L'uomo con il camice bianco
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L'uomo con il camice bianco

  1. 175 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'uomo con il camice bianco

Informazioni su questo libro

Costruire un futuro migliore giorno per giorno: è la cifra della vita di Umberto Veronesi, che qui ripercorre la sua storia e il programma di lotta al cancro che lo ha reso uno degli scienziati più celebri al mondo. A emergere sono l'amore e la passione di Veronesi per il proprio mestiere, raccontato descrivendone le mille piccole grandi storie quotidiane: le notti insonni dopo un intervento difficile, l'incubo di un male che non risparmia neanche i bambini e il sorriso delle tante donne salvate da un tumore al seno. E questa stessa passione ha guidato Veronesi anche nel suo impegno politico, prima come ministro della Sanità e poi come senatore, e sociale. Mostrandoci la dimensione pubblica e quella più personale di questo sognatore tenace, L'uomo con il camice bianco – scritto a quattro mani con l'allievo e collaboratore Alberto Costa – non offre solo l'autoritratto di una vita intensa, ma rappresenta uno stimolo a cercare in se stessi e in chi ci circonda la forza di superare ogni difficoltà.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817060394
eBook ISBN
9788858638262

Appendice

Per un ritratto biografico di Umberto Veronesi

di Jacopo Costa Buranelli e Verena Leonardini Pieri commento fotografico a cura di Lucia Racca
Risulta quasi automatico, nell’immaginario comune, considerare Umberto Veronesi come il protagonista di numerose battaglie, tra le quali quella contro il cancro è certamente la più famosa e la più importante. Il suo nome è soprattutto riconducibile alla rivoluzione da lui portata nei campi della chirurgia (l’introduzione della quadrantectomia al fine di evitare la devastante mastectomia) e in quello della biologia molecolare, oltre che all’impegno profuso in materia di prevenzione, senza dimenticare i contributi etici e politici.
Da circa sessant’anni, da quando cioè l’oncologia è diventata una scienza sistematica, Veronesi è uno degli attori principali nel panorama internazionale della cura alle neoplasie e può annoverare una serie di successi che hanno portato profondi cambiamenti al concetto stesso di sanità, trasformando le statistiche sulla guarigione dal cancro da disarmanti (due per cento a inizio del secolo) a incoraggianti (più del cinquantadue per cento nel 2004); un nome importante, una mente brillante, una figura stimata, un sorriso rassicurante che trasmette fiducia.
Tuttavia, una delle sue fortune più grandi sembra essere quella di non avere mai incontrato il «morbo della solitudine», di non essere, cioè, unico e solo sul campo di battaglia, armato di bisturi o microscopio, ma di avere sempre avuto al suo fianco alleati importanti, sostenitori fedeli, collaboratori, amici e colleghi convinti della bontà delle imprese che assieme a lui stavano affrontando. Del resto, i generali educati da Sun Tzu nell’arte della guerra non avrebbero potuto vincere senza il proprio esercito, così come l’astuto Odisseo non avrebbe raggiunto Itaca senza i suoi marinai. Veronesi, nato il 28 novembre del 1925 in una cascina alla periferia di Milano, ha potuto contare sulla guida di grandi maestri e sul supporto di tanti compagni.
Sarebbe però superficiale considerare quella del «mai stato solo» una semplice fortuna; come dimostrato nel corso della sua vita attraverso i già citati successi, una delle doti più affascinanti e vincenti del Professore è sempre stata la sua capacità di costruire, tenendo insieme i pezzi dei vari quadri d’esistenza (siano essi parti di Dna o équipe di collaboratori), al fine di rimarcare in positivo la logica degli eventi, delle situazioni, dei problemi. Una logica del tutto per tutti; un ordine d’insieme che coinvolgesse il maggior numero di persone, sia tra quelli che hanno bisogno di cure, sia tra quelli che tali cure sono chiamati a fornire.
Proprio questo istinto a conservare, a formare, a reinvestire le risorse in nuovi progetti è stato ed è tutt’ora una chiave importante per analizzare le «tre anime» di Umberto Veronesi, i tre aspetti principali che hanno caratterizzato la sua carriera, ovvero: l’anima scientifica, quella organizzativa e quella politica. Tre mondi che, seppur sempre in compresenza, hanno influenzato la sua vita bilanciandosi di volta in volta, sapendosi adattare alle necessità e alle situazioni storiche, trasformando le possibilità in energia raffinata da infondere alle proprie qualità, accompagnando quel ragazzo della cascina di Lambrate fino alle porte di palazzo Chigi.
La logica del paradosso: correggere invece che distruggere
Non era necessario aspettare la Seconda guerra mondiale affinché Veronesi incontrasse il suo più grande nemico, il cancro. Fin dall’infanzia, infatti, aveva vissuto in una cascina molto vicino all’Istituto dei Tumori di via Venezian, che a quei tempi era chiamato con drammatico sconforto «il lazzaretto». Tuttavia, nella scelta di intraprendere la carriera medica, ha pesato notevolmente la necessità di rispondere a uno dei quesiti più spontanei e infantili che ci siano: «Perché esiste il male?».
Fu durante la guerra, all’età di diciotto anni, che Veronesi venne colpito da una mina.

Arruolato con la forza a Milano e destinato a un reparto aggregato a una divisione tedesca, si ritrovò in un campo minato vicino a Pistoia; dopo l’esplosione si risvegliò a Montecatini in ospedale, con duecento ferite da schegge. Quell’evento tanto significativo rappresentò il primo vero incontro con il male in senso fenomenologico: il rischio di una distruzione totale della sua esistenza, la paura per tanta sofferenza lo spinsero a chiedersi se ci fosse un modo per prevenire una tale follia. Il primo desiderio fu quello di studiare psichiatria, al fine di comprendere le menti degli uomini, poi le cose andarono diversamente.
Foto 1. Radiografia del costato di Veronesi. È ben visibile la scheggia di cui fu impossibile l’estrazione perché troppo vicina al cuore. Il Professore porta sempre con sé questa lastra per passare i controlli di sicurezza dei metal detector.
Finita la guerra, terminata l’università con il massimo dei voti, Veronesi decise di scommettere sulla sfida più difficile: invece della neurologia o della cardiologia, scelse la timida oncologia, quella branca della medicina destinata ai rassegnati. Nel 1951 varcò la soglia dell’Istituto dei Tumori per affrontare, ancora fresco di laurea, il male più grande, quello più misterioso, illogico, devastante.
La peste ci ha sempre spaventato; ne parlano Tucidide, Manzoni, Camus, e l’Istituto di via Venezian era etichettato come «lazzaretto» proprio per rimarcare quella drammatica sensazione che il nome «peste» produce. Il male incurabile, il tumore, infondeva rassegnazione anche nel medico più bravo e lo trasformava nettamente da razionalista a fatalista. Alcuni pazienti venivano mandati semplicemente a casa a morire, altri subivano interventi così demolitivi che oggi sembrerebbero assurdi, altri ancora riponevano le loro ultime speranze nella radioterapia.
La fiducia di Veronesi nelle possibilità di successo dell’oncologia, invece di affievolirsi, si consolidò ancora di più; si trattava davvero di un male annichilente, di un qualcosa che andava compreso, studiato, curato, poiché, proprio come la guerra, anch’esso toglieva ogni speranza e procurava tanta, troppa sofferenza.
Foto 2. Veronesi con il professor Pietro Bucalossi.
Sotto la guida di un ottimo maestro, Pietro Bucalossi (allora direttore dell’istituto), Veronesi iniziò a studiare la strategia migliore per ottenere risultati soddisfacenti, approfondendo gli studi di genetica e di biologia cellulare. Ciò fu possibile grazie a una borsa di studio presso quella «officina del Dna» che era allora il Chester Beatty Research Institute di Londra, lo stesso istituto di ricerca che annoverava tra i suoi scienziati i due premi Nobel Watson e Crick. Nei primi anni Cinquanta, direttore del Chester Beatty era Sir Alexander Haddow, figura fondamentale per la formazione del giovane Veronesi. Sir Haddow si faceva portavoce di un’importante filosofia: la strategia di ogni ricerca scientifica prende le basi dai paradossi. Il lavoro del ricercatore è noioso, abitudinario, talvolta banale, ma questo non deve assolutamente lasciare spazio alla depressione e allo sconforto, anzi, è necessario comprendere che non si può avere tutto e subito, ma che la sfida è costante; essa nasce dall’intuizione, dall’ipotesi più paradossale, anche dalla fantasia, per poi essere ricondotta in un’ottica empiristica rigorosa, scientifica. Con queste teorie, Sir Haddow aiutò il seme della determinazione a crescere nell’animo di Veronesi, il quale dimostrerà non solo di essere sempre pronto a ogni sfida, disposto a confrontarsi con qualsiasi campo d’indagine, ma, libero da dogmi e pregiudizi, alimenterà un’attitudine dinamica e adatta a qualsiasi questione, sia di carattere scientifico, organizzativo, etico e politico.
Propenso ad analizzare ogni situazione, il ricercatore Veronesi non si spaventò di certo nel comprendere che l’origine del cancro sembrava quasi risiedere in un paradossale «eccesso di vitalità» della cellula e non in un suo istinto di morte. L’armonia prestabilita del corpo umano, così logica e perfetta come descritta nei testi sacri, era messa in scacco da una produzione incontrollata di cellule, a seguito dei danni al loro patrimonio genetico. Danni che, nel settanta per cento dei casi, derivavano da un agente cancerogeno presente nell’ambiente, come già si teorizzava agli inizi del Settecento con gli studi sulla pelle degli spazzacamini, i quali spesso si ammalavano di cancro a causa della continua esposizione alla fuliggine. La biologia molecolare, la mappatura del genoma umano e la proteomica faranno poi passi da gigante proprio continuando a indagare su questa sovrabbondanza di vita che porta alla morte; l’aver compreso che alla base dello sviluppo del tumore c’è una disfunzione di uno o più geni è stata la prima grande rivoluzione.
Come agire in un processo tanto complesso?
Scrive Sun Tzu nell’Arte della guerra: «La capacità di vincere dipende da noi, la possibilità dal nemico». E proprio questo terribile nemico ammette una possibilità che permette di essere sfruttata. Si è scoperto con certezza che dal momento in cui un agente cancerogeno viene a contatto con il Dna cellulare a quello in cui compare il tumore passa un lungo periodo che potremmo definire di «incubazione». Proprio durante questa «lunga notte» del cancro è possibile agire, con la farmacoprevenzione, al fine di bloccare la cancerogenesi, assumendo un principio attivo o un elemento biologico specifico. Sarà proprio la prevenzione, quella capacità di vincere che dipende da noi, la prima grande convinzione di Veronesi, il quale non smetterà mai di riporre fiducia nella ricerca, auspicando un futuro che vedrà come protagonisti i farmaci intelligenti, mirati, studiati ad hoc su ogni tipo di cancro.
Quel futuro però era ancora lontano negli anni Sessanta, quando la strategia era quella non del correggere, bensì del distruggere. Le armi più forti contro il cancro, oltre ai farmaci chemioterapici (dai forti effetti collaterali) e alla chirurgia, si chiamavano antimitotici e antimetaboliti, vere bombe in grado di impedire totalmente la riproduzione delle cellule, provocando però seri problemi alla formazione di globuli bianchi e rossi, le cellule del sangue.
Nel 1962, grazie a una borsa di studio, Veronesi si reca in Francia, al Centre Léon-Bérard di Lione, per approfondire nuove terapie chirurgiche nel trattamento dei tumori con il grande Marcel Dargent, perfezionandosi negli interventi al seno e alla tiroide. Nel caso specifico dei tumori mammari, la tecnica più importante era la mastectomia, ovvero l’asportazione totale della mammella, dei linfonodi ascellari e del muscolo grande e piccolo pettorale, a cui si aggiungevano intense sedute di radioterapia sul torace, sul collo e sull’ascella. Questo tipo d’intervento permetteva di fronteggiare i numerosi casi di carcinomi mammari e si presentava come unica soluzione alla malattia devastante. Tuttavia, devastante era anche l’effetto che la mastectomia e la radioterapia procuravano sulla donna; l’asportazione del seno e le dure sedute postoperatorie minavano definitivamente non solo la femminilità delle pazienti, ma il loro stesso vissuto, costrette a dover convivere per sempre con il ricordo di una piaga, di un male spaventoso che, in alcuni casi, poteva anche ripresentarsi da qualche altra parte del corpo. Infatti, l’azione violenta delle terapie era giustificata dal desiderio di debellare completamente il tumore, agendo in modo massiccio su tutta la zona malata, impedendo il rischio nuove neoplasie in quella sede. Purtroppo, però, non sempre le cose andavano a buon fine e il tumore compariva altrove sotto forma di metastasi.
Fu tra il 1968 e il 1973 che Veronesi, interrogandosi sulla possibilità di correggere gli effetti della mastectomia, elaborò una nuova tecnica chirurgica dagli intenti conservativi; ancora una volta, si rivelò utile partire dal microscopio e, di nuovo, risultò indispensabile la presenza di un ottimo maestro.
Pietro Redaelli era stato per Veronesi, giovane laureato, una sorta di Socrate, capace di insegnargli a sfruttare l’arte del «non sapere», l’umiltà intellettuale e scientifica; in più, essendo professore di anatomia patologica presso l’università degli Studi di Milano, lo aveva preparato a perseguire un’intuizione che si rivelerà estremamente innovativa. Dal 1958, Veronesi aveva conseguito l’abilitazione alla libera docenza in anatomia e istologia patologica e aveva appreso che una fase che consentiva ancora di contrastare l’avanzata del male era quella in cui le cellule si riproducevano in una forma poco aggressiva. Sostanzialmente, se preso in tempo, il tumore non doveva considerarsi più così spaventoso e la sua dimensione (inferiore al centimetro) rendeva credibile la possibilità di operare solo una parte della mammella. Le recenti scoperte attestano infatti una progressiva selezione naturale tra le popolazioni di cellule tumorali, in cui si affermano via via quelle più aggressive; per questo la diagnosi precoce può considerarsi la seconda grande rivoluzione della ricerca oncologica, una sfida contro il tempo che rende possibile bloccare e distruggere il nemico quando ancora è meno forte.
Il «male incurabile» offriva dunque un’altra possibilità di vittoria, che Veronesi sfruttò da un lato incrementando le potenzialità di pratiche diagnostiche già in uso da qualche anno, come la mammografia e l’ecografia, dall’altro concentrandosi sulla conservazione della mammella, sfidando così la supremazia della mastectomia. Nella sua fase iniziale, il tumore poteva essere localizzato in uno dei cinque quadranti che compongono la mammella: quindi la speranza era quella di poter intervenire solo su quest’area, ma ciò significava porsi in controtendenza rispetto alla prassi del tempo. Infatti, la comunità scientifica non accettò di buon grado una tale ipotesi, che pareva quasi irresponsabile nei confronti di un male definito appunto «incurabile», capace di riproporsi anche dopo l’azione devastante della mastectomia.
Veronesi fu criticato e osteggiato, ma neanche in una situazione tanto critica si ritrovò da solo; i movimenti femministi degli anni Settanta, animati dal desiderio di vincere la malattia senza minacciare la propria femminilità, si pronunciarono a favore della nuova tecnica. Per otto anni, settecento donne furono curate, secondo un ordine casuale, sia con la mastectomia sia con la quadrantectomia (tale era il nome della tecnica innovativa di Veronesi che prendeva appunto in esame un solo quadrante della mammella), sempre accompagnate da sedute di radioterapia.
I risultati, pubblicati nel 1981 sul «New England Journal of Medicine» si rivelarono positivi, poiché testimoniavano che non c’era differenza di probabilità di guarigione tra le due tecniche: entrambe erano efficaci e praticabili.
Foto 3. La pubblicazione sul «New England Journal of Medicine» attesta nel 1981 l’efficacia della quadrantectomia.
Foto 4. Nel luglio dell’81, «Los Angeles Times», «Herald Tribune» e «The New York Times» dettero grande risalto al successo dell’alternativa alla mastectomia proposta da Veronesi.
Il primato della mastectomia, che si poneva come obiettivo quello di salvare la vita, era stato superato dalla nuova quadrantectomia che non solo salvava la vita, ma anche la qualità della stessa.
Questa fondamentale rivoluzione, però, non avrebbe potuto avere inizio senza comprendere l’enorme importanza della diagnosi precoce, e ciò Veronesi non lo dimenticherà mai. Ancora recentemente ha perseguito la strada dell’innovazione con l’idea della biopsia del linfonodo sentinella (tecnica che consente di evitare la dissezione ascellare nei casi in cui i linfonodi siano sani) e ha aggiornato le procedure di radioterapia dei tumori mammari, introducendo la radioterapia intraoperatoria con elettroni, in sigla Eliot, che potrebbe ridurre a una sola seduta l’esposizione del paziente alle radiazioni, effettuandola durante l’intervento stesso.
Prima di aggredire con violenza, cioè prima del vero e proprio attacco, il tumore si prende del tempo e ci lascia una possibilità di vittoria; a noi spetta la prima mossa, con la prevenzione e con la diagnosi precoce. Il nemico ci offre una possibilità, noi dobbiamo avere la capacità di coglierla; questo, Veronesi non si stancherà mai di ripeterlo.
Da via Venezian all’Europa: la rivoluzione oncologica
L’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori è stato l’officina febbrile che ha accompagnato le ricerche giovanili di Veronesi, appena venticinquenne, fino alla maturità....

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. Prefazione
  6. Introduzione
  7. Il dolore degli altri
  8. Il chirurgo robot
  9. La mia Milano
  10. Lezioni americane
  11. Difficile essere italiano
  12. Dieci minuti prima di tutto
  13. I giorni di Roma
  14. Decalogo
  15. Il cancro e i bambini
  16. Far from there we were born
  17. Il sogno europeo
  18. La guerra al cancro, l'impegno politico e la battaglia per la pace
  19. Donne
  20. Itaca
  21. Appendice - Per un ritratto biografico di Umberto Veronesi