua occhiata, talmente tagliente che quasi si può sentirla sibilare. Apparentemente immune dallo sguardo assassino della mia amica, il coach ci spiegò cosa aveva in mente.
– Tutti quelli seduti sul lato sinistro del banco, la vostra sinistra, avanzino di un posto. Quelli della prima fila, sì, anche tu Vee, si spostino all’ultima.
Rivolsi alla mia amica un cenno di saluto, mentre lei sbatteva il quaderno nello zaino e chiudeva di scatto la zip. Poi mi voltai lentamente, ispezionando la stanza. Conoscevo il nome di tutti i miei compagni, tranne uno. Quello che si era trasferito. Il coach non lo chiamava mai e lui sembrava apprezzare. Sedeva pigramente nel banco dietro il mio, gli occhi scuri puntati come al solito davanti a sé. Per un attimo faticai a credere che fosse sempre stato seduto lì, giorno dopo giorno, a fissare il vuoto. Di sicuro stava pensando a qualcosa, ma l’istinto mi diceva che non avrei voluto sapere che cosa.
Posò il suo libro di biologia sul banco e scivolò su quella che era stata la sedia di Vee.
Sorrisi. – Ciao, io sono Nora.
Il suo sguardo mi passò da parte a parte e gli angoli delle labbra si sollevarono. Il mio cuore perse un battito. E in quella pausa, una sensazione di tristezza, come un’ombra fredda, mi scivolò addosso. L’istante dopo la sensazione era sparita, mentre io lo stavo ancora osservando e il suo sorriso non era diventato più amichevole. Era un sorriso che prometteva guai.
Mi concentrai sulla lavagna. Barbie e Ken ricambiarono il mio sguardo, stranamente allegri.
Il coach disse: – La riproduzione umana può essere un argomento spinoso…
– Ahia – fece un coro di studenti.
– Richiede maturità. E come per tutte le scienze, il metodo migliore è quello investigativo. Durante il resto dell’ora esercitate questa tecnica cercando di scoprire quanto più possibile sul vostro nuovo compagno. Domani porterete una relazione con le vostre scoperte e, credetemi, controllerò che corrispondano alla verità. Questa è biologia, non letteratura, quindi non romanzate le risposte. Voglio vedere una vera collaborazione e un vero lavoro di squadra –. E nella frase c’era l’implicito avvertimento a non azzardarsi a fare altrimenti.
Restai seduta immobile. La palla era nella metà campo del mio nuovo compagno. Avergli sorriso non si era rivelata una buona mossa. Arricciai il naso, cercando di capire che cosa mi ricordasse il suo odore. Non sigarette. Qualcosa di più intenso, nauseante. Sigari.
Notai l’orologio sul muro e iniziai a tamburellare con la matita al ritmo dei secondi. Sospirai, il gomito piantato sul banco, il mento poggiato al pugno.
Grandioso. A quella velocità non avrei fatto in tempo a scoprire un bel niente.
Tenevo gli occhi fissi davanti a me, però potevo sentire il fruscio della sua penna. Stava scrivendo, e io volevo sapere cosa. Dieci minuti di convivenza sullo stesso banco non lo autorizzavano a ipotizzare niente sul mio conto. Con la coda dell’occhio, vidi parecchie frasi sul suo foglio, e la lista si allungava.
– Che cosa stai scrivendo? – chiesi.
– Parla la mia lingua – disse mentre scriveva quella frase, ogni movimento della mano fluido e pigro allo stesso tempo.
Mi avvicinai il più possibile, tentando di leggere dell’altro, ma lui piegò il foglio a metà coprendo la lista.
– Che cosa hai scritto? – ripetei.
Lui allungò la mano per prendere il mio foglio bianco e lo fece scivolare verso di sé, quindi lo appallottolò e, prima che riuscissi a protestare, lo lanciò nel cestino dei rifiuti dietro la cattedra. Canestro.
Rimasi un attimo a fissare il cestino, metà allibita e metà arrabbiata. Poi aprii di scatto il taccuino alla prima pagina bianca e, matita alla mano, chiesi: – Come ti chiami?
Alzai gli occhi in tempo per cogliere un altro sguardo gelido. Sembrava volermi avvertire che non avrebbe tollerato altre domande sul suo conto.
– Come ti chiami? – ripetei, sperando che quel tono esitante nella mia voce fosse solo immaginazione.
– Chiamami Patch. Dico sul serio. Chiamami.
Lo disse ammiccando, così mi convinsi che volesse prendermi in giro.
– Che cosa fai nel tempo libero? – chiesi.
– Non ho tempo libero.
– Senti, suppongo che prenderemo un voto per questo compito, quindi mi fai il favore?
Si appoggiò alla spalliera della sedia, le mani incrociate dietro la testa. – Che tipo di favore?
Ero sicura che fosse un’allusione, quindi cercai disperatamente qualcosa a cui appigliarmi per cambiare argomento.
– Tempo libero... – ripeté invece lui, pensieroso. – Faccio fotografie.
Scrissi sul foglio Fotografia.
– Non ho finito – disse. – Ne ho una bella collezione di una cronista dell’e-zine che crede sia giusto mangiare biologico, scrive poesie in gran segreto e rabbrividisce al pensiero di dover scegliere tra Stanford, Yale e… qual è quell’altra grossa università che inizia per H?
Lo fissai per un momento, scioccata da quanto maledettamente ci avesse preso. E non mi sembrava che avesse tirato a indovinare. Lo sapeva. E io volevo sapere come facesse a saperlo.
E volevo saperlo ora.
– Alla fine non andrai a nessuna delle tre.
– Ah, no? – chiesi senza riflettere.
Agganciò la parte inferiore della mia sedia con le dita e mi trascinò più vicino a lui. Indecisa se spostarmi di scatto e mostrarmi spaventata, oppure ignorarlo e fingermi annoiata, scesi la seconda opzione.
– Anche se otterresti degli ottimi risultati in tutte e tre le università, le snobbi perché le consideri lo stereotipo del successo. Sputare sentenze è il tuo terzo difetto.
– E il secondo? – dissi in preda a una rabbia gelida. Chi era questo tizio? A che razza di gioco malato stava giocando?
– Non ti fidi di nessuno. No, aspetta, mi spiego meglio. Ti fidi, ma solo delle persone sbagliate.
– E il primo?
– Tieni la vita al guinzaglio.
– E questo che vorrebbe dire?
– Hai paura di quello che non puoi controllare.
Mi si rizzarono i capelli sulla nuca e la temperatura della stanza sembrò precipitare. In circostanze normali, mi sarei alzata, sarei andata dal coach e avrei preteso di cambiare posto. In quella circostanza, però, non sopportavo che Patch pensasse di avermi intimidito o spaventato. Provai un bisogno irrazionale di difendermi e decisi, in quel preciso momento, di non dargliela vinta.
– Dormi nuda? – chiese.
La bocca minacciò di spalancarsi, m...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il bacio dell'angelo caduto
- Prologo
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12
- Capitolo 13
- Capitolo 14
- Capitolo 15
- Capitolo 16
- Capitolo 17
- Capitolo 18
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21
- Capitolo 22
- Capitolo 23
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27
- Capitolo 28
- Capitolo 29
- Capitolo 30
- Ringraziamenti
- Copyright