Satire
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Satire

  1. 119 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Sorta di diario in pubblico, le Satire di Ariosto sono un capolavoro di ironia e arguzia, la rivoluzionaria riproposta di un genere nobile e antico. Scritta nell'arco di nove anni, questa piccola raccolta coincide con un periodo non particolarmente felice della vita di Ariosto, costretto dopo aver rotto i rapporti col suo protettore, il cardinale Ippolito d'Este, a ricoprire il ruolo di governatore in una regione allora selvaggia come la Garfagnana. Ma l'amarezza da cui le Satire nascono si trasforma nei suoi versi in favola, riflessione morale, conversazione bonaria: in uno dei monumenti, insomma, dell'umanesimo cinquecentesco. Arricchiscono questa edizione la ricca introduzione e l'attento commento di Guido Davico Bonino.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817036078
eBook ISBN
9788858637296
Argomento
Letteratura
Categoria
Poesia

SATIRA VII

A MESSER BONAVENTURA PISTOFILO DUCALE SECRETARIO

Pistofilo, tu scrivi che, se appresso
papa Clemente imbasciator del Duca
per uno anno e per dui voglio esser messo,1

ch’io te ne avisi, acciò che tu conduca
la pratica; e proporre anco non resti2
qualche viva cagion che me vi induca:

che lungamente sia stato de questi
Medici amico, e conversar con loro
con gran dimestichezza mi vedesti,

quando eran fuorusciti, e quando fòro
rimessi in stato, e quando in su le rosse
scarpe Leone ebbe la croce d’oro;3

che, oltre che a proposito assai fosse
del Duca, estimi che tirare a mio
utile e onor potrei gran pòste e grosse;4
dp n="112" folio="112" ?

che più da un fiume grande che da un rio
posso sperar di prendere, s’io pesco.
Or odi quanto acciò ti rispondo io.

Io te rengrazio prima, che più fresco
sia sempre il tuo desir in essaltarmi,
e far di bue mi vogli un barbaresco;5

poi dico che pel fuoco e che per l’armi
a servigio del Duca in Francia e in Spagna
e in India, non che a Roma, puoi mandarmi:

ma per dirmi ch’onor vi si guadagna
e facultà, ritruova altro cimbello,
se vuoi che l’augel caschi ne la ragna.6

Perché, quanto all’onor, n’ho tutto quello
ch’io voglio: assai mi può parer ch’io veggio
a più di sei levarmisi il capello,7

perché san che talor col Duca seggio
a mensa, e ne riporto qualche grazia
se per me o per li amici gli la chieggio.

E se, come d’onor mi truovo sazia
la mente, avessi facultà a bastanza,
il mio desir si fermeria, ch’or spazia.8

Sol tanta ne vorrei, che viver sanza
chiederne altrui mi fésse in libertade,
il che ottener mai più non ho speranza,9
dp n="113" folio="113" ?

poi che tanti mie’ amici podestade
hanno avuto di farlo, e pur rimaso
son sempre in servitude e in povertade.

Non vuo’ più che colei che fu del vaso
de l’incauto Epimeteo a fuggir lenta
mi tiri come un bufalo pel naso.10

Quella ruota dipinta mi sgomenta
ch’ogni mastro di carte a un modo finge:
tanta concordia non credo io che menta.11

Quel che le siede in cima si dipinge
uno asinello: ognun lo enigma intende,
senza che chiami a interpretarlo Sfinge.

Vi si vede anco che ciascun che ascende
comincia a inasinir le prime membre,
e resta umano quel che a dietro pende.12

Fin che de la speranza mi rimembre,
che coi fior venne e con le prime foglie,
e poi fuggì senza aspettar settembre13

(venne il dì che la Chiesa fu per moglie
data a Leone, e che alle nozze vidi
a tanti amici miei rosse le spoglie;
dp n="114" folio="114" ?

venne a calende, e fuggì inanzi agli idi),14
fin che me ne rimembro, esser non puote
che di promessa altrui mai più mi fidi.

La sciocca speme alle contrade ignote
salì del ciel, quel dì che ’l Pastor santo
la man mi strinse, e mi baciò le gote;

ma, fatte in pochi giorni poi di quanto
potea ottener le esperienze prime,
quanto andò in alto, in giù tornò altretanto.15

Fu già una zucca che montò sublime
in pochi giorni tanto, che coperse
a un pero suo vicin l’ultime cime.16

Il pero una matina gli occhi aperse,
ch’avea dormito un lungo sonno, e visti
li nuovi frutti sul capo sederse,

le disse: «Che sei tu? come salisti
qua su? dove eri dianzi, quando lasso
al sonno abandonai questi occhi tristi?».17

Ella gli disse il nome, e dove al basso
fu piantata mostrolli, e che in tre mesi
quivi era giunta accelerando il passo.

«Et io» l’arbor soggiunse «a pena ascesi
a questa altezza, poi che al caldo e al gielo
con tutti i vènti trenta anni contesi.18
dp n="115" folio="115" ?

Ma tu che a un volger d’oc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. INTRODUZIONE
  4. LUDOVICO ARIOSTO E GLI ESTENSI
  5. NOTA BIBLIOGRAFICA
  6. SATIRA I - A MESSER ALESSANDRO ARIOSTO ET A MESSER LUDOVICO DA BAGNO
  7. SATIRA II - A MESSER GALASSO ARIOSTO, SUO FRATELLO
  8. SATIRA III - A MESSER ANNIBALE MALAGUCIO
  9. SATIRA IV - A MESSER SISMONDO MALEGUCIO
  10. SATIRA V - A MESSER ANNIBALE MALEGUCIO
  11. SATIRA VI - A MESSER PIETRO BEMBO
  12. SATIRA VII - A MESSER BONAVENTURA PISTOFILO DUCALE SECRETARIO