SECONDA PARTE
Lorfalen
Quanto a questa piccola chiave, è la chiave della piccola stanza in fondo alla grande galleria dell’appartamento di sotto: aprite tutto, andate dappertutto, ma vi proibisco di entrare in quella stanza, e ve lo proibisco in tal modo che, se vi accadesse di aprirla, non c’è nulla che non dovreste aspettarvi dalla mia collera.
Charles Perrault, Barbablù
1
La lezione dei sentimenti
Mentre Étienne Virgil e Anne Collodi stavano davanti alla stazione di Lorfalen, con una borsa per due, e si chiedevano da che parte dirigersi, un giovane di vent’anni chiamato Bran Ashelbi si era appena svegliato, in una stanza della base militare a cui era assegnato, non lontano da quella stessa città.
L’edificio dalle linee essenziali e dai muri di un azzurro chiarissimo, quasi inconsistente, si confondeva con la sabbia del deserto circostante. Costruito intorno a un cortile quadrato anch’esso sabbioso, ospitava le aule, le sale per le proiezioni, quelle per le simulazioni climatiche o sensoriali, i laboratori, le palestre, le aree informatiche, le cucine e, all’ultimo piano, il quarto, le stanze dei soldati.
Nessuna struttura visibile pareva sbarrare l’accesso, né cancellate, né muri, né un fossato, eppure questo luogo era inaccessibile agli estranei. Qualunque veicolo non autorizzato che si fosse avvicinato a meno di cinquecento metri sarebbe stato distrutto senza ingiunzioni né riguardo per i passeggeri.
Torkensen dormiva ancora nel letto accanto. “Potevano anche dargliene uno più grande” pensò Ashelbi per l’ennesima volta, osservando il lungo corpo del compagno di stanza. Torkensen era alto quasi due metri, così che i suoi piedi spuntavano da sotto le lenzuola mentre la testa toccava all’altro capo.
Il cielo vuoto si stagliava nel rettangolo della finestra, affacciata sull’immensità del deserto bianco. Durante i primi anni di addestramento, Bran si appoggiava ogni mattina al davanzale di quella finestra. “Che bello!” diceva tra sé, un giorno dopo l’altro, dinnanzi allo spettacolo dell’alba nascente. “Com’è puro!” Poi, a un tratto, si era stancato. Era successo un anno prima. Al rientro dalla missione, per essere precisi.
Era tornato diverso da laggiù. Gli istruttori li avevano avvertiti: «Vedrete che esperienza! Non sarete più gli stessi, dopo!» Non sapevano quanto fosse vero, riguardo a Bran.
I suoi compagni avevano la sensazione di aver visitato un mondo straniero e di essere tornati a casa. Lui aveva provato qualcos’altro, un sentimento molto inquietante, che non aveva ancora confidato a nessuno: laggiù aveva provato la sensazione di tornare a casa.
Perciò a ognuno di loro era stato dato un nome, come quelli dei Terrestri, ed era partito con qualche altro compagno, felici di poter finalmente mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Da anni imparavano il vento, la pioggia, la neve, insomma, tutto quello che c’era laggiù e che qui non c’era. Erano stati addestrati a sopportare la sporcizia, il disordine, il rumore; a mangiare cose rivoltanti come quei formaggi tondi chiusi nelle scatole che puzzavano così tanto; a non fuggire spaventati quando incrociavano una di quelle donne dal ventre tondo con un bambino dentro… Eppure molti di loro erano stati disgustati, i primi giorni.
Innanzitutto erano andati in treno a Campagne, dove si trova il passaggio. Erano stati portati fino a quella famosa strada che corre dietro l’hotel Leggenda.
E lì, perfino il più coraggioso si era zittito davanti alla forza e al mistero del luogo. Avevano camminato. Pian piano il crepuscolo aveva inghiottito le case, la strada, e qualche minuto dopo, nonostante gli esercizi di simulazione a cui erano stati sottoposti, un violento shock il aveva scossi di fronte a quel nuovo mondo saturo di colori e odori, incredibilmente sporco e complicato.
Il primo dei due ricordi di Bran era quello del ramo di un albero, una catalpa, fitta di foglie generose. Si protendeva quasi fino al balcone della sua camera d’albergo, laggiù, nella città chiamata Montbrison. Nella parola Montbrison si sente “brise”, brezza. E infatti il vento faceva frusciare e dondolare quel ramo, a tratti con forza altri piano, come animato da una mano invisibile. Aveva ammirato quel prodigio per ore. E l’idea di essere a casa laggiù si era già insinuata nella sua mente. Da allora aveva pensato spesso a quel ramo. Gli sarebbe piaciuto rivederlo, sentirlo di nuovo. Gli mancava.
L’altro ricordo era di una persona. Una giovane Terrestre. La sorella della catturata, che si chiamava Anne. L’aveva incontrata il giorno del matrimonio e l’aveva fatta ballare come le altre. No. Non come le altre, appunto. Avevano sentito tutti e due una complicità particolare, che andava ben oltre quel ballo scatenato. Un’attrazione immediata e reciproca. E la sensazione di avere un segreto comune, un segreto di cui non sapevano nulla ma che era lì.
Ad ogni modo quella ragazza lo aveva scombussolato, tanto che aveva avuto un momento di esitazione quando lei gli aveva parlato di Jens, riferendosi a Kordemian. E aveva anche balbettato prima di ricordarsi il proprio nome, il nome di laggiù: Bran.
Più avanti, durante la serata, era andato a parlarle, ma sapeva che non aveva alcun senso, dato che il mattino dopo sarebbe tornato indietro con gli altri e non l’avrebbe più rivista. Quindi a che pro? Il governo non mandava mai nessuno due volte nella stessa area. I poliziotti terrestri non erano molto furbi in fatto di ricerche, ma era meglio non dar loro possibilità di fare collegamenti.
Insomma, si erano limitati a scambiarsi occhiate per tutta la notte, e ogni occhiata lo aveva turbato. L’ultima volta che l’aveva vista era al mattino presto. Lui andava verso il parcheggio con altri due soldati per raggiungere l’auto che doveva portarli via. Gli sposi, Kordemian detto Jens, e la sua nuova sposa, Gabrielle, avevano appena svoltato in fondo al viale. Anne tornava indietro a testa china, e lui aveva notato che si asciugava gli occhi con un fazzoletto. Allora qualcosa in lui si era attorcigliato, e aveva provato una vaga sensazione di nausea.
Solo una volta aveva parlato di lei a Torkensen, il suo compagno di stanza. Questi lo aveva ascoltato con attenzione, senza prenderlo in giro, poi aveva detto:
«Dimenticala, Ashelbi. Cosa credi? Di raggiungerla? Anche se sei il più Terrestre di tutti noi, saresti un mostro laggiù. Immagina: un tizio che è in grado di non respirare! Metteresti paura. Per loro è come essere morti, ce l’hanno insegnato a lezione, ricordatelo. Uno come Kordemian poteva dargliela a bere per qualche mese, poi basta. Non sei di lì, Ashelbi, anche se ti è piaciuta la missione. E quella ragazza non verrà qui per i tuoi begli occhi. Nessuna Terrestre è mai passata da questa parte se non per… quello che sai. È questo che vorresti per lei? Se vuoi un consiglio, dimenticala.»
Torkensen gli aveva fatto quella tirata lunga quanto lui, poi si era voltato per dormire.
In tal caso il suo futuro sarebbe stato quello di tutti gli altri abitanti di questo mondo, ovvero disegnato preventivamente, certo e puro come una barra di titanio. Il suo embrione sarebbe stato conservato il tempo necessario, a temperatura ideale, in una incubatrice del Centro di natalità, poi, quando fosse stato abbastanza sviluppato, consegnato alla sua cellula, composta di un uomo e una donna. Il bambino avrebbe poi ricevuto l’insegnamento adatto alla funzione sociale per cui era stato concepito e alla quale era destinato: controllore di volo degli autobus, costruttore di soffitti, nutrizionista o informatico. Diventato adulto, avrebbe esercitato quella funzione, sarebbe stato associato a una compatibile, una donna con cui si sarebbe messo in cellula, e a loro volta avrebbero accolto un bambino proveniente da due gameti scelti con cura in modo da attribuire al neonato un programma genetico di qualità e un futuro…
No.
Bran Ashelbi non aveva visto il giorno in quel modo, né seguito quel processo immutabile. Era un caso del tutto eccezionale.
Un segreto di Stato.
Come gli altri soldati della base, una quarantina, era frutto dell’unione nascosta di un alto funzionario del governo e di una catturata.
Era un ibrido.
Era figlio di una Terrestre.
Torkensen non si stiracchiò né sbadigliò. Non respirava mentre dormiva, come del resto gli altri soldati nella base. Bran Ashelbi, invece, respirava notte e giorno ma era in grado di bloccarsi e di non farlo per ventiquattro ore se lo desiderava. O se occorreva.
«Non siamo in ritardo» rispose. «Dormi sempre della grossa, per questo ti sembra che sia tardi.»
«“Dormire della grossa… fare la scarpetta… prendersela comoda…”, reciti la lezione già alla mattina! Sei davvero convinto che siamo obbligati a imparare tutte queste espressioni?»
«Sì, ne sono convinto. Se andrai in missione, te ne renderai conto.»
«Va bene, prof, d’accordo! Mi inchino davanti alla tua esperienza. E mi inchino davanti agli iperdotati.»
«Non sono iperdotato e non mi piace quando lo dici.»
«Ah, e come bisogna chiamarlo, uno che impara tutto tre volte più in fretta degli altri?»
Bran non rispose. Non si considerava per niente iperdotato. Il fatto era che quell’universo terrestre con il quale cercavano di prendere confidenza un giorno dopo l’altro, per potersi inserire in esso, quell’universo gli era familiare. Quel che disgustava gli altri non disgustava lui, o lo disgustava di meno. Quel che li sconvolgeva, non sconvolgeva lui, o di meno.
Si ricordava per esempio la lezione in cui erano state proiettate alcune fotografie di donne “incinte”, come dicevano i Terrestri. Alla vista delle pance nude, gonfie e tese sulle quali le future mamme intrecciavano le mani, e soprattutto all’idea che ci fosse davvero un embrione lì dentro, Bachelier, l’allievo più studioso della classe, era svenuto di colpo.
Gli altri erano parsi a disagio. Naturalmente sapevano tutti che anche loro erano venuti al mondo in quel modo, ma restava un argomento delicato, che non si affrontava mai. Davanti al realismo della foto, avevano abbozzato smorfie di imbarazzo. Anche Bran aveva finto di sentirsi male, ma in realtà non provava né repulsione né disgusto. Al contrario, e anche se non l’avrebbe ammesso per nulla al mondo, la rotondità di quelle pance l’aveva commosso. Vi avrebbe posato volentieri una mano sopra.
Un quarto d’ora dopo erano alle prese con la loro colazione terrestre. Dapprima ciascuno ingoiò la pastiglia antinausea che consentiva di sopportare l’ingestione di cose tanto rivoltanti quanto fette di pane e marmellata e una tazza di caffelatte. Bran non la prendeva. La marmellata di mirtilli gli piaceva, anche con quel suo gusto artificiale.
«Cosa abbiamo alla prima ora?»
«Sentimenti.»
«Ah già. E c’era qualcosa da studiare, no?»
«Esatto. Bisognava anche scegliere un sentimento, e trovare un esempio per spiegarlo.»
«Oh, cavolo» diss...