Hai un segreto? Confidalo al tuo gatto. Non lo saprà mai nessuno.
(PROVERBIO RUSSO)
«L’amore si abbatte su di noi come vento di montagna su una quercia» era la voce di Peter, dal giardino. «Come vento di montagna su una quercia» ripeté con impeto.
Dalla finestra lo vidi cavarsi il cappellaccio di lana a scacchi. Lo sventolò verso il cielo per attirare l’attenzione di qualcuno seduto lassù, dietro le nuvole. «L’amore, capito?» gridò. Calcò il cappello in testa, a grandi passi attraversò il giardino e si fermò ai piedi del muro di cinta. Alzò lo sguardo e declamò: «...come vento di montagna su una quercia e ci scuote e ci squassa come foglie e rami». Seguì una pausa. Poi ancora, «...l’amore?». Non era una domanda. Era un richiamo.
E apparve il gatto.
Emerse dai rami del salice che spiovevano oltre il muro di cinta, là in fondo. Fece qualche passo poi si fermò e sedette. Gatto e Peter si fissarono a lungo.
C’era silenzio o appena un fremito di foglie. Un senso di attesa. A un segnale che nessuno, se non Peter, avrebbe potuto cogliere, il gatto si mosse. Si stiracchiò placidamente, aveva davanti tutto il tempo del mondo per stiracchiarsi. Infine cominciò ad avanzare. Percorse la sommità del muro con passi cauti e dondolanti; grosso gatto dalla folta pelliccia a scacchi bianchi e grigi, coda ritta con la punta bianca in movimento, muso proteso verso il basso. Teneva d’occhio Peter. Avanzava un passo dopo l’altro, con accurata calma.
Quando il gatto si fermò, proprio sopra di lui, Peter sottovoce gli chiarì che effettivamente l’amore si abbatte come vento di montagna, e che è l’amore che ci scuote e squassa come foglie e rami. Il gatto ascoltava con l’aria di essere più che d’accordo. Nel giardino la voce di Peter si sovrapponeva al frusciare del vento che smuoveva il salice e gli alberi di mele, i cespugli di rose.
Improvvisamente il gatto spiccò un salto e, come l’amore sulla quercia, si abbatté sulla spalla che Peter gli porgeva. Un atterraggio preciso, senza sfiorare la tesa del cappello. Rimase lì. Bello saldo.
Ero scesa in giardino ed ero andata a sedermi sulla panchina vicino al salice. Peter percorse il vialetto tra i cespugli di rose e venne verso di me. Camminava sicuro, rilassato, il gatto ondeggiava sulla sua spalla, senza perdere l’equilibrio. Peter aveva un’espressione felice, e la felicità gli aveva spianato la faccia stropicciata dalla vecchiaia. Era tornato ai suoi quindici anni, era un ragazzo che si è ricongiunto all’amico del cuore. Potrei dire che anche il gatto era visibilmente felice, e ce lo diceva, nonostante la precaria posizione, alzando in su la coda, e con la punta a uncino. Mi trovo esattamente nel posto in cui desidero essere, ecco che cosa ci stava dicendo il gatto. Beato lui.
Peter girò la testa. Il gatto si sporse per toccargli il naso con il naso. Fare naso-naso, come mi aveva spiegato Peter, è testimonianza che i gatti provano per te un autentico legame d’amore. Peter diceva che di autentico amore ce n’è talmente poco nella nostra vita che bisogna ringraziare i gatti. I soli capaci di amarci davvero.
Quando per la prima volta avevo assistito all’incontro dei due, in giardino, avevo chiesto a Peter il nome del gatto. Mi aveva risposto sottovoce che il gatto non aveva nome. Quello era il Gatto. Riassumeva in sé la gattinità di ogni epoca e di ogni altro gatto vivente. Non aveva bisogno di un nome. Peter aveva spiegato che il gatto viveva chissà dove, che non era suo, ma che quando lui, Peter, lo chiamava, ogni volta arrivava per fare naso-naso, per stare un po’ insieme.
«Mi fai solletico con i baffi» gli disse Peter. Oltrepassò i cespugli di rose e venne a sedersi accanto a me.
«Lo vedi? Lo chiamo e lui arriva. Lo chiamo e lui c’è sempre.» Il gatto scivolò dalla spalla, gli si acciambellò sulle ginocchia. Socchiudeva gli occhi e faceva le fusa sotto la mano che gli sfiorava la testa e la schiena in un gesto gentile e ripetuto.
«Non tradisce mai, lui» continuò Peter e mi lanciò un’occhiata d’intesa sopra gli occhiali. Voleva dire che il gatto non era come Jenny. Un giorno mi aveva raccontato che tempo prima, quando era già vedovo, aveva perso la testa per una donna, una che per i colpi bastardi della vita aveva rinunciato a essere un famoso soprano riducendosi a cantare in un locale di periferia, un posto da pochi soldi. Era rimasto folgorato dalla voce di Jenny, da quella sua chioma corvina, poco importa se tinta, dal lampo dello sguardo. «Insomma,» mi raccontò «finimmo a letto dopo una settimana. Ero alle stelle. Mia figlia mi spiava, le dava ai nervi la mia espressione felice e trasognata, guai se avesse saputo che una come Jenny aveva fatto nido nel mio cuore. Poi beccai Jenny con il proprietario del bar, il giorno in cui per farle una sorpresa arrivai con un mazzo di fiori. Sulle scale mi venne incontro il suo gatto che mi si strofinò sulle gambe. Secondo me era un avvertimento, i gatti danno avvertimenti. Non ci badai, la porta era aperta, entrai e trovai quei due sul sofà. Fine della storia» aveva concluso pulendosi gli occhiali.
I suoi occhi adesso erano umidi. Io avevo finto di non notarlo. Peter detestava la commiserazione.
«Lui non mi tradisce, perché i gatti non tradiscono.» Nella quiete del giardino, seduto accanto a me sulla panca, Peter continuava ad accarezzare il gatto. «Senti le fusa? Sai che cosa mi sta dicendo? Bisogna ascoltarli con altre orecchie, i gatti, per capire che cosa ti dicono. Con orecchie gattesche.»
«E che cosa ti sta dicendo?»
«Di non preoccuparmi. Lui ci sarà sempre. Dice che è importante che io non me ne vada da questa casa. Solo qui, in questo giardino, possiamo incontrarci» sorrideva «del resto come tu sai, cara bambina, ognuno ha il suo personale giardino segreto e lui...» la voce gli si incrinò ma fu solo un attimo «...lui, il gatto, dicevo, ne fa parte.» Poi con tono differente, «a che ora tornano, loro?».
«Verso le sei» dissi. «Sono andati a trovare i cugini.»
«Abbiamo ancora due ore» disse Peter rivolto al gatto. «Due ore insieme non è poco.» Mi guardò, «e poi perché dovrei andarmene? Tutto sommato questa casa è mia anche se loro si comportano come se fossero i proprietari e io l’ospite. Resterò qui. Fino alla fine. Non saranno certo loro a mandarmi via».
Loro erano la figlia di Peter e il marito. La casa era dalle parti di Hyde Park, una delle tante costruzioni londinesi a due piani, fianco a fianco con le altre, tre gradini all’ingresso e giardino interno protetto dal muro di cinta. Ci ero arrivata qualche mese prima, affittavano una stanza e Lorna Mason, la figlia di Peter, con le braccia incrociate sul petto mi aveva chiarito che non affittavano perché erano alla canna del gas, come potevo facilmente capire dall’arredo e accennò a poltrone in cuoio, caminetto, tappeto persiano autentico, quadri dell’Ottocento, due vasi di cristallo di Boemia eccetera. «Affitto per avere qualcuno in casa nelle ore o nei giorni in cui io e mio marito ci assentiamo.» Aveva detto qualcosa a proposito di certi cugini e dell’obbligo di visite frequenti, aveva parlato di una casa di campagna che le procurava solo grattacapi. «Affitto per via di mio padre» aveva precisato accigliandosi. «Preferisco non lasciarlo da solo. Non che sia matto, per niente, ma è anziano e la vecchiaia si sa» e lo disse con tono di accusa, come se la vecchiaia fosse un vizio. Per questo la stanza era a buon prezzo, nonostante ci si trovi dalle parti di Kensington, «lei sa», aveva detto altezzosa, «uno dei quartieri più decenti della città». Mi aveva poi elencato le regole della casa. Con certe regole ci ero cresciuta, le avevo imparate dalla mia famiglia molto tradizionale.
La stanza che mi assegnò era al piano superiore, si affacciava sul giardino e lì per la prima volta avevo visto dalla finestra Peter – il mio caro padre come mi diceva Lorna con rancore – l’avevo visto attraversare il prato, chinarsi a sistemare qualche ramo dei cespugli di rose, poi avvicinarsi al muro di cinta per dare inizio al rito del gatto. Declamava ogni volta una poesia ma la sua preferita era quella dell’amore che si abbatte sulla quercia. Solo in un secondo tempo, dopo aver saputo lo scherzo che gli aveva tirato Jenny, mi fu chiara la ragione di quella predilezione. Peter non smetteva di pensare a lei. Il gatto confortava gli spasimi dell’amore disprezzato.
«Una volta, mentre declamavo questi versi,» mi aveva raccontato Peter, iroso, «questi versi dell’amore e della quercia... sai che cosa mi ha detto mia figlia? Ero qui in cucina, mi ripetevo gli amati versi ad alta voce, e lei mi ha sentito» andava avanti e indietro per la cucina, davanti alla finestra aperta, con l’aria di volersene volar via per sempre con il suo gatto sulla spalla. «Lei mi ha sentito, è entrata con una faccia che sembrava sua madre, mi ha detto di non recitare certe stupidaggini che dovevo aver letto su chissà quale giornale per serve. Giornale per serve, capisci? Che non sapesse di chi sono, questi versi... mi domando, che razza di figlia ho messo al mondo» e borbottando aveva aggiunto, «tutta sua madre. Che il Signore mi perdoni per averla sposata». Mi si era fermato davanti con l’autorevolezza di un professore agli esami. «Sai di chi sono, tu, questi versi?»
«Saffo. Chi altro?»
«Certo. Saffo. Chi altro» aveva ripetuto Peter sconfortato. «Chi altro» aveva aggiunto con tristezza.
Tornando a quel mio primo incontro con Lorna, «naturalmente», mi aveva spiegato lei aspra, rinsecchita ma ben eretta nell’abito di cachemire marrone scuro, «qui non ci sono animali. Le sarà facile comprendere che detestiamo i gatti». Si era voltata verso la finestra, il salice piangente occhieggiava dal fondo del giardino. «I gatti, non so se mi spiego.» La faccia spigolosa esprimeva indignazione. «Dovrebbero emettere un’ordinanza che riguardi almeno i gatti vagabondi» aveva pronunciato la parola ordinanza come se avesse detto ghigliottina, o inceneritore, o sacco in cui chiudere i gatti e scaraventarli nel fiume come si faceva un tempo per porre fine alle sciagure.
Si è ormai capito che il rito di Peter e gatto avveniva solo quando figlia e marito uscivano di casa. Subito Peter scendeva a mettere il catenaccio alla porta. Un momento dopo era in giardino, con l’espressione di chi si sente finalmente libero. Si avvicinava al muro di cinta e cominciava a declamare. A quel punto appariva il gatto.
Poco dopo il mio arrivo in quella casa diventammo complici. A me Peter diede l’incarico di mettere il catenaccio alla porta di ingresso. Lui andava subito in giardino, impaziente. Toccava poi a me andare a togliere il catenaccio, sorvegliare la strada, e solo quando loro apparivano sottobraccio in fondo alla via o quando fermavano la macchina di fronte all’ingresso, toglievo il catenaccio e correvo ad avvertire Peter. Il gatto spariva nel salice e lui fingeva di dedicarsi alle rose, operazione su cui la figlia non aveva nulla da ridire.
Vi fu però una volta in cui rientrarono inattesi e accadde proprio il giorno in cui Peter, per chissà quale velenoso suggerimento di un dio inopportuno, mi aveva detto di lasciar perdere il catenaccio.
«Tanto questa volta non torneranno fino a stasera, sono andati dai cugini, c’è un compleanno, figurati se si perdono la torta.» Non sapevamo che i due avevano dimenticato il regalo di compleanno sul tavolo della sala. Così Lorna si affacciò alla porta del giardino e vide Peter, con il gatto sulla spalla, dirigersi tutto contento verso la panchina. Io ero in fondo al giardino a fumare, in casa non si poteva fumare, e neanche in giardino, Lorna sosteneva che il fumo delle sigarette si deposita sull’erba e la uccide. «Come fa con i tuoi polmoni» aveva specificato funebre il giorno in cui avevo dimenticato il pacchetto delle sigarette sul tavolino di bambù.
«Bravi voi due!»
Solo allora la vedemmo. Dal primo gradino della scaletta che scendeva in giardino, puntava il dito come fosse su un pulpito. L’espressione di Peter assomigliava probabilmente a quella della povera Jenny, quando lui la sorprese sul maledetto sofà. Pietrificato con il gatto sulla spalla. Io con la sigaretta tra le dita, non meno pietrificata.
«Davvero bravi.»
Seguì un silenzio.
«Il gatto se ne va e i topi ballano» dichiarò infine Peter, spavaldo.
«Quale gatto, eh? Quale gatto?» fece lei gelida. Incrociò le braccia sul petto raddrizzandosi ancor più sulla schiena. Era maestosa in quel momento, non si può negarlo. Maestosa nel suo soprabito rosso fuoco, cardinalizio, per le grandi occasioni. Il marito si affacciò alle sue spalle. I baffi a spazzola gli conferivano un’aria marziale.
«E adesso?» disse Peter. Non più spavaldo. Era ansioso.
«Adesso?» ribatté lei minacciosa. Non aggiunse altro.
Il gatto saltò a terra. Con le orecchie appiattite sulla testa si diresse verso il muro di cinta con passo lento, indolente, per dimostrare all’odiosa Lorna nemica di gatti, che lui non aveva alcuna fretta. Non aveva paura, lui. Non era ansioso. Se ne andava e basta. Lento, solenne, si avvicinò al salice. Si arrampicò sul tronco e sparì.
«Il gatto trabocca dignità» disse Peter. «Non hai visto?»
«Te la do io la dignità» disse Lorna.
Lei e il marito ci voltarono le spalle. Sentimmo sbattere il portone di casa. Se n’erano andati.
Peter mi guardò e scosse la testa come a dire che situazione assurda, in casa mia poi. Ma non disse niente. Tornò presso il muro di cinta e attaccò, «l’amore ci cade addosso come vento di montagna». Attendemmo. Niente. Niente gatto. Ripeté più volte i versi. La sommità del muro di cinta rimase deserta.
«Insomma...» dissi io sottovoce «...e se non torna più?»
«Che cosa dici?» sorrise Peter. «Mai dubitare dell’amore autentico.» Andò a sedersi sulla panchina e guardò il cielo. «Tra poco piove» sorrise. «Tornerà» disse. «Mai dubitare.»
La sera, quando Lorna e il marito rientrarono, ci ritrovammo tutti e quattro seduti a tavola per la cena. In silenzio. Serviva la cameriera filippina che Lorna trattava con prudente disprezzo. Ma era Lorna a distribuire il dolce, una specie di torta di mirtilli accompagnata da una salsina giallastra. Servì prima se stessa, poi il marito, infine me. Non servì Peter.
«Niente dolce?» fece lui ironico. «Punito per via del gatto?»
«Hai la glicemia alta» ribatté lei.
«Da oggi?»
Lei non rispose. Peter agguantò una notevole fetta di torta che annegò in varie cucchiaiate di salsina.
«Buona,» disse e rivolto alla figlia «l’hai fatta tu, con le tue manine?»
Lorna non rispose. Quando ci alzammo da tavola stavo per seguire Peter. Lorna mi fece un cenno.
«Quanto a te,» mi disse e con mia sorpresa sorrise «faccio finta di non aver visto che stavi fumando.» Risposi stupidamente con un grazie senza capire se con quelle parole Lorna mi stesse dando un aut aut – la prossima volta che ti becco ti sbatto fuori – o se mi suggerisse di continuare pure a fumare ma con maggiore discrezione.
Dopo cena Peter si rifugia...