Si stava chiedendo chi fossero i tre fratelli che avevano dato il nome alla rue des Trois Frères, quando il taxi si fermò davanti al numero 9. Scese dalla macchina, prese le valigie e, mentre l’automobile si allontanava veloce verso place Dullin, rimase per qualche istante immobile a guardare la casa.
Corrispondeva perfettamente alla descrizione che gli era stata fatta: un edificio di marmo bianco sottile e slanciato sul quale si appoggiavano da entrambi i lati case più massicce, un solo appartamento in due piani con ampie finestre, una porta d’ingresso di scura lucida quercia quasi uno specchio nero sul quale ora si rifletteva la sua figura.
Prese una chiave da un taschino, la infilò nella toppa e la fece ruotare tre volte a destra poi, come gli era stato detto prima della partenza come ultima e quasi dimenticata indicazione, esercitò su di essa una lieve pressione.
La porta si aprì docilmente e la luce dell’atrio si accese da sola senza altro intervento rivelando sulla destra una robusta antica cassapanca che avrebbe meritato una sistemazione migliore, una serie di piante grasse dalle foglie spinose (doveva forse occuparsi della loro sopravvivenza benché nessuno gli avesse detto alcunché al riguardo?), un attaccapanni a muro, un portaombrelli di ferro e, davanti al portone ora chiuso, una lunga scala di pietra ingentilita da una rossa passatoia.
Salì la scala alla svelta e, posate sul pianerottolo le pesanti valigie, soddisfatto, rassicurato dall’ottima impressione che gli aveva dato la casa dall’esterno, aprì con un’altra chiave la porta dell’appartamento.
Una silenziosa frescura gli venne incontro. Accese la luce, sistemò le valigie nell’ingresso, spinse una porta vetrata e si trovò in un soggiorno di sobria eleganza, con pareti di legno di un caldo color bruciato, ampi divani di cuoio, parquet, una grande libreria gremita di libri, un potente hi-fi con compact disc incorporato, un tavolo settecentesco, un altro tavolo coperto da un tappeto verde sul quale era posata, come una corona regale, una roulette.
Su uno scaffale della libreria c’erano numerosi mazzi di carte da gioco ancora avvolti nel cellophane, coni di cuoio per dadi di diversa misura, carte orientali dipinte su legno e incise su rame, una custodia di metallo per lo chemin de fer e una grande scatola piena di fiches colorate: il proprietario doveva essere un giocatore professionista o un aficionado part time del gioco d’azzardo.
Diede un’occhiata alle altre stanze, la cucina e un minuscolo bagno allo stesso livello del soggiorno e, al piano di sopra, all’estremità di un’altra lunga scala, la camera con un letto a due piazze molto più grande di quanto non fossero abitualmente i letti francesi, un secondo bagno di immacolato candore provvisto di specchi, mobiletti, scansie e di due altoparlanti sistemati sopra la porta ed evidentemente collegati con l’hi-fi di sotto: il proprietario doveva amare la musica.
Aveva avuto fortuna. Non poteva capitare in un appartamento né in un quartiere migliori lì, ai piedi di Montmartre, quasi a portata di sguardo da luoghi leggendari come la place Emile Goudeau, il bateau Lavoir, il Théâtre dell’Atelier frequentato di notte dai fantasmi di grandi attori scomparsi di cui si diceva che si potessero ancora udire i bisbigli, i sussurri, le grida, le lontane risate, brandelli di battute rimaste nell’aria...
Aprì le finestre della camera da letto e del bagno poi discese e spalancò quelle del soggiorno e della cucina al primo piano.
I cieli di Parigi non erano mai così belli come quando il tempo cambiava: cumuli di nubi nordiche comparivano all’orizzonte come truppe di invasione, combattimenti si scatenavano qua e là contro la orgogliosa luce latina, le nuvole cambiavano forma e colore, diventavano torri merlate, castelli sospesi nel vuoto, isole in volo sopra la città. Ma lui non era venuto a Parigi per vederne i cieli.
Voltò le spalle alle finestre e tornò a guardarsi attorno soddisfatto. Non c’era nulla in quell’appartamento che non gli piacesse, nulla che lo allarmasse, che gli lasciasse presagire un rapporto men che disteso con le cose che lo circondavano. Vivere anche per un breve periodo nella casa di un altro, in mezzo a oggetti estranei da cui sarebbe stato guardato come un estraneo, poteva essere un’esperienza rischiosa. Lo aveva sempre saputo e aveva sempre evitato di farlo, di trovarsi nella condizione di doverlo fare. Ma non in questo caso. Se ne era reso conto subito. Nel medesimo istante in cui gli era stata fatta la proposta di passare un mese in quella casa che non aveva mai visto e che apparteneva a qualcuno che non conosceva si era accorto di non provare la resistenza e infine il rifiuto provato in altre occasioni, ma una sensazione di esultanza come davanti a un invito del destino. Un mese. Avrebbe passato un mese intero in quella casa e quando fosse riuscito a mettersi in contatto con Marie, quando da una finestra del soggiorno avesse visto un taxi o la sua auto fermarsi nella strada e lei discendere le sarebbe andato incontro con la certezza di introdurla non in un luogo di squallidi amori adulterini, una volgare garçonnière, una casa da scapolo con quel che di losco che possono avere le case da scapolo quando vengono prestate per scopi furtivi, ma in un ambiente di raffinata aristocratica specie come un milieu – la parola francese gli si presentò priva del connotato ambiguo che le era proprio – da cui lei sicuramente veniva.
Estrasse dalla tasca la paginetta di agenda sulla quale lei, in treno, prima di tornare al suo posto, aveva frettolosamente scritto il suo numero di telefono, 4385546 e il suo nome, il solo nome di battesimo, Marie, quel tanto che le era parso sufficiente perché lui potesse rintracciarla.
Guardò l’ora. Le quattro del pomeriggio erano passate da poco. In fondo avrebbe anche potuto chiamarla subito, formare sul quadrante del telefono, quella serie di numeri magici che lo avrebbe di colpo liberato dall’impazienza, lo spinoso sentimento dell’attesa. Esitò. Curiosò per qualche istante al di là del filo del telefono nella casa dove tra poco sarebbe esploso il suo squillo. Anche lei stava aspettando? Non aveva neppure avuto il modo di dirle il suo nome quando si erano trovati soli l’uno di fronte all’altro nel corridoio del treno. Era sembrato bastare ad entrambi il solo nome di lei il che ora rendeva un po’ più difficile riprendere il rapporto dal punto in cui si era interrotto. Che cosa le avrebbe detto? Sono l’uomo del treno? L’uomo, l’homme, le jeune homme? In francese l’introduzione suonava ancora più ridicola che in italiano. Sono l’uomo del Palazzo delle Aste di Zurigo? Oppure semplicemente «sono io» sperando che lei avrebbe capito? Sono io. C’est moi. Anche c’est moi faceva ridere. Oppure all’inglese «si ricorda di me». Do you remember me? Ma sì, do you remember me era una buona soluzione, un po’ più ironica, meno banale di quel «Est-ce-que vous vous souvenez de moi?» che sarebbe stato più naturale dal momento che lei era francese e che si trovavano in Francia. Meglio comunque farle sapere subito del suo arrivo e assicurarsi fin d’ora un appuntamento per il giorno dopo. Tornò a guardare l’orologio. Chiunque fosse suo marito – perché un marito doveva averlo se c’era un qualche significato nella fede che portava all’anulare sinistro – a quell’ora doveva ancora trovarsi al lavoro, forse alla direzione di una banca, o in uno studio di avvocato, una riunione di politici in un palazzo governativo o di manager nella sede di qualche industria di gran nome, insomma ovunque tranne che a casa, un marito più anziano di lei di molti anni, con i capelli grigi e azzurrati, ricco, supponeva, sicuro di sé fino all’arroganza, un grande borghese fascinoso e antipatico, in grado di regalarle preziosi anelli come quello che portava al dito e che quasi copriva la fede matrimoniale.
Diede un’occhiata attorno alla ricerca di una eventuale derivazione del telefono che ricordava di aver visto di sopra sul comodino della camera da letto ma non nel soggiorno dove ora si trovava.
Un secondo apparecchio era lì a pochi passi da lui su uno scaffale della libreria alle spalle del tavolo da gioco, accanto a una calcolatrice tascabile e a un pesante posacenere. Si avvicinò al telefono deciso a chiamare e fu allora che notò la spia della segreteria telefonica lampeggiare come una lucciola che lanciasse invano il suo segnale. E chissà da quanto tempo.
Si chiese che cosa doveva fare. La telefonata era sicuramente indirizzata all’uomo di cui occupava la casa e che ora, secondo l’accordo preso con l’amico comune che ne era stato l’intermediario, doveva trovarsi nel suo appartamento a Venezia. Si disse che, forse, poteva trattarsi di un messaggio importante e che se lui lo avesse ascoltato e valutato avrebbe potuto telefonare a Venezia e trasmetterlo a quel Felix Koestner con cui aveva fatto lo scambio: un appartamento a Montmartre per un mese, contro un appartamento a Venezia nell’aristocratica contrada di San Gregorio.
Decise di ascoltare il messaggio. Schiacciò un pulsante sulla scatola nera della segreteria telefonica e, dopo un breve istante di silenzio, una voce femminile fece irruzione nella stanza parlando in una lingua straniera – il tedesco – con il tono concitato di chi ha atteso troppo a lungo per farsi ascoltare.
Era un messaggio breve ma del tutto incomprensibile per lui che non conosceva il tedesco. Tuttavia gli pareva di avvertirvi un tono di allarme, un tremolio di paura che conferivano a quelle oscure parole un contenuto angoscioso. Stranamente provò una sensazione di pena per la donna la cui voce era forse arrivata in quella casa pochi minuti dopo che Felix ne era uscito e che sarebbe stata ascoltata troppo tardi, perduta da tempo ogni sua eventuale urgenza, quando Felix fosse tornato.
Peccato. Non c’era modo di far arrivare quella voce fino a Venezia a meno che Felix Koestner non avesse portato con sé l’apparecchio elettronico che permetteva di attivare a distanza la segreteria telefonica e di ascoltarne i messaggi registrati.
Si guardò attorno e non tardò a vedere su uno scaffale vicino, accanto a un solitario portapipe, una borsa di tabacco, un portasigarette d’argento, il piccolo strumento che consentiva l’ascolto a distanza. Felix non aveva ritenuto necessario portarlo con sé.
Intanto nella scatola nera dopo una serie di scatti e di sibili era tornato il silenzio. Alzò le spalle, spense la segreteria telefonica e senza più alcuna remora digitò il numero di Marie che ormai conosceva a memoria.
Sentì lo squillo lontano che risuonava in una casa che non aveva mai visto e immaginò che lei comparisse in un salotto e si avvicinasse al telefono e lo prendesse con la sua mano dalle lunghe dita e che di lì a qualche istante la sua voce di cui aveva sentito soltanto un breve sussurro lo avrebbe raggiunto.
Ma il telefono suonò a lungo senza che nessuno rispondesse. Marie doveva essere uscita, non restava che aspettare e chiamare più tardi. Fece un gesto rassegnato, mosse alcuni passi per la stanza poi ricordò di aver lasciato le valigie nell’ingresso e le portò nel soggiorno.
Come se avesse approfittato della sua breve assenza un insetto era entrato nella stanza, gli passava accanto ronzando, faceva una serie di volteggi insensati prima di sparire dietro qualche angolo o di ritrovare la via di uscita.
Niente di più naturale che a quell’ora del pomeriggio a casa di Marie non ci fosse nessuno. La cosa appariva più che ragionevole. Tuttavia... Tuttavia una lieve fessura si era aperta dentro di lui e un filo di inquietudine aveva cominciato a infiltrarsi. Avrebbe fatto meglio ad avvisarla dall’Italia che sarebbe venuto a Parigi così presto. Lei avrebbe evitato di uscire sapendo che sarebbe arrivato. O forse sarebbe andata a prenderlo all’aeroporto, incomparabile fondale per il secondo capitolo di una storia. Ma tutto era accaduto così in fretta che gli era mancato il tempo di pianificare più accuratamente il suo viaggio. Non che gli fosse mancato anche il tempo di chiamarla, ma una certa pigrizia, la paura (paura?), l’imbarazzante possibilità che fosse il marito a rispondere e anche in certo modo il desiderio di farle una sorpresa: ecco, sono qui. Qui dove? Qui a Parigi, lo aveva trattenuto dal mettersi in contatto con lei. Così ora c’era il rischio che lei non ci fosse, che fosse altrove o addirittura – l’ipotesi gli sembrò intollerabile – che rientrasse a Parigi, nella casa dove forse stava ancora risuonando l’eco della sua chiamata, quando fosse scaduto il suo mese e fosse venuta l’ora di tornare in Italia. Certo era stato imprudente e aveva confidato un po’ troppo nella fortuna. Non sarebbe dovuto partire senza avere la certezza di trovarla. Ma se non poteva assolversi per quella imprudenza neppure poteva dare tutta la colpa a se stesso. Ragioni concrete, oggettive che sfuggivano al suo controllo gli avevano impedito di organizzarsi con la calma dovuta: Felix Koestner sembrava avere molta fretta, erano quelli e non altri i giorni in cui poteva lasciare Parigi e mettergli a disposizione la casa e lui aveva dovuto accettare le sue condizioni.
Rifece il numero, così, senza alcun motivo oltre a quello di verificare di non aver fatto prima un numero sbagliato e risentì lo stesso inutile squillo risuonare nella casa deserta. Un mese. Aveva un mese di tempo. Non poteva pretendere di aver tutto fin dai primi minuti di quel mese. Doveva accontentarsi per ora di sapersi a Parigi, in una città che amava, in un appartamento confortevole e quieto – a giudicare dai suoni che almeno in quel momento venivano da fuori: voci, fruscii di passi, pareva che rue des Trois Frères riuscisse a tenere a distanza il traffico automobilistico – dove l’attesa poteva non essere così insopportabile.
Sedette in una poltrona di cuoio con le gambe accavallate, le braccia strette l’una contro l’altra come se avesse freddo, la testa rovesciata all’indietro. Rivide a un tratto l’insetto di prima strisciare senza rumore sul soffitto della stanza, furtivo e come in agguato, sul punto di balzare addosso a una preda invisibile. Strane idee gli passavano per la testa. C’era qualcosa di romanzesco in quello che gli stava capitando, qualcosa di cinematografico e di così profondamente francese da sembrare un sogno di Jacques Prévert con un Jean Gabin ancora giovane e snello e la immortale Michèle Morgan al centro del sogno.
Tentò di assaporare le proprie fantasie ma senza riuscire a tenere a bada del tutto pensieri più insidiosi. Gli sarebbe bastato sapere dove Marie si trovava. Gli pareva improbabile che lei, incontrata in un treno una settimana prima, non fosse ancora rientrata e stesse ancora viaggiando per le strade ferrate d’Europa. Certo il treno Zurigo-Lugano che poi proseguiva per Milano e Venezia non era il mezzo più rapido per arrivare a Parigi. C’erano altre linee: Zurigo-Berna, ad esempio o Zurigo-Basilea, ma era evidente che se lei e la signora che viaggiava con lei (ammesso che fossero davvero assieme) erano scese a Lugano dovevano aver avuto i loro buoni motivi per farlo. Fosse stata sola sarebbe sceso a Lugano anche lui e, anche se qualcuno l’avesse attesa, magari il marito o comunque l’uomo di cui portava al dito gli anelli, avrebbe avuto modo di sapere qualcosa di più su di lei, di stabilire un accordo meno frettoloso e furtivo di quello che gli era stato consentito dalle circostanze. Scendere assieme, le valigie in mano, scambiarsi un ultimo sguardo senza dir niente come appunto Jean Gabin e Michèle Morgan avrebbero fatto oppure dirle che sarebbe venuto a Parigi al più presto, che avrebbe chiamato alle quattro del pomeriggio, o alle tre o alle due, in modo che lei potesse essere lì accanto al telefono. E quando lei avesse individuato fra la gente in attesa colui che fosse venuto a prenderla si sarebbero salutati come due passeggeri qualsiasi che hanno viaggiato nello stesso scompartimento. Ma ciascuno dei due portando con sé qualcosa dell’altro.
Zurigo ore 20. L’asta era finita e lui era riuscito ad avere senza spossanti e costose competizioni le tre stampe e i due dipinti per i quali era venuto. Gli avrebbero mandato tutto a Venezia entro pochi giorni per corriere sì che non si sarebbe dovuto prender carico del delicato plico oltre che delle pesanti valigie che aveva portato con sé. Si diresse verso l’uscita della sala affollata e fu in quel momento che la vide, anzi le andò addosso senza volerlo e si trovò all’improvviso a guardare gli occhi azzurri più chiari che mai gli fosse capitato di guardare e un viso abbronzato e i capelli castani più dorati, con lisce bande laterali che lievemente si piegavano sotto il mento: a parte il colore leggermente più scuro la pettinatura (ah, la sua passione per i film di una volta!) era la stessa di Greta Garbo nella Regina Cristina. Buon Dio come era bella! Ebbe subito la sensazione che qualcosa stesse accadendo, che un vento di quelle occasioni che la vita offre di tanto in tanto ai più fortunati lo avesse sfiorato e gli suggerisse di approfittarne.
Si scusò e lei gli sorrise e lo sguardo azzurro, salendo fino a lui da un film degli anni ’40, sembrò soffermarsi sul suo qualche istante più del necessario. Altre persone si insinuarono in mezzo a loro a dividerli: due grosse anziane signore dai capelli ossigenati impegnate in un fitto colloquio, un sacerdote in clergyman, un ufficiale di chissà quale esercito, avanguardia della folla diretta verso l’uscita. Di colpo lei sparì. Ma qualcosa era accaduto o quanto meno si proponeva di accadere. Ne era rimasta nell’aria una vibrazione, un invisibile annuncio. Qualcosa che sarebbe stato un errore o un delitto lasciarsi sfuggire per timidezza, scarsa presenza di spirito o una qualsiasi delle tante ragioni per le quali si lasciano sfuggire le grandi occasioni le poche volte che si presentano: per ricordarle più tardi con sofferenza e rimpianto. Raggiunse la strada nella speranza di rivederla già sedotto da lei e convinto che quel breve contatto lo autorizzasse a cercarla. Ma dalla gradinata del Palazzo delle Aste non vide che automobili in corsa con i fari accesi, un volo di piccioni spaventati da un tuono, tram sferraglianti e un folto gruppo di ombrelli che si disperdevano sotto la pioggia.
Impossibile distinguere fra quelle ombre fuggevoli la donna che gli aveva fatto percepire per un momento quanto garbata e cortese potesse essere a volte la vita. Si guardò attorno inutilmente poi discese la gradinata e si avviò verso il suo albergo. Una occasione perduta. Chissà, forse davvero la grande occasione. Peccato. Non restava che alzare le spalle e dimenticarsene.
Non uscì quella sera, consumò una cena leggera in albergo poi salì in camera, accese la televisione e passò un paio di ore a guardare un film americano in lingua tedesca, un western con James Stewart e Dean Martin di cui non capì granché tranne quel poco che le immagini permettevano di capire senza il supporto del dialogo.
Il giorno dopo – il tempo non prometteva nulla di buono ma per il momento non stava piovendo – camminò fino alla libreria Waldmann nella Bahnhofplatz a cercare l’edizione francese dei libri d’arte che suo padre, titolare della galleria veneziana per la quale anche lui lavorava, gli aveva chiesto di comprare ove li avesse trovati: Le Baroque di Frederick Staller, L’Age du Marbre di Bjorn, Les Chateux de la Bavière di non ricordava chi e qualsiasi altro libro che a suo giudizio potesse interessarlo.
Camminò lungo la riva destra del Limatt fermandosi di tanto in tanto a cercare con lo sguardo dall’altra parte del fiume la torre superstite del Fraumunster, l’antica basilica carolingia e riservandosi – cosa che si era proposto di fare in altre occasioni senza mai riuscirvi – di andare a visitarne le rovine più tardi.
Trovò tutti i libri chiesti da suo padre ed altri quattro grossi volumi illustrati, di taglio gigante e con copertine cartonate il cui peso, una volta che furono messi assieme l’uno accanto all’altro in una robusta borsa di plastica decorata dalla elegante doppia V della libreria, risultò tale da costringerlo presto a cercare un taxi.
Raggiunse la vicina stazione ma la folla che aspettava i taxi – dovevano essere arrivati nello stesso momento numerosi treni – era così imponente da scoraggiarlo. Riattraversò la piazza e si fermò accanto al semaforo nel punto in cui la Lowenstrasse confluiva nella Bahnhofplatz come un fiume in un la...