
- 88 pagine
- Italian
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eBook - ePub
un regalo speciale
Informazioni su questo libro
Una giornata particolare per una madre che guarda con entusiasmo e agitazione il proprio figlio diventare adulto; la voce di un bambino a curare le ferite d'amore di un padre; una mamma alle prese con la propria piccola, capricciosa e turbolenta, più simile a una 'perfida creatura' che a un'adorabile bambina. Non sempre l'amore è come ce l'aspettiamo e diverse sono le strade che ci portano ad amare. Ma quel che è certo è che trovare la felicità è sempre una meravigliosa avventura. Tre brevi ma intensi racconti, in cui Jennifer Weiner dimostra tutta la sua classe e sensibilità. Contiene le prime pagine del nuovo romanzo dell'autrice, La prima cosa bella.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2013Print ISBN
9788838462092eBook ISBN
9788858510315L’ORA DELLA MAMMA
“Blu” pensò Alice. Il periodo che andava da settembre a gennaio, in cui nel nido aveva luogo “l’ora della mamma”, era cominciato da un quarto d’ora. Era una splendida mattina di settembre e i contorni delle foglie dorate si stagliavano nitidamente contro il cielo, mentre il vento portava con sé un accenno dell’inverno ormai alle porte. Alice cercava di non fissare l’adolescente pallida, piena di piercing e tatuaggi, che era stravaccata sul pavimento moquettato accanto al calorifero, ma dalle brevi occhiate che le aveva rivolto si era accorta che la ragazza, che si era presentata al nido con una maglietta dei Sex Pistols senza maniche e un paio di jeans a vita bassa, aveva delle mèche blu e rosse mescolate ai capelli neri.
La figlia di Alice, Maisy, le si dimenava in braccio. Non appena erano arrivate al nido le si era aggrappata addosso come una scimmia. «Mamma, mi veggogno» le aveva detto. Quindi Alice era rimasta in un angolo per venti minuti, vicino al tavolino apparecchiato con un mini servizio da tè e una scatola di vestitini da festa, con la schiena che le pulsava e la faccia di Maisy nascosta nell’incavo del collo. «Giù, mamma, giù!» chiese finalmente Maisy. Alice la posò gentilmente a terra. «Stai attenta» le disse ad alta voce, quando Maisy, ignorando gli altri bambini, ruzzolò verso lo scivolo di legno con le punte dei piedi all’indentro e i gomiti all’infuori che la facevano assomigliare a un pinguino indignato.
Lynn, la leader del gruppo, una donna bassa e vivace con un caschetto di capelli biondo argento, batté le mani. «Mamme e tate» gridò. «Mettiamoci in cerchio.» La ragazza con i capelli blu si alzò languidamente e tirò su una bambina adorabile vestita con una salopette e un paio di stivaletti da ginnastica rosa, i capelli ricci e neri raccolti in due codini. «Baci al pancino!» gridò, e tempestò la pancia della bimba di baci. Lei strillava deliziata, con le fossette sulle guance.
Alice si fece coraggio e andò verso lo scivolo, dove Maisy si era accovacciata con il broncio.
«Forza, Maisy, ora dobbiamo metterci in cerchio.» Maisy scosse la testa.
«Giocheremo più tardi» disse lei, prendendo in braccio sua figlia.
«No! No! Naaa naa No! Giocamo oa, mamma!» strillò Maisy e diede un calcio sul seno di Alice. Lei annaspò. Le si riempirono gli occhi di lacrime, ma si sforzò di mantenere la voce calma mentre raggiungeva il cerchio con Maisy.
«Maisy, non si danno i calci. I piedi non servono per dare i calci.»
«Giù, mamma, oa!» gridava Maisy, dibattendosi tra le sue braccia. Alice barcollò, sentendosi addosso gli occhi delle altre donne.
«Andrai sullo scivolo più tardi, ma ora dobbiamo sederci» disse con lo stesso tono fermo e paziente che stava sperimentando, con scarsi risultati, da settimane.
«Bene!» disse Lynn, rivolgendo un sorriso alle otto donne e alle loro propaggini e cercando di ignorare Maisy che stava esibendosi in un capriccio in piena regola, battendo i pugni a terra e strillando. Lynn alzò la voce per coprire gli urli della bambina. «Ditemi a turno i vostri nomi e quelli dei bambini.»
La prima mamma era Lisa e sua figlia, una bimba con la pelle di porcellana e i capelli rossi, che si succhiava il pollice con soddisfazione, si chiamava Annie. La mamma numero due era Stacy con Taylor, che faceva correre il camion sulla moquette. Alice accarezzava senza successo la schiena di Maisy e riuscì a cogliere un nome qui e uno lì. Pam... Tate... Manda... Morgan. Le altre mamme, come d’altronde lei, avevano tutte più o meno trent’anni: costosi colpi di sole, occhiaie scure mascherate a botte di correttore da sessanta dollari. E tutte indossavano all’anulare della mano sinistra un diamante che avrebbe potuto tranquillamente venire barattato con un’utilitaria di seconda mano.
Quando mancava solo una mamma, Maisy smise di piangere. «Non ti voio» disse guardando Alice che sentì una fitta al cuore, come se le avesse dato un calcio anche lì. «No e no.» Maisy si ficcò il dito in bocca. Aveva le guance piene di chiazze e i sottili capelli biondi, che quella mattina erano stati accuratamente pettinati e raccolti con delle mollettine rosa, ora erano arruffati intorno alla testa come una coroncina.
La baby-sitter con i capelli blu, alzò un sopracciglio e si sistemò in braccio la bimba con le fossette e i codini. «Sono Victoria e questa è Ellie. Ha due anni e mezzo.» Le altre mamme annuirono, mormorando i loro saluti.
«E vedo che sa già fare i suoi bisogni sul vasino!» esclamò Lynn. Lei si strinse nelle spalle modestamente. Alice fece una smorfia. Non era riuscita a insegnare a Maisy a fare niente con il vasino, tranne, sporadicamente, a metterselo in testa. Ora toccava a lei.
«Sono Alice e questa è Maisy. Compie due anni e mezzo il mese prossimo.» Tirò fuori un fazzolettino inumidito dalla borsa del cambio e cercò di pulire il viso di sua figlia. «Via!» piagnucolò Maisy dandole uno schiaffo sulla mano. “Non mollare” ricordò Alice a se stessa e si mise a contare tra sé i piercing di Victoria. Aveva un anello d’argento sulla lingua, un diamantino le brillava sulla narice e una barretta d’argento le perforava il sopracciglio; senza contare un tondino di gomma che le aveva creato un buco grande come una moneta nel lobo dell’orecchio. Alice pensò che non poteva avere più di diciannove anni.
«Ora potete giocare liberamente!» disse Lynn battendo di nuovo le mani. Le altre mamme, quelle con i mocassini di camoscio e gli anelli di platino e diamanti, gravitarono intorno al tavolo dei lavoretti. Victoria riprese la sua posizione accanto al termosifone e iniziò a rigirarsi oziosamente intorno al polso un braccialetto di pelle chiodato, mentre Ellie attaccava allegra delle palline di cotone a un cartoncino colorato. Alice riportò Maisy allo scivolo e si sedette accanto a Victoria. Si chiese quale mamma si fidasse a lasciare la sua bambina con una baby-sitter del genere. Probabilmente una donna molto moderna, una ragazza del centro. Alice e suo marito si erano recentemente trasferiti nel sobborgo residenziale di Haddonfield, dove solo le anziane signore avevano i capelli blu.
«Da quanto tempo si prende cura di Ellie?» chiese. Victoria alzò il sopracciglio ferrato. «Prego?» e poi rivolse ad Alice un ghigno metallico. «Oh, no» disse. «Non sono la tata. Sono sua mamma.»
«Come è andata la vostra giornata, ragazze?» chiese quella sera Mark, mentre si liberava di cappotto e giacca, e andava in cucina ad aiutare Alice che stava cercando di ficcare Maisy nel seggiolone.
«Bene!» gli rispose Alice. Maisy la colpì con un calcio sul bicipite, mentre Mark tentava di chiudere i lacci di sicurezza. Alice prese il piatto di plastica con i personaggi di Disney e il bicchiere arancione preferito di Maisy dal bancone. «Siamo andate all’asilo. È stato divertente!»
«Blutto asilo» disse Maisy, sfilandosi dai lacci per sgusciare fuori dal seggiolone e atterrare sul pavimento. Si fermò un istante, mentre i suoi genitori restavano esterrefatti da questa nuova prestazione, poi aprì la bocca e si mise a urlare. Mark la ficcò di nuovo nel seggiolone e strinse le cinghie, mentre Alice tirava fuori dal microonde una ciotola. Maisy smise immediatamente di strillare. «Pappa, buona!»
Mark aggrottò la fronte slacciandosi la cravatta. «Ancora pastina in brodo? Non l’ha già mangiata ieri sera?»
«Anche oggi a pranzo.» “E a colazione” pensò Alice. «Non vuole mangiare altro» disse, crollando sulla sedia.
«Pappa! Gnam, gnam!» disse Maisy, trangugiando la zuppa. Aveva i capelli impiastricciati di colla, un residuo dei lavoretti che aveva fatto quella mattina.
«Ti piace la pastina in brodo, eh signorina?» chiese Mark con quel tono brusco e troppo energico che usava per parlare a sua figlia, lo stesso che, ultimamente, faceva venire ad Alice una gran voglia di prenderlo a schiaffi.
Maisy lo ignorò, continuando a mangiare rumorosamente. Alice mise in tavola la loro cena: pollo arrosto fresco di supermercato, un’insalata che aveva appena tirato fuori da una busta di plastica e un contenitore riscaldato di purè di patate dolci con una crosticina di caramello e noci, una confezione da mezzo chilo che aveva comprato per l’incredibile cifra di 9,99 dollari. Con tutti quei soldi, aveva pensato trascinando oltre la cassa una Maisy urlante, senza prestare attenzione alle sue suppliche davanti ai lecca lecca, avrebbe potuto comprare due chili e mezzo di patate dolci, per non parlare del burro, dello zucchero di canna e delle noci e avrebbe potuto preparare abbastanza purè per sfamare una tavolata di dodici persone al pranzo del Ringraziamento. Ma quando? Questo era il punto. Chi aveva il tempo?
Mark si riempì il piatto e poi si voltò verso sua figlia. «Vuoi assaggiare un po’ di purè di patate dolci?» le chiese, facendole volteggiare la forchetta sotto il naso. Maisy si imbronciò. «Non voio le pate doci! Non voio mangiare! Non mangio!»
«Tesoro...» cominciò Alice.
«Be’, non può mangiare pastina in brodo per il resto dei suoi giorni!» replicò Mark.
Maisy colpì il purè con la forchetta e la fece volare in salotto, dove con ogni probabilità atterrò sul tappeto orientale, l’unica cosa carina che Alice si era portata dietro dalla stanza che aveva in subaffitto nella casa di quella signora sposata. Il cane guaì. Da quando Maisy aveva cominciato a deambulare, Charlie, che era un cane dolcissimo preso al canile, era vissuto nel terrore di quella ragazzina che Alice chiamava di nascosto (nei suoi pensieri, mai ad alta voce, e mai con Mark) la “perfida creatura”.
“Dammi la forza” pensò Alice. «Maisy, non si lancia il cibo. Il cibo si mangia. E soprattutto non si tirano le forchette. Hai spaventato il povero Charlie!»
«Non voio mangiare!» piagnucolò Maisy e rovesciò sul tavolo la scodella con la pastina. Mark si spostò indietro di scatto per evitare di venire travolto da quella brodaglia.
«Per l’amor di Dio...»
«Per favore non alzare la voce» gli chiese Alice. «Deciso, ma paziente; ricordi?»
«No!» urlò Maisy.
Mark sospirò, raccolse la ciotola e la portò in cucina. Alice tirò su il grosso di quel pasticcio con una manciata di tovaglioli, mentre Maisy piluccava la pastina finita sul tavolo. «Pappa! Gnam, gnam!» disse. Buttò indietro la testa e spalancò la bocca. «Mamma, pappa.»
«Non possiamo fare qualcosa?» chiese Mark a bassa voce mentre Alice passava la spugna. «Tipo cosa? Assumere una tata a tempo pieno? Abbandonarla all’angolo di una strada?» Voleva fare la spiritosa, ma quando le uscirono le parole di bocca non si sentì affatto divertente. Fece un respiro profondo e diede a Maisy un altro spaghettino. «È solo una bambina... vivace...» disse, ripetendo a pappagallo le parole che aveva imparato la sera prima, leggendo fino a tarda notte una guida sull’essere genitori, divorandola come se fosse un giornaletto porno. «È una bambina vivace.»
Mark borbottò qualcosa che assomigliava a “stronzate” e prese in mano i fazzolettini bagnati.
«La desideravamo così tanto» disse Alice la settimana successiva al nido. Le foglie sugli alberi fuori dalla finestra erano passate dal giallo oro al ruggine e frusciavano al vento. Quella mattina ci aveva messo dieci minuti a infilare a Maisy la giacca e tremava al pensiero di quando avrebbe dovuto infilarle anche cappello, stivali e guantini. Le mamme erano sedute in bilico sulle seggioline formato mignon mentre i bambini pasticciavano con una specie di pongo fatto in casa al tavolo dei lavoretti. (Maisy, naturalmente, si era rifiutata di partecipare e se ne stava in cima allo scivolo.)
«Abbiamo fatto di tutto per averla.»
Alcune donne annuirono solidali. Victoria giocava con il suo braccialetto borchiato e ascoltava con attenzione. «Avevo trentasei anni quando è nata» continuò Alice. «Siamo passati attraverso due cicli di fecondazione in vitro prima di concepire una prima volta e... quella gravidanza si è interrotta.» Aveva sulla lingua la parola bambino, ma decise di non pronunciarla. Pam, la mamma di Tate, che aveva già conosciuto al corso di “Musica in Fasce”, aveva abortito alla sedicesima settimana. Non c’erano paragoni tra questo e il fatto che a lei erano venute le mestruazioni dopo solo tre giorni che aveva scoperto di essere incinta. «L’abbiamo desiderata tanto. E ora...» le svanì la voce. La parte più intima del suo cervello, quella che aveva soprannominato Maisy la “perfida creatura”, aveva anche ripetutamente avanzato l’ipotesi che il primo bambino, quello che aveva perso, era quello che doveva nascere, mentre Maisy era come i bimbi cattivi delle favole che vengono sostituiti a quelli buoni. Oppure una sorta di ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Un regalo speciale
- UN REGALO SPECIALE
- IN ASSENZA DEL PADRE
- L’ORA DELLA MAMMA
- Nota dell’autrice
- Ringraziamenti
- LA PRIMA COSA BELLA
- I romanzi e i racconti di Jennifer Weiner
- Copyright