La scatola nera
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La scatola nera

  1. 372 pagine
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La scatola nera

Informazioni su questo libro

Nella vita ci sono momenti in cui è difficile conciliare attività professionale e vita privata. Harry Bosch si trova in uno di questi momenti. Ha una figlia adolescente di cui occuparsi, una ragazzina per cui è ormai l'unico punto di riferimento, e ha il lavoro, quello che vive da sempre come una missione, che assorbe quasi totalmente i suoi pensieri. E che si fa sempre più pressante ora che Bosch è alle prese con un caso che lo inquieta particolarmente.
L'aveva già affrontato vent'anni prima, nel 1992, all'epoca dei disordini scoppiati a Los Angeles dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, quando era stato chiamato sulla scena dell'omicidio di una giovane fotografa danese. Poi le indagini erano state assegnate a un altro dipartimento, senza alcun esito. Ed ecco che Harry, passato all'unità Casi Irrisolti, viene incaricato di occuparsi proprio di quel delitto. Ma il lavoro di indagine è complicato anche dalle continue interferenze del nuovo capo, un impiccione che gli mette i bastoni tra le ruote, non gli autorizza le trasferte e arriva a deferirlo anche alla commissione disciplinare.
Bosch, come sempre, va dritto per la sua strada e, intuendo che la morte della giovane non è stata causata dalla situazione esplosiva della città, ma è legata a un intrigo assai più complesso, si inoltra in un labirinto di indizi alla ricerca della "scatola nera", l'elemento rivelatore che potrà fornirgli la soluzione del caso.
Dovrà tornare indietro nel tempo, ripercorrere una strada intricata a rischio della sua stessa vita e misurarsi con qualcuno disposto a tutto pur di non perdere un potere acquisito con l'inganno.

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Informazioni

Anno
2015
Print ISBN
9788856640304
eBook ISBN
9788858513255
Prima Parte

IL PERCORSO DELLA PISTOLA
2012

1

Lo fecero aspettare. La spiegazione fu che Coleman stava mangiando e interromperlo avrebbe creato un problema visto che, a interrogatorio terminato, avrebbero dovuto reinserirlo nel secondo turno del pranzo, dove poteva avere dei nemici che il personale di guardia non conosceva. Qualcuno avrebbe potuto fare un movimento contro di lui senza che i guardiani se ne accorgessero. Per evitare che succedesse, dissero a Bosch di avere la pazienza di aspettare una quarantina di minuti, il tempo che Coleman finisse la sua bistecca alla Salisbury con contorno di fagiolini, seduto in tutta comodità e sicurezza a un tavolo da picnic del cortile D con i compagni. A San Quintino i Rolling 60s condividevano tutti lo stesso cibo e gli stessi spazi ricreativi.
Bosch passò il tempo a riesaminare e ripassare mentalmente le mosse che si era prefisso di fare. Tutto dipendeva da lui. Non aveva l’aiuto del partner. Era solo. I tagli alle spese di viaggio del dipartimento avevano trasformato in missioni in solitaria pressoché tutte le visite nelle carceri.
Quella mattina Bosch era salito sul primo volo senza pensare all’ora di arrivo. Alla fine quella perdita di tempo non avrebbe inciso. L’aereo di ritorno non ci sarebbe stato prima delle sei del pomeriggio e con ogni probabilità l’interrogatorio a Rufus Coleman non sarebbe durato a lungo.
Coleman poteva accettare la proposta o no. Bosch non sarebbe rimasto a lungo con lui in entrambi i casi.
La stanza degli interrogatori era un cubicolo di acciaio diviso in due da un tavolo incassato nelle pareti. Bosch era seduto da una parte con una porta direttamente alle spalle. Di fronte a lui, oltre il tavolo, c’era una porzione di spazio uguale e una porta identica. Sapeva che Coleman l’avrebbero fatto passare di lì.
Bosch stava lavorando all’omicidio, vecchio di vent’anni, di Anneke Jespersen, fotografa e giornalista colpita a morte durante le rivolte del 1992. A quel tempo, in una folle notte di violenza che lo aveva visto passare da un cadavere all’altro, Harry aveva lavorato sul caso e sulla scena del crimine per meno di un’ora prima di essere spostato su altri omicidi.
Alla fine dei disordini, il dipartimento aveva formato la Riot Crimes Task Force, l’Unità Anti Sommosse, e fu questa che rilevò l’omicidio Jespersen. Il delitto non fu mai risolto e, dopo essere stato classificato come aperto e attivo per dieci anni, l’indagine e le poche prove che erano state raccolte furono senza troppo clamore inscatolate e archiviate. Fu solo quando si stava avvicinando il ventesimo anniversario della sommossa che il capo della polizia, un esperto di media, inviò una direttiva al tenente responsabile dell’Unità Casi Irrisolti per disporre una revisione di tutti i delitti irrisolti occorsi durante i tumulti del 1992. Il capo non voleva farsi cogliere impreparato nel momento in cui i media avessero iniziato le loro inchieste celebrative dei “vent’anni dopo”. Forse, nel lontano 1992, il dipartimento era stato colto in contropiede, ma nel 2012 non sarebbe successo. Il capo voleva essere in grado di affermare che tutti i delitti non risolti risalenti alla sommossa erano ancora sotto indagine attiva.
Vent’anni più tardi, Bosch aveva ripreso il caso Anneke Jespersen dopo averlo specificatamente richiesto. Non senza qualche dubbio. Sapeva che i casi venivano per lo più risolti entro le prime quarantotto ore, dopodiché le possibilità di soluzione precipitavano in modo significativo. Quello era un delitto su cui si era lavorato soltanto per una delle quarantotto ore. Erano state le circostanze a causare quella trascuratezza, e Bosch si era sempre sentito responsabile, come se fosse stato lui ad abbandonare Anneke Jespersen. Lasciarsi alle spalle un caso irrisolto non piace a nessun detective della Omicidi, ma in quella situazione Bosch non aveva avuto scelta. Il caso glielo avevano tolto. Accettava di includersi tra i responsabili, benché potesse semplicemente prendersela con gli investigatori che gli erano succeduti. Quando l’indagine era iniziata c’era lui sulla scena. Non poteva fare a meno di provare la sensazione che qualcosa gli fosse sfuggito, per quanto poco ci fosse rimasto.
Ora, vent’anni dopo, aveva un’altra possibilità. Ed era una scommessa azzardata. Riteneva che ogni caso avesse una scatola nera. Un reperto, una persona, una concomitanza di fatti che conducevano a una determinata comprensione e che aiutavano a spiegare ciò che era successo e perché. Ma non c’erano scatole nere nel caso di Anneke Jespersen. Solo un paio di scatoloni ammuffiti recuperati dagli archivi che avevano dato a Bosch qualche traccia e un filo di speranza. Gli scatoloni contenevano gli abiti della vittima e il giubbotto antiproiettile, il passaporto e altri oggetti personali, oltre a uno zaino e all’equipaggiamento fotografico trovato dopo la sommossa nella stanza d’albergo. C’era anche l’unico bossolo nove millimetri raccolto sulla scena del crimine e lo scarno dossier messo insieme dall’Unità Anti Sommosse. Il cosiddetto quaderno dell’omicidio.
Il quaderno dell’omicidio era in larga misura una testimonianza dell’inattività da parte della RCTF riguardo al caso. L’unità di crisi aveva operato per un anno e aveva dovuto indagare su centinaia di crimini, dozzine di omicidi compresi. Era stata oberata di lavoro quasi quanto gli investigatori come Bosch durante i disordini.
A South Los Angeles la RCTF aveva sistemato manifesti che segnalavano una linea telefonica riservata e promettevano ricompense per informazioni che conducessero ad arresti e condanne per crimini relativi alle sommosse. Su altri apparivano diverse foto di sospettati, scene del delitto oppure vittime. La foto di Anneke Jespersen era riportata su tre di essi, sui quali si richiedeva qualsiasi informazione circa i movimenti e l’omicidio della donna.
L’unità si occupò ampiamente di quanto risultò dalle locandine e dagli altri programmi di sensibilizzazione pubblica e portò avanti casi con informazioni concrete. Ma sul caso Jespersen non arrivò mai niente di importante e l’indagine non sortì nulla. Il caso era a un punto morto. Senza un’arma con cui metterlo a confronto non era importante nemmeno l’unico reperto di prova raccolto sulla scena, il bossolo.
Quando aveva preso in esame la documentazione di archivio, Bosch si era reso conto che le informazioni maggiormente degne di nota raccolte nella prima indagine riguardavano la vittima. Jespersen aveva trentadue anni ed era danese, non tedesca come riteneva da vent’anni. Lavorava per un giornale di Copenaghen, il «Berlingske Tidende», dove era fotoreporter nel vero senso della parola. Scriveva articoli e registrava filmati. Era stata una corrispondente di guerra che documentava sia con le parole sia con le immagini gli scontri che si verificavano nel mondo.
Il suo arrivo a Los Angeles era avvenuto la mattina successiva all’inizio dei disordini. E l’indomani era morta. Nelle settimane seguenti, il «Los Angeles Times» aveva fatto circolare brevi profili di tutte le vittime di omicidio del periodo della sommossa. L’articolo su Jespersen citava il direttore del giornale e il fratello di Copenaghen, e dipingeva la giornalista come incurante del pericolo e sempre pronta a offrirsi volontaria per incarichi in zone pericolose. Nei quattro anni precedenti la morte aveva seguito conflitti in Iraq, Kuwait, Libano, Senegal ed El Salvador.
Gli altri conflitti che aveva fotografato e documentato forse non erano paragonabili ai tumulti di Los Angeles ma, secondo il «Times», quando era esplosa la sommossa nella Città degli Angeli, la donna stava attraversando gli Stati Uniti in vacanza. Aveva immediatamente chiamato la redazione del «Berlingske Tidende» e lasciato un messaggio al direttore in cui diceva che, da San Francisco, si stava dirigendo a Los Angeles. Ma era morta prima di trasmettere al giornale qualsiasi foto o articolo. Dopo aver ricevuto il messaggio il direttore non le aveva più parlato.
Dopo lo scioglimento della RCTF, il caso irrisolto Jespersen venne assegnato alla squadra Omicidi della 77th, il distretto nel quale era stato commesso l’omicidio. I nuovi investigatori trascurarono l’indagine, dal momento che dovevano gestire il loro bagaglio di casi aperti. Nella cronologia investigativa, le annotazioni furono poche, rare, e per lo più riportavano soltanto la registrazione dell’interesse esterno. Il LAPD stava lavorando al caso più che tiepidamente, ma la famiglia e i colleghi della comunità internazionale dei giornalisti non persero le speranze. La cronologia comprendeva note delle loro frequenti richieste di informazioni. Questo fu quanto registrato fino a che documentazione del caso ed effetti personali non presero la via dell’archivio. Dopodiché, coloro i quali avanzavano domande a proposito di Anneke Jespersen vennero per lo più ignorati, tanto quanto il caso su cui chiedevano informazioni.
Curiosamente, gli effetti personali della vittima non furono mai restituiti alla famiglia. Gli scatoloni archiviati contenevano lo zaino e gli oggetti di proprietà che erano stati consegnati alla polizia diversi giorni dopo l’omicidio, quando il direttore del Travelodge di Santa Monica Boulevard aveva confrontato con il registro degli ospiti una lista di nomi di vittime dei disordini pubblicata sul «Times». L’idea era che Anneke Jespersen se la fosse filata senza pagare la camera. Gli oggetti che aveva lasciato erano stati messi sotto chiave dentro un armadietto del motel. Una volta che il direttore si fu accertato che Jespersen non sarebbe tornata perché era morta, lo zaino con gli effetti personali fu consegnato alla RCTF...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA SCATOLA NERA
  4. Biancaneve – 1992
  5. Prima Parte. Il percorso della pistola – 2012
  6. Seconda Parte. Parole e immagini
  7. Terza Parte. Il detective prodigo
  8. Biancaneve – 2012
  9. Postfazione di Michael Connelly
  10. Ringraziamenti
  11. Copyright

Domande frequenti

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