Promemoria italiano
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Promemoria italiano

Quello che abbiamo dimenticato Quello che dobbiamo sapere Quello che dovremmo fare

  1. 159 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Promemoria italiano

Quello che abbiamo dimenticato Quello che dobbiamo sapere Quello che dovremmo fare

Informazioni su questo libro

"Telefonami tra vent'anni" diceva una bellissima canzone di Lucio Dalla. Promemoria italiano parte da qui ed esprime l'auspicio che tra vent'anni, nel 2032, non accada più quello che è successo nel 2012 rispetto a Mani pulite del '92. Per evitare di tornare a constatare che la corruzione si è ampliata e uscire stabilmente dalla sua lunga crisi civile, l'Italia dovrà ritrovare lo spirito del Dopoguerra. Avremo bisogno di uomini della tempra di un De Gasperi o di un Vanoni, di un Costa o di un Mattioli e di uno o più eredi del pragmatismo contadino di Di Vittorio. Avremo bisogno di ritrovare i valori cattolici e laici di un tempo custoditi in piccole storie familiari, cose semplici che si tramandano di generazione in generazione, e costituiscono l'anima più profonda di un popolo. Soprattutto, avremo bisogno degli italiani. Che dovranno credere in se stessi, recuperare l'orgoglio, il gusto della fatica, il senso dello Stato, l'entusiasmo e la determinazione che consentirono, in pochi anni, di trasformare un'economia agricola in una delle più grandi economie industrializzate del mondo. Uomini e fatti di ieri e di oggi, raccontati in questo Promemoria con una scrittura narrativa, ci dicono che l'Italia ha tanti vizi ma è un grande Paese e può farcela. Dipende solo da noi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817062572
eBook ISBN
9788858638859

1.
CHI ERAVAMO

La «buona» e la cattiva politica
che hanno fatto il Paese

Distacco, cortesia e… lezioni di dignità

Incontro Carlo Azeglio Ciampi, parliamo di tutto, dell’Italia, dei suoi miasmi, del bello (poco) e del brutto (molto), di questi tempi e di quelli passati. Mi dice: «Le voglio raccontare un fatto di vita vissuta che risale a quando ero governatore della Banca d’Italia. Un politico importante mi chiede un appuntamento, lo ricevo, restiamo insieme una buona mezz’ora, ragioniamo di tante cose e non mi domanda nulla. Dopo qualche settimana un amico comune mi riferisce la confessione del politico: “Avevo voluto l’incontro perché mi serviva un piacere, ma Ciampi mi trattò con così tanta cortesia e così tanto distacco che non ebbi il coraggio di chiedere niente”». Distacco e cortesia: una lezione di civiltà, un insegnamento da tenere a mente anche per me. Ricordo anche una telefonata, sempre del presidente, era un sabato di maggio, di prima mattina: «Ha letto le dichiarazioni di Paul Volcker? Parla di disintegrazione dell’euro». Un attimo di pausa: «Questo un banchiere centrale non lo può dire». Non era orgoglio ferito da padre dell’euro, anche in questo caso parlava il governatore che è in lui. Un abito mentale mai dismesso. C’è di che riflettere.
Una serata romana, ore 23, di qualche mese fa, sto uscendo da un palazzo storico del centro. Si avvicina un signore: «Direttore, mi scusi, ma è vero che sua sorella fa il giudice a Nola e vive proprio a Nola?». «Sì, è vero, anche le altre mie sorelle e mio fratello vivono a Nola» rispondo. Lui sorride: «Allora direttore, siamo quasi paesani, perché io sono di Caserta e ora vivo a Mondragone». Poi prende fiato e prosegue: «Mi creda, sono molto orgoglioso di fare qui la guardia giurata. Prima facevo il muratore: un giorno mi chiamavano, un altro no, lavoravo a giorni alterni. Ora guadagno 1200 euro al mese, non è tanto ma è più di prima, e con questa somma ogni mese a Mondragone ci “campo” una famiglia». Ho pensato al mio stipendio e ho provato imbarazzo. Arrossisco per me e per tutti quelli che lavorano molto meno e guadagnano molto di più. Non sanno quello che hanno e non smettono di lamentarsi.

La casa di Kohl, una Germania e due Italie

Helmut Kohl ha fatto la storia e vive in una casa semplice su una sedia a rotelle. Romano Prodi ci ha passato insieme un paio d’ore e si è sentito ripetere la lezione di una vita con più trasporto e determinazione del solito. L’uomo che ha unito le due Germanie è stato, dopo Otto von Bismarck, il cancelliere rimasto in carica più a lungo. E ha sempre pensato che se si è ricchi non si può fare bene politica, almeno per come la intende lui, perché la visione delle cose è distorta, si mescolano interessi e valori, si rischia di perdere il contatto con la realtà. Kohl sa bene che c’è chi la pensa diversamente e nei suoi sedici anni di governo non ha mai fatto una politica punitiva nei confronti del grande capitale, ma lui, da cattolico impegnato in politica, ha sempre vissuto il senso della ricchezza come un fatto personale, su cui vigilare, un metro con il quale misurare la coerenza tra i suoi comportamenti concreti e quello che ha dichiarato ogni giorno a parole.
Il suo amico, Romano Prodi, ha voglia di spiegare: vive come un buon cittadino del ceto medio, con una casa che si affaccia su una via normale, con cancelli e porte esattamente come quelli dei suoi vicini. Poi il Professore si ferma un attimo e butta lì: «Helmut è uscito dalla politica, ma la sua casa è meta di un pellegrinaggio permanente, arriva tanta gente, c’è grande affetto». A volte, uscire dalla politica non significa restare soli.
Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia, è diventato presidente della Banca centrale europea e mi viene in mente un’altra frase di Kohl che riecheggia Thomas Mann: voglio una Germania europea, non un’Europa germanica. Questo signore, insieme con De Gasperi, Schuman e Adenauer, appartiene alla famiglia più nobile del popolarismo europeo, e non ha mai rinunciato alla prima qualità di un Politico con la P maiuscola che è quella di scegliere e indicare la rotta, di dire dove si deve andare agli altri e non di inseguire gli altri. L’euro oggi non ci sarebbe se Kohl avesse dato retta ai suoi concittadini che non volevano abbandonare il marco. Probabilmente senza il «regno» di quest’uomo, figlio di un ufficiale della Guardia di finanza e di un’insegnante, che ha perso il fratello in guerra, la Germania dell’Est non avrebbe mai raggiunto la Germania dell’Ovest e il muro di Berlino sarebbe caduto invano oppure non sarebbe caduto affatto. Mi restano due domande: che cosa impedisce al nostro Sud di agganciare il Nord dopo sessanta e passa anni dalla stessa guerra? Perché l’Italia rischia di staccarsi dagli altri e il Sud rischia di staccarsi ancora di più dall’Italia?

I ragazzi di Monte di Dio, abbagli e stereotipi

Sono ritornato in via Monte di Dio a Napoli, collina di Pizzofalcone, dopo trent’anni, per presentare un libro a Palazzo Serra di Cassano. Al civico 1/e, in una strada piena di storia che si inerpica fino ad affacciarsi sul mare, ho mosso i miei primi passi da cronista a «Napoli Oggi», un piccolo settimanale diretto da Orazio Mazzoni, per tutti noi «il Professore». Fu molto più di una scuola di giornalismo. Ricordo il maestro Giuseppe Leone: chiudeva le pagine in tipografia e sbuffava. C’era un uomo di teatro come Oscar di Maio che imitava il Professore alla perfezione e passava la giornata a rispondere alle telefonate. Ricordo il basolato dell’androne, il cortile, tanti giovani e una terrazza che ogni settimana dopo la chiusura del giornale trasformavamo in un campo da calcio. Qualche volta i ragazzi di Monte di Dio (cioè noi) salivano a Palazzo Serra di Cassano, duecento metri a piedi, per respirare l’aria dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, il primato della storia, i tesori nascosti della scienza, e incontrare l’avvocato Gerardo Marotta. Nei miei ricordi giovanili l’avvocato era un uomo anziano seduto sulla cattedra europea della cultura che Napoli (e l’Italia) poteva vantare. Ero curioso di rivederlo. Mi è sembrato che, dopo trent’anni, indossasse la stessa giacca nera, identica la smorfia del viso, solo la voce è più stentata. Mi racconta: «Finché abbiamo potuto, abbiamo fatto con le nostre forze, ho venduto le proprietà di famiglia, ma non possono continuare a tagliare tutto, stanno tagliando la scienza di base, si “mangiano” il futuro». Poi si ferma e sbotta: «Anni fa il Tesoro italiano ha mandato Fabrizio Barca per vigilare sulle nostre scuole: doveva essere “una spiacevole” indagine e invece rimase abbagliato». Basta così, avvocato. Pensando agli «abbagli» di Barca mi è venuto in mente Indro Montanelli, e una sua inchiesta sul «Corriere della Sera» del marzo 1963. Doveva fare le pulci alla prima Cassa per il Mezzogiorno, ma iniziò il suo articolo così: «Per la prima volta nella storia d’Italia, nel Sud si è fatto qualcosa che non ha nulla a che fare con la Befana. Ed è grande merito della Cassa l’avere impedito che una Befana diventasse». Forse, a pensarci bene, il Sud di oggi esige uomini di quella cifra, e cito solo Gabriele Pescatore e Donato Menichella. Erano gli anni del miracolo economico e quella prima Cassa non aveva più di trecento dipendenti, in gran parte ingegneri ma fece le opere, portò l’acqua dove non c’era e unì l’Italia con le strade. Poi successe che la Befana arrivò per davvero, i dipendenti divennero diecimila, le opere realizzate furono pari a zero. A Napoli, e non solo, il futuro ha bisogno del passato remoto.

Colajanni, Cuccia e i suoi eredi

Ricordo un pomeriggio di mezza estate di più di dieci anni fa. Attraversai mezza Roma, sotto un sole cocente, per andare a casa di Napoleone Colajanni, mente eretica del Partito comunista italiano (Pci), famiglia migliorista, meridionalista, conoscitore come pochi dei vizi del capitalismo di casa nostra. Partii da Villa Ada e arrivai sul suo terrazzo all’Eur, in viale Cesare Pavese, dove mi accolse in infradito e pantaloncini corti, i soliti occhioni azzurri pieni di intelligenza, e un segno della mano inequivocabile: «No, no… è solo un’operazione di “marketting”, mi dispiace che tu sia venuto fin qui a chiedermelo, ma non si può fare».
Napoleone è morto nel giugno 2005. Era nato lo stesso mese e lo stesso anno di mio padre e nel tempo tra di noi era cresciuto un rapporto complice fatto di consigli e confidenze. Mi ero messo in testa di convincerlo a fare una nuova edizione del suo Il capitalismo senza Capitale perché Enrico Cuccia era scomparso da qualche settimana e non mi sembrava che ci fossero in circolazione ricostruzioni più puntuali dell’esperienza del «padrone dei padroni» e della sua Mediobanca. Sapevo che in quel libro non c’era il solito «romanzo d’appendice» sulla finanza italiana, ma piuttosto un racconto documentato e un’analisi rigorosa, e volevo riproporlo in libreria, con una sua prefazione, in una collana di saggistica che in quegli anni dirigevo per la Sperling & Kupfer. «Vuoi sfruttare la morte di Cuccia per vendere qualche copia in più? No, no, no…» Napoleone era irremovibile. Risposi: «Ho il titolo: Un uomo, una banca. Serve una prefazione, ma va riproposto perché è di straordinaria attualità, le sue “verità” storiche aiutano a capire quello che è successo dopo». Niente da fare: «No, no». Poi, sull’uscio, al momento dei saluti, un sussulto: «Ho cambiato idea: si può fare, ma a una condizione. Io scrivo la prefazione, e tu scrivi una nota alla nuova edizione, la firmi, e spieghi perché hai deciso di fare questa cosa, chiaro?».
Andò così. Il libro uscì nell’ottobre del 2000 e superò, come copie vendute, Il capitalismo senza Capitale a dimostrazione che l’operazione di «marketting», come diceva lui, aveva funzionato. «Ho dovuto fare le nozze con i fichi secchi» confidava il «padrone dei padroni» a Colajanni. Che, nella sua prefazione, si chiede: «Quello che non è chiaro è se nell’economia italiana esistono le forze per colmare il vuoto lasciato da Cuccia. Il candidato più forte alla successione è Banca Intesa, ma la cosa è tutta da verificare». Napoleone «vedeva lungo». Sono passati più di dieci anni, e la domanda fa ancora discutere.

Giuseppe, Francesca
e gli occhi di Marco Biagi

«Ho realizzato il mio primo sogno: lavorare a Milano, in un grande albergo, e vivere in Brianza» mi dice Giuseppe, 24 anni, di prima mattina. Racconta che ha avuto una buona scuola: a 17 anni lo zio lo ha spedito in mezzo ai tavolini della pizzeria del suo paese, Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina. Lui, però, voleva cambiare, e fa capire che qui, a Milano, è un’altra cosa, a partire dagli orari dei turni di lavoro, cominciano e finiscono senza «sgarrare di un minuto». Si accorge che sono perplesso, e insiste: «Il lavoro è importante, faccio quello che mi piace. Ora devo realizzare il mio secondo sogno. Diventare Food and beverage manager; sto studiando, il mio obiettivo è diventare responsabile delle attività di ristorazione di un albergo. Ci vorrà un po’, ma ce la farò». Poi fa una pausa e riprende: «Mi scusi se sono stato così invadente, ma lei dirige “Il Sole 24 Ore” e io avevo voglia di dire queste cose proprio a uno come lei».
Il racconto si arricchisce di altri particolari: Giuseppe ha preso casa a Mariano Comense («un paese tranquillo») e vive in una villetta che si «affaccia nel verde». Ce la fai a pagare l’affitto? «Direttore, mica sono solo, ognuno ha la sua stanza e si divide. Però stiamo bene.» Non gli ho chiesto che contratto di lavoro abbia, non mi è sembrato necessario.
Verona, assemblea degli industriali alla fiera. In prima fila a fianco a me c’è Riccardo Donadon, presidente di H-Farm Ventures, ex giardiniere, fa un mestiere raro in Italia: passa la vita ad aiutare i giovani a trasformare idee innovative per internet in investimenti di successo. Si avvicina una ragazza: «Sono Francesca, ci vediamo domani allo Storming Pizza». «Bene» risponde Riccardo che la vede per la prima volta. Ogni due settimane, in un tour itinerante che spazia da Venezia a Lecce, cento giovani si riuniscono, mangiano la pizza ed espongono le loro idee. Ogni tanto, il futuro può essere anche a portata di mano, è giusto rallegrarsene.
Mi viene in mente un terribile 19 marzo di dieci anni fa e un urlo nel cellulare di un amico: «Dimmi che non è vero, dimmi che non è vero che hanno ucciso Marco Biagi!». Era vero, alcuni colpi di arma da fuoco sotto il portone di casa a Bologna avevano tolto la vita al più innovatore dei giuslavoristi italiani, un uomo bello dentro, con gli occhi di un bambino e la testa che guardava lontano. A Giuseppe e a Francesca, ne sono certo, Marco sarebbe piaciuto.

Zio Remo, la Valtellina
e le miserie dei nominati

Remo Gaspari se ne è andato un anno fa nella notte di un lunedì di luglio a Gissi, nella vecchia casa di famiglia in cui era nato novant’anni prima, un secondo piano senza ascensore, ed è stato salutato da una folla commossa nella cattedrale di Chieti gremita all’inverosimile. La bara di zio Remo, come lo chiamavano affettuosamente gli abruzzesi, sedici volte ministro, è uscita dalla cattedrale coperta da una bandiera della Democrazia cristiana del ’46 e accompagnata da un lungo, interminabile applauso.
Mi è tornata in mente una mattina piena di sole di un po’ di tempo prima a Roma, un seminario al Tesoro dove erano riuniti i sindaci delle città più importanti. Mi incuriosiva la presenza di Gaspari, uno dei notabili della Dc che non avevo mai conosciuto, e decisi di sedermi al suo fianco. Alle quattordici, al momento della pausa, mi disse: «Vede, ci sono tante buone idee. Il punto è che sono tutti impegnati a fare per conoscere mentre dovrebbero spendere le loro energie a conoscere per fare». Mi fermai un attimo, pensando al «conoscere per deliberare» di Einaudi, avevo nella testa i postini abruzzesi piazzati da zio Remo e non mi aspettavo da lui una «lezione einaudiana». Mi fissava dritto negli occhi: «Ricorda le polemiche in Valtellina? Bene, tutto quello che c’era da spendere, io l’ho speso. Ho lasciato qualche spicciolo, ed è rimasto ancora lì. Però, quando al Nord è venuto giù tutto con le alluvioni, in Valtellina non si è mossa una pietra». Poi non è stato proprio così, ma il sistema ha tenuto. Capisco adesso perché l’Abruzzo non è più Sud: le autostrade le ha volute zio Remo, di postini di sicuro ne ha assunti troppi, ma le basi dello sviluppo produttivo della sua regione le ha costruite lui. Gli abruzzesi hanno fatto il resto, lui non si è arricchito.
Racconto, spesso, di un oste italo-americano, a Washington, e di una sua battuta a metà degli anni Ottanta: «Dottò, ho capito che avete il debito pubblico, ma c’è qualcuno che vi chiede i soldi indietro? No, intanto voi campate, prima casa seconda casa, prima macchina seconda macchina, motorino…».
Ho pensato a lui in questi giorni che l’euro e l’Italia ballano sul Titanic. Non era vero che nessuno ci avrebbe chiesto i soldi indietro, ce li hanno chiesti e continueranno a chiederceli. Il conto lo stanno pagando i nostri figli e lo pagheranno ancora di più i nostri nipoti.
In quel debito pubblico c’è il peccato originario italiano, tanta Dc molto bene accompagnata. C’è anche un po’ di zio Remo e dei suoi postini. Le miserie della politica dei nominati di oggi non ci autorizzano a scusarlo, ma i tanti (dopo di lui) che hanno fatto peggio ci risparmino l’ipocrisia dell’indignazione postuma. Zio Remo pagava di tasca sua il cellulare da ministro, i nominati di oggi si tengono stretti i loro privilegi e valgono molto (molto) meno.

La Verna, Dossetti e il «soul» di Paolo

Sul monte della Verna, dove ha ricevuto le stimmate San Francesco, sono salito per la prima volta in pullman a dieci anni, in una settimana di luglio. Partivamo da Spezia, con don Cesare e un gruppo di ragazzi e ragazze della mia età o qualche anno di più dell’Azione cattolica della parrocchia di Cristo Re. Ci sono tornato ogni estate fino al quarto ginnasio, poi lasciai Spezia e comitiva, ma in realtà da quel monte credo di non essermene mai andato.
Non c’è luglio che non mi torni in mente, il dono della fede me lo hanno regalato i faggi e gli abeti del Casentino, i falò di sera in mezzo al bosco, l’Ave Maria cantata, il silenzio della chiesetta di Santa Maria degli Angeli, la croce di legno e le corse sul piazzale lastricato del quadrante. Ricordo il tumulto adolescenziale di un pomeriggio, una strana inquietudine, una piccola delusione e la voglia di scappare. Mi fermo in una celletta con padre Basilio, mi ascolta e non dice nulla, fa solo un cenno con lo sguardo, sorride e mi indica la croce di legno. Quel sorriso entra dentro di me e mi placa all’istante. Sono passati quasi quarant’anni, e il suo sorriso non mi ha mai abbandonato.
Sabato mattina di maggio, un’altra chiesa di Cristo Re in viale Mazzini a Roma, poco più di quattro anni fa. Se ne è andato stroncato da un male incurabile Paolo Giuntella, il più laico dei cattolici che abbia mai conosciuto, mia guida personale nei meandri adulti dello spirito ma anche, con il suo vespone bianco, tra i tavoli e le cucine delle osterie romane. Scendendo con il cuore dal monte della Verna mi ritrovo idealmente davanti alla salma di Paolo, molto più di un amico, molto più di un giornalista e di uno scrittore, un incrocio unico di sax, Dossetti e La Pira. Rivedo lì, a due passi, il figlio Tommy che suona la chitarra e canta a squarciagola. Non sembra di uscire da un funerale, ma da una «festa» piena di commozione e di allegria, con tante autorità, gli amici della comunità congolese, volti, suoni e musiche di tutti i colori. Poco prima, in chiesa, l’altro figlio, Giovanni Osea, aveva ricordato il suo ultimo colloquio con il padre e il suo ammonimento: «La vita è tosta, ma bella… ricordati di studiare perché i privilegi ricevuti vanno risarciti».
Il sorriso di Paolo è più indisciplinato di quello di padre Basilio, già me lo vedo che fa strani gesti e tuona dall’aldilà: «Avevo ragione io, la morte non ha l’ultima parola». E ai coristi un ordine secco: meno lagne e più soul. La fede è allegria.

La sentenza di Ugo La Malfa sull’Italia
e quegli inizi con Peppe

«Caro Tonino, non ti illudere, le quattro o cinque misure che hanno r...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. Introduzione
  6. 1. CHI ERAVAMO - La «buona» e la cattiva politica che hanno fatto il Paese
  7. 2. CHE COSA ABBIAMO DIMENTICATO - Occasioni perse, esempi ignorati
  8. 3. CIÒ CHE POTREMMO ESSERE - Il patrimonio umano dal quale ripartire
  9. Elenco degli articoli
  10. Sommario