Legend (versione italiana)
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Legend (versione italiana)

  1. 264 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Los Angeles, Stati Uniti. Il Nord America è spaccato in due parti, la Repubblica e le Colonie, e la guerra sembra destinata a non finire mai. A quindici anni, June è già una promessa della Repubblica. Nata in una famiglia ricca e prestigiosa, oltre a una bella casa, un mucchio di soldi e la possibilità di frequentare le scuole migliori, possiede anche un vero talento nel cacciarsi nei guai e senza l'intervento di Metias, il fratello maggiore, probabilmente qualcuna delle sue bravate all'accademia militare sarebbe già finita male. Dalla morte dei genitori, Metias è l'unico su cui può contare, almeno fino al giorno in cui viene ucciso in circostanze misteriose. Il primo sospettato è Day, un ragazzo della stessa età di June, ma nato e cresciuto nei bassifondi della Repubblica. Ed è anche il criminale più ricercato del paese. Da quel giorno, June ha un unico desiderio: vendicare Metias. Ma per lei e Day il destino ha altri piani.

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Informazioni

Print ISBN
9788856621341
eBook ISBN
9788858510261

PARTE PRIMA

Image

IL RAGAZZO
CHE CAMMINA
NELLA LUCE

DAY

MIA MADRE MI CREDE MORTO.
Ovviamente non sono morto, ma per lei è più sicuro crederlo.
Almeno due volte al mese vedo il mio poster da ricercato trasmesso sui jumbo-schermi disseminati per tutto il centro di Los Angeles.
Sembra fuori posto, lassù. La maggior parte delle immagini che passano sono quadretti allegri: bambini sorridenti sotto un cielo limpido, turisti in posa sotto le rovine del Golden Gate, spot della Repubblica con colori al neon.
C’è anche la propaganda anti-Colonie. Le Colonie vogliono la nostra terra, dichiarano i comunicati. Desiderano ciò che non hanno. Non lasciate che conquistino le vostre case! Appoggiate la causa!
Poi compare la mia fedina penale. Illumina i jumbo-schermi in tutta la loro gloria multicolore:
RICERCATO DALLA REPUBBLICA
FILE N.: 462178 – 3233 “DAY”
-----------------------------------------------
RICERCATO PER AGGRESSIONE,
INCENDIO DOLOSO, FURTO,
DISTRUZIONE DI PROPRIETÀ MILITARE
E INTRALCIO ALLO SFORZO BELLICO.
200.000 BANCONOTE DELLA REPUBBLICA PER
INFORMAZIONI CHE CONDURRANNO AL SUO ARRESTO.
Insieme alla fedina scorre sempre una foto diversa. Una volta era di un ragazzo con gli occhiali e una folta chioma di ricci color rame. Un’altra di un ragazzo con gli occhi neri e neanche un capello. A volte sono nero, a volte bianco, altre ancora olivastro o marrone o giallo o rosso o qualunque altro colore venga loro in mente.
In altre parole, la Repubblica non ha idea di quale sia il mio vero aspetto. Sembra che non sappiano un granché sul mio conto, tranne che sono giovane e che quando analizzano le mie impronte digitali non trovano nessuna corrispondenza nel loro database. Per questo mi odiano ed è per questo che non sono il criminale più pericoloso del paese, ma il più ricercato. Gli faccio fare brutta figura.
È pomeriggio tardi, ma fuori è già buio pesto e si vedono i jumbo-schermi riflessi nelle pozzanghere della strada. Sono seduto sul davanzale pericolante di una finestra al secondo piano, nascosto alla vista dietro travi arrugginite. Un tempo l’edificio era un condominio, ma ormai è in rovina. Il pavimento di questa stanza è ricoperto di lanterne rotte e frammenti di vetro e tutte le pareti hanno la vernice scrostata. In un angolo, un vecchio ritratto dell’Elector Primo giace a terra con la faccia rivolta verso l’alto. Mi chiedo chi abitasse qui, nessuno è così matto da abbandonare sul pavimento in quel modo il proprio ritratto dell’Elector.
Ho i capelli ficcati dentro a un vecchio berretto, come al solito, e sto fissando una casetta a un piano dall’altro lato della strada. Con le dita do il tormento al ciondolo che ho al collo.
Tess si appoggia all’altra finestra della stanza e mi guarda attentamente. Stasera sono irrequieto e, come sempre, lei riesce a sentirlo.
Il morbo ha colpito duramente il settore Lake. Nel bagliore dei jumbo-schermi Tess e io riusciamo a vedere i soldati in fondo alla strada che ispezionano ogni casa, con i loro mantelli lucenti slacciati per il caldo. Ognuno di loro indossa una maschera antigas. Quando riemergono da un’abitazione, ogni tanto, ne contrassegnano la porta dipingendoci sopra una grossa X rossa. Dopodiché nessuno entra o esce più da lì, almeno non alla luce del sole.
«Ancora non li vedi?» sussurra Tess. La sua espressione è nascosta dalle ombre.
Per cercare di distrarmi, costruisco una fionda di fortuna con vecchi tubi di PVC. «Non hanno cenato. Sono ore che non si siedono al tavolo.» Cambio posizione e mi sgranchisco il ginocchio malandato.
«Magari non sono in casa?»
Lancio uno sguardo arrabbiato a Tess. Sta tentando di consolarmi, ma non sono dell’umore giusto. «C’è una lampada accesa. Guarda quelle candele. Mia madre non le sprecherebbe mai se nessuno fosse in casa.»
Tess si avvicina. «Dovremmo allontanarci dalla città per un paio di settimane, non credi?» Prova a controllare la voce, ma la paura è lì. «Presto il morbo passerà e potrai tornare a trovarli. Abbiamo soldi più che a sufficienza per due biglietti del treno.»
Scuoto la testa. «Una sera a settimana, ricordi? Lasciameli controllare almeno una sera a settimana.»
«Certo. Peccato che questa settimana sei venuto tutte le sere.»
«Voglio solo assicurarmi che stiano bene.»
«E se ti ammali?»
«Correrò i miei rischi. E non eri tenuta a venire. Potevi aspettarmi ad Alta.»
Tess solleva le spalle. «Qualcuno deve pur tenerti d’occhio.» Due anni più piccola di me, eppure a volte sembra grande abbastanza da farmi da balia.
Continuiamo a guardare in silenzio i soldati che avanzano verso la casa in cui vive la mia famiglia. Ogni volta che si fermano davanti a una porta, un soldato bussa mentre un altro gli sta a fianco con il fucile spianato. Se nessuno apre nel giro di dieci secondi, il primo soldato la butta giù a calci. Quando fanno irruzione non riesco a vederli, ma conosco la procedura: un soldato preleva un campione di sangue da ogni membro della famiglia, poi lo inserisce in un analizzatore portatile e controlla se hanno il morbo. L’intera operazione richiede dieci minuti.
Conto le case che separano i soldati dalla mia famiglia. Dovrò aspettare ancora un’ora prima di conoscere la loro sorte.
Dall’altro capo della strada riecheggia un grido. I miei occhi scattano verso il suono e la mia mano verso il coltello che tengo infilato nella cintura. Tess trattiene il respiro.
È una vittima del morbo. Deve essersi deteriorata per mesi perché ha la pelle screpolata e sanguinante e mi chiedo come abbiano fatto i soldati a non notarla durante le precedenti ispezioni. Barcolla per un po’, disorientata, poi si lancia in avanti, ma solo per inciampare e cadere in ginocchio. Sposto di nuovo lo sguardo sui soldati. Adesso la vedono eccome. Il soldato col fucile spianato si avvicina alla donna, mentre gli altri undici rimangono dove sono e osservano la scena. Una vittima del morbo non costituisce un vero pericolo. Il soldato solleva l’arma e prende la mira. Una raffica di scintille travolge la donna infetta, che crolla a terra e rimane immobile. Il soldato si riunisce ai suoi compagni.
Mi piacerebbe mettere le mani su una di quelle armi. Un giocattolo come quello non costa molto sul mercato, quattrocentottanta banconote, meno di una stufa. È precisa, come tutte le armi, guidata da magneti e correnti elettriche e può colpire un bersaglio a tre isolati di distanza. Tecnologia rubata alle Colonie, mi disse una volta mio padre, anche se la Repubblica non lo ammetterebbe mai. Tess e io potremmo comprarne cinque se volessimo... Con gli anni abbiamo imparato a mettere via i soldi extra che rubiamo e tenerli da parte per le emergenze. Il vero problema di possedere una pistola non è quanto costa, ma quanto sia facile tracciarla. Ogni arma ha un sensore integrato che trasmette forma della mano, impronte digitali e posizione di chi la utilizza. Abbastanza per farmi beccare. Perciò devo accontentarmi delle mie armi artigianali, fionde di PVC e gingilli simili.
«Ne hanno trovata un’altra» dice Tess. Strizza gli occhi per mettere meglio a fuoco.
Guardo in basso e vedo i soldati che escono da una casa. Uno di loro agita una bomboletta di vernice spray e disegna una gigantesca X sulla porta. Conosco quella casa. La famiglia che abita lì un tempo aveva una figlia della mia età. Quando eravamo più piccoli, mio fratello e io ci giocavamo insieme a guardie e ladri e a hockey da strada con mazze di ferro e palle di carta.
Tess prova a distrarmi indicando il fagotto ai miei piedi con un cenno. «Cosa gli hai portato?»
Sorrido, poi allungo la mano per slegare il panno. «Un po’ della roba che abbiamo messo via in settimana. Per festeggiare degnamente appena avranno passato l’ispezione.» Rovisto tra il mucchietto di tesori nel fagotto e pesco un paio di occhiali protettivi usati. Li esamino di nuovo per assicurarmi che non ci siano crepe nel vetro. «Per John. Un regalo di compleanno anticipato.» In settimana mio fratello compie diciannove anni. Lavora nelle fornaci della centrale del quartiere, ha turni di quattordici ore e torna sempre a casa con gli occhi arrossati per il fumo. Questi occhiali sono il fortunato bottino di un furto a un carico di rifornimenti militari.
Li metto giù e frugo tra il resto della roba. Per lo più sono lattine di carne in scatola e fiocchi di patate che ho rubato dalla mensa di un’aeronave. C’è anche un paio di scarpe con le suole intatte. Mi piacerebbe poter stare nella stanza con loro quando consegnerò il fagotto. Ma l’unico a sapere che sono vivo è John e ha promesso di non dirlo a mamma e a Eden.
Eden compie dieci anni tra due mesi, il che significa che tra due mesi dovrà affrontare la Prova. Quando è toccato a me non l’ho superata. Per questo mi preoccupo per Eden, perché – anche se è di gran lunga il più intelligente di noi tre – il suo modo di ragionare somiglia molto al mio. Io ero così sicuro delle mie risposte che non mi sono neanche preoccupato di assistere alla valutazione. Poi però gli addetti mi hanno portato in un angolo dello stadio insieme a un gruppo di altri ragazzini. Hanno impresso un timbro sul mio test e mi hanno stipato su un treno diretto al centro. Non mi hanno fatto portare niente tranne il ciondolo che avevo al collo. Neanche il tempo di dire addio.
Dopo la Prova possono succedere varie cose.
Votazione perfetta: 1500 punti. Nessuno li ha mai presi, be’, tranne un ragazzino qualche anno fa sul quale l’esercito ha fatto un mucchio di cerimonie. Chissà cosa capita a qualcuno con una votazione così alta? Di sicuro tanti soldi e potere, come minimo.
Votazione tra 1450 e 1499. Puoi darti una pacca sulla spalla da solo perché avrai accesso immediato a sei anni di scuola superiore e poi quattro nelle migliori università della Repubblica: Drake, Stanford e Brenan. Vieni assunto dal Congresso e guadagni un sacco di soldi. Seguono gioia e felicità. Almeno stando a quanto dice la Repubblica.
Votazione buona, qualcosa tra i 1250 e i 1449 punti. Continui con le superiori e poi vieni assegnato a un’università. Non male.
Te la cavi per un pelo con un punteggio tra i 1000 e i 1249 punti. Il Congresso ti vieta di andare alle superiori. Ti unisci ai poveri, come la mia famiglia. Hai buone probabilità di finire annegato lavorando alle turbine idrauliche o cotto al vapore nelle centrali elettriche.
Non passi.
Di solito sono i ragazzini dei bassifondi a non superarla. Se rientri in questa sfortunata categoria, la Repubblica invia degli ufficiali a casa tua. Costringono i tuoi genitori a firmare un contratto con il quale delegano la tua custodia al Governo. Dicono che sei stato trasferito nei campi di lavoro e che la tua famiglia non ti rivedrà mai più. I tuoi genitori devono annuire e acconsentire. Alcuni addirittura festeggiano, perché la Repubblica dà loro mille banconote come dono di condoglianze. Soldi e una bocca in meno da sfamare? Ma che Governo premuroso.
A parte il fatto che è tutta una bugia. Un bambino scadente, con geni marci, non serve alla nazione. Se sei fortunato, il Congresso ti lascia morire senza prima spedirti nei laboratori dove ti esaminano per trovare i difetti.
Mancano cinque case. Tess vede la preoccupazione nei miei occhi e mi posa una mano sulla fronte. «È in arrivo uno dei tuoi mal di testa?»
«No. Sto bene.» Scruto la casa di mia madre attraverso la finestra aperta, poi finalmente vedo di sfuggita una faccia familiare. Eden passa davanti alla finestra, poi guarda furtivamente i soldati in avvicinamento e punta loro contro uno strano congegno di metallo. Quindi torna a nascondersi e scompare alla vista. Alla luce tremolante della lampada i suoi ricci brillano di un biondo platino. Conoscendolo, ha costruito quell’aggeggio per misurare a che distanza si trovano le persone, o qualcosa del genere.
«Sembra più magro...» mormoro.
«È vivo e se ne va in giro» risponde Tess. «Direi che è una cosa buona.»
Qualche minuto dopo vediamo John e mia madre sfilare davanti alla finestra, impegnati in una discussione. John e io ci assomigliamo molto, anche se le lunghe giornate alla centrale lo hanno irrobustito. I suoi capelli, come per la maggior parte di quelli che vivono nel nostro settore, sono raccolti in una semplice coda che scende oltre le spalle. Ha la canottiera macchiata di terra rossa. Si capisce che mamma lo sta sgridando per qualcosa, forse per aver permesso a Eden di sbirciare dalla finestra. John allunga una mano, ma lei la scaccia quando le viene un attacco della sua tosse cronica. Mi lascio sfuggire un sospiro. D’accordo. Se non altro sono tutti e tre sufficientemente in salute da camminare. Anche se uno di loro è infetto, è ancora abbastanza presto da avere una possibilità di guarigione.
Non riesco a smettere di immaginare quello che accadrebbe se i soldati dovessero marcare la porta di mia madre. La mia famiglia rimarrebbe impalata in salotto anche dopo che i soldati se ne fossero andati. Poi mamma tirerebbe fuori la sua espressione coraggiosa, solo per rimanere alzata tutta la notte ad asciugarsi in silenzio le lacrime. La mattina inizierebbero a ricevere piccole razioni di cibo e acqua e aspetterebbero semplicemente di guarire. O morire.
La mia mente vaga verso il gruzzolo di soldi rubati che Tess e io abbiamo nascosto. Duemilacinquecento banconote. Abbastanza per sfamarci per mesi... ma non abbastanza per comprare alla mia famiglia fiale di vaccino contro il morbo.
I minuti scorrono lentamente. Metto via la fionda e sfido Tess a qualche mano di morra cinese. (Non so perché, ma è un fenomeno a carta, forbice, sasso.) Lancio più volte uno sguardo verso la finestra di mia madre, ma non vedo nessuno. Devono essersi riuniti vicino alla porta, pronti ad aprirla app...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Legend
  3. LOS ANGELES, CALIFORNIA REPUBBLICA D’AMERICA POPOLAZIONE 20.174.282
  4. PARTE PRIMA - IL RAGAZZO CHE CAMMINA NELLA LUCE
  5. PARTE SECONDA - LA RAGAZZA CHE INFRANGE IL MURO DI CRISTALLO
  6. RINGRAZIAMENTI
  7. Copyright