Mi piace il vento perché non si può comperare
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Mi piace il vento perché non si può comperare

Gianni Agnelli in parole sue

  1. 216 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Mi piace il vento perché non si può comperare

Gianni Agnelli in parole sue

Informazioni su questo libro

Gianni Agnelli è stato forse l'uomo più rappresentativo dell'Italia dal Dopoguerra, e la sua storia personalesi è intrecciata con quella del Paese. Erede esuccessore del nonno nella responsabilità della maggiore industria italiana, ma anche amante della vita, ha incarnato più di ogni altro lo spirito "familiare" einsieme internazionale dell'imprenditoria italiana edè stato un protagonista straordinario della sua epoca. Sull'Avvocato hanno scritto in molti mentre era in vita – spesso ai limiti dell'agiografia –, e assai raramentedopo la sua morte, senza approfondire la suacomplessa figura di imprenditore e di ambasciatoredell'Italia all'estero. Per contribuire a colmare la lacuna, questo volume lo fa parlare direttamente, andando a cercare nei suoi tanti interventi e interviste.. L'obiettivo è fare emergere gli elementi di attualità del suo pensiero – pur nei profondi cambiamenti chela società multimediale e la grande crisi economicae finanziaria hanno determinato nel frattempo – per farlo conoscere ai più giovani, e aiutarli a capire i problemi e le questioni che ancora oggi caratterizzanoil nostro Paese: dall'immobilismo sociale al debitopubblico, dall'opportunità di un'unione politica europeaall'internazionalizzazione delle imprese.. La raccolta è divisa in tre parti dedicate rispettivamente al ruolo internazionale di Agnelli – attorno aidue pilastri dell'atlantismo e dell'europeismo –, allasua attività di capitano di industria e responsabile. Fiat e, infine, all'uomo con le sue passioni. Tre profili per raccontarlo meglio, anche se si tratta di espressioni di una stessa realtà, in cui la passione non poteva fare a meno del senso di responsabilità, e questo della visione internazionale della vita."Vi raccomando la Fiat", disse accomiatandosidall'impresa del Lingotto dopo trent'anni di presidenza.E oggi, a dieci anni dalla sua morte, nonsi può non porsi l'interrogativo sull'esito di quella sua esortazione. E riflettere sul futuro industrialedell'Italia.

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Informazioni

Editore
ETAS
Anno
2013
Print ISBN
9788817062596

Mi piace il vento perché non si può comperare

Gianni Agnelli in parole sue





A cura di Stefania Tamburello

Prefazione di Ferruccio de Bortoli




Logo Rizzoli ETAS.
eISBN 978-88-58-64060-9
Copyright © 2013 RCS Libri S.p.A.



Prima edizione digitale 2013 da edizioneRizzoli Etas: gennaio 2013


In copertina:
Fotografia: © Burt Glinn/Magnum Photos
Art Director: Francesca Leoneschi
GraphicDesigner: Giovanna Ferraris/theWorldofDOT


www.etaslab.it

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È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

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a cura di George Beahm

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a cura di Francesco Bogliari

Prefazione

di Ferruccio de Bortoli
Il passato prossimo è un tempo ormai scomparso. Caduto in disuso. In una società così aggrappata al presente, la storia si impossessa più rapidamente della cronaca appena vissuta. La divora. Ed è come se personaggi e avvenimenti venissero risucchiati inesorabilmente nelle viscere dei secoli.
Sono trascorsi già dieci anni dalla morte di Giovanni Agnelli. In realtà molti di più. Un’epoca. Potremmo dire parlando dell’Avvocato: “Sembrava ieri...”. Ma sarebbe una bugia pietosa, un’inutile cortesia post mortem. Personaggi che hanno riempito fino all’inverosimile l’allora nostro presente, dei quali mai avremmo pensato di poter fare a meno, sono scomparsi dall’orizzonte quotidiano dei loro posteri con una velocità insospettabile. Non ci sentiamo orfani nemmeno per un attimo e di nessuno. Immersi in un presente liquido, sovrabbondante di miti e mode, coltiviamo una memoria elettrica assai labile, che rimuove in fretta nomi e fatti con la stessa velocità con la quale si passa da uno strumento multimediale all’altro. La nostra incapacità di concentrarci è pari alla crescente tendenza all’oblio della quale siamo vittime.
Non sono passati soltanto dieci anni, quindi. L’immagine di elegante e distaccato potere dell’Avvocato, il capitalista più ammirato di un Paese che non ama l’impresa e invidia i ricchi detestandoli, appartiene a pieno titolo alla storia del Novecento, il secolo che lo vide irresistibile interprete. La sua eredità è custodita e valorizzata con affetto e riconoscenza dai nipoti, in particolare John Elkann. Un’opera costante e silenziosa. Eppure insufficiente, perché al monarca riconosciuto in un Paese che ha cacciato il Re e disprezza l’autorità, è stato riservato il trattamento tipico delle corti rinascimentali.
Osannato e incensato in vita, al di là del necessario; criticato e maltrattato, con abbondanza ingiustificata di eccessi, dopo la sua scomparsa. Agnelli è stato un protagonista straordinario del suo tempo, una personalità eccentrica, anche nei suoi modi d’essere, un’icona affascinante e irresistibile nell’esibizione annoiata dei suoi difetti, non pochi, ma è difficile spiegare perché sia stato abbandonato in tutta fretta sul marciapiede della storia. Anche dai molti che ne hanno beneficiato dell’amicizia. E non solo di quella. L’Italia è terra di slanci generosi e di inspiegabili amnesie. Il libro di Stefania Tamburello tenta di colmare questa lacuna.
La letteratura sul suo conto, al limite dell’agiografia, è stata sterminata in vita, assai rara dopo la morte. La muta dei cronisti attenti a decifrare ogni sua parola, ogni suo gesto, anche il più piccolo e insignificante, non ha passato la mano agli storici. O questi ultimi l’hanno semplicemente ignorata. Non c’è stata finora una grande biografia degna di questo nome, salvo qualche scritto di storici di corte, né un tentativo scientifico di inscrivere la sua complessa, ma assai più ricca di quanto non si pensi, figura di imprenditore e ambasciatore del made in Italy, nel quadro degli avvenimenti economici e politici del lungo Dopoguerra italiano. Sono apparse ricostruzioni assai parziali e inutilmente velenose sulle vicende familiari, causate anche dal processo sull’eredità intentato sciaguratamente dalla figlia Margherita. È rimasta una vasta aneddotica, quella sì, alimentata dai testimoni ma quasi esclusivamente a loro personale consumo. “Ricordo quel giorno in cui l’Avvocato mi ha chiamato all’alba”, e via di seguito.
Quando è mancato, in quel freddo gennaio torinese di dieci anni fa, la crisi della Fiat era già evidente. Ma non aveva ancora assunto i toni drammatici dei mesi successivi con quel succedersi affannoso di amministratori delegati sotto la presidenza del fratello Umberto che sarebbe morto il 27 maggio dell’anno successivo. La Fiat si è ripresa negli ultimi anni, anche se non del tutto, grazie all’opera di Marchionne, alla transizione di Montezemolo e alla tenacia dell’erede scelto, il nipote Elkann che oggi guarda al nonno nello stesso modo con il quale l’Avvocato si ispirava all’esempio del suo di nonno, il senatore Agnelli.
Ma la Fiat di oggi è molto diversa da quella lasciata dall’Avvocato che ne prese le redini, da Valletta, nel 1966 quando aveva già 45 anni. Marchionne non ha mai conosciuto Agnelli. Non è azzardato affermare che i due si sarebbero piaciuti. E molto. La storia del figlio dell’emigrante abruzzese in Canada arrivato al vertice mondiale dell’industria dell’auto e ritenuto dal presidente degli Stati Uniti un salvatore della patria avrebbe affascinato l’Avvocato, la cui curiosità assai femminile era incontenibile. Chissà quante domande! Poi immaginiamo che avrebbe detto, con il suo impareggiabile sense of humor al limite della perfidia, che una conversazione con Jacqueline Kennedy a Ravello era assai più intrigante di una visita con Obama a uno stabili...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio