Il giardino d'estate
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Il giardino d'estate

  1. 666 pagine
  2. Italian
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Il giardino d'estate

Informazioni su questo libro

La travolgente storia d'amore tra una donna coraggiosa e un uomoin lotta per ritrovare la pace con il mondo e con se stesso. Dopo annidi dolorosa separazione, Tatiana e Alexander sperano di realizzare iloro sogni di libertà in America. Il figlio Anthony è la prova viventeche nessuna distanza può tenerli lontani. Eppure si sentono estranei, ancora turbati dai fantasmi delle tragedie vissute. Ex capitano dell'Armata Rossa, Alexander vive con sospetto e paura il clima della Guerra fredda e Tatiana non riesce a ritrovare con lui l'intimità di untempo. Quando Anthony si arruola volontario in Vietnam e scomparenella giungla, Tatiana e Alexander sentono che gli incubi del passato sono tornati. Potranno ancora passeggiare nel Giardino d'Estate?

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817026284
eBook ISBN
9788858641217

LIBRO PRIMO

La terra del lupino e del loto

Il loto fiorisce oltre l’arida cima
Il loto ondeggia lungo i rivi sinuosi;
Stringiamo un patto e giuriamo fedeltà
Nella spoglia terra del loto abiteremo, adagiati
Sulle colline come dei, incuranti dell’umanità.
LORD ALFRED TENNYSON
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1

Deer Isle, 1946

Il carapace
Carapace (sostantivo maschile): scudo o guscio duro e spesso, fatto di osso o chitina, che copre parte del corpo di un animale come l’aragosta.
C’era una volta, a Stonington, nel Maine, prima del tramonto – al termine di una guerra calda e all’inizio di una fredda – una giovane donna vestita di bianco, in apparenza calma ma con le mani tremanti, seduta su una panchina vicino al porto, intenta a mangiare un gelato.
Lì accanto un bambino, anche lui intento a mangiare un cono, il suo al cioccolato. I due chiacchieravano con noncuranza; il gelato si scioglieva più rapidamente di quanto la madre riuscisse a leccarlo. Il piccino la ascoltava cantare una vecchia canzone russa mentre cercava di insegnargli le parole, e la prendeva in giro storpiando i versi. Aspettavano entrambi che le barche delle aragoste tornassero. Di solito, prima di avvistare le imbarcazioni, la donna udiva i gabbiani che bisticciavano.
Soffiava una lievissima brezza; i capelli schiariti dal sole le si agitavano leggermente davanti al viso. Alcuni ciuffi le erano sfuggiti dalla treccia lunga e spessa, e le svolazzavano sopra la spalla. Era bionda, bella, con la pelle traslucida, gli occhi traslucidi e le lentiggini. Il bambino abbronzato aveva i capelli neri, gli occhi scuri, le gambette paffute.
Sembrava che madre e figlio stessero seduti lì senza scopo; la loro però era una finta tranquillità. La donna scrutava con decisione le barche sull’orizzonte azzurro. Lanciava occhiate al piccolo e al gelato, e fissava la baia come se ne fosse nauseata.
Tatiana vuole immergersi in se stessa, perché vuole credere che non vi sia nessun ieri, ma solo il momento in cui sta vivendo adesso, su Deer Isle, una delle lunghe isole con le scogliere a strapiombo poco distante dalla costa del Maine, collegata al continente da un traghetto e da un ponte sospeso di trenta chilometri; e proprio passando sul ponte sono arrivati lì con il camper, il loro Schult Nomad Deluxe di seconda mano. Hanno attraversato Penobscot Bay, sopra l’Atlantico e verso sud, fino al bordo estremo del mondo, fino a Stonington, una candida cittadina annidata nell’insenatura formata dalle colline coperte di querce. Tatiana, tentando con tutte le forze di vivere soltanto nel presente, pensa che non vi sia nulla di più bello o pacifico di quelle case di legno bianco incassate nei pendii di anguste strade sterrate, affacciate sulla distesa d’acqua increspata che lei guarda giorno dopo giorno. Quella sì che è pace. Quello è il presente. Quasi come se non esistesse nient’altro.
Di tanto in tanto, tuttavia, mentre i gabbiani volano e gridano, c’è qualcosa che si intromette, anche a Deer Isle.
Quel pomeriggio, dopo che Tatiana e Anthony erano usciti per andare alla baia, avevano udito delle urla a casa dei vicini.
Lì accanto vivevano due donne, madre e figlia. La prima aveva quarant’anni, la seconda venti.
“Litigano ancora”, aveva detto Anthony. “Tu e papà non litigate.”
Litigare.
Magari!
Alexander non alzava la voce neanche di un semitono con lei. Se le parlava, non andava mai oltre il timbro smorzato di un pozzo profondo, come se imitasse l’amabile e cordiale dottor Edward Ludlow, che si era innamorato di lei a New York. Il serio, affidabile, professionale Edward. Anche Alexander cercava di acquisire modi rassicuranti.
Litigare avrebbe richiesto una partecipazione attiva verso un altro essere umano. Nella casa accanto, madre e figlia inveivano l’una contro l’altra, per qualche motivo, soprattutto a quell’ora del pomeriggio; le si sentiva sbraitare dalle finestre aperte. La buona notizia: il loro marito e padre, un colonnello, era appena tornato dalla guerra. La cattiva notizia: il loro marito e padre, un colonnello, era appena tornato dalla guerra. Lo aspettavano da quando era partito per l’Inghilterra nel 1942, e ora era di nuovo a casa.
Nemmeno lui partecipava alle liti. Quando Anthony e Tatiana erano usciti per strada, l’avevano visto parcheggiato sulla sedia a rotelle nel cortile infestato dalle erbacce, immobile come un cespuglio sotto il sole del Maine mentre moglie e figlia strillavano all’interno. Avvicinandosi, Tatiana e Anthony avevano rallentato.
“Mamma, cos’ha?” aveva sussurrato il piccolo.
“È rimasto ferito in guerra.” L’uomo non aveva braccia né gambe, era solo un tronco dotato di testa e moncherini.
“Riesce a parlare?” Ormai i due erano davanti al cancello.
All’improvviso lo sconosciuto aveva risposto con voce forte e chiara, una voce abituata a dare ordini: “Riesce a parlare, ma preferisce non farlo”.
Anthony e Tatiana si erano fermati, osservandolo per qualche istante. Lei aveva tolto il chiavistello, ed erano entrati nel cortile. L’uomo pendeva verso sinistra come un sacco troppo pesante da una parte. I moncherini arrotondati gli scendevano fino al gomito inesistente. Le gambe non c’erano proprio.
“Su, lasci che la aiuti.” Tatiana l’aveva raddrizzato, sistemando i cuscini che lo sostenevano sotto le costole. “Va meglio?”
“Oh”, aveva sospirato lui. “Un modo vale l’altro.” I suoi piccoli occhi azzurri l’avevano fissata. “Sa cosa vorrei?”
“Cosa?”
“Una sigaretta. Non fumo più; come vede, non posso portarmele alla bocca. E quelle due”, aveva accennato alla casa con il capo, “preferirebbero crepare che darmene una.”
Tatiana aveva annuito. “Ho proprio quello che fa per lei. Torno subito.”
L’uomo aveva girato la testa verso la baia. “Non lo farà.”
“Sì, invece. Anthony”, aveva aggiunto Tatiana, “siediti in braccio a questo signore gentile finché la mamma torna. Ci vorrà solo un minuto.”
Anthony aveva accettato con piacere. Sollevandolo, Tatiana l’aveva posato sul grembo del vicino. “Puoi aggrapparti al collo.”
Dopo che era corsa a prendere le sigarette, il bambino gli aveva chiesto: “Come ti chiami?”
“Colonnello Nicholas Moore”, aveva risposto l’altro. “Ma puoi chiamarmi Nick.”
“Sei stato in guerra?”
“Sì. Sono stato in guerra.”
“Anche il mio papà”, aveva replicato Anthony.
“Oh!” Nicholas aveva tirato un sospiro. “È tornato?”
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“Sì.”
Tatiana era ricomparsa e, dopo aver acceso una sigaretta, l’aveva accostata alle labbra dell’invalido. Nick fumava a boccate intense e profonde, come se aspirasse il fumo non solo nei polmoni, ma in tutto il suo essere. Anthony era rimasto accoccolato, guardandolo in faccia mentre inspirava con sollievo ed espirava con dispiacere, quasi non volesse lasciar andare la nicotina. Il colonnello fumò due sigarette di fila con Tatiana china su di lui, che gliele portava alla bocca.
“Il mio papà era maggiore, ma adesso è un pescatore di aragoste”, aveva spiegato Anthony.
“Capitano, figliolo”, l’aveva corretto la madre. “Capitano.”
“Il mio papà era maggiore e capitano”, aveva ripreso Anthony. “Compreremo un gelato mentre aspettiamo che torni dal mare. Vuoi che ne portiamo uno anche a te?”
“No”, aveva rifiutato Nick, piegando leggermente la testa fra i capelli neri del bambino. “E questi sono stati i quindici minuti più felici che abbia vissuto nell’ultimo anno e mezzo.”
In quel momento, sua moglie era corsa fuori dalla casa. “Cosa sta facendo a mio marito?” aveva urlato.
Tatiana aveva raccolto Anthony dal grembo di Nick. “Tornerò domani”, si era affrettata a promettere.
“Non tornerà”, aveva ribattuto Nicholas, seguendola con lo sguardo.
Ora madre e figlio sedevano sulla panchina, impegnati a mangiare il gelato.
Di lì a poco si udirono le strida lontane dei gabbiani.
“Ecco papà”, annunciò Tatiana, tesa.
La barca era uno sloop con un fiocco, anche se ormai quasi tutti i pescherecci erano muniti di motori a gas. Apparteneva a Jimmy Schuster, che l’aveva ereditata dal padre. Jimmy la amava perché poteva spingersi al largo e pescare le aragoste con la rete a strascico per conto suo. Un lavoro per un uomo solo, lo definiva. Poi il braccio gli era rimasto impigliato nella fune che tirava fuori dall’acqua le pesanti trappole per i crostacei. Per liberarsi aveva dovuto tagliarsi la mano in corrispondenza del polso, il che gli aveva salvato la vita (e gli aveva consentito di non partire per la guerra); ma ora, senza voler essere ironici, aveva bisogno di manodopera che lo aiutasse. Il problema era che tutta la manodopera aveva trascorso gli ultimi quattro anni nella foresta Hürtgen e a Iwo Jima.
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Dieci giorni prima, Jimmy aveva trovato qualcuno: quel giorno il marinaio era nel pozzetto di poppa, e il tipo alto e silenzioso se ne stava lì dritto come un fuso, sull’attenti, infagottato nella tuta arancione e gli stivaloni di gomma nera, impegnato a scrutare la riva.
Tatiana si alzò dalla panchina, e quando la barca fu in vista, una baia più in là, sollevò il braccio in un generoso gesto di saluto, facendo oscillare la mano da una parte e dall’altra. Alexander, sono qui, sono qui, diceva quel movimento.
Quando fu abbastanza vicino per scorgerla, lui la salutò a sua volta.
I pescatori ormeggiarono l’imbarcazione sul molo degli acquirenti e aprirono i ganci delle vasche che contenevano le prede vive. Saltando giù dal peschereccio, il tipo alto promise che sarebbe tornato subito a scaricare e pulire; si sciacquò le mani sotto il getto d’acqua sulla banchina e percorse il pontile e la salita fino al punto in cui sedevano la donna e il bambino.
Anthony gli corse incontro. “Ehi”, disse, quindi si fermò, impacciato.
“Ehi, ometto!” L’uomo non poteva arruffargli i capelli: aveva le mani sudicie.
Sotto la tuta di gomma arancione indossava un’uniforme di fatica verde scuro e una maglia verde dell’esercito con le maniche lunghe, imbrattata di sudore, pesce e acqua salata. Portava i capelli neri tagliati a spazzola; il volto scarno, stanco, aveva un’ombra di barba nera. Si accostò alla donna.
“Ehi”, mormorò Tatiana. Fu più che altro un sospiro. Aveva smesso di leccare il cono.
“Ehi”, replicò lui. Non la toccò. “Il tuo gelato si sta sciogliendo.”
“Oh, lo so.”
“Questa sera mangiamo ancora aragosta?”
“Certo”, rispose lei. “Quanta ne vuoi.”
“Devo ancora andare a finire.”
“Sì, naturalmente. Dobbiamo… hmm… scendere al molo? Aspettare con te?”
“Voglio aiutarti”, interloquì Anthony.
Tatiana scosse la testa con vigore. Non sarebbe riuscita a togliergli di dosso il puzzo di pesce.
“Sei così pulito”, osservò Alexander. “Perché non resti qui con la mamma? Non ci metterò molto.”
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“Io voglio aiutarti.”
“D’accordo, allora vieni! Magari troviamo qualcosa da farti fare.”
“Sì, qualcosa che non richieda di toccare il pesce”, borbottò Tatiana.
Non amava granché il lavoro di Alexander. Quando suo marito rientrava, puzzava. Qualunque cosa toccasse, si impregnava di quel tanfo. Qualche giorno prima, appena lei aveva osato protestare in tono quasi scherzoso, Alexander aveva ribattuto, e non scherzava per niente: “Non ti lamentavi mai quando pescavo a Lazarevo”. Tatiana doveva aver assunto un’espressione molto abbattuta, perché aveva aggiunto: “Non ci sono altri lavori per un uomo a Stonington. Se sei stanca di questa puzza, dobbiamo trasferirci altrove”.
Tatiana non voleva trasferirsi altrove. Erano appena arrivati.
Jimmy faceva cenni ad Alexander con il braccio buono.
“Allora, com’è andata oggi?” domandò Tatiana, cercando di fare conversazione mentre si dirigevano verso il molo. Lui calzava grossi e pesanti stivali di gomma. Lei si sentiva minuscola, schiacciata dalla sua presenza, mentre gli camminava accanto. “La pesca è stata ricca?”
“Abbastanza”, rispose Alexander. “Quasi tutte le aragoste erano troppo piccole e abbiamo dovuto liberarle. Molte femmine erano piene di uova e abbiamo dovuto lasciarle andare.”
“Non ti piacciono le femmine ovigere?” Gli si avvicinò, alzando lo sguardo su di lui.
Battendo leggermente le palpebre, Alexander si allontanò. “Sono ottime, ma dobbiamo ributtarle in acqua perché possano deporre le uova. Non venirmi troppo vicina, sono sporco. Anthony, non abbiamo ancora contato le aragoste. Ti va di aiutarmi?”
Jimmy adorava Anthony. “Ometto! Vieni qui, vuoi vedere quante aragoste ha catturato tuo padre oggi? Probabilmente un centinaio, la sua giornata migliore finora.”
Tatiana guardò il marito negli occhi. Lui si strinse nelle spalle. “Quando prendiamo dodici aragoste con una trappola, e dobbiamo liberarne dieci, non la considero una buona giornata.”
“Due esemplari regolari in una trappola è un numero grandioso, Alexander”, lo rassicurò Jimmy. “Non preoccuparti, ci prenderai la mano. Forza, Anthony, guarda nella vasca.”
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“Le hai già contate?” chiese il bambino, tentando di impedire alla propria voce di incrinarsi.
Alexander scosse il capo in direzione di Jimmy. “Oh, no, no”, si affrettò a rispondere l’uomo. “Ero occupa...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Dedica
  4. Epigrafe
  5. LIBRO PRIMO - La terra del lupino e del loto
  6. LIBRO SECONDO - Itaca
  7. LIBRO TERZO - Dissonanza
  8. LIBRO QUARTO - Moon Lai
  9. Coda