
- 496 pagine
- Italian
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L'origine perduta
Informazioni su questo libro
Un thriller affascinante e impeccabile in cui genetica, matematica e teorie linguistiche si sposano a una suspense di altissimo livello. Una misteriosa malattia contro cui la medicina non può nulla, una maledizione antica, codici criptati e lingue perdute. Arnau, spregiudicato imprenditore informatico e geniale hacker, viene avvisato che suo fratello Daniel, etnologo, è stato colpito da una rara sindrome contro cui i medici si dichiarano impotenti. Dopo aver esaminato l'antico testo inca su cui Daniel stava lavorando, Arnau si convince che la sindrome è in realtà una specie di maledizione dal meccanismo simile a un virus informatico. Una maledizione che risale a un lontano passato. La chiave è nel potere delle parole.
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Informazioni
Print ISBN
9788817026277eBook ISBN
9788858637302
I
dp n="7" folio="" ?Il problema che intuivo appena quel pomeriggio, mentre indugiavo in piedi immobile tra la polvere, le ombre e gli odori di un vecchio edificio chiuso, era che essere metropolitano, progressista, scettico e tecnologicamente avanzato all’inizio del XXI secolo mi impossibilitava a prendere in considerazione qualsiasi cosa rimanesse fuori dall’ambito dei cinque sensi. In quel momento la vita, per un hacker come me, era soltanto un complesso sistema di algoritmi scritti in un linguaggio di programmazione su cui non esistevano manuali. In altre parole, io ero uno di coloro per i quali vivere significava imparare ogni giorno a gestire il proprio software senza avere avuto la possibilità di seguire corsi né il tempo per esercitazioni o prove. La vita era ciò che era, e per di più molto breve; la mia consisteva nel tenermi permanentemente occupato, senza pensare a niente che non avesse a che vedere con quanto facevo momento per momento, soprattutto se, come allora, stavo compiendo un reato punito dalla legge.
Ricordo che mi fermai un secondo a osservare con stupore i particolari di quel teatro di posa in rovina che, un tempo per me molto lontano (venti o forse trent’anni prima), aveva brillato alla luce dei riflettori e vibrato alla musica dal vivo delle orchestre. Non erano ancora trascorse del tutto le ultime ore di quel giorno di fine maggio e il sole era già scomparso dietro i contrafforti dei vecchi studi televisivi di Miramar, a Barcellona, i quali, seppure chiusi e abbandonati, grazie ai miei amici e a me erano sul punto di essere riutilizzati per il loro scopo originario. Osservandoli dall’interno, come facevo io, e ascoltando l’eco delle voci famose che li avrebbero abitati per sempre, sembrava impossibile pensare che in pochi mesi si sarebbero trasformati in un altro hotel per turisti di lusso.
Accanto a me, Proxi e Jabba si affannavano a montare l’apparecchiatura su un vecchio palco di legno scolorito fino al quale arrivava con difficoltà la luce dei lampioni in strada. I pantaloni di Proxi, neri e attillati, le coprivano appena le caviglie e quegli ossicini appuntiti, quegli spigoli, gettavano ombre enormi sulle sue gambe, lunghe e piene di ondulazioni, sotto le lampade al neon poste sulla pedana. Jabba, uno dei migliori ingegneri della Ker-Central, stava collegando la telecamera al computer portatile e all’amplificatore di segnali con rapidità e competenza. Nonostante fosse grande, grosso e gelatinoso, Jabba apparteneva a quella razza di tipi intelligenti, abituati al contatto con l’aria e il sole, che, sebbene induriti dalle mille battaglie con le regole della società civile, conservavano ancora qualcosa della disinvoltura dell’uomo primitivo nell’uomo moderno.
“Ho terminato”, mi disse Jabba, sollevando lo sguardo. La sua faccia tonda ammucchiava occhi, naso e bocca al centro del cerchio. Aveva raccolto dietro le orecchie ciocche disordinate di capelli rossi e lunghi.
“I collegamenti sono attivati?” chiesi a Proxi.
“Tra un paio di minuti.”
Guardai l’ora. Le lancette dell’orologio, che uscivano direttamente dal naso del barbuto capitano Haddock, segnavano le otto meno cinque. Nel giro di mezz’ora, tutto sarebbe terminato. Al momento, l’antenna parabolica era già orientata e il punto di accesso pronto ad aprirsi; mancava solo che Jabba finisse di installare la connessione senza fili perché io potessi cominciare a lavorare.
In quel preciso istante capii che cosa, già da un pezzo, mi risultava tanto familiare in quel teatro di posa: aveva lo stesso odore del divano della casa di mia nonna, a Vic, un odore di mobili vecchi, di sacchetti antitarme e di metallo ossidato. Era molto tempo che non parlavo con la nonna, ma non ne avevo colpa perché, ogni volta che prendevo la decisione di andarla a trovare, lei partiva per qualche luogo remoto del globo in compagnia delle sue folli amiche, tutte vedove e ottuagenarie. Senza dubbio sarebbe stata entusiasta di visitare i vecchi studi di Miramar perché ai suoi tempi era stata un’appassionata spettatrice del programma di Herta Frankel e della sua cagnetta Marylin.
“È pronto”, annunciò Proxi. “Sei già dentro.”
Mi sedetti sul pavimento muffoso con le gambe incrociate e appoggiai il portatile sulle ginocchia. Jabba si piazzò accanto a me e si chinò per seguire a video l’evoluzione dell’accesso. Mi inserii nei computer della Fondazione TraxSG usando la mia versione di “Sevendoolf”, un noto cavallo di Troia che permetteva di accedere a sistemi remoti attraverso l’uso di “porte di servizio” (backdoor).
“Come hai trovato la chiave?” volle sapere Proxi, sistemandosi sull’altro lato e assumendo la stessa posizione di Jabba. Proxi era una di quelle donne che non sapevo come considerare. Ogni parte del suo corpo era di per sé perfetta, e il viso, incorniciato da una lucente e corta chioma nera, era molto attraente, con il bel naso affilato e i grandi occhi scuri. L’insieme, però, non risultava armonioso, come se i piedi fossero di un’altra persona, le braccia un paio di taglie in più e la vita, benché sottile, troppo larga per i suoi fianchi sfuggenti.
“Con la forza bruta?” azzardò.
“Ho fatto delle prove con i computer di casa mia da quando è incominciato tutto questo”, le risposi sorridendo. Mai, nemmeno sotto l’effetto del pentotal, avrei rivelato i miei più preziosi segreti a un altro hacker.
Il sistema, che lavorava con Microsoft SQL Server e usava Windows NT per la sua rete locale, non disponeva della pur minima protezione; quella rete non aveva nemmeno l’antivirus aggiornato. L’ultima versione risaliva al maggio del 2001, esattamente all’anno prima. Era deprimente pirateggiare in queste condizioni, soprattutto dopo l’investimento in un’operazione di tale importanza.
“Sono degli incoscienti...” Per un buon hacker, hacker da una vita come Jabba, alcune cose non erano concepibili né umanamente né tecnicamente.
“Attenzione!” mi avvertì Proxi, appoggiandosi sulla mia spalla per osservare meglio il monitor. “Non toccare nessun file. Devono essere pieni di virus, worm e spyware.”*
Proxi, che nella vita reale lavorava nel dipartimento di sicurezza della Ker-Central, conosceva fin nel minimo dettaglio le terribili conseguenze di quelle poche righe di codici nocivi. Infatti non c’era nemmeno bisogno di aprire quei cybertossici per attivarli; bastava farvi scorrere sopra il cursore incautamente.
“Ecco la cartella dei logos”, mi additò Jabba con l’indice puntato sullo schermo al plasma, che ondeggiò come una macchia d’olio.
Non aveva fatto molta fatica a trovarla. L’ingegnere responsabile del sistema informatico della TraxSG, con molto buon senso, aveva battezzato questa cartella “Logos”, e poi, supposi, era andato a bersi alcune birre per festeggiare la sua grande intelligenza. Avrei voluto lasciargli un messaggio di felicitazioni, ma mi limitai a esaminare il contenuto del computer e a trasferire, in sostituzione dei famosi disegni della TraxSG – il nome in verticale con lettere di tipo, dimensione e colore diverso –, un nuovo gruppo di logos che avrebbe mostrato la frase “Né canone né pirati” tutte le volte che qualcuno della Fondazione avesse avviato un computer, un programma o, semplicemente, si fosse scollegato. Inviai, inoltre, un file che sarebbe rimasto nascosto nelle profondità della macchina e che avrebbe rinnovato le modifiche quando qualcuno avesse tentato di cancellarle; così, risalire all’origine sarebbe costato moltissimo tempo e denaro. Questo file, fra le altre cose, avrebbe stampato su tutti i documenti un teschio con due tibie incrociate e, ancora, la frase “Né canone né pirati”. Infine, feci una copia di tutti i documenti che trovai, relativi al fortunato canone che la Fondazione era riuscita a imporre ai produttori di software, e li distribuii generosamente attraverso Internet. Non mi restava che lanciare in rete, da quegli studi di Miramar, nel tempo che mancava a individuare l’apparecchiatura e bloccarla, la campagna che avevamo ideato per chiedere il boicottaggio di tutti i prodotti della TraxSG e incoraggiare la gente a comprare quegli stessi prodotti all’estero.
“Dobbiamo tagliare la corda”, ci avvisò Jabba con voce allarmata, guardando l’orologio. “L’addetto alla sicurezza passerà nei corridoi fra tre minuti.”
Chiusi il portatile, lo poggiai sul pavimento e mi alzai scuotendomi la polvere dai jeans. Proxi coprì la pedana con una spessa tela per sottrarre l’impianto alla vista di eventuali curiosi; questo non avrebbe impedito che prima o poi lo scoprissero, ma almeno avrebbe concesso alla protesta alcuni giorni di proroga. Sarebbe stato divertente leggere la notizia sui giornali.
Approfittando degli ultimi secondi di permanenza in quel luogo, mentre Proxi e Jabba si affannavano a raccogliere il resto del materiale, presi dallo zaino una bomboletta spray di vernice rossa, vi sistemai la valvola Harcore per tratti spessi e grandi e la agitai fino a sentire i colpetti metallici che indicavano che il composto era pronto. Poi, con una buona dose di vanità, tracciai su una parete un enorme cerchio e, dentro, una lunga linea ondulata che si avvolgeva a spirale e occupava in orizzontale tutto lo spazio. Quindi firmai con il soprannome con cui ero conosciuto: Root. Era il mio tag, la mia firma personale, visibile in molti luoghi presumibilmente inespugnabili. Se in questa occasione non lo avevo incluso nei computer dellaTraxSG – lo lasciavo sempre nei luoghi pirateggiati, reali o virtuali – , era perché non ero solo e non lavoravo per conto mio.
“Andiamo!” incalzò Jabba dirigendosi con passo leggero verso le porte dello studio.
Spegnemmo le lampade al neon e, con l’unica luce dei piccoli catarifrangenti di emergenza come guida, attraversammo i corridoi e scendemmo le scale veloci, senza far rumore. Negli scantinati si trovava lo sgabuzzino dei trasformatori con gli antidiluviani quadri elettrici degli studi. Lì, sul pavimento, confusa tra i nostri attrezzi di speleologia, una lastra di ferro dava accesso allo strano mondo sotterraneo che si nascondeva sotto l’asfalto di Barcellona; connessa in parecchi punti con i quasi cento chilometri di tunnel delle linee della metropolitana e delle ferrovie si trovava la colossale trama di gallerie della rete fognaria collegata con tutti gli edifici, i centri e le istituzioni ufficiali della città. Come New York, Londra o Parigi, Barcellona celava nelle sue viscere una seconda città, viva e piena di misteri al pari di quella in superficie esposta alla luce del sole e alle acque del mare. Questa città occulta, oltre a possedere i propri nuclei abitati, la propria vegetazione autoctona, i propri animali, e la propria unità di polizia, la cosiddetta “Unitat de subsòl”,* contava anche su numerosi turisti provenienti da ogni parte del mondo per praticare uno sport – naturalmente illegale – noto come speleologia urbana.
Mi tolsi l’elastico con cui tenevo raccolti i capelli e infilai il casco sistemandomi il sottogola. I nostri tre caschi Ecrin Roc erano dotati di led frontali** fissati con clip, che mandavano una luce molto più bianca del normale ed erano molto meno pericolosi in caso di fughe di gas. Inoltre, se si fondeva uno dei led, ce n’era sempre un altro funzionante, cosicché non potevi mai trovarti completamente al buio.
dp n="13" folio="" ? Come un distaccamento militare ben sincronizzato accendemmo i rilevatori di gas, sollevammo la lastra di ferro, su cui era stampigliato il marchio della società elettrica, e ci calammo in uno stretto passaggio verticale. Quest’ultimo scendeva a piombo per un lungo tratto in cui provammo, soprattutto Jabba, che era il più grosso dei tre, un’opprimente sensazione di claustrofobia. La straordinaria estensione della galleria era dovuta al fatto che gli studi di Miramar erano stati costruiti su una delle due colline di Barcellona, Montjuïc, e quindi si trovavano a un’altitudine elevata rispetto al livello del mare. Come in quasi tutti questi tipi di condotto, un quarto della galleria era occupato da cavi elettrici, a cui ci aggrappavamo per calarci. Indossavamo degli ingombranti guanti isolanti che ci intralciavano ulteriormente nella discesa.
Raggiungemmo infine il tunnel di servizio che univa la Zona Franca con la Plaza de Catalunya. Se c’è qualcosa del sottosuolo che impressiona davvero, non sono le bisce né i ratti e nemmeno i tipi dall’aria spettrale che puoi incontrare sul tuo cammino; ciò che ti stringe realmente il cuore e ti chiude lo stomaco è il silenzio totale, l’assoluta oscurità e l’intenso odore di umidità vischiosa. Lì, in mezzo al nulla, il minimo rumore si amplifica e si distorce, e tutti i luoghi sembrano uguali. A Parigi, un paio di anni prima, nonostante fossimo accompagnati da un tizio del Gruppo Francese di Speleologia Urbana che conosceva le viscere della città meglio delle sue tasche, il mio gruppo si era perso per sette ore nelle gelide fognature medievali che perforano il bacino orientale della Senna. Non mi era mai più successo, ma quell’esperienza era stata tanto pericolosa da obbligarmi a prendere, da quel giorno, tutte le precauzioni possibili.
Scendemmo ancora un po’ utilizzando uno dei pozzi rapidi della rete fognaria, e, all’altezza della calle del Hospital, dopo la deviazione della conduttura all’allaccio dei collettori del Liceu – dove avevo disegnato il mio marchio, proprio accanto alla scaletta che portava alla vecchia sala delle caldaie –, una minuscola botola, sporca e corrosa dalla ruggine, ci permise di accedere alla rete di tunnel del metrò. Poca gente sapeva o ricordava che, a metà degli anni Settanta, era stato costruito un passaggio pedonale tra le stazioni del Liceu e di Urquinaona allo scopo di collegare le linee 3 e 4 e alleggerire l’affollata e labirintica stazione centrale di Catalunya. Trent’anni dopo il passaggio veniva utilizzato solo da noi e da una cinquantina di persone dei sobborghi che avevano fatto di quel sudicio e insalubre vermicaio un luogo di residenza abituale. Si trattava, per la maggior parte, di gente silenziosa e senza età tra cui c’erano ogni sorta di strani individui.
A metà del passaggio, in cui regnava la puzza di urina e di sporcizia, c’era la vecchia porta metallica che dava su un livello inferiore di corridoi. Scendemmo delle scale metalliche e ci incamminammo verso l’imboccatura del tunnel che avevamo di fronte. Marciammo in fila per un centinaio di metri sul lato destro dei binari, con le orecchie tese per sentire se si avvicinava un treno (non sarebbe stato niente di strano, visto che avanzavamo lungo un segmento della linea 4), e ci fermammo davanti a uno stretto sportello difficilmente distinguibile nel muro annerito. Con la chiave che tenevo in una tasca dei jeans aprii il lucchetto, e, una volta dentro, Jabba lo chiuse con i chiavistelli di ferro che lo rendevano inespugnabile dall’esterno. Ai nostri piedi si apriva la solita botola che lasciava in vista una cavità verticale di quindici metri nella quale dovevamo calarci. Questo era sempre l’ultimo svago delle nostre scorrerie. Agganciammo i discensori ai moschettoni fissati alla vita e ci buttammo insieme a tutta velocità usando le corde che avevamo fissato in modo definitivo all’imboccatura. Quando dovevamo salire, naturalmente ci servivamo delle scale.
Con grande rimbombo poggiammo infine i piedi sul pavimento del vecchio tunnel abbandonato dove c’era il nostro “Serie 100”. Nessuno, a parte noi tre, ne conosceva l’esistenza. Si trattava di uno dei primi tratti di ferrovia suburbana realizzati in città, costruito poco dopo il 1925 dalla Compagnia del Gran Metro di Barcellona. Era a forma di Y, e la biforcazione si trovava precisamente nella calle Aragó, dove abitavo e dove aveva sede la mia società di software, la Ker-Central. Approfittando della corrente d’aria che arrivava attraverso le bocchette del soffitto, ci pulimmo dai residui di fango mentre risalivamo tranquillamente la caverna, tanto larga da consentire il transito di due grossi camion affiancati. Attorno a noi tutto era buio; lì era sempre notte e sempre autunno, ma eravamo in territorio sicuro e conosciuto.
Cinquecento metri più avanti vedemmo il gigantesco manifesto pubblicitario di colore rosso in cui l’attore Willem Dafoe, per reclamizzare una marca di whisky, diceva qualcosa di molto profondo come “L’autenticità inizia in se stessi”. Su richiesta di Proxi lo avevamo “comprato” nella stessa stazione della metro di passeig de Gràcia che avevamo in quel momento sopra le nostre teste, perché, secondo lei, si confaceva perfettamente alle attività che praticavamo nel “Serie 100”. Jabba, seguendo un impulso irrefrenabile che nasceva dal passato di graffitaro, aveva dipinto sulla monumentale fronte dell’attore la parola Bufanúvols* ed era rimasto tranquillo ad ascoltare il predicozzo di Proxi.
Proprio alla biforcazione del tunnel, quasi all’altezza della fermata di passeig de Gràcia, si trovava il nostro centro di operazioni clandestine, il “Serie 100”, un decoroso vagone abbandonato alla chiusura della linea delle Ferrovie Metropolitane....
Indice dei contenuti
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