In un futuro imprecisato David Costello, vittima di una malattia degenerativa incurabile, subisce un'operazione molto particolare: il suo cervello viene trapiantato nel corpo di un altro. Di colpo ha di nuovo vent'anni, ed è bello, forte e sano. Ma non è più se stesso. Gli amici e la figlia non lo riconoscono e sua moglie non ha più neanche la forza di abbracciare quel giovane estraneo che le gira per casa. Ma, quel che è peggio, neanche David riesce a ritrovarsi. È ancora capace di essere il vecchio David, di amare ciò che lui amava, di provare quel che provava? Oppure quel corpo sconosciuto si sta impadronendo di lui, schiudendogli davanti una vita nuova, nuovi sogni, un nuovo amore? Una favola impossibile e dolcissima, un viaggio dentro il rovello dell'identità, alla ricerca di se stessi.

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Un lungo fortissimo abbraccio
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Un lungo fortissimo abbraccio
a mio padre
Domani mi sposo
Domani mi sposo. Appena ho visto entrare Blanca nel piccolo locale dove stavo suonando, ho capito che l’avrei sposata. Sembra impossibile ma è vero. Era l’estate di due anni fa. Io strimpellavo svogliatamente in un jazz bar di Parigi. Erano quasi le undici, avevo appena iniziato, ma avrei dovuto suonare per un’ora soltanto, anche meno, poi sarebbero arrivati altri a darmi il cambio. Non era la mia serata, ero passato per prendere i soldi del giorno prima, ma il gruppo che avrebbe dovuto esibirsi era in ritardo, così il boss, approfittando della mia presenza, mi aveva chiesto se potevo intrattenere il pubblico per un’oretta. Gli avevo detto di no, poi mi ero lasciato convincere. Quella sera non ne avevo voglia, ero stanco, volevo andarmene subito a dormire. Ma nell’istante in cui ho visto Blanca mi è passato tutto. Mi è passata la stanchezza e mi è tornata la voglia di suonare. Era sola. Nel locale non c’era ancora molta gente. Si è seduta a un tavolino un po’ in disparte. Ha ordinato una birra e si è messa a fissarmi. Io pure, suonavo e la guardavo, incantato dalla sua bellezza. Suonavo e la guardavo, ogni tanto le sorridevo. Anche lei mi sorrideva, un po’ imbarazzata. Quando ho finito, e non vedevo l’ora, sono andato al bar, ho ordinato anch’io una birra e mi sono diretto tutto pimpante verso il tavolo dove era seduta Blanca. Solitamente sono abbastanza timido con le ragazze, o meglio, timido no, solo non sono il tipo da approcci volanti, ma visto che dovevo sposarla, ho pensato che avrei dovuto prima presentarmi.
«Mi chiamo Sean, ti va bene se ci sposiamo domani?» le ho detto, da in piedi, con la bottiglietta in mano, mentre Blanca, che non si era neppure accorta di me perché le ero alle spalle, stava bevendo un sorso della sua birra.
Ha avuto un sussulto, che quasi le ha fatto andare di traverso la birra. Ha deglutito. Si è girata lentamente verso di me e ha sgranato gli occhi, perplessa. Ho fatto un passo per mettermi proprio di fronte a lei, e ci siamo scambiati uno sguardo di quelli che non si dimenticano e che mi ha dato la certezza, se ancora avessi avuto dei dubbi, che l’avrei sicuramente sposata. Ho fatto un cenno col capo come dire: va bene?
«Domani non posso» ha risposto Blanca, «devo sposare un altro.»
«Stai scherzando?» le ho chiesto.
«Vieni alla chiesa di Saint-Merri alle undici e vedrai se scherzo.»
«Posso sedermi, potrei svenire da un momento all’altro.»
«Prego, accomodati pure, non vorrei avere sulla coscienza lo svenimento del chitarrista» ha detto sorridendomi ancora e indicandomi la sedia vuota accanto a lei. Forse non sarei svenuto ma mi sentivo male, davvero. Fosse stato per me, l’avrei veramente sposata l’indomani. Però mi sono subito ripreso.
«E allora se ti sposi domani cosa ci fai qui, da sola?» le ho detto, appena mi sono seduto.
«Addio al celibato.»
«Addio al celibato? Come sarebbe a dire addio al celibato? Aspetti qualche amica?»
«No.»
«E allora che addio al celibato è?»
«Addio al celibato solitario, perché, non si può?»
«Ah, ho capito, non sei convinta e ti prendi una pausa di riflessione per decidere, dico bene?»
«No, dici male, sono convintissima.»
«E pensi che io possa farti cambiare idea?»
«Difficile.»
«Difficile ma non impossibile…»
«Impossibile direi, tra l’altro… vedi» e mi ha indicato la vetrata che dava sulla strada, «sta piovendo, due minuti fa l’ho chiamato e gli ho chiesto di venirmi a prendere.»
«E non potevi dirmelo! ti avrei accompagnato io.»
«Come no! Non ti conosco e ti chiedo se mi accompagni a casa.»
«Io te l’avrei chiesto, a me sembra di conoscerti da sempre, a te no?»
«Non dire stupidaggini» mi ha risposto facendomi una smorfia come per dire lascia perdere che non ci casco.
«Hai ragione, scusa, ho detto una cazzata. Tra quanto tempo arriva?»
«Chi?»
«Come chi? Quello là, il tizio che ti viene a prendere, quello che avresti dovuto sposare, suppongo.»
«Tra dieci minuti.»
«Quindi avrei dieci minuti per farti innamorare di me?»
«Anche meno mi sa.» E ha guardato l’orologio.
«Ahia» ho detto. «Se non sei già innamorata… non lo sei, vero?» Mi ha fatto cenno di no con la testa accompagnandolo con un’espressione dispiaciuta. «Allora è difficile.»
«Infatti…»
«Dove hai detto che ti sposi?»
«A Saint-Merri alle undici.»
«E non puoi rimandare?»
«Direi di no.»
«Vabbè, non importa, anzi, meglio così, altrimenti avremmo dovuto cercare una chiesa, invece c’è già, al posto suo vengo io e la chiudiamo lì, poi ti innamori dopo, intanto è matematico che ti innamori.»
«Temo non sia così semplice.»
«Perché?»
«Come perché? Gli invitati, come facciamo con gli invitati?»
«Non li invitiamo.»
«Non si può.»
«Perché?»
«Se sono invitati, non si può non invitarli.»
«Ok, li invitiamo, intanto io invitati non ne ho, e i tuoi li puoi invitare anche se sposi me.»
«Questo lo so, ma gli invitati di mio marito? Non ha senso che vengano se non sposo più lui. Tra l’altro è quasi mezzanotte, non faccio in tempo ad avvisarli.»
Sono stato un attimo in silenzio, a riflettere. In effetti questo poteva essere un problema. Come sbarazzarsi degli invitati del suo ex futuro marito?
«Hai ragione» ho detto illuminandomi, «non possiamo sposarci domani a Saint-Merri alle undici. Facciamo così, appena arriva il tizio che avresti dovuto sposare, gli dici che non lo sposi più e di avvisare gli invitati; semmai, se non li trova tutti, può andare domani davanti alla chiesa… intanto non penso che abbia altri impegni, e noi ci sposiamo con calma dopodomani.»
«Dopodomani non posso, sarò già in viaggio di nozze.»
«Sì, però se non ti sposi non puoi andare neppure in viaggio di nozze.»
«Ormai abbiamo prenotato.»
«Secondo te si può cambiare il nome e mettere il mio al posto di quello là?»
«Non so, non credo, mi sa che è tardi, e comunque ci farebbero pagare una penale.»
«Non c’è problema, la pago io.»
«Vabbè, ma se prima non ci sposiamo, non possiamo fare il viaggio di nozze, scusa.»
«E dove sta scritto? L’importante è sposarsi, su questo hai ragione, altrimenti non sarebbe un viaggio di nozze, ma prima o dopo è lo stesso. Tra un mese, quando ci chiederanno dove siamo stati in viaggio di nozze, noi rispondiamo tranquilli.»
«Sì, ma se ce lo chiedono gli invitati il giorno che ci sposiamo? Quella è una domanda che ti fanno di sicuro: “Dove andate in viaggio di nozze?”. Noi cosa gli rispondiamo? “Ci siamo già stati”?»
«Di nuovo con gli invitati? Chissenefrega degli invitati, ma li devi invitare per forza?»
L’abbiamo tirata avanti ancora un po’ con questi discorsi surreali, lei rideva, io pure, ma dentro stavo male, fino a quando, forse per farmi smettere di sparare idiozie, ha detto che non era vero.
«Non è vero.»
«Cosa?»
«Che domani mi sposo, non è vero, me lo sono inventato, non mi sposo, non ho neppure un fidanzato.»
Ho fatto un salto sulla sedia alzando le braccia e gridando: «Lo sapevo!». Ho urlato così forte che si è girato tutto il locale. Ho alzato la bottiglia di birra, che ancora tenevo in mano, come per dire: tutto a posto, tranquilli, continuate a farvi gli affari vostri. Intanto mi conoscevano tutti, ormai, era da più di un mese che a sere alterne suonavo in quel locale.
«Wow» ho detto passandomi il dorso della mano sulla fronte, «l’ho scampata bella, appena me lo hai detto non ci credevo, ma poi, anche se scherzavamo, mi è venuto il dubbio che fosse vero. Ero sicuro che ti avrei sposato lo stesso ma… sai com’è, intravedevo qualche difficoltà. Comunque un fidanzato ce l’hai, sono io. Ti vuoi fidanzare con me?»
«Sì» ha detto lei. Incredibile. E stavolta non scherzava.
Blanca è spagnola, in quel momento era a Parigi in vacanza con un’amica, che quella sera era andata per i fatti suoi con un tizio che aveva conosciuto. Aveva gironzolato senza meta e poi, sorpresa dalla pioggia, era entrata in quel locale. Siamo restati ancora un po’ a parlare, poi l’ho accompagnata in albergo, siamo saliti in camera sua, abbiamo fatto l’amore. Non come fosse la prima volta, ma come fosse la prima volta da tanto tempo. Come se ci fossimo sempre amati e ci fossimo appena ritrovati dopo una lunga separazione forzata. Credessi nelle “altre vite”, direi che in tutte quelle che abbiamo vissuto, in un modo o nell’altro, ci siamo amati. Non mi era mai successo, non solo di far l’amore con una ragazza la prima sera, ma neppure di innamorarmi così. Neppure a Blanca, entrambe le cose. Quando si dice il destino: se l’amica non l’avesse lasciata sola… se non fosse piovuto… se io non fossi passato a prendere i soldi… se se se, se non fossero successe tutte queste cose, l’avrei incontrata il giorno dopo, o un altro ancora, perché una come lei mica me la lasciavo scappare. Alle tre l’amica è rientrata, così sono dovuto andar via. Ci siamo dati appuntamento per l’indomani alle undici davanti al suo albergo. Alle dieci ero già lì, in fibrillazione. Siamo stati tutto il giorno insieme, le ho fatto visitare una Parigi che non conosceva, che non conosce quasi nessuno. Io sono un cacciatore di angoli suggestivi, so fiutare i luoghi migliori per cogliere prospettive in grado di regalare piccole sorprese architettoniche o naturali. Blanca era entusiasta di questa Parigi segreta, del resto studia architettura, è il suo pane. Dopo aver camminato tutto il giorno ed esserci raccontati in un giorno tutta la vita, ci siamo accorti che eravamo affamati. Abbiamo cenato in un piccolo ristorante italiano, poi siamo andati al locale, quella sera dovevo suonare, toccava a me. Blanca è stata tutto il tempo ad ascoltarmi, io, ancora una volta, suonavo per lei. Tre giorni a Parigi così, sempre insieme, poi Blanca è dovuta partire, la sua vacanza era finita. Doveva rientrare a Barcellona, riprendere il lavoro. Per mantenersi all’università fa la cameriera in un ristorante, soltanto di sera. Sono partito con lei, intanto a Parigi non lasciavo nessuno.
E adesso aspetto Blanca e intanto scrivo queste parole. Stasera non ho suonato, lei sta ancora lavorando. Luce, la nostra gatta, è andata a dormire sui tetti, ma so che domani tornerà. La mia chitarra riposa nella sua custodia, e so che domani la suonerò. Tutto quello che desidero ce l’ho. E non sono il tipo che si accontenta di poco.
Blanca è la donna che ho sempre cercato, e a descriverla mi pare già di toglierle qualcosa. Lei è bella solare allegra. Determinata organizzata decisa. Qualche volta indecisa, e quando è indecisa mi fa impazzire. Sa farmi ridere, commuovere, ragionare. È tollerante disponibile altruista. Non alza mai la voce, neppure quando litighiamo. Be’, ogni tanto la alza, ma è colpa mia che la faccio arrabbiare. E certe volte la faccio arrabbiare per vederla arrabbiata, perché quando è arrabbiata mi piace. Blanca mi piace, sempre. Mi piace per come si muove, come parla, si veste. E si veste in modo semplice e curato, ogni tanto sexy, e allora perdo la testa. Mi piace per come fa l’amore, per come riusciamo a farlo così bene. Mi piace per come mi abbraccia, per come riusciamo ad abbracciarci così bene. Mi piace per come mi guarda, per come si lascia guardare senza pudore, per come guarda le persone. Mi piace perché è ottimista, volitiva, testarda, e quando è testarda mi fa arrabbiare. Mi piace perché è diretta schietta senza fronzoli. Mi piace perché non sa cosa sia l’ipocrisia, il calcolo, la meschinità. Ne è talmente al di fuori che certe volte neppure li sa riconoscere, e questo certe volte mi fa un po’ paura. Blanca mi piace perché è tutte queste cose, e anche di più, infatti l’ho detto, a descriverla mi pare di toglierle qualcosa. D’accordo, va bene, io non faccio testo perché sono innamorato di lei, potrei dire senza esagerare pazzamente innamorato di lei, quindi per me è così, Blanca è così, e se per gli altri non è così non mi interessa, non conta, tutto il resto non conta, quello che conta è che domani la sposo.
Sono diventata vedova il giorno del mio matrimonio
Sono diventata vedova il giorno del mio matrimonio. Lui è morto per difendermi. Aveva solo ventiquattro anni. Come me.
Quella maledetta notte dell’8 febbraio, dopo la cerimonia, eravamo andati a festeggiare con gli amici in un locale sul lungomare di Barcellona. Saremmo partiti il giorno dopo per il nostro viaggio di nozze, mi voleva portare in Islanda, la terra, fra tutte quelle che aveva calpestato, che gli era piaciuta di più, dove aveva lasciato il cuore. Invece lo ha lasciato in un vicolo della città vecchia, mentre tornavamo a casa, finalmente soli, alle due del mattino.
Erano in quattro. Si sono materializzati dal nulla, parevano fantasmi sbucati dai muri delle case dei vicoli. Lunghi e stretti, deserti, poco illuminati, per niente in certi tratti. Camminavamo abbracciati. Faceva freddo. Aveva appena smesso di piovere. Cadevano gocce dai tetti. Lui mi parlava dell’Islanda, di un posto dove mi voleva portare, di una casa affacciata su un mare di piombo, dove sarebbe voluto andare a vivere un giorno, forse prima, con me. Mi raccontava delle balene che nuotavano nella baia, delle foche che nelle giornate serene si crogiolavano al sole sugli scogli frangiflutti del faro, di una lunga spiaggia di sabbia rosa lambita da onde battenti, dei pulcinella di mare che venivano a nidificare sulla scogliera. La casa era lassù, isolata dal mondo, difficile da raggiungere, soprattutto se c’era la neve. Per questo era in vendita, ma nessuno la voleva comprare: e così l’affittavano, però solo d’estate, nel resto dell’anno restava vuota, perché nessuno sarebbe mai andato in vacanza in quel posto d’inverno, quando solo quattro o cinque ore di luce schiariscono la notte artica. Noi sì, invece, noi ci saremmo andati, l’avremmo affittata, e poi ce la saremmo comprata. Mi diceva che era un po’ messa male, mi chiedeva come la sistemeresti tu che sei architetto? Io ridevo e gli rispondevo non sono ancora architetto e poi come faccio a saperlo se non l’ho mai vista? e lui me la spiegava, muro per muro, finestra per finestra, camera per camera. Mi diceva presto la vedrai.
«Ho sempre saputo che ci sarei tornato, perché ho lasciato il mio cappello nascosto dentro un armadio, un vecchio berretto di lana blu, e dovunque lasci il tuo cappello quella è casa tua. Lo ha detto Marvin Gaye, non so se lo conosci, era un musicista del…»
Questo mi stava dicendo quando lo ha interrotto il loro schiamazzare.
«Ehi, amico, fermati, bevi qualcosa con noi?»
Ho fatto per girarmi, per vedere chi fossero.
«Non ti girare» mi ha detto Sean, «cammina più veloce.»
«Quanta fretta. Cos’è, non vedi l’ora di scopartela?»
Li abbiamo sentiti correre, ci hanno raggiunto, affiancato, superato. Ci si sono parati davanti. Erano bagnati fradici, e anche ubriachi.
«Vuoi bere, amico?» ha detto quello che pareva il capo, l’unico ad aver parlato fino a quel momento. E ci ha mostrato una bottiglia di vodka mezza vuota.
«Grazie no» ha risposto Sean.
Ci siamo fermati, loro ci sbarravano la strada.
«Come no? Ti fa schifo bere dalla mia bottiglia? O la mamma non vuole che bevi gli alcolici?»
«Ok, ragazzi, va tutto bene» ha detto Sean, «vi do tutto quello che ho.» E ha tirato fuori il portafoglio. Gli ha dato i soldi che c’erano dentro, gli ha fatto vedere che era vuoto.
Il tizio li ha presi, se li è messi in tasca e poi ha detto:
«Se mi vuoi dare tutto quello che hai, mi devi dare lei».
Gli altri hanno riso.
Uno ha detto:
«Io voglio lui, invece, guardate che bei capelli che ha». E ha fatto per accarezzarglieli. Sean gli ha spostato bruscamente la mano.
Sean li aveva lunghi, i capelli, fino alle spalle, lisci e neri come una cascata d’inchiostro.
Il capo ha fatto un cenno, uno mi ha strappato via da Sean. Gli altri due gli sono balzati addosso. Lui ha cercato di divincolarsi, ma lo hanno messo con le spalle al muro.
Il c...
Indice dei contenuti
- Cover
- BUR
- Frontespizio
- Un lungo fortissimo abbraccio
- Nota dell'autore e ringraziamenti
- Anime in cerca di un chi