Il mio Carso
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Il mio Carso

  1. 166 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il mio Carso

Informazioni su questo libro

'Uno dei motivi più liricamente autentici di Slatarep è quello delle proprie origini, insieme immaginarie e reali, nel suo sentirsi italiano, slavo e attratto dalla cultura tedesca. - Il meglio del libro è nel raccontro sulla vita nel Carso, dove la sovrabbondanza vitale costringe lo scrittore a espandersi nel tutto, ad aggredire e a compenetrarsi nella natura selvaggia' - Giulio Cattaneo

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817061490
eBook ISBN
9788858640517
IL MIO CARSO
A Gioietta

I

Vorrei dirvi: Sono nato in carso,1 in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C’era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro.
Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia, nella grande foresta di roveri. D’inverno tutto era bianco di neve, la porta non si poteva aprire che a pertugio, e la notte sentivo urlare i lupi. Mamma m’infagottava con cenci le mani gonfie e rosse, e io mi buttavo sul focolaio frignando per il freddo.
Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie crocidanti. Mi buttavo a pancia a terra, sradicavo una barbabietola e la rosicavo terrosa. Poi son venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l’italiano, ho scelto gli amici fra i giovani più colti; – ma presto devo tornare in patria perché qui sto molto male.
Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste. Voi siete scaltri e sagaci. Voi capireste subito che sono un povero italiano che cerca d’imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni. È meglio ch’io confessi d’esservi fratello, anche se talvolta io vi guardi trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra cultura e ai vostri ragionamenti. Io ho, forse, paura di voi. Le vostre obiezioni mi chiudono a poco a poco in gabbia, mentre v’ascolto disinteressato e contento, e non m’accorgo che voi state gustando la vostra intelligente bravura. E allora divento rosso e zitto, nell’angolo del tavolino; e penso alla consolazione dei grandi alberi aperti al vento. Penso avidamente al sole sui colli, e alla prosperosa libertà; ai veri amici miei che m’amano e mi riconoscono in una stretta di mano, in una risata calma e piena. Essi sono sani e buoni.
Penso alle mie lontane origini sconosciute, ai miei avi aranti l’interminabile campo con lo spaccaterra2 tirato da quattro cavalloni pezzati, o curvi nel grembialone di cuoio davanti alle caldaie del vetro fuso, al mio avolo intraprendente che cala a Trieste all’epoca del portofranco;3 alla grande casa verdognola dove sono nato, dove vive, indurita dal dolore, la nostra nonna.
Era bello vederla seduta nella larga terrazza spaziante su enormi spalti le montagne e il mare, lei secca e resistente accanto all’altra mia nonna, la veciota venesiana, rubiconda e spensierata, che aveva quasi ottant’anni e le si vedeva ancora il forte palpito azzurrino del polso sollevarsi e cadere nella pelle morbida come una foglia. Questa mi parlava dell’assedio di Venezia,4 del sacco di patate in mezzo la cantina, della bomba che fracassò un pezzo di casa. E aveva un fazzolettino bianco sui pochi capelli fini, ed era allegra. Quando veniva a mangiare da noi, babbo le diceva sempre: «Beati i oci che i la vedi.»5
Ma allora essa non m’interessava. Io filavo in campagna a giocare con gli alberi.
Il nostro giardino era pieno d’alberi. C’era un ippocastano rosso con due rami a forca che per salire bisognava metterci dentro il piede, e poi non potendolo più levare ci lasciavo la scarpa. Dall’ultime vette vedevo i coppi rossi della nostra casa, pieni di sole e di passeri. C’era una specie di abete, vecchissimo, su cui s’arrampicava una glicinia6 grossa come un serpente boa, rugosa, scannellata, torta, che serviva magnificamente per le salite precipitose quando si giocava a ’sconderse.7 Io mi nascondevo spesso su quel vecchio cipresso ricco di cantucci folti e di cespugli, e in primavera, mentre spiavo di lassù il passo cauto dello stanatore, mi divertivo a ciucciare la ciocca8 di glicine che mi batteva fresca sugli occhi come un grappolo d’uva. Il fiore del glicine ha un sapore dolciastro-amarognolo, strano, di foglie di pesco e un poco come d’etere.
C’erano anche molti alberi fruttiferi, àmoli, ranglò,9 ficaie, specialmente. Appena i fiori perdevano i petali e i picciòli ingrossavano, io ero lassù a gustarli, non ancora acerbi. Acerbi son buoni! Il guscio del nocciolo è ancora tenero, come latte rappreso, e dentro c’è un po’ d’acqua limpidissima e ciucciosa. Poi, dopo qualche giorno, quando la mamma è uscita di nuovo per andare dalla zia, essa diventa una gomma gelatinosa dolce a sorbirsi con la punta della lingua. Ma la carne com’è buona, così aspra. Prima il dente ha paura di toccarla, e la strizza guardingo, mentre la lingua riccamente la inumidisce e assapora la linfa delle piccole punture. Poi la si addenta. Le gengive bruciano, i denti si stringono l’uno addosso all’altro, si fanno scabri e ruvidi come pietre, e tutta la bocca diventa una ricca acqua.
Ma quando viene l’estate per arrivare i pochi frutti rimasti bisogna essere ghiri. Andare dove gli uccelli non hanno paura, perché non sono abituati a trovarvi anche lassù. Alla biforcazione delle due frasche più alte mi tenevo agganciato con un piede e bilanciandomi con la destra distesa procedevo a modo di bruco con la sinistra sulla fraschetta svettante, trattenendo il respiro: finché arrivavo al punto dove essa si piegava e a poco a poco s’avvicinava fino alla mia bocca. Qualche volta dovevo lasciarla riscattar via perché la nonna sgridava: «Fioi, ve ’mazarè su quei alberi!»10. Allora stavo zitto, rosso, e scivolavo giù fluendo.11
E c’era anche, accosto al muro della strada, un tasso baccata12 che scortecciavo facilmente a larghi brani per vederlo più pulito e più rossiccio. Aveva, al terzo piano, due rami come un letto, e lì dormivo qualche dopopranzo; oppure contemplavo tronificante13 la mularia14 stradaiola che faceva a ruffa di sotto per agguantare le bacche rosse che buttavo giù da signore. (Io non le mangiavo, mi schifavano.) Poi imbaldanzita cominciava a fiondar15 sassi, e io allora, saltato giù come un demonio, correvo al portone, ne strappavo la verghetta di ferro che serviva da chiavistello, e giù a rotta di collo per le strade, fino quasi al centro della città, con una maglietta e calzoncini a righette bianche e blu, lunghi riccioli biondi, urlando: «daghe! daghe!»16. E alla sera m’addormentavo disteso sul letto mentre ancora mamma mi levava le calze piene di terriccio e ghiaiola. Cara e buona mamma mia.
La mularia! Fecero la guerra a terribili sassate in Sanza, un’antica fortezza triestina diroccata, accanto alla nostra campagna. Li sentimmo urlare, correre, massacrarsi. Erano italiani e negri. Vinsero gl’italiani. E uno d’essi scendeva col collo rotto e cantava cadenzatamente: «Ma intanto mi go vinto! ma intanto mi go vinto!».
Io vidi tutta la guerra abissina su una grande carta geografica che babbo aveva inchiodato nella nostra camera, e ci spiegava, tenendo in mano il «Piccolo», dove gl’italiani procedevano. Di sotto c’erano, a cavallo, con piume in testa e neri in viso, Menelik, ras Alula: e io gli bucavo il naso con lo spillo delle bandierine. Ero molto contento che gl’italiani vincessero. Credo d’aver pregato per loro.17
Allora credevo in Dio e pregavo ogni sera: «Padre nostro che sei nei Cieli», e poi stringevo gli occhi, stavo fermo fermo, pensando soltanto quella persona che desideravo Dio amasse. E questo era pregare. E pregavo per la mia bella Italia, che aveva una grande corazzata, la più forte del mondo, che si chiamava «Duilio». La nostra patria era di là, oltre il mare. Invece qui, mamma chiudeva le persiane alla vigilia della festa dell’imperatore, perché noi non s’illuminava le finestre e si temeva qualche sassata.18
Ma l’Italia vincerà e ci verrà a liberare. L’Italia è fortissima. Voi non sapete cos’era per me la parola «bersagliere».
La nostra casa era bella e patriarcale. L’atrio era come un grande tempio, arioso, intorno a cui giravan le scale con le balaustre bianche, incorniciate di legno lustro, giallobruno. D’inverno il sole entrando per i finestroni cercava di scaldare i cacti19 sgonfi di zio Daghelondai20. Era la casa del nonno in cui abitavano i molti figliuoli del nonno, e i molti nipoti.
La domenica e le feste il nonno sedeva a capo della tavola parentale, laggiù in fondo. Era alto di torace con un viso largo e indulgente e una gran barba bianchissima. Guardava contento i suoi figlioli e le loro donne. Quanti cari parenti erano seduti intorno alla tavola nella gran sala domenicale21! Tutti erano seduti al loro posto, e quando altri venivano si aggiungeva un’asse alla tavola e si prendeva una più lunga tovaglia dall’armadio. Perché i nostri parenti erano molti, e arrivavano da Zagabria, da Padova, dall’America e portavano baicoli e giocattoli.
C’era zio Boto, intorno a quella tavola, che faceva quadri e ci contava le avventure di Saturnino Farandola e zia Tilde con due grandi occhi dolci, color mare, e Biancolina, cuginetta, che stava sempre con mio fratello e io cercavo rabbioso di sapere i loro segreti, e zio Daghelondai che ci diceva sempre con voce burbera: «Turco alla predica! Daghelondai!», e io ridevo e mio fratello saltava spiritato pestando i piedi, e zio Guido, e zio Feliciano, e zia Mima, e Mario e Bruno, la nonna, zia Bice, papà, Toci, mamma, e zia Ciuta, prosperosa e matronale. Aveva uno sguardo benefico, e le cose diventavan facili e semplici com’ella ne parlava.
E quando tutti avevan già finito di mangiare e bevevano il caffè fumando i lunghi sigari virginia, la porta si apriva con grande sforzo e tu entravi nel tuo grembiulino candido con alle spalle i bei nastrini rosa, dormiglioso Pipi. Eri bello e sano, coi capelli biondi e le gambocce nude, la giovane carne ancora tiepida di sonno. I tuoi occhi strani, inquieti o estatici, guardavano contenti la bella tovaglia bianca che aspettava ancora te prima d’esser portata via, e i tanti piatti che papà aveva coperti con altri piatti a rovescio per conservarti calde le vivande.22
E ti annodavano un tovagliolone odoroso di lavanda, ti mettevano davanti i lunghi, teneri risi23 nel grasso brodo di pollo; la coscia di pollo e l’ala per i tuoi denti aguzzi; l’ombolo24 liscio cosparso dalla salsa di capperi; le rosse ciliege carnose, a ciocche, con cui t’orecchinavi deliziato del loro fresco; il fettone di torta, la più grande fetta che il nonno tagliava apposta per te. E tu zitto, metodico, grave, sparecchiavi25 tutto senza domandare cos’era. Ma tutto ti piaceva, e tutto bastava appena per una corsa in giardino. Eri sano e forte; i tuoi compagni ti nominavano subito comandante, poiché li vincevi in corsa, in lotta e in tirar sassi. Eri buono, e tutti ti volevano bene.
Steno, Gigetto, Toci, Oidecani, Eugenio, Vincenzo, Scarpa, Pipi opla, in acqua, in acqua! Oggi si combatte per l’onore del club «Dagli!»26.
Schizza il mare a ondate quando il «Dagli!» si butta a testa giù dalle palafitte27. Il panciuto col cappello di paglia stinta che prima d’adagiarsi nell’acqua bagna igienicamente l’ombilico e la fronte, scappa via impaurito dal nostro tuffo. Scappan via tutti i pacifici bagnanti dalla zattera, dalla c...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Introduzione di Giulio Cattaneo
  5. Cronologia della vita e delle opere
  6. Bibliografia
  7. Giudizi critici
  8. Premessa al testo
  9. IL MIO CARSO
  10. Sommario