Angeli caduti - 1. Io voglio
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Angeli caduti - 1. Io voglio

  1. 410 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Angeli caduti - 1. Io voglio

Informazioni su questo libro

Caldwell, NY: Jim Heron fa il carpentiere, ha un passato avvolto nel mistero, si diverte con gli amici nella discoteca Iron Mask e di solito non pensa all'inferno o al paradiso. Ma un giorno, dopo un'avventura con una donna bellissima e pericolosa, ha un incidente mortale sul lavoro, e si ritrova in uno strano prato dove quattro uomini giocano a croquet. Sono angeli, e arruolano Jim per la lotta millenaria in corso tra angeli e demoni, in cui la posta in palio è la salvezza della terra. Jim potrà tornare in vita e avrà il compito di salvare sette anime da ciascuno dei sette vizi capitali. La prima è quella del ricchissimo Vin Di Pietro, e il suo peccato è l'avarizia. Mentre cerca di redimerlo, Jim si rende conto che il nostro mondo è pieno di angeli caduti e demoni che possono assumere le forme più ingannevoli, come il corpo meraviglioso di una donna.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2013
Print ISBN
9788817044745
eBook ISBN
9788858637616

Dedica

Al nostro Theo

Ringraziamenti

Grazie a:
Kara Cesare, Claire Zion, Kara Welsh, Leslie Gelbman e tutti quelli della NAL. Come sempre.
Grazie anche a Steven Axelrod, la mia voce della ragione.
Con affetto alla Squadra Waud – Dee, LeElla, K e Nath –, senza la quale niente di questo sarebbe stato possibile. Ringrazio anche Jen e Lu e tutti i nostri moderatori e hall monitors.
E con profonda gratitudine a Doc Jess (anche nota come Jessica Andersen), Sue Grafton, Suz Brockmann, Christine Feehan e la sua fantastica famiglia, Lisa Gardner e Linda Francis Lee.
E con tutto il mio amore a mio marito, mia madre, la metà migliore di WriterDog e tutta la mia famiglia.

Prologo

Demone era una gran brutta parola. Così antiquata, per giunta. Senti dire demone e ti vengono in mente quelle scene assurde dipinte da Hieronymus Bosch o, peggio ancora, quelle porcherie ridicole dell’Inferno di Dante. Cioè, sul serio: fiamme, anime torturate, tutti che piangono.
D’accordo, forse all’inferno fa un po’ caldino. E se da quelle parti avessero un pittore di corte, Bosch sarebbe il primo della lista.
Ma non era questo il punto. Il demone in realtà si considerava una specie di «consulente del libero arbitrio». Ecco, così è più moderno, molto meglio. Il contrario dei programmi tivù di Oprah, diciamo.
Era tutta questione di influenza.
Il fatto è che le qualità dell’anima non erano poi tanto diverse dalle membra del corpo umano. La forma corporea presentava un certo numero di parti vestigiali, come l’appendice, i denti del giudizio e il coccige: tutti elementi inutili, nel migliore dei casi; e nel peggiore capaci di compromettere il funzionamento dell’insieme.
Era così anche per le anime. Anche loro avevano della zavorra superflua, sempre d’intralcio: quei noiosi pezzetti moralisti che penzolavano come un’appendice pronta a infiammarsi. La fede, la speranza, l’amore... la prudenza, la temperanza... Tutto ciarpame inutile che riempiva il cuore di disgustosa bontà, ostacolando la pulsione innata dell’anima alla cattiveria.
Il compito di un demone era di aiutare le persone a riconoscere ed esprimere la loro verità interiore senza farsi distrarre da tutta quella robaccia, quell’umanità che le traviava. Purché le persone restassero fedeli alla loro vera natura, tutto si sarebbe messo per il meglio. E ultimamente era andata grossomodo così. Guerre, crimini, disastri ecologici, il pozzo nero della finanza chiamato Wall Street, le ingiustizie che permanevano in tutto il mondo: le cose procedevano alla grande.
Ma non era abbastanza, e il tempo stava per scadere.
Per usare una metafora sportiva, la terra era il campo di gioco, e la partita andava avanti da quando era stato costruito lo stadio. I demoni erano la squadra di casa; gli avversari erano gli angeli, che promuovevano gli interessi di quella chimera di felicità, il paradiso.
Lassù il pittore di corte era Thomas Kinkade, con le sue scenette idilliache del cazzo.
Ogni anima era un attaccante in campo, un concorrente nella gara universale del bene contro il male, e la tabella del punteggio rifletteva il valore etico delle sue azioni. La nascita era il calcio d’inizio; al momento del fischio finale, con la morte, il punteggio di ciascuno veniva sommato alla graduatoria generale. Gli allenatori dovevano stare a bordo campo, ma potevano piazzare in gioco diverse formazioni, accanto agli umani, per influenzare le cose... E potevano chiedere un time out per offrire istruzioni e incoraggiamento.
I time out: anche noti come «esperienze di pre-morte».
Qui stava il problema! Come uno spettatore intirizzito che guarda una partita dei playoff, con un hot dog di troppo nello stomaco e un tizio seduto dietro che strilla in continuazione, il Creatore meditava di andarsene dallo stadio.
Troppa gente maldestra, troppi time out. Troppi pareggi, troppi tempi supplementari non risolutori. Il campionato aveva evidentemente perso la grinta e le squadre avevano ricevuto un ultimatum: chiudete la partita, ragazzi.
Quindi le due fazioni si erano accordate su un particolare attaccante. Un attaccante e sette azioni di gioco.
Basta con quelle sequele interminabili di esseri umani: si sarebbe deciso tutto con sette anime, in equilibrio tra il bene e il male. Sette occasioni per determinare se l’umanità fosse buona o cattiva. Il pareggio non era contemplato, e in palio c’era... tutto. Se vinceva la squadra dei demoni, poteva tenersi lo stadio con tutti i giocatori, compresi quelli non ancora nati. E gli angeli sarebbero diventati loro schiavi per l’eternità.
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In confronto, sai che noia torturare un peccatore umano!
Se invece avessero vinto gli angeli, la terra si sarebbe trasformata in una gigantesca, maledetta mattina di Natale, una stomachevole ondata di felicità, calore, affetto e pace che avrebbe travolto ogni cosa. In questo orribile scenario i demoni avrebbero cessato di esistere, non solo nell’universo ma anche nei cuori e nelle menti degli uomini. Sempre meglio svanire nel nulla che restare lì a sorbirsi smancerie; allettante più o meno come un bastone infilzato, levato, reinfilzato nell’occhio.
I demoni non potevano permettersi di essere sconfitti. Sette possibilità non erano molte, e la squadra ospite aveva vinto nel lancio della moneta metafisica; quindi sarebbero stati loro a contattare l’attaccante destinato a lanciare le sette «palle», per così dire.
Ah, sì. L’attaccante. Ovvio che la scelta di questo ruolo chiave avesse comportato una discussione molto accesa. Alla fine comunque erano giunti a un accordo, una persona che entrambe le parti trovavano accettabile, uno da cui entrambi gli allenatori si aspettavano che giocasse in base ai loro valori e obiettivi.
Il poveretto non aveva idea di cosa lo aspettava.
Il fatto, però, era che i demoni non erano disposti a scaricare una responsabilità così gravosa sulle spalle di un essere umano. Il libero arbitrio era malleabile, dopotutto, ed era questo il senso della partita.
Quindi avrebbero mandato in campo un altro giocatore. Era contro le regole, ovviamente, ma in sintonia con la loro natura; e gli avversari non avrebbero mai fatto altrettanto.
Era questo il vantaggio della squadra di casa: l’unico lato positivo degli angeli era che si attenevano sempre alle regole.
Non avevano scelta.
Branco di sfigati.

1

«Lei ti vuole.»
Jim Heron alzò gli occhi dalla sua bottiglia di Bud. Dall’altra parte del locale affollato, nella penombra, oltre i corpi avvolti da abiti neri e catene, attraverso l’aria densa di sesso e disperazione, vide la «lei» in questione.
Una donna in blu, in piedi sotto uno dei pochi faretti a soffitto dell’Iron Mask; la luce dorata le si posava leggera sui capelli castani alla Brooke Shields, sulla pelle d’avorio e su quel corpo da schianto. Era una rivelazione, una scintilla variopinta che si stagliava contro quegli individui decadenti strafatti di Prozac: seducente come una modella, splendente come una santa.
E guardava proprio lui, ma chissà se lo voleva davvero. Aveva gli occhi infossati, e il desiderio che mozzava il fiato di Jim poteva dipendere semplicemente dalla conformazione del suo cranio.
Al diavolo, forse si stava solo chiedendo cosa ci facesse lui in quel locale. In tal caso, erano in due a domandarselo.
«Dammi retta, amico, quella donna ti vuole.»
Jim scoccò un’occhiata a Mister Paraninfo. Adrian Vogel era il motivo per cui Jim era finito lì dentro, e l’Iron Mask era decisamente il suo genere di locale. Ad era vestito di nero da capo a piedi e aveva piercing in parti del corpo a cui una persona normale non avrebbe lasciato avvicinare un ago.
«Ma no.» Jim buttò giù un altro sorso di Bud. «Non sono il suo tipo.»
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«Sicuro?»
«Sì.»
«Tu sei matto.» Adrian si passò una mano tra le onde nere dei capelli, e quelli tornarono subito al loro posto come se fossero stati addestrati. Cristo, c’era da domandarsi se non fosse un habitué delle profumerie, non sapendo che faceva il carpentiere e parlava come un camionista.
Eddie Blackhawk scosse la testa. «Solo perché non gli interessa, non vuol dire che sia matto.»
«Lo dici tu.»
«Vivi e lascia vivere, Adrian. È meglio per tutti.»
Eddie cambiò posizione sul divanetto di velluto. Jeans e scarponi pesanti, il suo era più uno stile da motociclista che goth; quindi sembrava fuori posto quanto Jim. D’altronde, con quella stazza imponente e quegli occhi così strani, tra il rosso e il marrone, avrebbe suscitato scalpore ovunque tranne in un gruppo di lottatori di wrestling.
In cantiere nessuno lo prendeva in giro per la lunga treccia, neppure gli operai idioti che lavoravano al tetto e che di solito erano i più insolenti.
«Allora, Jim, sei uno di poche parole.» Adrian scrutava la folla, senza dubbio in cerca di un Vestito Blu tutto per sé. Fissò le cubiste che si dimenavano nelle gabbie di ferro e fece un cenno alla cameriera. «E dopo aver lavorato un mese con te, so che non è perché sei stupido.»
«Non ho molto da dire.»
«In questo non c’è niente di male» mormorò Eddie.
Ecco perché probabilmente Jim preferiva Eddie. Quel figlio di buona donna era taciturno quanto lui, non sprecava una parola se poteva bastare un cenno del capo. Era un mistero come fosse diventato così amico di Adrian, uno che in bocca aveva il cambio sprovvisto del folle.
Inspiegabile che fosse il coinquilino di quel coglione.
Fa niente. Jim non aveva nessuna intenzione di domandarsi come quando e perché.
Niente di personale: quei due erano il tipo di gente furba e sveglia di cui sarebbe potuto diventare amico in un altro momento, su un altro pianeta. Ma qui e ora i loro problemi non erano affar suo; ci era uscito solo perché Adrian aveva minacciato di continuare a chiederglielo finché non avesse ceduto.
Morale della favola: Jim era asociale, viveva come un eremita e si aspettava che gli altri lo lasciassero in pace. Dopo il congedo dall’esercito aveva vagabondato qua e là, ed era finito a Caldwell solo perché lì aveva smesso di guidare. E da quel posto avrebbe ricominciato, una volta terminati i lavori al cantiere.
E comunque, considerato chi era il suo vecchio capo, meglio se restava un bersaglio mobile. Non c’era modo di sapere quando l’avrebbero chiamato a rapporto per un’altra «missione speciale».
Mentre finiva la birra, si congratulò con se stesso perché possedeva solo i suoi vestiti, il furgone e la Harley scalcagnata. Certo, non aveva combinato molto, per avere trentanove anni...
Oh, porca miseria!
Ne aveva quaranta. Quella sera era il suo compleanno.
«Devo sapere» disse Adrian sporgendosi verso di lui. «Hai una donna, Jim? Per questo non ci provi con Vestito Blu? Voglio dire, guardala, è uno schianto.»
«La bellezza non è tutto.»
«Sì, be’, di sicuro male non fa.»
Mentre gli altri due ordinavano da bere, Jim scoccò un’occhiata all’oggetto di tante chiacchiere.
La donna non distolse lo sguardo. Non mosse un muscolo. Si limitò a leccarsi le labbra rosse, come se fosse rimasta lì tutto il tempo ad aspettare che lui la guardasse di nuovo.
Jim tornò a fissare la sua bottiglia vuota e si agitò sul divanetto. Si sentiva come se qualcuno gli avesse infilato dei carboni ardenti nelle mutande. Era passato tanto, tanto tempo. Era più che un momento morto, o un periodo di siccità: «deserto del Sahara» era una definizione più calzante.
E, tutto sommato, non vedeva l’ora che finisse il periodo di iperattività della mano sinistra.
«Dovresti andare da lei» disse Adrian. «Presentarti.»
«Sto bene qui.»
«Mi costringi a rimettere in questione la tua intelligenza.» Adrian tamburellò le dita sul tavolo, intercettando la luce con il grosso anello d’argento. «O almeno la tua libido.»
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«Accomodati pure.»
Adrian alzò gli occhi al cielo: evidentemente aveva capito che non c’era margine per negoziare, a proposito di Vestito Blu. «Va bene, lasciamo perdere.»
Tornò ad appoggiarsi con la schiena al divanetto, in una posa simile a quella di Eddie. Prevedibilmente, non riuscì a tacere a lungo. «Allora, voi due, avete sentito della sparatoria?»
Jim aggrottò la fronte. «Un’altra?»
«Sì. Hanno trovato il cadavere giù al fiume.»
«Capita spesso che saltino fuori da quelle parti.»
«Dove andrà a finire questo mondo?» borbottò Adrian, scolando il resto della birra.
«È sempre stato così.»
«Tu credi?»
Jim affondò nel divanetto mentre la cameriera serviva le birre. «Non lo credo, lo so.»


«Deinde, ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti...»
Marie-Terese Boudreau alzò gli occhi sulla finestrella del confessionale protetta dalla grata. Dall’altra parte il viso del sacerdote si stagliava di profilo nell’ombra, ma lei sapeva chi era.
E lui conosceva lei.
Quindi il prete sapeva benissimo che mestiere faceva Marie-Terese, e perché doveva andare a confessarsi almeno una volta alla settimana.
«Vai, figli...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Io voglio