Tutti quanti abbiamo un angelo
eBook - ePub

Tutti quanti abbiamo un angelo

  1. 233 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Tutti quanti abbiamo un angelo

Informazioni su questo libro

Craig ha sei anni quando, per la prima volta, entra in contatto con presenze invisibili agli altri. Solo crescendo capisce che sono in realtà angeli, e che poter parlare con loro è un dono prezioso e al tempo stesso una responsabilità. La vita lo porta prima negli Stati Uniti, dove diventa collaboratore dell'Fbi e consulente personale di star come Kate Winslet, e in seguito in Italia, dove le sue capacità lo rendono un popolare volto televisivo. In questo libro Warwick racconta la propria eccezionale esperienza di vita e spiega come contattare, tramite semplici esercizi di meditazione, le benevole presenze che ogni giorno seguono amorevolmente i nostri passi.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Tutti quanti abbiamo un angelo di Craig Warwick in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817060493
eBook ISBN
9788858637883


PARTE I

La mia vita con gli angeli

1

La mia prima visione

Era un tranquillo pomeriggio di primavera. Il tempo era stato clemente quel giorno; nonostante ci trovassimo a Londra, era una bella giornata di sole, senza pioggia o nuvole minacciose. Avevo circa sei anni e me ne stavo seduto sullo scalino davanti alla porta di casa a giocare per conto mio. Il resto della famiglia era dentro, occupato con il solito trambusto quotidiano… d’altra parte siamo in undici! La mamma era in cucina insieme alle mie sorelle, le vedevo dalla finestra che dava sul cortile principale mentre preparavano un dolce. Sembrava tutto a posto, niente poteva turbare quella serenità.
Improvvisamente quel manto di tranquillità venne strappato via. Sentii mia sorella Susan, la più grande tra le donne di casa, gridare disperata. Subito guardai dentro casa e vidi mia madre, Donna e Amanda continuare impassibili con le loro attività, come se non avessero sentito nulla. Ma non era finita lì: dopo pochi secondi, sentii mia sorella urlare di nuovo. Spaventatissimo, mi precipitai fuori dal nostro giardino, dietro la staccionata, da dove mi sembrava provenisse la sua voce. Non si vedeva nessuno e sembrava che non fosse successo niente. C’erano solo i due bidoni della spazzatura all’angolo della strada. Siccome non riuscivo a spiegarmi cosa fosse accaduto, decisi di riempire gli spazi vuoti con l’immaginazione.
Entrai in casa urlando: «Qualcuno ha portato via Susan!». Ovviamente le mie parole gettarono tutta la casa nel panico. Mia madre poggiò il vassoio con la torta che aveva appena finito di preparare e mi chiese: «Cosa stai dicendo, Craig? Cos’hai visto?».
«Era laggiù, l’ho sentita urlare, era Susan!» ansimai indicando il punto da cui, secondo me, Susan aveva chiesto aiuto. Ma lì c’erano soltanto i sacchi della spazzatura.
«Susan ha chiesto aiuto, stava gridando, forse si è fatta male!» dissi mentre mi scendevano le lacrime. Era frustrante: sapevo che c’era qualcosa di strano e inquietante, ma non sapevo spiegare cosa, né agli altri né a me stesso.
Mentre si guardava attorno per capire cosa fosse successo, mia madre si rasserenò un po’ e disse: «Non può essere Susan, è troppo presto! A quest’ora è ancora al lavoro».
L’allarme sembrava già rientrato, almeno per gli altri, ma per sicurezza la mamma chiamò Susan al lavoro per sapere se era ancora lì e se andava tutto bene. Capii dalla conversazione che a Susan non era successo nulla, ma non riuscivo a calmarmi: ero sicuro di averla sentita urlare.
Un po’ turbata, mia madre mi chiamò dentro: «Craig, lo sai che hai fatto spaventare tutti? Questi giochi non sono divertenti, non farli mai più, altrimenti la mamma si arrabbia».
Io, però, non stavo scherzando. E mi sentivo tremendamente in colpa.
Il giorno dopo, alla stessa ora, mi trovavo di nuovo fuori dalla porta di casa. Avevo dimenticato quello che era successo il giorno prima: i bambini, fortunatamente per loro, vivono nel presente e non danno molta importanza al passato. Ma le cose per me funzionavano diversamente, avrei dovuto capirlo subito.
All’improvviso sentii un urlo, esattamente com’era già successo. Era Susan, di nuovo! Spaventato, corsi verso i bidoni della spazzatura e vidi mia sorella che si teneva tra le mani il piede destro completamente macchiato di sangue. «Corri a chiamare aiuto!» mi disse piangendo.
Entrai in casa e, al culmine dell’agitazione, gridai: «Susan è fuori, si è fatta male, è piena di sangue! Stavolta l’ho vista davvero!».
Tutti corsero fuori ma, arrivati davanti ai bidoni della spazzatura, non videro nulla. Susan non c’era, proprio come il giorno prima. Stavolta la mamma non era semplicemente turbata: era proprio infuriata con me per lo spavento che le avevo causato. Visto che la sua ramanzina del giorno prima non era stata sufficiente, decise di raccontare a papà quello che era successo e lui mi mise in punizione per una settimana. Accettai il castigo, sapevo anche di non poter fare altrimenti, ma in cuor mio sapevo anche di non aver detto una bugia. Avevo paura per Susan, era la mia sorella preferita. Quando tornò dal lavoro, quella sera, la abbracciai forte perché non volevo che le succedesse qualcosa di brutto.
L’urlo misterioso non aveva finito di tormentarmi, però.
Mi ricordo chiaramente che era domenica perché mamma stava cucinando la mia cena preferita della settimana, il pollo arrosto. Tutto era tranquillo e sereno intorno a me. Mio padre lavava la macchina, i miei fratelli giocavano a pallone, la mia sorellina Donna correva col nostro cane. Susan era in casa e aiutava in cucina. Io ero seduto, come sempre, sul gradino davanti alla porta di casa quando Susan mi passò davanti con un sacco dell’immondizia. Mi accorsi subito che indossava il vestito che le avevo visto addosso nella mia visione, quando gridava per chiedere aiuto. Mi alzai per andare ad aiutarla a buttare la spazzatura ma, prima ancora che potessi raggiungerla, Susan urlò. E questa volta la sentirono tutti.
L’urlo c’era stato, adesso ne ero certo, era reale. In un attimo mio padre saltò la staccionata e arrivò da lei. Dietro di lui accorse tutta la famiglia, passando dal marciapiede che circondava il cortile. Solo io rimasi immobile dov’ero, in mezzo al giardino. Volevo aiutarla, volevo accertarmi che stesse bene, ma ero paralizzato dalla paura. Susan era lì, scioccata e in lacrime, che si teneva il piede sanguinante. Io vedevo la scena da dietro la staccionata e riuscivo a capire solo in parte ciò che stava succedendo.
Mio padre, sconvolto, le chiese: «Che cosa ti è successo? Fammi vedere il piede!».
Susan, tra le lacrime e le smorfie di dolore, provò a spiegare: «Stavo buttando la spazzatura, ma quando ho aperto il bidone si è rotta una bottiglia e devo aver messo il piede sopra una scheggia».
Mia madre era nel panico, ma papà manteneva la calma e le disse: «Corri, vai a chiamare un’ambulanza, dobbiamo portarla in ospedale».
Stava perdendo troppo sangue e la scheggia poteva essere entrata in profondità. L’ambulanza arrivò in pochi minuti, insieme ai vicini, allarmati da tutto quel trambusto. Mia sorella venne portata al pronto soccorso, dove le tolsero il pezzo di vetro e le misero svariati punti. Ancora oggi Susan ha una cicatrice sul piede.
Quel segno sulla sua pelle è il ricordo di questa prima visione. È una memoria traumatica.
Ma quando Susan tornò dall’ospedale, i miei non si arrabbiarono con me. Erano semplicemente sconvolti. Com’era possibile che un bambino di sei anni fosse riuscito a prevedere un fatto del genere? Non sapevano come affrontare la cosa e, per limitare i problemi almeno temporaneamente, mi dissero che ogni volta che avessi avuto una visione ne avrei dovuto parlare con loro prima che con chiunque altro. Credevano che in quel modo mi avrebbero aiutato a capire cosa stavo vedendo. Ripensandoci ora, nella loro testa dovevano immaginarmi come un bambino con qualche turba psicologica.
Voi cosa avreste pensato al posto di mia madre e di mio padre?

2

Il bambino che vedeva le luci

Adesso ne sono sicuro: gli angeli per me sono stati una vera e propria benedizione. Averli accanto dà un senso alle mie giornate, anche quando tutto sembra andare a rotoli, come capita a chiunque. Tuttavia la loro presenza costante nella mia vita mi ha creato diverse difficoltà con gli altri, fin da quando ero bambino. Nonostante avessi quattro fratelli maschi, infatti, riuscivo ad avere un rapporto sincero solo con le mie sorelle, in particolare con Susan, la più comprensiva di tutti. Gli altri erano impauriti dalle mie “stranezze”.
In casa avevamo quattro camere per i bambini. In quella più piccola dormivo io. Da solo. Nessuno voleva stare con me, soprattutto la notte, per via delle mie visioni. Inoltre in presenza degli angeli la temperatura del posto in cui ci si trova si abbassa sensibilmente, quindi nessuno aveva piacere a dormire in una camera fredda con un bambino che vede angeli e spiriti e parla con loro.
Durante l’infanzia non giocavo mai con i miei fratelli. Mia mamma diceva sempre che io ero un “piccolo adulto”, perché ero molto curioso e sveglio e preferivo stare con persone più grandi di me piuttosto che con i miei coetanei. Del resto molti degli angeli che mi apparivano erano adulti, quindi dovevo imparare velocemente a relazionarmi coi più grandi.
Il primo ricordo del mio incontro diretto con gli angeli risale a quando avevo circa sei anni. Questo avvenimento mi è rimasto impresso perché ha segnato per sempre la mia vita. Era pomeriggio, dopo la scuola, e mi trovavo in camera mia. Tutti i miei fratelli erano impegnati in altre attività e io me ne stavo per conto mio. Preferivo così. A un certo punto, la temperatura della camera scese di diversi gradi, mentre lo spazio intorno a me fu invaso da una luce di colore azzurro, bellissima e avvolgente. Non avevo mai visto niente di simile, non avevo idea di che cosa fosse, ma non avevo paura. Un fenomeno così piacevole non poteva certo farmi del male. A poco a poco, attraverso la luce si delinearono i tratti di un ragazzo piuttosto giovane: riuscivo a distinguere le mani, il viso e, lentamente, tutto il corpo, sempre avvolto dalla luce, però. Il ragazzo cominciò a parlarmi con dolcezza. Mi diceva che non dovevo avere paura di lui e poi mi avvisò: «Craig, la mamma e il papà non credono in noi, ma tu ci devi stare molto vicino, perché insieme a te potremo aiutare tante persone».
Se ci ripenso oggi, non riesco a ricordare di avere avuto paura nemmeno per un secondo. La presenza dell’angelo era estremamente rassicurante, per me non era una minaccia, sebbene io fossi così piccolo. Purtroppo però i miei non la pensavano così.
I miei fratelli avevano paura di me, ma allo stesso tempo mi prendevano in giro. Sapevano delle mie frequentazioni insolite, chiamiamole così, quindi mi trattavano come un tipo strambo. Ridevano di me che vedevo i fantasmi, gli spiriti, ma li immaginavano come quelli dei film, mentre a me loro appaiono come dei fasci di luce. Non credevano alle mie visioni, ma ne erano comunque spaventati. Quindi, se volevo che facessero qualcosa per me, bastava minacciarli dicendo che avrei chiamato “la luce”. Magari stavamo guardando tutti insieme la televisione, al pomeriggio, e io chiedevo: «Chi mi porta un bicchiere d’acqua?». Se nessuno si dimostrava disponibile, ne sceglievo uno tra tutti e dicevo, per esempio: «Gary, portami l’acqua, altrimenti lo dico alla luce». E subito diventava il mio cameriere. Aveva ragione mia madre, da questo punto di vista ero molto più furbo e sveglio non solo dei miei coetanei, ma anche di quelli più grandi di me. Questa tecnica ha funzionato a lungo: proprio Gary, per fare un esempio, si è fatto tatuare sulla spalla destra tre zampe di gatto, che, secondo lui, dovrebbero allontanare gli spiriti cattivi. Dice di non crederci, ma poi fa lo scaramantico e ne ha paura: è la reazione tipica della maggior parte della gente quando si tratta di creature ultraterrene.
Ci volle del tempo per far capire alla mia famiglia che non stavo inventando niente. Loro pensavano che avessi qualche disturbo, e così cominciarono i tentativi di farmi rinsavire.
Mio padre era quello che credeva meno nelle mie visioni. Per lui era inconcepibile che uno dei suoi figli avesse dei comportamenti così bizzarri, e forse aveva paura per me. Inoltre sono sempre stato legato a doppio filo con mia madre e lui si sentiva escluso dal nostro rapporto. La mia voglia di solitudine e i miei incontri con gli angeli tenevano me e mio padre ancora più lontani. Oltre a questo, mia nonna materna Nella non sopportava papà (la cosa era reciproca), e credeva al mio rapporto con gli angeli. Questo era un motivo in più che mi mi allontanava da lui. Era un vero peccato: gli volevo bene, ora me ne rendo conto, e lui ne voleva a me, tantissimo. Ma ci sono voluti decenni per costruire un rapporto. È per questo motivo che, a volte, mi sono domandato se gli angeli non mi stessero rovinando la vita. Però, quando questo dubbio si affacciava nella mia testa, pensavo alla gioia che mi portava la loro presenza e mi tranquillizzavo.
Uno degli angeli che mi stava sempre vicino durante l’infanzia era un bambino; si può dire che fosse il mio migliore amico. Si chiamava Billy, ma era un nome che gli avevo dato io. Gli angeli sono smemorati, si dimenticano i fatti della loro vita terrena, compreso il nome che avevano.
Ero legatissimo a Billy e lui lo era a me. Non è esagerato dire che fosse anche geloso del tempo che passavo lontano da lui. Capitava raramente che io giocassi con i miei fratelli o con le mie sorelle ma, quando lo facevo, Billy era sempre arrabbiato perché non trascorrevo il tempo con lui. Ovviamente solo io potevo essere il suo compagno di giochi, dato che gli altri non potevano neppure vederlo. Quando andavo a scuola, avevo imparato a non portarlo con me perché sapevo che sarebbe stato una distrazione troppo grande e avevo già problemi a sufficienza con professori e compagni. Lui rimaneva ad aspettarmi nella mia camera e quando arrivavo lo trovavo lì, un po’ imbronciato per via della gelosia, ma felice di vedermi.
Non ho mai visto il suo corpo intero: lo vedevo solo a metà, fino al busto. Il resto era luce. Non mi ha mai raccontato della sua morte, ma ora suppongo che si sia trattato di un incidente in cui, chissà, probabilmente aveva perso le gambe. Forse è meglio che non mi abbia mai parlato della sua morte: di lui ho soltanto ricordi felici.
Billy era molto creativo. Aveva più o meno la mia età (mi era apparso per la prima volta intorno ai sei anni), ma aveva una spiccata manualità e una forte passione per le attività artistiche. In sua compagnia facevo tantissimi disegni e penso che sia stato proprio il rapporto con Billy ad avermi trasmesso l’amore per l’arte.
L’ho frequentato fino a quando avevo nove anni. Siamo stati amici per circa tre anni, poi Billy non è più tornato. Mi dispiace molto, con lui mi divertivo davvero. Non so perché sia andato via, non mi ha nemmeno salutato.
Con gli angeli funziona così. Forse la sua missione con me era terminata; probabilmente aveva capito che era il momento di lasciare spazio a qualche altro angelo, per la mia crescita. Oppure sarà andato ad aiutare qualcuno che in quel momento aveva più bisogno di me. Ma chissà che un giorno non possa tornare a farmi visita.

imgs
Intermezzo
imgs

Come sono gli angeli?

Caro lettore, scusa se interrompo il racconto di Craig, ma ho pensato che arrivato a questo punto anche tu sarai curioso di sapere alcune cose sugli angeli, come è successo già a me e a tante persone che Craig ha incontrato.
Caterina

imgs
Come vedi gli angeli?

Il dialogo con gli angeli è una delle sensazioni più belle che si possa immaginare. Quello che vedo quando li ho accanto è qualcosa di difficile da descrivere, ma è una curiosità che hanno in molti e mi sembra giusto cercare di soddisfarla. Fin dal primo incontro, il tratto distintivo degli angeli è stato la loro luminosità. Se dovessi trovare un modo per definire queste apparizioni, direi che sono luce allo stato puro.
Gli angeli non hanno la forma tipica che tutti hanno in mente, quella data dai quadri che vediamo nelle chiese e nei musei: io gli angeli li ho sempre visti senza ali. Inizialmente non distinguo con precisione la conformazione fisica delle persone che mi stanno parlando: vedo una fonte di luminosità, poi questa prende lentamente forma e appaiono dei flash, dei lampi. È molto difficile spiegarlo… Avete visto il film Ghost, quello con Patrick Swayze e Demi Moore? Racconta la storia di una donna che perde improvvisamente il marito, con cui viveva una meravigliosa storia d’amore. Lo spirito dell’uomo rimane per un certo periodo sulla terra e riesce a comunicare con la fidanzata tramite una medium. Proprio nel finale c’è una scena in cui lo spirito di Sam, il personaggio di Patrick Swayze, si rivela alla sua Molly, che finalmente lo vede, nonostante sia morto. Da un mare di luce trasparente, Sam si avvicina all’amata e riesce a baciarla. Qualcosa di apparentemente tangibile, ma allo stesso tempo impalpabile. Ecco, quella è una rappresentazione che si avvicina molto alle mie visioni. Si tratta di lampi trasparenti che, a poco a poco, mi rivelano i tratti dell’angelo che mi sta parlando. Vedo gli occhi, la bocca, le braccia e, a volte, anche il resto del corpo. Poi riesco a distinguere se si tratta di un uomo o di una donna. Ma non è sempre sicuro che io arrivi a vedere con precisione chi è che vuole parlare con me. A volte sono proprio loro a rivelarmi solo quello che è strettamente necessario per il loro riconoscimento.

imgs
Gli angeli hanno una forma umana?

Gli angeli, quando si mostrano a me, conservano gli stessi tratti fisici e caratteriali di quando erano in vita. Mi spiego meglio: se a parlarmi è una persona morta a settant’anni, l’angelo avrà l’aspetto di quella persona in età adulta (agli angeli non piace essere definiti vecchi, mi raccomando!). La stessa cosa succede se si tratta di un bambino. Gli angeli bambini, tra l’altro, sono i più divertenti e i più discoli tra le creature ultraterrene. Conservano tutta la voglia di giocare dei bambini. Uno dei loro passatempi preferiti è nascondere le cose. Pensate a tutte le volte che non trovate le chiavi, gli occhiali, il portafoglio. Sono gli angeli bambini. In questi casi basta mostrarsi un po’ fermi e severi e subito le cose ri­com­paiono dove erano state lasciate. Anche nell’aldilà ci vuole un po’ di divertimento, no?

imgs
Di che cosa sono fatti gli angeli?

Gli angeli sono fatti di luce e vivono nella luce. La loro essenza è luminosità. In tutta la mia vita, non credo di aver mai visto qualcosa di paragonabile, anche lontanamente, alla bellezza della loro visione. Immaginate di vedere uno scorcio di Paradiso attraverso lo spiraglio di una porta. Qualcosa di meraviglioso, ma per me difficilmente descrivibile.

imgs
In che momento senti gli angeli?

Ormai, ora che ho quarantasette anni e vedo gli angeli da circa quaranta, posso dire con tranquillità che le voci abitano la mia testa e influenzano la mia vita. Dicendo così potrei sembrare un po’ matto, ma è vero. Li sento costantemente, mi parlano di continuo, tanto che ci sono momenti in cui devo chiedere per favore cinque minuti di relax. Se alla fine di una giornata di lavoro voglio farmi una doccia per lavare via la stanchezza, oppure quando sto leggendo un libro, chiedo espressamente agli angeli di fare un po’ di silenzio. È per questo motivo che spesso, soprattutto in luoghi affollati come gli aeroporti, mi si vede in giro con le cuffie dell’iPod alle orecchie. Ascoltare musica sommerge un po’ le voci degli angeli e io posso trovare del tempo tutto per me. Allo stesso modo, c...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Dedica
  4. Prefazione
  5. Introduzione
  6. Parte I: La mia vita con gli angeli
  7. Parte II: Cosa fare per trovare il tuo angelo
  8. Ringraziamenti