Giovanni Boccaccio
NINFALE FIESOLANO
a cura di Daniele Piccini
Proprietà letteraria riservata
© 2013 RCS Libri S.p.A., Milano
eISBN 978-88-58-64048-7
Prima edizione digitale 2013 da edizione BUR Classici febbraio 2013
In copertina: Andrea Mantegna, Parnassus (part.), 1497
Louvre, Parigi © Foto Scala, Firenze
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INTRODUZIONE
Tanti diversi livelli di analisi applicati al Ninfale fiesolano congiurano verso una medesima rilevazione, relativa alla maturità e compiutezza dell’operetta. Sia che si guardi alla tessitura delle ottave, fatta più snella e fluente che nel Filostrato e nel Teseida (non senza sfocature sintattiche, di cui si riparlerà), sia che si osservi il modo libero e ricreativo con cui vengono usate le fonti soprattutto classiche (l’Ovidio delle Metamorfosi in primo luogo)1 e mescolati i registri letterari, sia che ci si appunti sulle costanti tematiche e contenutistiche del poemetto, che indugia a lungo e con insistenza sul motivo dell’idillio familiare, si ha la percezione di un’opera matura, che giunge a sigillare una stagione letteraria, presentendo l’avvento di altre esperienze e insomma la prossimità del capolavoro narrativo del Decameron. Se a ciò si aggiunge il compatto sfondo fiorentino, che permea interamente il campo, dalla geografia e toponomastica alle leggende di fondazione, è chiaro che i dubbi residui sulla collocazione del Ninfale all’interno della storia dell’opera boccacciana vanno sciolti. Voglio dire che l’opera non può che essere stata scritta dopo il ritorno da Napoli a Firenze (avvenuto probabilmente nell’inverno tra 1340 e 1341)2 e che una sua retrodatazione agli anni giovanili, quasi frutto del primissimo apprendistato letterario dell’autore, come è stato pur autorevolmente proposto,3 è sostanzialmente inaccettabile.4 Tanto è vero che le osservazioni che a parere di Pier Giorgio Ricci consigliavano un ripensamento della cronologia relativa sono state accolte con scetticismo da quasi tutti gli studiosi. Non che le singolarità del Ninfale non si denuncino all’attenzione del lettore, tutt’altro; il punto è quale spiegazione se ne possa dare e quale peso annettervi.
Se a Ricci forme non usate altrimenti da Boccaccio (come «ind’oltre») o particolarmente fitte nell’opera in questione (come le epitesi), arcaismi sintattici, incongruenze erudite (come quella relativa alla vicenda della ninfa Calisto narrata da Ovidio, ma più apparente che reale)5 suggeriscono il dubbio sull’attribuzione e infine l’assegnazione ad anni giovanili, ad altri studiosi sembrano, con più verosimiglianza, dovute a una scelta artistica consapevole, a una tonalità scientemente perseguita. Si parta dal presupposto che alcuni elementi giudicati problematici dallo studioso vanno senz’altro ridimensionati; anche fuori di ciò, quanto separa e distanzia il Ninfale dalle opere circostanti andrà misurato più sul metro della variazione che su quello dell’alterità. Sull’attribuzione, è bene dirlo, «dubbi seri» oggi non possono più sussistere, viste anche le indicazioni della tradizione manoscritta (per la gran parte quattrocentesca, come per una fortuna ritardata del testo), che semmai in diversi casi trasmette il poemetto senza nome d’autore.6 Non possono sussistere perché l’analisi minuta della lingua, dei motivi, delle situazioni, delle piegature espressive rimanda continuamente a tutta l’opera boccacciana, con la quale il Ninfale intrattiene un rapporto fitto e minuto, istituendo corrispondenze, riprese, riaffioramenti di tale persistenza ed estensione da non rendere economica alcun’altra ipotesi che non sia la paternità del Boccaccio. Quanto al fatto che il Ninfale possa risalire ad anni giovanili, addirittura alla prima fase creativa del periodo napoletano,7 è la convergenza di tutti gli indicatori, di cui si diceva all’inizio, verso un’operazione matura8 a smentire e a rendere questa ipotesi così poco probabile da farla apparire irricevibile.
Particolarità, si diceva, se ne danno nell’operetta. Forme tendenti all’uso basso, con sapore popolaresco e oralizzante, fitte epitesi (ma in fondo corrispondenti a un uso attestato anche in altre opere in versi del Boccaccio), sfasature nella costruzione del periodo, che sembrano proprie di una sorta di primitivismo sintattico (se ne dirà ancora), continua variazione dei tempi verbali, certa calcata facilità delle rime sembrano nel complesso valere non come elementi utili a togliere l’opera al Boccaccio maturo (anche perché non fanno che accentuare e sistematizzare tendenze presenti anche altrove), ma piuttosto come tratti nel loro insieme coerenti e solidali con lo sfondo, i motivi, l’ambiente e gli stessi intenti letterari posti a fondamento dell’opera. La cui datazione più probabile (in assenza di ogni elemento positivo in merito)9 continuerà a essere quella tradizionalmente proposta, tra 1344 e 1346:10 cioè dopo la composizione della Comedia delle ninfe fiorentine e dell’Elegia di madonna Fiammetta e a un passo dal Decameron, se non propriamente a contatto con la scrittura spicciolata delle prime novelle destinate al capolavoro.11 Anzi, una riprova assai persuasiva di questa collocazione viene proprio, come notato dagli esegeti, dai presentimenti di toni e motivi decameroniani che allignano qui e non altrove. Il caso più eclatante è dato da quel paio di ottave (244-245) in cui l’autore del Ninfale ricorre a una metaforizzazione di sapore comico (che evita la crudezza dell’osceno, ma vi allude con l’arguzia del gioco linguistico) per descrivere l’atto carnale, riferito e persino mimato (si veda per questo l’ottava 310) con una completezza e naturalità che non ha luogo nelle più tradizionali e topiche scene di amore sensuale che campeggiano nel Filostrato o nel Teseida. No, qui il gioco è scoperto; ed è la rivelazione di quella superiore bravura linguistica con cui l’autore del Decameron trasformerà in inventività, gioco e sfida espressiva il tema dell’erotismo da fabliau (il genere francese della narrazione in versi più aperto agli argomenti licenziosi). Insomma, siamo ormai dentro le invenzioni di «San Cresci in Valcava, a cui le femine di quel paese voglion molto bene»12 o del «rimettere il diavolo in Inferno»,13 con cui il Decameron troverà modo di alleviare crude sensualità o meglio di volgerle, sul piano letterario, in un tour de force di espressivismo malizioso e irridente.14 Ecco, di un simile ingrediente non si trovano altre cospicue tracce, prima delle novelle, al di fuori del Ninfale; ed è circostanza che non andrà sottovalutata.15
Eppure, si dirà, il mondo del poema eziologico (in quanto ricostruisce l’origine mitica dell’idrografia fiesolana e racconta i miti di fondazione che riguardano Fiesole e Firenze) è quanto di più lontano si possa dare dal realismo ‘borghese’ della novella. Ebbene, una simile osservazione coglie solo in parte nel segno, diciamo in modo superficiale. È vero che l’autore decide di ambientare la vicenda che narra «in un tempo imprecisato e remoto»,16 un tempo precedente a quello della storia (che si arriva a lambire soltanto alla fine del poemetto), ma è altrettanto sicuro che egli cala senza impaccio all’interno di questa cronologia fabulosa e indistinta una capacità spregiudicata e puntuale di ...