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La strada, un breve tratto secondario e tutto in salita, che le macchine percorrevano a senso unico, si srotolava di fianco alla via principale ad un indirizzo dei quartieri alti, una strada semideserta, priva di negozi, costeggiata invece da una sobria corte di palazzi umbertini perfettamente conservati, nonché da una fitta schiera di graziose villette a due piani sovrastate da tetti ordinati carichi di una profusione di tegole scure puntualmente allineate in dispendioso ossequio a composizioni di maniacali simmetrie, le pareti sapientemente intonacate nei delicati colori pastello, placide ville protette dalle insidie esterne grazie alla guardia di mute di cani – come annunciavano lucidissimi cancelli all’ingresso −, villette gelosamente nascoste alla curiosità, di chi poi?, da filari di alberi del giardino, certi giovani pini dalle chiome rotonde e pettinate, ritti come soldati sull’attenti al cui cospetto qualche malcapitata palma, disgraziatamente adattata a questa latitudine, spesso mal figurava.
Dimore accoglienti ad ogni costo, la cui pretesa di felicità domestica si rivelava tutta nella geometria semplice e lineare delle siepi robuste, nel perimetro regolare dei cespugli ben curati, rasati, irti e folti come pennacchi sui cappelli dei carabinieri.
Una ampia e generosa coltre di cielo, nondimeno, lasciava in ogni stagione che una luce benevola colasse come miele dorato dentro le foglie scure e fittissime a lambire, pietosa, i rami, a fasciare gli arbusti come tenue garza di seta.
La stessa luce poi, come pioggia, andava spargendo macchie di sole sul prato, lucide e viscide splendevano come occhi di serpe spalancati a mirare su in alto, le case, gli animali, le biciclette, le chiome immobili, le foglie di palma, le nuvole opache e poi ancora il cielo.
Una di quelle strade silenziose insomma, battute quasi esclusivamente dal ritmo del viavai di domestici di colore che in certe ore, in processioni cadenzate, si portavano a passo lento fino al marciapiedi e abbandonavano dentro i cassoni verdi delle immondizie i rifiuti del benessere dei loro padroni bianchi, poi mestamente rincasavano tornando sulle loro orme col capo chino, chiusi nelle loro casacche cariche di consuetudine e di bottoni dorati, senza neanche guardarsi intorno.
Uno storico albero di mimosa maestoso e massiccio come un vecchio maniero, sempre verde anche d’inverno, segnava in qualche modo con l’autorità di un monumento l’ingresso a quella strada; una specie di Arco di Trionfo barocco e dalle fronde ingioiellate alla cui ombra vibratile, come un regno fausto di consolazione, riposavano gli uccelli d’estate e che avvolgeva tra le sue robuste braccia, e finiva quasi per nascondere, le ante di un portone di legno proprio all’inizio di quella salita, lasciando emergere in alto soltanto la mattonella di marmo bianco con su inciso il civico del palazzo: il numero uno.
Non appena si annunciava la primavera poi, gli esuberanti rami dell’albero carichi di giubilanti grappoli gialli invadevano coi loro bottoni pelosi la mezzaluna di ferro che decorava il portone d’ingresso e lasciavano filtrare nel piccolo atrio nascosto all’interno, capricciosi bagliori di luce tremula.
Già, perché il grosso portone di legno chiaro e lucido rimaneva sempre chiuso durante le prime ore del pomeriggio; il giovane portiere indiano che viveva nell’angusto sottoscala del palazzo insieme all’incantevole moglie, indiana anch’ella, saliva a togliere il chiavistello alle sedici in punto.
Tutti i giorni a quell’ora, immerso nella penombra, lo si vedeva spalancare il portone, indietreggiava con cautela poi, dopo aver assicurato le ante al muro con un colpo secco che lanciava in aria come un urlo sordo, simile al suono di una minuscola esecuzione, il portiere si fermava un poco sulla soglia, le mani conserte, ad osservare il discreto tramestio che rumoreggiava per la strada. Egli sostava qualche minuto in piedi sopra il gradino di marmo bianco a scrutare l’asfalto grigio fumo, come un timido cane da passo e poi con estrema calma scioglieva le braccia e, tradendo un’aria vagamente rassegnata, andava a sedersi dietro un piccolo tavolo rotondo che spuntava come un fungo al centro di una minuscola guardiola dalle pareti spoglie, senza aria senza finestre e senza alcun ornamento.
Da lì ogni giorno sorvegliava l’ingresso; non appena un avventore attraversava il piccolo atrio che ospitava la gabbia dell’ascensore, egli sporgeva il capo, la sua nuca piccola e rotonda era afflitta da una cascata di capelli corvini liscissimi che colavano sulla fronte e sulle orecchie e che gli conferivano l’aspetto di qualcuno rimasto a lungo sotto un imprevedibile acquazzone; i suoi denti bianchissimi poi spuntavano sotto un curioso paio di baffetti a spazzolino, simili a perle dalle labbra di un’ostrica, da dietro la porta a vetri, che come un acquario separava il suo sorriso dalla fretta degli avventori e dalla noncuranza degli inquilini.
Come tutte le settimane di mercoledì la signorina Else fece il suo ingresso nel palazzo, infilò il portone spalancato che simile a una bocca oceanica parve inghiottirla; quando fu nell’atrio incrociò gli occhi del portiere, immensi e liquidi simili a otri gonfi di educata malinconia, lo vide abbozzare un timido cenno di assenso col capo, sapeva che tutti i mercoledì a quell’ora la signorina Else saliva in ascensore fino al quinto piano.
Il vecchio ascensore che serviva un’unica scala, conservava una autentica foggia antica, seppure portata con una certa disinvoltura; interamente di legno era stato arredato, oltre che da un ampio specchio quadrato, pure da una minuscola panca di legno chiaro e lucido che sopportava con onore tutti i segni usurati del tempo, era un comodo predellino aperto proprio sotto lo specchio, su cui si faceva in tempo a sedere solo durante l’ascesa ai piani alti e solo rinunciando a specchiarsi.
C’era un odore di scuola lì dentro quella piccola scatola, di alcol etilico e di legno, c’era un odore di buono che tuttavia incuteva una vaga soggezione; c’era il tempo di pensare a cosa dire dopo, una volta arrivati lassù, una volta dentro, mentre in balìa di una fune si decollava a bordo di una navicella muta, su per il budello vuoto della tromba delle scale, con un movimento lento lento, finché ad un certo punto si cominciava ad avvertire l’eco di una musica che veleggiava lontano, su in cima ai piani alti, una perdonabile insidia a quegli istanti di silenzio, poteva sembrare, ma poi il suono si irrobustiva man mano che si saliva, diventava forte, aumentava di volume, un frastuono che si faceva assordante su in cima, un fracasso che poteva quasi stordire arrivati all’ultimo piano.
Giunti al pianerottolo dal pavimento di piccole mattonelle pepe e sale infatti, la baraonda molesta e screanzata di un qualche diavolo di apparecchio che berciava ad ogni ora del giorno dalle stanze dell’interno nove, quello a destra dell’ascensore, faceva optare il visitatore arrivato lassù, per l’interno a sinistra invece, sulla cui porta d’ingresso una piccola targa in ottone ovale, con su inciso un esotico cognome spagnolo, finiva per risollevare, o quasi, il tono ahimè scadente di quel pianerottolo all’ultimo piano che una nube di rumori e ronzii avvolgeva perennemente in un unico fitto rombo incessante.
Nell’ora in cui la signorina Else saliva, per giunta, un odore acido di caffè mischiato con l’orzo invadeva interamente il quinto piano, cominciava ad annusarlo già al quarto, alla fine della corsa poi veniva irrimediabilmente pervasa da un odore acre e venefico come di fumo e di bruciato, un cattivo odore che sapeva di stantio, sapeva di casa vecchia, di cucina a gas con la bombola e di vecchie caffettiere incrostate con la guarnizione bruciacchiata e mezza squagliata, sgangherata e slittata ormai fuori dal suo assetto, dal solco circolare, sapeva di una vecchia coppia di vecchi sordi trascurati e inospitali che sorsavano caffè dalle tazze spaiate, al buio di un tinello assordante e ancora non rigovernato e poi rovesciavano i fondi tiepidi sopra gli avanzi di una misera pila di piatti unti, abbandonati a mollo dentro il vecchio lavello di pietra.
Il campanello, quello che spuntava dalla targhetta di ottone, era d’obbligo suonarlo proprio allo scadere dell’ora, in tal modo non si correva il rischio di disturbare la seduta di chi si era già accomodato là dentro.
Al primo appuntamento la signorina Else era arrivata con imbarazzante anticipo, era rimasta fuori dalla porta in attesa, a fissare la targa di ottone per qualche minuto senza risolversi a suonare, in preda al timore che qualcuno potesse sorprenderla in quella indifendibile inconcludenza; era rimasta immobile mentre nell’appartamento alle sue spalle l’intero carnevale rauco andava avanti; simile ad un manto, quei rumori l’avevano avvolta in una specie di nube confusa, in qualche modo se ne era rallegrata come di fosche e bizzarre circostanze che la proteggessero, la offuscassero.
Aveva sì più volte accostato il dito al campanello, ma ogni volta le era mancato il coraggio di suonare, poi di colpo però il rumore tangibile dell’ascensore richiamato a terra l’aveva fatta trasalire, di lì a poco di certo qualcuno sarebbe salito, impossibile intuire a quale piano.
Che doveva fare? Suonare fuori orario e correre il rischio di disturbare oppure fingere di star lì ad aspettare l’ascensore, ma per quanto? e poi? Poi nulla, le scale le erano sembrate l’unica via di fuga, la più tranquilla, così era ridiscesa con calma, appoggiandosi al corrimano di legno lucido, parecchio impolverato, lasciandosi alle spalle un concerto di musica sinfonica per pianoforte archi e ottoni che ormai infuriava senza controllo all’interno nove.
Giunta a terra dovette stropicciarsi le mani appiccicose della polvere dei piani, poi con una smorfia di disappunto era uscita fuori dal portone e si era applicata a sbirciare i citofoni, i suoi occhi blu marino li avevano passati in rassegna uno per uno, con l’aria di doverne trarre chissà quali informazioni indispensabili, poi era risalita con l’ascensore, che nel frattempo qualcuno aveva riportato a terra, ma poiché si trovava ancora in cospicuo anticipo era ridiscesa immediatamente, appena il tempo di soffocare la testa in un drammatico impazzare di archi; senza nemmeno uscire dall’ascensore aveva spinto il bottone con su la lettera T, era uscita a terra poi di nuovo salita e ridiscesa, poi ridecollata e poi toccato terra almeno quattro o cinque volte per perdere tempo; nell’ultimo atterraggio era uscita dal gabbiotto e simulando una ricercata disinvoltura si era servita dell’ascensore come fosse arrivata in quel momento. Tutto questo armeggiare aveva fortemente insospettito il giovane portiere, cosicché la signorina Else se lo era trovato davanti, lui l’aveva guardata con quegli occhi umidi, accesi da un modesto languore bovino e l’aveva fulminata attraverso i capelli color catrame che pareva gli gocciolassero sulla fronte, ella aveva scorto nel suo sguardo qualcosa di indefinibile, qualcosa che rifletteva, temette, la sua insensata animazione che, seppure invano, aveva tentato convulsamente di smaltire.
Così la signorina Else aveva abbozzato una smorfia conciliante, una specie – le parve – di sorriso da poeta taoista, per rassicurarlo, lui straniero e perché no, verosimilmente anche involuto, che dopotutto lei non era appena stata dimessa da un ricovero coatto, che anzi non ne aveva mai subìto uno, non ve ne era mai stata ma neanche la più esigua necessità.
Lui le aveva domandato declinando un fantasioso italiano, tuttavia con un tono non poco brusco e carico di risentito spazientimento occidentale, insomma dove diavolo dovesse andare.
«Dalla dottoressa al quinto piano» gli aveva risposto perentoria la signorina Else; in cuor suo si era pure compiaciuta di trionfare su di un subalterno in un modo così urbano, tuttavia, negli occhi dell’indiano aveva inesorabilmente scorto pur nello spazio di un breve sguardo, come in uno scatto fotografico, l’immagine nitida e implacabile della sua pallida glorietta.
Si era alla fine involata dentro l’ascensore, sfuggendo all’irrisolto imbarazzo, immolandosi alla scia dell’odore del caffè mischiato con l’orzo, della musica sinfonica, dei vecchi sordi, dei piatti sporchi, degli avanzi galleggianti essudanti ormai acri sentori di sfacelo, della brutta figura col portiere che l’aveva costretta a rivedere perfino il caro vecchio pregiudizio sugli indiani, miti spirituali e anaggressivi e di tutto il resto di quel luogo e di quel pomeriggio che oramai mulinellava nella sua testa insieme alle parole che di lì a poco avrebbe dovuto pronunciare, tutto il piccolo dramma della sua inquietudine, tutto, tutto si mescolava dentro una confusione irregolare, faticosa eppure inesorabilmente inevitabile.
Quando finalmente l’ascensore partì, la signorina Else inspirò di colpo ad occhi chiusi come se uscisse da una lunga apnea; seppure confusamente, le pareva che tutto si fosse in qualche modo coagulato, rassodato in qualcosa di sgradevole, qualcosa di appiccicoso come macilento muco dal naso.
Una provvidenziale insidia, come una sorta di ronzio impertinente, attentò a quel silenzio e la richiamò a sé. Una specie comune di calabrone grasso e peloso dalle spesse ali verde oro aveva preso a sbattere con insistenza contro lo specchio quadrato, un volo corto e ottuso che cercava l’uscita nello spazio ingannevole di luce riflessa, oppure doveva sembrare a quel mostriciattolo di essere entrato in collisione con un altro esemplare, un rivale identico a sé, che sferrava il suo attacco micidiale nel medesimo istante in cui esso stesso lo caricava.
La signorina Else in piedi nel cunicolo di legno si intravide di colpo dentro quello specchio, con il fuoco dello sguardo fisso sull’insetto stizzito, era apparsa a se stessa come un’estranea; quel viso minuto e opaco – certo lo specchio doveva essere antico − le aveva dato l’impressione vivida che fosse di qualcuno alle sue spalle, una donna che stava osservando lei che guardava il calabrone invasato mentre quello lottava contro lo specchio.
E allora lei dov’era?
Possibile che quello sguardo severo e scontento che aveva incrociato dentro lo specchio fosse destinato a lei?
“Dove sono?” si disse e per un attimo le parve di trovarsi in una terra di confine, uno spazio confuso tra la vita e la morte una sorta di terra di nessuno lontanissima e senza voci, dove le domestiche geometrie del tempo sembrano astenersi, in assenza di qualunque ordinamento, di qualunque mutamento.
Le era capitato altre volte di smarrirsi, di perdere seppure per qualche istante la percezione di sé, delle cose intorno, della loro consistenza, uno strappo alla trama fitta degli istanti inesorabili dell’esistenza, si trattava di uno di quei passaggi in ombra, come fulminei inverni del tutto inattesi, attimi in cui ella si sentiva cancellare dal resto delle cose, poteva solo assistervi, non era in grado di farci nulla, anche ora ora era accaduto, si era pericolosamente distratta.
Avvertì il bisogno irrefrenabile di sbadigliare, serrò le labbra per reprimerne l’impulso, ebbe come un brivido prese un fazzoletto dalla tasca si soffiò il naso ripeté una serie di gesti inutili al solo scopo di ritrovare un contatto reale si ravviò i capelli scosse più volte il capo si accostò una mano al petto finché avvertì il sangue che pulsava meno vigoroso dentro una vena del collo. “Ecco” si disse, “le cose stanno tornando al loro posto”, la vita lentamente cominciava a riprendere le sue proporzioni normali.
Così ella scosse da sé gli attimi presenti come minuscole gocce d’acqua in bollore e si ancorò di nuovo allo specchio; in quello un crescendo di violini emergendo come un fiume in piena, cominciò a tracimare impetuoso lungo la tromba delle scale, irruppe nelle sue orecchie, con grande fatica cercò, anche solo per un momento, di concentrarsi su di sé. Era suo quel viso? Era lei quella donna dentro lo specchio che ora rifletteva la vecchia grata della porta dell’ascensore? Dovette faticare la signorina Else per ricongiungere l’immagine che le stava di fronte alla persona che in quel preciso istante stava salendo dalla dottoressa al quinto piano; le pareva che non combaciassero per nulla, si sentiva affaticata come per le conseguenze di un compito difficile, qualcosa aveva incautamente rotto gli argini e ora dopo tutta quella concentrazione si sentiva confusa, confusa e ancora più frastornata.
Già, con molta probabilità era quell’appuntamento che la metteva in difficoltà, tuttavia ella sapeva benissimo che a quell’appuntamento si recava proprio perché, specie negli ultimi anni, si trovava in seria difficoltà.
Di colpo la donna dello specchio sventagliò un braccio, la mano balenò fulminea contro l’insetto che continuava a ronzare; una specie di trombetta petulante e persistente che l’aveva indispettita, il calabrone abbandonò lo specchio contro cui aveva continuato a picchiare e si fermò per qualche istante sospeso in aria senza fiatare; in quello la musica si arrestò di colpo, il gesto brusco della mano parve a quel punto responsabile di aver rotto quella specie di incantesimo dentro il quale ciascuno sembrava ripetere se stesso senza sosta e finalmente anche ella poté ricondurre sé a se stessa attribuendosi la domestica ripugnanza al contatto repellente col calabrone che intanto aveva preso bellamente ad eccitarsi contro la sua mano, come se l’avesse scambiata per il nemico nuovo, per il nemico vero.
Un tonfo rumoroso segnò l’atterraggio brusco di fine corsa, la porta dell’ascensore vomitò fuori uno dietro l’altro il piccolo equipaggio di umanità varia, il calabrone se la svignò per primo, infilò l’uscita zigzagando all’impazzata sfiorò la nuca della signorina Else mentre con una certa perizia adempiva alle operazioni di sbarco accompagnata dalle note finali di un vigoroso crescendo d’orchestra che raggiunse il suo excelsis esattamente nel momento in cui la porta dell’interno dieci, quella con il cognome spagnolo sulla targhetta, si aprì sull’espressione di affannato sconcerto stampata sul volto della signorina Else, sopra il cui timido e frastornato sorriso calò trionfale il silenzio.
Un piccolo vaso di ciclamini fioriti poggiato sul piano disadorno di un elettrodomestico in disuso, presumibilmente una lavatrice – possibile? − fu la prima immagine distinta che ella scorse quando finalmente si affacciò all’ingresso dello studio medico allo scoccare esatto dell’ora.
La dottoressa che in persona aveva aperto la porta le si era manifestata per la prima volta, vide apparire la sua figura in controluce; una vecchia finestra ampia e luminosissima infatti, si apriva sulla parete alle sue spalle, come in un quadro incorniciava il vaso di ciclamini e pareva scontornare dentro un cerchio di luce fulgida la sua modesta figura.
Era una donna piuttosto piccola di statura, quella che apparve sulla soglia, i capelli grigi molto corti si spettinavano in un taglio maschile assai irregolare che scopriva due piccole orecchie pallide e rotonde ai cui lobi faceva timida mostra di sé un improprio paio di orecchini di perla opaca.
Nessun convenevole, nessun sorriso sprecato; dopo che la signorina Else si fu presentata, lo fece col gesto educato di una scolaretta, a voce bassa e con un tono dimesso, la dottoressa la contemplò a lungo, con una sorta di sublime serenità affidata allo sguardo di un paio di occhi grigi che ella teneva quasi socchiusi, dopodiché, con un gesto consapevole che non fondava in quel momento che il preambolo della sua accoglienza, infilò la sua piccola mano nella mano di quella giovane sconosciuta e «Benvenuta» le disse accompagnando il saluto con un gesto del capo che reclinò all’indietro con una sorta di gradevole abbandono.
“Ecco è lei” pensò la signorina Else guardandola, mentre una convincente stretta di mano si consumava ancora sulla soglia. Un leggero ticchettio parve rompere il...