Il rifugio
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Il rifugio

  1. 352 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

W. Paul Young ha scritto Il rifugio come regalo per i suoi figli; lo ha pubblicato a sue spese e lo ha visto arrivare al primo posto della classifica dei bestseller del "New York Times": perché le domande intorno a cui ruota questo romanzo sono quelle cruciali per ogni essere umano. Mack è un uomo alla deriva, sconvolto dalla perdita di una figlia. Un giorno trova tra la posta un biglietto misterioso: qualcuno che si firma Pa, nomignolo con cui la moglie di Mack si rivolge a Dio, lo invita a recarsi "al rifugio", il luogo in cui la piccola Missy ha trovato la morte, uccisa da un maniaco. Mack è chiamato a fare i conti con un passato che non lo abbandona e con quella sofferenza che ha silenziosamente scavato un solco tra lui e Dio. Con il ritmo di un thriller e la magia di una favola, Il rifugio commuove e incanta, e insegna che il dolore è spesso una strada per arrivare a se stessi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817037327
eBook ISBN
9788858640081
1
Un incrocio di sentieri
Two roads diverged in the middle of my life,
I heard a wise man say
I took the road less traveled by
And that’s made the difference every night and every day.*
Larry Norman
(con mille scuse a Robert Frost)
Marzo portò un torrente di pioggia, dopo un inverno insolitamente asciutto. Un fronte freddo discese dal Canada e si impigliò lì, trattenuto da un vortice di vento proveniente dalla Columbia River Gorge nell’Oregon orientale. Nonostante la primavera fosse senz’altro dietro l’angolo, il dio dell’inverno non aveva intenzione di cedere senza combattere il regno che si era conquistato. I monti Cascades erano ammantati di neve fresca e la pioggia gelava al contatto con il terreno ancora ghiacciato: argomenti sufficienti a convincere Mack a restarsene accanto al camino scoppiettante, con un buon libro e un bicchiere di sidro caldo.
Eppure passò la maggior parte della mattinata collegato al computer del suo ufficio in città. Seduto comodamente nello studio, a casa, con i pantaloni del pigiama e una maglietta, fece il giro delle chiamate ai clienti, che per lo più si trovavano sulla East Coast. Si interrompeva spesso per ascoltare il suono cristallino della pioggia sulla finestra e guardare il lento ma costante accumulo di ghiaccio indurito che, fuori, ricopriva tutto. A ogni ora che passava era sempre più prigioniero, confinato in casa dalla gelata; il che gli faceva immensamente piacere.
C’è qualcosa di gioioso nei temporali che spezzano la routine. La pioggia o la neve liberano dalle aspettative, dalle pretese di produttività, dalla tirannide di appuntamenti e orari. E contrariamente alla malattia, si tratta di eventi collettivi, non individuali. È come se dalla città vicina e dalle campagne circostanti, lì dove la natura interviene a portare conforto agli esseri umani stanchi e affannati, salisse un sospiro di sollievo. Le persone coinvolte sentono di avere una scusa comune e i loro cuori diventano improvvisamente euforici. Non serviranno strani pretesti per non presentarsi in un dato luogo a una data ora. Quella singolare giustificazione è valida per tutti ed è l’inatteso alleviarsi della pressione dell’esistenza a rendere leggeri i cuori e gli animi.
Certo, è anche vero che le tempeste interrompono i commerci e, mentre alcune aziende guadagnano di più, altre perdono denaro, il che significa che quando tutto si ferma c’è anche chi non prova gioia. Ma non possono incolpare nessuno per la mancata produzione o per l’impossibilità di recarsi in ufficio. Sono solo un giorno o due, ma ciascuno si sente padrone del proprio mondo, semplicemente perché quelle piccole gocce d’acqua toccando terra si tramutano in ghiaccio.
Anche le attività più comuni diventano straordinarie. Scelte abituali si trasformano in avventure di solito vissute con un maggiore senso di consapevolezza. Nel tardo pomeriggio, Mack si coprì per bene e uscì per affrontare i cento metri scarsi che lo separavano dalla cassetta della posta. Il ghiaccio aveva magicamente trasformato quella semplice consuetudine in una lotta contro gli elementi: Mack alzò il pugno contro la forza bruta della natura e rise di scherno, sfidandola. Il fatto che nessuno l’avrebbe visto, che a nessuno sarebbe importato, era irrilevante; bastava il pensiero del suo coraggio a farlo sorridere, dentro.
Le gocce di pioggia ghiacciata gli pungevano le guance e le mani mentre percorreva il vialetto irregolare; sembrava un marinaio ubriaco che si trascina malfermo alla successiva bettola del porto. Mack dovette rialzarsi due volte da terra, prima di arrivare ad abbracciare la cassetta della posta come un vecchio amico.
Si soffermò a contemplare la bellezza del mondo incastonato nel cristallo. Ogni cosa rifletteva la luce e contribuiva alla luminescenza spettacolare di quel tardo pomeriggio. Gli alberi nel campo del vicino indossavano mantelli traslucidi, ciascuno diverso dagli altri ma di uguale fulgore. Era uno spettacolo glorioso, e per qualche istante il suo lucente splendore quasi sollevò la Grande Tristezza dalle spalle di Mack.
Ci volle un minuto per staccare il ghiaccio che aveva sigillato lo sportello della cassetta. Lo sforzo fu ricompensato da una busta su cui era scritto a macchina il suo nome di battesimo; niente francobollo, né timbro postale né mittente. Curioso, strappò il bordo, operazione non facile con le dita che iniziavano a irrigidirsi per il freddo. Le spalle al vento che gli rubava il fiato, finalmente riuscì a estrarre un solitario rettangolo di carta, non piegato. Il messaggio diceva semplicemente:
Mackenzie,
è passato un po’ di tempo. Mi sei mancato.
Sarò al rifugio il prossimo fine settimana, se hai voglia di incontrarmi.
Pa
Mack si irrigidì sopraffatto da un’ondata di nausea che si trasformò subito in rabbia. Pensava al rifugio il meno possibile, e quando lo faceva i suoi pensieri non erano né positivi né sereni. Se si trattava di uno scherzo, era più che di cattivo gusto. E il fatto che fosse firmato «Pa» lo rendeva ancora più irritante.
«Idiota» grugnì, pensando a Tony, il postino; un italiano dal carattere gioviale, con un grande cuore ma poco tatto. Perché aveva consegnato una busta tanto ridicola? Non c’era neanche il francobollo. Infilò rabbiosamente busta e biglietto nella tasca del giaccone e si voltò per tornare verso casa. Le folate di vento che all’andata lo avevano rallentato gli permisero di attraversare in fretta il piccolo ghiacciaio che gli si ispessiva velocemente sotto i piedi.
Se la stava cavando benone, finché non arrivò al punto del vialetto che deviava un po’ verso il basso e a sinistra. Senza volerlo, iniziò ad accelerare e scivolò sulle suole, che avevano la stessa aderenza delle zampe di un’anatra su uno stagno ghiacciato. Agitò le braccia per non perdere l’equilibrio e si ritrovò proiettato verso l’unico albero di un certo spessore al lato del sentiero, quello di cui aveva potato i rami inferiori non più di qualche mese prima. L’albero sembrava pronto ad abbracciarlo, spoglio e apparentemente ansioso di vendicarsi. In una frazione di secondo Mack decise di lasciarsi cadere e di permettere ai suoi piedi di scivolare in avanti, tanto l’avrebbero fatto comunque. Meglio qualche livido sul sedere che doversi togliere schegge di legno dal viso.
Ma l’adrenalina lo fece reagire con prontezza e Mack vide i suoi piedi sollevarsi al rallentatore, come se fossero finiti in un laccio nella giungla. Atterrò violentemente, batté la nuca e si fermò contro un cumulo di neve alla base dell’albero, che da quella prospettiva parve squadrarlo con disgusto.
All’improvviso il mondo divenne nero. Mack rimase fermo, confuso, lo sguardo rivolto al cielo, strizzando gli occhi che si stavano velocemente riempiendo di acqua ghiacciata che gli colava lungo le guance roventi. Per un istante tutto gli sembrò calmo e raccolto, come se l’impatto avesse sgonfiato momentaneamente la sua ira. «Be’, ora chi è l’idiota?» mormorò, sperando che non ci fossero testimoni.
Il freddo si intrufolava rapidamente sotto il giaccone e la maglia e Mack sapeva che la pioggia che si stava sciogliendo e ghiacciando sotto di lui presto sarebbe diventata un problema. Gemendo e sentendosi molto più vecchio, riuscì a mettersi carponi. In quel preciso istante notò la scia rossa che segnava il tragitto dal punto d’impatto a quello d’arresto. Come generato dall’improvvisa consapevolezza della ferita, un dolore sordo iniziò a risalire il collo verso la nuca. Istintivamente portò la mano alla sorgente del dolore e la ritrasse sporca di sangue.
Ghiaccio e ghiaia gli pungevano mani e ginocchia, mentre strisciava e scivolava per arrivare alla parte pianeggiante del vialetto. Riuscì a rialzarsi e raggiunse con passo malfermo la casa, umiliato dalla forza del ghiaccio e della gravità.
Una volta dentro, si tolse metodicamente ma a fatica gli strati di vestiario, con dita intirizzite rigide e insensibili come pezzi di legno. Decise di lasciare il cumulo di indumenti insanguinati sul pavimento e si ritirò in bagno per esaminare le ferite. Non c’era dubbio: il vialetto gelato aveva vinto. Il taglio sulla nuca pulsava, si stava gonfiando, e vi erano ancora incastonati alcuni sassolini. Come temeva, si era già formato un generoso bernoccolo, emerso come una balenottera tra le onde dei suoi capelli radi.
Mack si medicò a stento, tenendo in mano uno specchietto per vederne il riflesso in quello del bagno. Frustrato, si arrese, incapace di muovere le mani nella giusta direzione, senza riuscire a capire quale dei due specchi stesse mentendo. Sfiorandosi delicatamente il taglio riuscì a rimuovere i detriti più evidenti, ma smise quando il dolore gli impedì di proseguire. Irrorò la zona con il disinfettante e si legò un asciugamano alla nuca con un pezzo di garza trovato in un cassetto del bagno. Guardandosi allo specchio, trovò che aveva l’aria di uno dei malconci marinai di Moby Dick. Il pensiero lo fece dapprima sorridere, poi rabbrividire.
Per una medicazione vera e propria avrebbe dovuto attendere il ritorno di Nan: era uno dei vantaggi di aver sposato un’infermiera professionista. Sapeva comunque che peggio si presentava la situazione, più comprensione avrebbe ricevuto. Ogni tribolazione ha le sue ricompense, se le si cerca con attenzione. Inghiottì un paio di antidolorifici per attutire il bruciore e zoppicò verso la porta d’ingresso.
Non aveva dimenticato il biglietto, neanche per un attimo. Rovistando tra gli indumenti bagnati e insanguinati lo ritrovò nella tasca del giaccone, lo guardò e poi andò nel suo studio. Trovò il numero dell’ufficio postale e lo compose. Come prevedeva fu Annie, la giunonica direttrice, custode dei segreti di tutti, a rispondere. «Salve. C’è Tony, per caso?»
«Ciao, Mack, sei tu? Ho riconosciuto la voce.» Certo che l’aveva riconosciuta. «Mi spiace, ma Tony non è ancora tornato. Gli ho appena parlato via radio ed è riuscito a percorrere solo metà della Wildcat; non è nemmeno arrivato dalle tue parti. Vuoi che te lo chiami, o ti basta lasciare un messaggio?»
«Oh, ciao. Sei tu, Annie?» Non poteva resistere, anche se l’accento del Midwest di lei non lasciava spazio ai dubbi. «Scusa, ero distratto. Non ho sentito una sola parola di quello che hai detto.»
Lei rise. «Mack, lo so che mi hai sentito. Non pensare di poter fare scherzi a una burlona come me. Non sono mica nata ieri, sai? Cosa vuoi che gli dica, se ce la fa a tornare vivo?»
«A dire il vero, hai appena risposto alla mia domanda.»
Ci fu una pausa, dall’altra parte. «Sai che non mi pare che tu mi abbia chiesto qualcosa? Che ti succede, Mack? Fumi ancora troppa erba, o lo fai solo di domenica, per sopportare la funzione in chiesa?» Rise della propria battuta.
«Dài, Annie, lo sai che non fumo erba; non l’ho mai fatto e non intendo certo cominciare ora.» Ovviamente Annie questo non lo sapeva affatto, ma Mack voleva assicurarsi che recepisse il messaggio. Non sarebbe stata la prima volta che il suo senso dell’umorismo diventava un aneddoto gustoso che presto o tardi si trasformava in un fatto certo. Già immaginava il suo nome aggiunto alla catena delle preghiere per i traviati, in chiesa. «Non è importante. Parlerò con Tony alla prima occasione, grazie.»
«Va bene. Mi raccomando, resta in casa, è più sicuro. Chissà se un vecchietto come te ha ancora il senso dell’equilibrio. Non vorrei che scivolassi e ti ferissi nell’orgoglio. Da come si è messo il tempo, mi sa che Tony oggi non ci arriva proprio, nella tua via. Passi la neve, la grandine e il buio pesto, ma questa pioggia ghiacciata è un problema anche per noi delle poste.»
«Grazie, Annie. Mi ricorderò del tuo consiglio. Ci sentiamo presto. Ciao.» La testa gli pulsava più di prima; tanti piccoli martelli pneumatici che colpivano allo stesso ritmo del suo cuore. Che strano, pensò, chi oserebbe imbucare una cosa del genere proprio nella nostra cassetta? Gli antidolorifici non avevano ancora fatto effetto, ma erano entrati abbastanza in circolo da attenuare la preoccupazione che iniziava a provare, e Mack a un tratto si sentì molto stanco. Appoggiò la testa alla scrivania e credeva di essersi addormentato, quando lo squillo del telefono lo fece sobbalzare, ridestandolo del tutto.
«Mmm… pronto?»
«Ciao, amore. Dormivi?» Era Nan, insolitamente allegra, anche se Mack percepì il sottofondo di tristezza che permeava ogni loro conversazione. Lei amava quel tempaccio quanto lui. Accese la lampada da tavolo e guardò l’orologio, sorpreso che fossero passate quasi due ore.
«Oh, scusa. Mi sa che mi sono appisolato.»
«In effetti sembri intontito. Va tutto bene?»
«Sì.» Anche se fuori era ormai quasi buio, Mack vide che la tempesta non si era placata, ma aveva depositato altri cinque centimetri di ghiaccio sul mondo. I rami degli alberi erano curvi e lui sapeva che alcuni si sarebbero spezzati sotto quel peso, soprattutto se si fosse alzato il vento. «Ho fatto a botte con il vialetto quando sono andato a prendere la posta, ma a parte questo, tutto bene. Tu dove sei?»
«Ancora da Arlene, e credo che stanotte mi fermerò qui con i ragazzi. A Kate fa sempre piacere avere intorno la famiglia… sembra che riacquisti un certo equilibrio.» Arlene era la sorella di Nan, e viveva dall’altra parte del fiume, nello Stato di Washington. «Comunque la strada è troppo pericolosa. Spero che domattina andrà meglio. Mi pento di non essere partita prima che peggiorasse, ma è andata così.» Fece una pausa. «Come vanno le cose lì?»
«Be’, il panorama è meraviglioso, ed è molto più sicuro guardarlo che camminarci, credimi. Non voglio che ti azzardi a viaggiare con questo tempo! In giro non c’è anima viva. Credo che nemmeno Tony sia riuscito ad arrivare.»
«Ma tu non eri uscito a ritirare la posta, scusa?» chiese lei.
«Sì, ma non ho trovato nulla. Credevo che Tony fosse già passato e sono uscito a controllare. Ma non…» esitò, guardando il centro della scrivania, dove aveva appoggiato il biglietto, «… non c’era ancora niente. Ho chiamato Annie, che mi ha detto che è probabile che Tony non riesca a raggiungere la cima della collina, e io di certo non intendo tornare fuori ad aspettarlo. E comunque» si affrettò a cambiare argomento, per evitare ulteriori domande, «come se la passa Kate laggiù?»
Ci fu una pausa, seguita da un lungo sospiro. Quando Nan parlò, la sua voce era ridotta a un sussurro, e lui capì che stava coprendo il microfono con la mano. «Mack, non so che dirti. È come parlare con una pietra e non riesco a fare breccia, per quanto ci provi. Quando siamo in famiglia sembra uscire un po’ dal bozzolo, ma alla prima occasione si richiude a riccio. Non so cosa fare. Ho pregato e pregato che Pa ci aiuti a trovare un modo per arrivare al suo cuore, ma…» fece un’altra pausa, «… ho la sensazione che non ci stia ascoltando.»
Eccolo. Il nomignolo preferito di Nan per indicare Dio, che racchiudeva il compiacimento per l’intima amicizia che sentiva di condividere con lui.
«Tesoro, sono sicuro che Dio sa quel che sta facendo. Andrà tutto bene.» Di solito le parole non bastavano a confortarla, ma sperò che riuscissero a lenire la preoccupazione che avvertiva nella voce di lei.
«Lo so» sospirò Nan. «Vorrei solo che facesse più in fretta.»
Anche io, fu tutto ciò che Mack riuscì a pensare. «Senti, tu e i ragazzi rimanete lì, e saluta Arlene e Jimmy da parte mia. Ringraziali. Spero di vedervi domani.»
«Va bene, amore. Ora vado a dare una mano agli altri. Sono tutti alla ricerca delle candele, nel caso saltasse la corrente. Fallo anche tu. Le trovi sopra il lavandino in cantina, e in frigo c’è una torta salata, puoi scaldarla. Sei sicuro che te la caverai?»
«Certamente. Sono più ferito nell’orgoglio che nella carne.»
«Cerca di non fare sforzi e, se Dio vuole, ci vedremo domattina.»
«D’accordo, tesoro. Sta’ attenta, e chiamami se ti serve qualcosa. Ciao.»
Era una cosa sciocca da dire, pensò riattaccando. Una cosa virilmente sciocca, come se potesse veramente essere d’aiuto, in caso di bisogno.
Si sedette e osservò il biglietto. Cercare di districare il groviglio di emozioni negative e brutti ricordi che gli annebbiavano la mente era doloroso e difficile. Fu attraversato da un milione di pensieri velocissimi. Alla fine si arrese, lo ripiegò, lo infilò in una scatoletta di latta che teneva sulla scrivania e spense la luce.
Scaldò la torta salata nel microonde, poi prese un paio di coperte e cuscini e si diresse in soggiorno. Uno sguardo all’orologio lo informò che il programma di Bill Moyers era appena iniziato: era uno dei suoi appuntamenti preferiti e cercava di non perderlo. Moyer era una delle poche persone che a Mack avrebbe fatto piacere conoscere; un uomo brillante ed estroverso, capace di esprimere intensa comprensione per le persone e per la verità, con rara chiarezza. Una delle storie di quella sera parlava del petroliere Boon Pickens, che da un giorno all’altro aveva cominciato a scavare per cercare l’acqua.
Quasi senza pensarci, e senza staccare gli occhi dal televisore, Mack allungò una mano sul tavolino, prese una cornice con la foto di una bambina e la strinse al petto. Con l’altra mano si tirò le coperte fino al mento e si lasciò sprofondare nell’abbraccio del divano.
In breve un lieve russare riempì l’aria, mentre lo schermo raccontava la storia di uno studente dello Zimbabwe picchiato per aver espresso la sua opposizione al governo in carica. Mack però aveva già lasciato la stanza e lottava con i suoi sogni; forse quella notte non avrebbe avuto incubi, ma solo visioni, magari di ghiaccio, alberi e cadute.

* Due strade divergevano nel mezzo della mia vita, / sentii dire a un uomo saggio. / Presi quella meno battuta / ed è questo che ha reso speciale questo viaggio.
2
L’arrivo delle tenebre
Nulla ci rende soli come i nostri segreti.
Paul Tournier
A qualche ora imprecisata della notte, inatteso, il Chinook volò sopra la Willamette Valley, liberando la regione dalla morsa gelida della tempesta, a eccezione di ciò che si trovava ammantato nelle ombre più profonde. Neanche ventiquattr’ore dopo, la temperatura era quella di inizio estate. Mack dormì fino a tardi, uno di quei sonni senza sogni che sembrano durare un attimo soltanto.
Quando finalmente si tirò su dal divano, fu quasi dispiaciuto che quel mondo ghiacciato si fosse già sciolto, ma meno di un’ora dopo Nan e i ragazzi tornarono a casa e il suo disappunto lasciò il posto alla gioia. Per prima cosa, come aveva previsto, fu sgridato per non aver messo a lavare gli abiti insanguinati, poi fu accudito, coccolato e vezzeggiato mentre la moglie gli esaminava la ferita alla testa. Quelle attenzioni furono molto piacevoli, e in men che non si dica Nan lo ripulì, lo bendò e lo nutrì. Mack non dimenticò il biglietto, ma non ne parlò. Non sapeva ancora cosa pensare e non voleva coinvolgere Nan, qualora si fosse rivelato solo uno scherzo crudele.
Piccole distrazioni, come la tempesta di ghiaccio, erano gradite, benché fossero soltanto brevi pause dalla morsa costante della Grande Tristezza, come la chiamava lui. Dopo l’estate in cui era scomparsa Missy, la Grande Tristezza si era drappeggiata attorno alle sue spalle come una coperta invisibile ma quasi tangibile, opprimente. Quel ...

Indice dei contenuti

  1. Il rifugio
  2. Frontespizio
  3. Dedica
  4. Copyright
  5. Premessa
  6. 1. Un incrocio di sentieri
  7. 2. L’arrivo delle tenebre
  8. 3. Il punto di rottura
  9. 4. La Grande Tristezza
  10. 5. Indovina chi viene a cena?
  11. 6. Un poco di π
  12. 7. Dio sul molo
  13. 8. La colazione dei campioni
  14. 9. C’era una volta, in un giardino lontano, lontano…
  15. 10. Camminare sull’acqua
  16. 11. Arriva il giudice
  17. 12. Nel ventre delle bestie
  18. 13. Un incontro di cuori
  19. 14. Verbi e altre libertà
  20. 15. Una festa tra amici
  21. 16. Risveglio di dolore
  22. 17. Scelte del cuore
  23. 18. Onde concentriche
  24. Postfazione
  25. Ringraziamenti
  26. Indice