Le vie della felicità
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Le vie della felicità

Gesù e le beatitudini

  1. 166 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Le vie della felicità

Gesù e le beatitudini

Informazioni su questo libro

Il discorso della montagna, e soprattutto la parte dedicata alle beatitudini, nonostante la sua complessità è uno dei passaggi più amati e citati dei vangeli. Ma che senso hanno al giorno d'oggi queste parole?
Enzo Bianchi ce ne offre un'interpretazione toccante e ispirata, in cui ci fa comprendere come l'invito alla gioia di Gesù – "rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" – mostri la sua caparra già nel presente. Vivendo le beatitudini, infatti, pur con tutti i nostri limiti e peccati, possiamo sperimentare già qui e ora la felicità che consiste nel vivere come Gesù e con lui.
"È lui che ti indica il tesoro, ed è lui stesso il tesoro per te" come ricorda Gregorio di Nissa. E in questo messaggio di speranza del priore di Bose, proprio Gesù, che in-segna un cammino di gioia, è la nostra beatitudine che apre tutti i giorni davanti a noi le vie della felicità cui anela ogni essere umano.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817061698

Le vie della felicità

Gesù e le beatitudini

I. Beati i poveri nello spirito,
perché loro è il regno dei cieli

Il Signore dona il possesso del regno dei cieli a quelli che hanno umiltà di spirito, cioè a quelli che si ricordano di essere uomini.1
«Beati i poveri nello spirito, perché loro è il regno dei cieli». Ciò corrisponde a quanto si legge altrove: «Egli salverà gli umili nello spirito» (Sal 33 [34],19 LXX). Il Signore, per evitare che qualcuno pensi che egli predichi una povertà imposta dalla costrizione, aggiunge: «nello spirito», affinché si comprenda l’umiltà, non la miseria. «Beati i poveri nello spirito», ossia coloro i quali, per opera dello Spirito santo, sono volontariamente poveri.2

Introduzione

Beati i poveri nello spirito, perché loro è il regno dei cieli (makárioi hoi ptochoì tô pneúmati hóti autôn estin he basileía tôn ouranôn: Mt 5,3).
Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio (makárioi hoi ptochoí hóti hymetéra estìn he basileía toû theoû: Lc 6,20).
La prima beatitudine, che per molti aspetti è riassuntiva delle altre, poiché fornisce lo sfondo su cui tutte le beatitudini vanno lette, si presenta in maniera significativamente diversa nelle versioni di Matteo e di Luca. A prescindere dalla variazione meramente stilistica tra «regno di Dio» e «regno dei cieli» (quest’ultima espressione è eco della mentalità giudaica che, per rispetto, evita di nominare il Nome di Dio), in Luca Gesù rivolge in modo diretto la beatitudine a quanti conoscono e vivono la situazione della povertà, così come riserva un «guai» (Lc 6,24) ai ricchi che possiedono molti beni e dunque sono saturi. In Matteo invece sono definiti beati quei poveri che hanno anche lo spirito, il cuore del povero: non basta essere materialmente poveri, occorre esserlo e, insieme, avere un cuore che non desidera ricchezza, un cuore che possiede il soffio, il respiro del povero.
Abbiamo già riflettuto in sede di introduzione sui motivi che devono avere indotto i due evangelisti a queste diverse formulazioni. Qui vorrei aggiungere solo una rapida osservazione. Sappiamo che nel corso dei secoli le interpretazioni date dai padri della chiesa e dagli esegeti moderni a queste due versioni della beatitudine sono state molte e contraddittorie. Ciò che è importante, a mio avviso, è non spiritualizzare la versione matteana al punto da svuotare di significato la povertà e la condivisione dei beni; d’altra parte, bisogna guardarsi dal compiere una lettura fondamentalista della beatitudine lucana, ovvero una lettura che «santifichi» una classe sociale, una situazione economica, senza tenere conto dello stile con cui la povertà è vissuta.
Come dunque faremo per tutte le beatitudini, anche in questo primo caso il nostro compito è quello di non isolare la proclamazione di Gesù per leggerla secondo i nostri desiderata, ma di risalire all’intenzione di Gesù stesso che, pur nella diversità delle forme, può essere colta mediante una collocazione di questa sua parola all’interno del contesto più ampio di tutte le Scritture.

1. Poveri e poveri nello spirito

a) I poveri nello spirito

Innanzitutto l’espressione ptochoì tô pneúmati di Matteo può essere accostata ad altre analoghe presenti nell’Antico Testamento, come a quella di Sal 33 (34),19: «Il Signore è vicino ai cuori spezzati, egli salva gli oppressi nello spirito» (TM: dak’è ruach; LXX: hoi tapeinoì tô pneúmati), o a quella del profeta Isaia, che parla di «smarriti di spirito» (Is 29,24; TM: to‘è ruach; LXX: hoi tô pneúmati planómenoi). Ma si pensi anche, per analogia, alla sesta beatitudine: «Beati i puri di cuore (tê kardía)» (Mt 5,8) o alla definizione che Gesù dà di sé quale «mite e umile di cuore» (praýs kaì tapeinòs tê kardía: Mt 11,29).
C’è una dimensione profonda, quella del cuore, dello spirito, che va oltre l’ordine carnale, esteriore, e che non può essere dimenticata se si vuole leggere in verità la condizione di un uomo nel suo rapporto con Dio e con gli altri. Non si tratta di addizionare una dimensione spirituale a una materiale, come se fossero due cose distinte, ma di mettere in risalto l’unità della persona, unità che avviene proprio nel cuore, nello spirito. Non si può essere ricchi di averi e di beni, senza tenere conto degli altri, e nello stesso tempo essere poveri nel cuore: nessuno spazio alla schizofrenia di chi – dice la Bibbia – ha «un cuore e un cuore» (lev va-lev: Sal 12,3). Quando infatti un uomo pensa in un modo e agisce in un altro, poco per volta adegua il suo pensiero al suo comportamento. È una legge sottile eppure estremamente importante per l’esistenza di ciascuno di noi: chi non vive come pensa, finisce per pensare come vive.
I poveri nello spirito, nel cuore, sono quelli che l’Antico Testamento definisce ‘anawim, ossia «curvati», quegli umili che sono tali perché sono stati umiliati. Sono quelli che vengono chiamati «poveri del Signore» perché custodiscono nel cuore il senso della loro umiltà e sperano, confidano in Dio, attendendo da lui molto più di ciò di cui hanno materialmente bisogno nella loro indigenza. È significativo il parallelo alla nostra beatitudine presente in un testo di Qumran, la Regola della guerra, che, in un brano purtroppo corrotto, esorta i «poveri nello spirito» (1qm XIV,7: ‘anawè ruach); non si dimentichi inoltre il fatto che al tempo di Gesù il termine «povero» era sinonimo di chasid, santo, appartenente al Signore.

b) I poveri nelle Scritture

Nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento i poveri sono quelli che gridano per la loro condizione, e gridano a Dio. Nell’Antico Testamento, in particolare, la povertà è compresa come una consapevolezza che spinge il povero (definito soprattutto con i termini ‘ani, il povero che è costretto a dire sempre di sì, ed ’ebion, il bisognoso) a rivolgersi a Dio: «Vedi la mia povertà!» (Sal 25,18; 119,153). Ed è soprattutto nei Salmi che non solo viene attestata la qualità di oranti propria dei poveri, ma la loro condizione viene tratteggiata in modo vario e diversificato:
Non è perduta la speranza dei poveri (Sal 9,19).
Il malvagio divora il povero con arroganza (Sal 10,2).
La fame dei poveri tu l’ascolti, Signore (Sal 10,17).
I poveri ascoltino e si rallegrino (Sal 34,3).
Io sono un povero, un umiliato, ma il Signore pensa a me (Sal 40,18).
Beato chi discerne il povero e il misero (Sal 40 [41],2 LXX).
Tu, [o Dio,] prepari una dimora per amore del povero (Sal 68,11).
Il Signore libera il povero che grida (Sal 72,12).
[Il Signore] innalza il povero dal letame per farlo sedere tra i primi (Sal 113,7-8).
La povertà è presentata come un’attitudine che spinge a invocare Dio a partire dalla consapevolezza dei propri bisogni e limiti, come un’attitudine di apertura a Dio a partire da una necessità sentita in se stessi. Va però detto con chiarezza: non tutti i poveri sentono in sé questo movimento di apertura verso Dio. Così come avviene per il dolore e la sofferenza, infatti, anche la povertà non va letta troppo facilmente come un cammino verso la felicità, anzi l’esperienza ci dice che sovente essa abbruttisce chi ne è preda. È però vero che alcuni uomini e donne riescono a fare dei cammini di approfondimento spirituale della situazione di povertà in cui si vengono a trovare. Insomma, la condizione di bisogno ci interroga: sta a ciascuno di noi scegliere la via dell’approfondimento, che è sempre anche una via di comprensione e di amore, oppure la via della rivolta, fino all’odio, all’aggressione, alla violenza.
Certo, all’interno della Bibbia poco per volta si delineano dei poveri – a cui sono attenti soprattutto i profeti post-esilici – che gridando a Dio mostrano tutta la loro attesa, la loro fede in lui, mostrano di voler appartenere a Dio solo, di aspettare ogni cosa da lui: essi sono quel «resto di Israele» umile e povero che confida solo nel Signore (cfr. Sof 3,12-13). Questo è lo sfondo su cui si staglia la versione della beatitudine secondo Matteo: «“Beati i poveri nello spirito”, non semplicemente perché sono e si riconoscono poveri, ma perché la coscienza della loro povertà mette nei loro cuori l’attesa di una felicità che non possono procurarsi da sé ma che possono solo ricevere in dono da Dio».3
Comprendiamo così perché Dio è indotto a rispondere loro, ad agire in loro favore e a fare loro giustizia: egli vede in loro non autosufficienza, non arroganza, non quella chiusura di chi pensa di bastare a se stesso, ma apertura, disponibilità verso di lui e verso tutti gli uomini. Ecco perché Gesù stesso, quando ha inaugurato il suo ministero nella sinagoga di Nazaret, lo ha fatto leggendo la propria missione, a partire dalla profezia di Isaia, come un «portare la buona notizia ai poveri» (Lc 4,18; Is 61,1). Venuto a portare il Vangelo, Gesù vede come primi destinatari del suo annuncio i poveri e si indirizza innanzitutto a loro. E si ricordi anche la risposta data da Gesù agli inviati di Giovanni il Battista ormai in carcere: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: […] ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,4-5), la buona notizia.
E qual è questa buona notizia? Il fatto che ai poveri è promesso il regno dei cieli, la comunione con Dio. Ecco che cosa è in gioco nella prima beatitudine, la quale traccia una via – e si ricordi che la fede cristiana in origine era chiamata «via», hodós (At 18,25; 19,23; 24,14.22) e i cristiani «quelli della via» (At 9,2) –, una via per i poveri quali primi clienti di diritto della parola del Signore, lui che «insegna ai poveri la sua via» (Sal 25,9).

c) Gesù e i ricchi

Non si può comprendere l’annuncio evangelico sui poveri senza esaminare rapidamente l’ottica con cui Gesù vedeva i ricchi. Questo non solo perché in Luca alla beatitudine sui poveri corrisponde il «guai» rivolto ai ricchi – «Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione» (ouaì hymîn toîs plousíois hóti apéchete tèn paráklesin hymôn: Lc 6,24) –, ma anche perché Gesù non si è mai interessato di povertà e ricchezza in astratto, bensì sempre in riferimento a persone povere o ricche: poveri come Lazzaro, che a motivo della loro situazione di indigenza stanno nel seno di Abramo; ricchi che a motivo della loro autosufficienza sono all’inferno (cfr. Lc 16,19-31). Sì, Gesù ha minacciato con forza i ricchi, ha detto che è difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli (cfr. Mc 10,23 e par.) e ha smascherato la tristezza di chi non sa condividere i suoi beni con i poveri, perché confida più nei beni che nel Signore (cfr. Mc 10,22 e par.).
I ricchi sono quelli che hanno beni in abbondanza e, come accecati dalle ricchezze che possiedono, non sanno condividerle, non sanno vedere i poveri, non sanno attendere da Dio qualcosa per la loro salvezza. I ricchi sono i sazi, gli arroganti, i prepotenti che non sono mai curvati né si curvano verso gli altri, ma piuttosto curvano gli altri! A loro Gesù rivolge un minaccioso monito nella parabola del giudizio finale:
Andate lontano da me, maledetti, perché
ho avuto fame
ho avuto sete
ero straniero
ero nudo
ero malato
ero in carcere
e non ve ne siete accorti! (cfr. Mt 25,41-43).
Questo modo di affrontare la questione da parte di Gesù dovrebbe indurci a non parlare più di povertà e ricchezza in senso astratto e legalistico. Ovvero: quando, secondo Gesù, uno è ricco e di conseguenza è condannato? Quando non si accorge di chi accanto a lui è nel bisogno e non si dispone ad aiutarlo, proporzionalmente alle proprie forze e ai propri beni: è in quest’ottica che Gesù elogia quella povera vedova che getta nel tesoro del tempio due spiccioli, dicendo che essa «nella sua indigenza ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri, perché vi ha gettato tutto quello che aveva, tutta la sua vita» (Mc 12,43-44). Non dobbiamo dunque misurare la ricchezza; semmai possiamo dire che, quando essa è desiderata, diventa un «inganno», un idolo che seduce e soffoca (cfr. Mc 4,19; Mt 13,22), una sorta di bulimia del possesso. Ma non si può servire al regno di Dio e, nel contempo, essere alienati all’idolo del possesso, del denaro, vivere cioè un culto a mamon (cfr. Mt 6,24; Lc 16,13), idolo che seduce, ruba il cuore, impedisce la vita per sé e sovente la ruba anche agli altri!

2. Gesù è il povero beato

Se l’uomo delle beatitudini è Gesù, per comprendere bene questa prima beatitudine – esposta più delle altre al rischio di una lettura ideologica – dobbiamo analizzare attentamente la povertà vissuta da Gesù, che è il criterio ermeneutico per capire in profondità anche questa sua parola. Ci viene in aiuto innanzitutto un’affermazione lapidaria dell’Apostolo Paolo, il quale ha saputo sintetizzare in questo modo tutta la vita di Gesù:
Il Signore nostro Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi attraverso la sua povertà (2Cor 8,9).
Ovvero Gesù Cristo, che era nella condizione di ricco – era infatti il Figlio di Dio, era in Dio –, venendo nel mondo liberamente e per amore nostro si è fatto povero. Paolo lo dice anche nell’inno della Lettera ai Filippesi:
Cristo Gesù, essendo nella condizione di Dio, […]
svuotò se stesso
prendendo forma di schiavo […]
abbassò/umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte,
anzi alla morte di croce (Fil 2,6-8).
Abbassamento, umiliazione, svuotamento, impoverimento: ecco ciò che Gesù ha voluto compiere liberamente e per amore nostro, per condividere con noi la nostra umanità e renderci partecipi della sua condizione di Figlio di Dio. Gesù fu un povero, anzi fu il povero per eccellenza, povero fino ad assumere la forma dello schiavo ed essere condannato alla morte infame patita sulla croce. Gesù è colui che ha vissuto la povertà in modo tale da essere veramente beato: la sua povertà lo ha portato non solo a possedere il regno dei cieli, ma a essere il Regno per tutti noi!
Detto questo, mi pare urgente fare alcune precisazioni, perché credo che purtroppo la povertà di Gesù spesso non sia letta e pensata in modo obbediente all’annuncio evangelico. Di conseguenza, essa è trasformata in una povertà impossibile da vivere, in una povertà sognata, romantica a volte, ideologica altre volte: in ogni caso sempre una povertà senza adesione alla realtà. C’è una povertà proc...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR
  3. Frontespizio
  4. Introduzione
  5. Le vie della felicità: Gesù e le beatitudini
  6. Note
  7. Bibliografia minima
  8. Abbreviazioni
  9. Indice