Dedica
a Franca e Massimo,
i miei genitori.
Se nella tua vita la sola preghiera che recitassi fosse un semplice “grazie”, sarebbe abbastanza.
(Meister Eckhart)
Prefazione
di Deniel Monti
«Mi dia un cornetto alla panna per favore.»
«Mi spiace ma li abbiamo finiti...»
Guardo nervosamente l’orologio, mancano solo pochi minuti.
«Ma io ho bisogno di un cornetto alla panna!»
«Può farsi il gelato da solo con la macchinetta, tenga il cono, c’è anche al cioccolato.»
Faccio volare cinque euro sul bancone del chiosco e mi dirigo verso la macchina che spreme il gelato.
Panna, mi raccomando la panna...
Mi chiedo come mai Francesco sia stato così specifico. Non poteva essere al cioccolato? A me piace proprio quello, e invece odio la panna.
Tre minuti.
La fretta non aiuta e il gelato viene un po’ diverso da quelli che si vedono nella pubblicità. Dannata macchinetta! Quest’affare cremoso si scioglierà ancora prima che io possa raggiungere il punto di incontro.
«Tenga il resto!» urlo mentre mi sto già precipitando via, schivando i numerosi passanti che si godono l’inizio della primavera con una placida passeggiata al parco urbano di Forlì. Fa caldo, ho in mano un gelato alla panna che non posso ancora mangiare, e allora continuo a fissarlo mentre procedo spedito, come se guardarlo bastasse a fermare l’inevitabile. Probabilmente sembro un pazzo, anzi ne sono sicuro, a giudicare dagli occhi spalancati di tre ragazze che hanno la sfortuna di trovarsi sulla mia traiettoria. Le schivo, o forse passo attraverso una di loro ridefinendo in un secondo il concetto dell’impenetrabilità dei solidi. Cerco di evitare i loro occhi, perché forse addirittura le conosco, mentre il gelato si sta squagliando implacabilmente. La mano già impiastricciata che lo regge sembra chiedere pietà e allora lecco un po’ di crema, non così energicamente come sono abituato.
Mentre corro controllo con un occhio che il gelato non cada a terra e con l’altro sbircio l’orologio.
Sbrigati Deniel, mancano due minuti.
Devo arrivare in tempo e devo avere abbastanza... materiale.
Ma perché avrà chiamato proprio me? Perché sa che corro veloce?
Un minuto. Odio la panna.
Ancora di più quando mi incolla la mano.
Prendo la stradina sulla destra lasciandomi il laghetto artificiale alle spalle. Il parco oggi è pieno di gente, e il mio slalom è da sciatore professionista. Ormai è fatta, ho passato il punto di non ritorno, non c’è più tempo per acquistare un altro gelato, questo è quello giusto, lo deve essere per forza. Ecco finalmente la panchina che mi è stata indicata, mancano pochi metri, e un centinaio di passi più avanti scorgo Francesco che si avvicina con due ragazzi. Mi siedo, guardo l’orologio e poi il gelato che reclama una sistemata, o un frigorifero che ovviamente non ho. Le dita mi si impregnano ancora di panna appiccicosa, ma non posso farci nulla, ho delle indicazioni piuttosto precise su quando e cosa sono stato chiamato a fare, peccato che non ne abbia avute su come cavarmela nei dieci minuti precedenti. Sento la loro voce che si avvicina e li guardo per un attimo, solo per capire a che distanza sono, ma non troppo per non richiamare la loro attenzione. Francesco è molto cambiato dall’ultima volta che l’ho visto per lavoro, non so se nell’animo quanto nell’aspetto. Un anno prima, a dicembre, lo incontrai per la prima volta nelle cantine di un lugubre convento immerso nelle campagne romagnole. Faceva un freddo terribile ed era stata richiesta la mia professionalità (ancora non sapevo che questa parola mi avrebbe distinto negli anni a seguire) da tecnico audio-video per la registrazione di un filmato. Francesco era arrivato vestito come una sorta di vampiro, il make-up sul viso sembrava una maschera bianca con lacrime scure. Seduto sopra un trono di legno antico, in un’atmosfera tetra illuminata da fioche candele, si era messo a recitare una sorta di incantesimo anglosassone maneggiando abilmente un filo di cotone fluorescente che, dopo essere stato fatto a pezzi, tornava integro grazie al suo soffio magico. Illusionismo in stile dark-gotico. Ora invece era lì, a pochi passi da me, chiaro e splendente come il sole, e chiacchierava amabilmente con una coppia di giovani. In perfetto orario.
Il giorno prima avevo ricevuto una telefonata inaspettata.
«Ciao Deniel, sono Francesco.»
«... Francesco chi?»
«Tesei! Sto iniziando un nuovo progetto e avrei bisogno di una mano...»
«Ah ciao, lo sai che l’ultima volta che ci siamo visti sono morto di freddo e mi sono intossicato dalle candele... non puoi immaginare cos’è uscito, per due giorni, dal mio naso!»
«Che ora fai in questo momento?»
Ma che diavolo di domanda è? L’anno scorso ci siamo visti per lavoro in un tugurio di ghiaccio e mattoni pieno di fumo, e lui mi chiama adesso per sapere che ore sono?
«... sono le 18 e 13... senti, posso sapere cosa hai in mente questa volta?»
dp n="12" folio="12" ? «È complicato da spiegare. Devi solo venire domani alle quindici in punto al parco con un cornetto alla panna, sederti sulla panchina davanti al lago, e gustartelo al mio arrivo. Mi raccomando: il gelato dev’essere alla panna.»
«... solo?»
«No: dopo che ti sono passato davanti aspetta un minuto preciso e poi chiamami al cellulare.»
Sono troppo curioso per non accettare.
E adesso, eccoci qui. Il cameraman sfila davanti a me e io incomincio a leccare il gelato come se fosse la cosa più buona al mondo. Con la coda dell’occhio vedo passare Francesco insieme ai ragazzi. Non sembra il Francesco che ho conosciuto al convento, l’atteggiamento e i gesti da illusionista sono spariti. Dev’essere scattato qualcosa nella sua mente irrefrenabile, qualcosa di più moderno e maturo, qualcosa di nuovo.
Dopo la corsa, il cuore mi pulsa ancora nel collo. Li sento mormorare, chissà di cosa stanno parlando. I due sconosciuti sembrano contenti di stare con Francesco, lui li ascolta, parla con loro con sicurezza e disinvoltura, e il sentiero del parco sembra trasformarsi nella scena di un film. Francesco appare sereno, appagato e contemporaneamente in totale controllo della situazione.
È quasi come se irradiasse una sorta di chiaro alone nonostante la sua semplicità. Sento la sua voce spigliata, osservo i suoi occhi vivaci, e realizzo che anche in quel preciso momento la sua mente sta sicuramente elaborando più informazioni di quante i suoi interlocutori possano immaginare.
Il trio mi passa davanti e poi si allontana. Ora posso smettere di mangiare questo terribile gelato e mi concentro sulla seconda indicazione che ho ricevuto.
Attendo che sfilino ancora per una ventina di passi e prendo il cellulare in mano. Mi ero già preparato la chiamata e schiaccio nuovamente il tasto verde. Sullo schermo appare il suo nome: «Francesco Tesei».
Durante la realizzazione del dvd Mind Juggling mi sono chiesto molte volte: «Perché in quel momento? Perché con un gelato? E perché quel gusto? Non poteva essere fragola, o cioccolato?»
Poi, guardando il video finito, tutto ha acquistato un senso preciso: ogni mio gesto, compreso mangiare quel gelato, aveva il compito di seminare precise informazioni subliminali nella mente degli interlocutori di Francesco.
Nel tempo, ho avuto l’occasione di partecipare a numerose sedute di “brainstorming” con Francesco, e ho capito che la sua mente funziona come quella di un giocatore di scacchi. La differenza sta nel fatto che nelle partite che gioca Francesco anche le regole sono misteriose, e ogni mossa è pianificata su leggi fragili, sottili e relative.
Ho anche capito che non mi aveva scelto per le mie gambe veloci, ma per il mio approccio curioso verso le cose e verso le persone. Avevamo lavorato assieme per un solo giorno e, mesi più tardi, sapeva che avrei trovato terribilmente irresistibile il suo nuovo, assurdo, invito.
Ho potuto verificare con i miei occhi che certe “magie” funzionano, ma con Francesco la soluzione per ogni questione apre il campo a domande nuove.
Forse in questo libro troverò anche io, come te, la risposta a molte di queste domande ancora aperte. Magari finalmente capirò come un disgustoso gelato alla panna abbia potuto innescare una così travolgente sequenza di eventi che mi ha portato, cinque anni più tardi, a essere ancora al fianco di Francesco Tesei, il mentalista più importante d’Italia, abile artista, fantastico pianificatore, burattinaio ipnotico, folle amico.
dp n="14" folio="14" ? La prima tessera che abbiamo allineato è stata il dvd Mind Juggling, poi lo show Mind Juggler, e ora cade inevitabilmente una nuova pedina: il libro che tieni tra le mani.
Ti assicuro che il domino di Francesco è solo all’inizio.
Introduzione
Un giorno una giornalista mi ha chiesto: «In che modo il mentalismo, nella vita quotidiana, ci può aiutare a vivere meglio?».
Il libro che hai in mano è la risposta a quella domanda.
Come in un quadro i livelli di colore possono dare vita a un dipinto che trascende la materia di cui è composto, anche il mentalismo, come ogni forma d’arte, può andare oltre le mere tecniche e gli strumenti utilizzati.
Lo spettacolo che porto a teatro è la sintesi di una serie di concetti e intuizioni sull’uomo, sui suoi sistemi di rappresentazione della realtà, con tutte le trappole e le illusioni mentali che questi comportano.
In queste pagine, invece, ho finalmente potuto espandere e approfondire tutti quei concetti che nelle due ore di spettacolo sono soltanto suggeriti e sfiorati in maniera leggera e giocosa.
Prima di procedere, però, credo che una precisazione sia doverosa. Molti concetti che troverai da qui in avanti sono il frutto della ricerca compiuta da tante menti brillanti, appartenenti a luoghi, culture ed epoche diverse. Per questo alcuni passaggi potrebbero risultarti familiari, mentre altri ti appariranno nuovi. Questo dipende dal percorso personale che stai seguendo nella tua vita. Non voglio assolutamente assumermi la paternità di ogni singola parola che troverai scritta qui, e per questo ho cercato di citare tutti gli autori e i testi che mi hanno ispirato nello sviluppo di questo libro, in modo che tu possa approfondire meglio le parti che ti interessano di più, andando direttamente alla fonte. È probabile, però, che anche queste opere abbiano a loro volta tratto ispirazione da lavori precedenti, perché in fondo gli argomenti che affronto sono temi che accompagnano l’uomo fin dalla notte dei tempi.
Il punto è che io per primo mi sento, come si dice, un nano seduto sulle spalle di giganti. Contemporaneamente, però, considerando la globalizzazione della nostra società e il fatto che grazie al web le notizie fluttuano nell’aria e sono a disposizione di tutti con un semplice click del mouse, credo che oggi più che mai ciò che fa la differenza non sia l’accesso e l’acquisizione di informazioni, quanto il modo in cui queste informazioni vengono ordinate. Come vedrai proseguendo la lettura, sono convinto che l’intelligenza e la creatività dipendano proprio dalla capacità di riordinare in modo originale quegli stessi dati che sono potenzialmente disponibili a chiunque. Spero che, nelle riflessioni che seguiranno, tu possa trovare una specie di mappa organizzata in modo utile a comprendere il funzionamento della mente nelle relazioni interpersonali e intrapersonali, imparando a evitare quelle trappole psicologiche in cui è facile cadere, e scoprendo come utilizzare le tecniche della comunicazione in maniera più consapevole ed efficace.
PRIMA PARTE
IL MIO MENTALISMO
dp n="18" folio="18" ? dp n="19" folio="19" ? I fenomeni visibili sono uno sguardo lanciato su ciò che non è visibile.
Credo che questa famosa riflessione di Anassagora possa essere il giusto inizio per introdurre le qualità “magiche” che caratterizzano il mentalismo.
La parola magia può essere ricondotta etimologicamente al nome degli antichi sacerdoti della Persia (magi, o Μάγοι), ma io vorrei prendermi una piccola licenza e collegarla anche a un altro termine greco: mageiros (Μάγειρος), gli antichi impastatori della Grecia, coloro che detenevano il segreto per ottenere i colori, mescolando con cura erbe, terre e sostanze.
In effetti, come vedrai presto, il mio mentalismo “impasta” più discipline, e anche la prima parte del libro riflette questa pratica, mescolando esperienze autobiografiche, relative alla mia vita dentro e fuori dal palcoscenico, e riflessioni che possano gettare una prima luce su cosa sia quest’arte dalle molteplici sfaccettature, e quale uso pratico tu possa farne.
Attraverso i racconti che seguono, comincerò a descrivere come il mentalismo costituisca un approccio specifico non solo nei confronti dell’arte, ma soprattutto nei confronti delle relazioni che allacciamo con gli altri e con noi stessi, nella quotidianità. Il fine che mi sono preposto, infatti, non è quello di insegnarti qualche “trucco” per stupire gli amici, ma di fornirti strumenti e ispirazioni a cui tu possa fare riferimento e affidamento in quel grande, infinito palcoscenico che è la vita, così che tu possa diventare un “mago” nella comunicazione e nella gestione della tua mente.
dp n="21" folio="21" ?
1
L’isola che non c’è
Che cos’è un pensiero?
Non ha forma, non ha peso, non ha colore. Eppure, non esiste cosa umana che non abbia avuto, alla sua origine, proprio un pensiero.
Per questo ritengo piuttosto adeguato che la mia carriera di “giocoliere del pensiero” abbia trovato il proprio slancio grazie a qualcosa di altrettanto impalpabile.
Ovidio ha scritto: «La causa è nascosta, l’effetto è notissimo». 1 Quello che tieni tra le mani, e che ha una forma, un peso e un colore, è l’effetto concreto e tangibile di una serie di eventi, collegati tra loro, la cui causa originaria rimane nascosta, almeno in parte, anche a me: si tratta infatti di un sogno perduto che, se ci penso bene, richiama alla mente l’immagine di Neverland: l’isola che non c’è del romanzo di James Matthew Barrie.
Trovo interessante e ironico che tutto quello che ho fatto fino a ora come mentalista, compreso questo libro, possa essere ricondotto a un sogno quasi completamente dimenticato, e a tutto ciò che innescai nel tentativo di recuperarne il ricordo.
Fragile, effimero, etereo: questo è stato il mio inizio e, dunque, dovrà essere anche il tuo.
dp n="22" folio="22" ?
In quel sogno, che feci oltre dieci anni fa, mi esibivo davanti a un folto pubblico, ma non era affatto il mio spettacolo. Era una performance completamente nuova. C’erano esperimenti, testi, riferimenti letterari, colpi di scena, insomma c’era tutto. La mattina seguente, quando mi svegliai, rimasi a letto a lungo, a occhi chiusi, cercando di recuperare almeno qualche attimo, qualche lampo delle cose che avevo messo in scena durante quel sogno così vivido, ma ciò che rimaneva era soltanto una vaga sensazione di soddisfazione. Ogni altro dettaglio, invece, era completamente sparito, come se qualcuno mi avesse fatto vedere un libro, scorrendo le pagine rapidamente, e io avessi potuto intravvedere delle immagini meravigliose balenare davanti agli occhi ma, appena finito di scorrere il libro, fosse rimasta soltanto la sensazione sulla pelle dell’aria mossa dal movimento delle pagine.
Rimanevano, però, anche alcune questioni piuttosto inquietanti. Primo: da dove veniva quello spettacolo? Possibile che la mia mente fosse in grado di generare tutte quelle idee mentre dormivo? Secondo: avevo vissuto il sogno in prima persona, ero in grado di parlare, muovermi, e contemporaneamente pensare a quello che stavo facendo, proprio come succede nell...