Bob trovò il cane due giorni dopo Natale, mentre il quartiere languiva silenzioso nel gelo, la pancia gonfia di alcol e gas. Aveva appena finito il suo turno serale al Cousin Marv’s, nei Flats, dove serviva da bere dalle quattro del pomeriggio alle due del mattino da ormai quasi due decenni. Quella sera, l’atmosfera al bar era tranquilla. Millie occupava il suo solito sgabello in un angolo, sorseggiando un Tom Collins e sussurrando episodicamente fra sé o fingendo di guardare la televisione: qualsiasi cosa pur di non rientrare alla casa di riposo sulla Edison Green. Lo stesso Cousin Marv si fece vedere, ufficialmente per giustificare gli scontrini, ma più che altro per starsene lì a leggere il prospetto delle corse e inviare messaggi a sua sorella Dottie.
Probabilmente avrebbero chiuso prima se gli amici di Richie Whelan non avessero occupato l’angolo del banco opposto a quello di Millie, passando la serata a brindare al loro compare, scomparso da tempo e presunto morto.
Esattamente dieci anni prima, Richie Whelan era uscito dal Cousin Marv’s per procurarsi dell’erba, o forse del Quaalude (era ancora oggetto di dibattito fra i suoi amici), e nessuno l’aveva più visto. Si era lasciato dietro la sua ragazza, una figlia che non vedeva mai e che viveva con la madre nel New Hampshire, e la macchina, rimasta dal carrozziere in attesa di un nuovo spoiler. Era questo il motivo per cui sapevano tutti che era morto: Richie non avrebbe mai rinunciato alla macchina. Lo adorava, quel catorcio.
Erano in pochissimi a chiamare Richie Whelan con il suo nome di battesimo. Lo conoscevano tutti come Glory Days, per il fatto che non smetteva mai di parlare dell’unico anno in cui aveva giocato come quarterback nella squadra del liceo di East Buckingham. Quella stagione aveva condotto i suoi a un record di vittorie di 7-6, dato di per se stesso poco significativo finché non si consideravano i risultati precedenti e successivi.
E così quella sera al Cousin Marv’s Bar gli amici dello scomparso e presunto morto Glory Days, Sully, Donnie, Paul, Stevie, Sean e Jimmy, guardavano gli Heat che facevano ballare i Celtics. Bob stava servendo il quinto giro, offerto dalla casa senza che loro lo ordinassero, quando un’azione della partita scatenò una levata di braccia al cielo e un coro di grida e lamenti.
«Siete troppo vecchi, cazzo!» sbraitò Sean rivolto allo schermo.
«Non sono così vecchi» disse Paul.
«Rondo ha appena bloccato LeBron col suo cazzo di girello» ribatté Sean. «E comesichiama, Bogans, è sponsorizzato dai pannoloni Depend.»
Bob posò i drink davanti a Jimmy, l’autista dell’autobus scolastico.
«Tu che ne pensi?» gli chiese Jimmy.
Bob si sentì arrossire, come gli accadeva spesso quando qualcuno lo guardava in faccia in un modo che lo faceva sentire in dovere di ricambiare l’occhiata. «Non seguo il basket.»
«Mi sa che tu non segui un bel niente, Bob» commentò Sully, che faceva il casellante sull’interstatale. «Ti piace leggere? Guardi The Bachelorette? Dai la caccia ai senzatetto?»
I ragazzi ridacchiarono e Bob fece un sorriso dispiaciuto.
«Questo giro lo offre la casa» disse.
Si allontanò, isolandosi dalle chiacchiere che lo inseguivano.
«Ho visto ragazze, tipette niente male, cercare di attaccare bottone con lui e restare con un pugno di mosche.»
«Magari va con gli uomini» suggerì Sully.
«Quello non va con nessuno.»
Sean si ricordò delle buone maniere e levò il bicchiere in un brindisi a Bob e Cousin Marv. «Grazie, ragazzi.»
Marv, che si era spostato dietro al banco e aveva aperto il giornale davanti a sé, sorrise, alzò il bicchiere e tornò a leggere.
Gli altri afferrarono i drink e si prepararono al brindisi.
«Qualcuno vuole dire qualcosa in onore del ragazzo?» chiese Sean.
«A Richie “Glory Days” Whelan, maturità del ’92 a East Bucky e strano cazzone. Che riposi in pace.»
I compagni mormorarono il loro assenso e bevvero, e Marv si avvicinò a Bob, intento a posare i bicchieri sporchi nel lavello. Ripiegò il giornale e guardò il gruppo di avventori in fondo al banco.
«Hai offerto un giro?» chiese a Bob.
«Stanno brindando a un amico morto.»
«Da quant’è che è morto quel ragazzo, dieci anni?» Con una scrollata di spalle si infilò il giaccone di pelle che indossava sempre, un modello che era di moda quando i due aerei avevano colpito le Torri Gemelle di New York e che quando le torri erano crollate non lo era già più. «Dev’esserci un momento in cui uno supera la cosa e la pianta di scroccare da bere.»
Bob sciacquò un bicchiere, lo mise nella lavapiatti e non disse nulla.
Cousin Marv si infilò i guanti e annodò la sciarpa, poi si voltò verso l’altra estremità del banco, dove sedeva Millie. «A proposito, non possiamo lasciare che ci occupi uno sgabello per l’intera serata senza pagare.»
Bob sistemò un altro bicchiere sulla rastrelliera sopra di sé. «Non beve molto.»
Marv gli si fece sotto. «Ma quand’è stata l’ultima volta che l’hai fatta pagare? E dopo mezzanotte le permetti di fumare: non credere che non lo sappia. Questo è un bar, non una mensa per i poveri. Se stasera non salda, non entra più finché non lo farà.»
Bob lo guardò e rispose a bassa voce: «Ma avrà un centinaio di dollari di conto».
«Centoquaranta, per la precisione.» Marv uscì da dietro il banco e si fermò alla porta. Indicò le decorazioni festive alle finestre e sopra il bar. «E tira giù la roba natalizia, Bob. Oggi è il 27.»
«E l’Epifania?» chiese Bob.
Marv lo fissò per un istante. «Non so neanche come risponderti» disse, e uscì dal locale.
Quando la partita dei Celtics era ormai arrivata penosamente alla fine, come un parente aiutato a morire e a cui nessuno era legato più di tanto, gli amici di Richie Whelan se ne andarono, lasciando solo Bob con la vecchia Millie.
Mentre Bob scopava il pavimento, Millie venne travolta da uno smisurato accesso di tosse catarrosa. Non la smetteva più di tossire, ma arrivata al punto in cui sembrava stesse per soffocare si fermò.
Bob le si avvicinò con la scopa. «Tutto bene?»
Millie lo tranquillizzò con un gesto della mano. «Benissimo. Versamene un altro.»
Bob si portò dietro il banco. Non riuscendo a guardarla negli occhi, prese a fissare il rivestimento di gomma nera sul pavimento. «Mi dispiace, devo fartelo pagare. E Mill...» In quel momento era così imbarazzato di appartenere al genere umano che si sarebbe sparato un proiettile in testa. «...dovresti saldare il conto.»
«Oh.»
Non la guardò subito. «Già.»
Millie cominciò a rovistare nella borsa da palestra con cui usciva tutte le sere. «Ma certo, ma certo. Avete un locale da mandare avanti, lo capisco.»
La borsa era vecchia, il marchio sul fianco scolorito. Millie vi frugò dentro, ne pescò un dollaro e sessantadue centesimi e li mise sul banco. Tornò a immergervi la mano e ne riemerse con una cornice antica priva di fotografia. Posò anche questa davanti a sé.
«È d’argento, viene dal gioielliere di Water Street» spiegò. «Robert Kennedy ci comprò un orologio per Ethel. Vale un sacco di soldi.»
«Non ci tieni una foto?» chiese Bob.
Millie spostò lo sguardo sull’orologio sopra il bar. «Si era sbiadita.»
«Un tuo ritratto?»
Annuì. «Coi ragazzi.»
Tornò a sbirciare nella borsa, vi frugò un altro po’. Bob le mise davanti un posacenere, e lei lo guardò. Lui avrebbe voluto carezzarle la mano, un gesto di conforto, come a dire “non sei del tutto sola”, ma era meglio lasciare gesti simili ad altri, magari agli attori del cinema. Ogni volta che lui provava a fare qualcosa del genere, qualcosa di personale, gli riusciva male.
E così le volse le spalle e le preparò un altro drink.
Glielo servì, prese il dollaro dal banco e tornò a girarsi verso la cassa.
Millie disse: «No, prendi la...».
Lui la guardò da sopra la spalla. «È sufficiente.»
Bob acquistava i suoi indumenti da Target ogni due anni, magliette, jeans e felpe; guidava una Chevy Impala dal 1983, quando suo padre gliene aveva date le chiavi, e faceva così poca strada che il contachilometri non era ancora arrivato a 100.000; abitava in una casa di proprietà, e le tasse sull’immobile erano ridicole, perché chi cazzo avrebbe voluto vivere lì? E così, se c’era una cosa che Bob possedeva e che pochi avrebbero mai immaginato che potesse avere era un reddito disponibile. Posò il dollaro nel cassetto, poi infilò la mano in tasca, ne tirò fuori un rotolo di banconote e lo nascose con il corpo, pescando sette biglietti da venti e aggiungendoli in cassa.
Quando tornò a guardarla, Millie si era ripresa le monete e la cornice e le aveva rimesse in borsa.
Mentre lei beveva Bob finì di pulire, e quando uscì da dietro il banco e la raggiunse Millie stava facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio nel bicchiere.
«Hai presente l’Epifania?» le chiese.
«Certo» rispose lei. «Il 6 gennaio.»
«Nessuno se ne ricorda più.»
«Ai miei tempi significava qualcosa» disse.
«Anche ai tempi di mio padre.»
La sua voce assunse un tono di distratta pietà. «Ma non ai tuoi.»
«Non ai miei» convenne Bob, e in quel momento avvertì qualcosa nel petto, come il battito d’ali di un uccellino in trappola, indifeso e alla ricerca di una via di fuga.
Millie aspirò una gran boccata dalla sigaretta e soffiò fuori il fumo soddisfatta. Diede qualche altro colpo di tosse e spense la cicca. Si infilò un logoro soprabito invernale e si diresse a lenti passi verso l’uscita. Bob aprì la porta su un lieve nevischio.
«’Notte, Bob.»
«Fa’ attenzione, là fuori» disse. «Occhio al ghiaccio.»
Quell’anno il 28 era il giorno della raccolta dei rifiuti nella sua sezione dei Flats, e i residenti avevano trasportato i bidoni sui marciapiedi per il passaggio mattutino. Percorrendoli diretto verso casa, Bob osservava con un miscuglio di divertimento e disperazione le cose che la gente gettava. Quanti giocattoli sommariamente rotti. Quanti scarti che funzionavano ancora benissimo ma che erano stati destinati alla sostituzione. Tostapane, televisori, forni a microonde, impianti stereo, vestiti, modellini di auto, aerei e monster trucks radiocomandati che avrebbero soltanto avuto bisogno di una goccia di colla qui, di un pezzetto di nastro adesivo lì. E sì che i suoi vicini non potevano certo dirsi benestanti. Bob non riusciva nemmeno a calcolare il numero di litigi per motivi di soldi che l’avevano tenuto sveglio di notte, aveva perso il conto di tutte le facce preoccupate che prendevano la metropolitana la mattina, di tutti i pugni sudati che stringevano le pagine delle inserzioni di lavoro. Faceva la coda con loro al Cottage Market mentre sfogliavano i loro libretti di buoni alimentari, o in banca mentre incassavano gli assegni dell’assistenza sociale. Alcuni facevano due lavori, altri potevano permettersi un tetto sopra la testa soltanto grazie alle sovvenzioni statali, altri riflettevano sui dolori delle loro esistenze al Cousin Marv’s, gli sguardi assenti, le dita strette sui manici dei boccali.
Eppure compravano. Erigevano impalcature di debiti, e proprio quando sembrava che l’intera baracca stesse per crollare per il troppo peso prenotavano un nuovo salottino con pagamento dilazionato e lo aggiungevano alla pila. E di pari passo con il bisogno di acquistare, se non più forte ancora, sembrava esserci quello di gettare. Nelle cataste di rifiuti Bob vedeva le tracce di una dipendenza quasi violenta e gli sembrava di assistere a un’espulsione di cibo da corpi che non avrebbero dovuto ingerirne.
Escluso perfino da questo rituale dal suo stigma di solitudine, dalla sua incapacità di coinvolgere chiunque sembrasse mostrare interesse per lui oltre i classici cinque minuti di conversazione sull’argomento del giorno, camminando Bob cedeva a volte al peccato di orgoglio, l’orgoglio di non essere un consumatore avventato, di non sentire il bisogno di comprare ciò che gli chiedevano di comprare alla televisione, alla radio, sui manifesti, sulle riviste e sui giornali. Questo non l’avrebbe certo aiutato a soddisfare i suoi desideri, visto che tutto ciò che desiderava era di non essere solo, ma sapeva che da quello nulla avrebbe potuto salvarlo.
Abitava da solo nella villetta in cui era cresciuto, e quando gli odori, i ricordi e i divani scuri di casa parevano in procinto di inghiottirlo i suoi tentativi di fuga (tramite le se...