1. Dalle origini a Dante
Prologo
Ogni storia che si rispetti dovrebbe cominciare dall’inizio, ab ovo, dall’uovo di Leda, amata da Giove in forma di cigno: l’uovo da cui nacque Elena, causa prima della guerra di Troia.
A me piacerebbe cominciare da Verona, verso l’anno 800; è un inizio abbastanza divertente. Forse vi conviene saltare questo prologo, cominciare proprio da Verona verso l’anno 800.
Ma non ci si può sempre divertire. A Verona ci troveremo in un mare di monaci. Può essere utile, pur se scarsamente dilettevole, spiegare almeno chi erano i monaci.
Oggi molti di noi vivono una vita intera senza incontrare un monaco e senza pensarci. Facciamo confusione fra monaci e frati, e una certa confusione è nella realtà delle cose, delle poche cose abbaziali e conventuali rimaste. Io se guardo fuori dalla finestra vedo le bocche di lupo alle finestre delle visitandine, che vivono in clausura. Quando lo spiego a qualcuno vedo che si stupisce, ma secondo me non si stupisce abbastanza.
Vi stupite all’idea del cilicio [→ 1268]? vi stupite all’idea dei flagellanti [→ 1260]? vi stupite all’idea delle esecuzioni capitali con o senza contorno di torture organizzate o sponsorizzate dalle autorità civili e religiose come spettacoli pubblici [→ 1289]? vi stupite all’idea di un mondo basato su cerimonie litùrgiche [→ 1224]? vi stupite all’idea di un mondo dove i libri si copiano a mano [→ 800]? dove tante cose si imparano a memoria [→ 26 aprile 1265]?…
E vi sembra ovvia l’idea di un mondo pieno di gente che vive in obbedienza, in castità, in clausura? Cosa vi è successo? avete studiato troppa antropologia? avete letto quand’eravate troppo giovani la storia della monaca di Monza «come se» I promessi sposi fossero davvero una «storia milanese del secolo XVII»? scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni (1785-1873)?…
Sarò breve. In principio era Benedetto da Norcia (al giorno d’oggi Norcia è comune in provincia di Perugia) il quale nel 529 fonda l’abbazia di Montecassino (al giorno d’oggi nel comune di Cassino, provincia di Frosinone). Fonda l’ordine benedettino.
(Ci soffermeremo in vari posti. La geografia è ingannevole e il turismo è detestabile, ma un viaggio letterario in Italia comincia con una visita a quel che resta dell’abbazia di Montecassino.)
L’ordine benedettino c’è ancora al giorno d’oggi: O.S.B., Ordo Sancti Benedicti. Chi vuol sapere queste cose guarda l’Annuario Pontificio della Libreria Editrice Vaticana. Andatevelo a guardare davvero uno di questi giorni: è una lettura d’attualità, comincia con una foto a colori dell’attuale papa.
Dell’ordine benedettino e della sua enorme importanza europea parlano tutti i libri di storia.
Di san Benedetto e dell’abbazia di Montecassino parlerà ampiamente Dante Alighieri (Paradiso 22.25-99), riservando parole durissime a quella che gli sembrerà la decadenza dell’ordine benedettino ai suoi tempi, giunta secondo lui a un punto tale che farà indossare abiti monastici agli ipocriti (Inferno 23.61-63).
Che i benedettini ai tempi di Dante Alighieri siano in decadenza non vuol dire che i benedettini non ci siano più. Il mondo di Dante Alighieri è pieno di presenze benedettine. Dante Alighieri ricorda le campane che segnavano le ore presso la sua casa paterna, Paradiso 15.98. Erano le campane di una abbazia benedettina. Se Dante Alighieri parla della pineta di Ravenna, Purgatorio 28.1-24, noi sentiamo che lì accanto suonano le campane dell’abbazia benedettina di Sant’Apollinare in Classe. Se Dante Alighieri parla dell’abate di San Zeno, Purgatorio 18.118, noi sentiamo le campane dell’abbazia benedettina di San Zeno a Verona. Dante Alighieri è stato a Verona, Dante Alighieri è stato a Ravenna. Se nel settimo cielo vede una scala, Paradiso 21.25-30, prestiamo fede ai commentatori: tale scala ricorda quella del settimo capitolo della Regola benedettina; e se Dante Alighieri non sente nessuna musica nel settimo cielo, Paradiso 21.58-60, è giusto prestar fede ai commentatori: per lui dove si trovano i monaci regna il silenzio.
Lo stesso Dante Alighieri invece accennerà solo brevemente, e per particolari che a noi possono sembrare irrilevanti (Purgatorio 10.75; Paradiso 20.106-111, 28.133-135), a quell’altro grande personaggio della storia europea che è stato il papa Gregorio I, Gregorio Magno, san Gregorio Magno, nato a Roma una decina d’anni dopo la fondazione dell’abbazia di Montecassino: l’amico della regina longobarda Teodolinda, il primo biografo di san Benedetto, il primo di 40 papi benedettini, uno dei 3600 santi benedettini.
Nota bene. Ai tempi di Dante Alighieri, Benedetto da Norcia e Gregorio Magno erano già santi. Altri, che noi chiamiamo correntemente sant’Alberto, san Bonaventura, san Tommaso (li troveremo tutti e tre nel → 1274), non erano ancora stati fatti santi. Dante Alighieri li metterà in paradiso per una scommessa, a suo rischio.
Dante Alighieri sottintenderà che Gregorio Magno sia stato benedettino, e lo sottintenderà per altri grandi personaggi come sant’Anselmo [→ 1033], il venerabile Beda (672-735) e Rabano Mauro (784-856), che nominerà più o meno di sfuggita (Paradiso 12.137, 10.131, 12.139). Altri grandi benedettini, come Abelardo (1079-1142), Alcuino (735-804), Paolo Diacono (720/724-799 circa), deciderà di non nominarli affatto.
Torniamo a san Benedetto.
La Règula Benedicti o Règula Monasteriorum o Règula Monachorum (regola di san Benedetto, regola dei monasteri, regola dei monaci: «ora et labora», prega e lavora) a partire dall’anno 800 circa (proprio quell’anno 800 da cui partirà la nostra storia nel prossimo capitolo) si impone in tutto l’Occidente. Dire monaci vuol dire benedettini, più o meno.
Un po’ più precisamente, alla Règula Benedicti si ispireranno, nei secoli, modificandola in varî modi, o restaurandola dopo modifiche intermedie, varî ordini monastici (non sempre «ordini» veri e propri: a volte semplici congregazioni). Per i secoli che ci interessano, contano i seguenti 5:
cluniacensi: ne parleremo nell’anno → 910;
camaldolesi: → 1012;
vallombrosani: → 1036;
cistercensi: → 1098;
florensi: → 1189.
Lo spartiacque fra questi primi 5 e i successivi (silvestrini 1231, celestini 1264, olivetani 1313, maurini 1618, trappisti 1664, mechitaristi 1701 ecc.) sarà ben marcato dalla nascita dei due grandi ordini mendicanti: francescani e domenicani. Di questi parleremo sotto la data del → 1209.
Adesso, in questa Europa piena di monaci benedettini, lasciamo Montecassino e andiamo a Verona.
Letture. Sulla presenza dei benedettini nell’opera di Dante Alighieri va letto quel che espone la Enciclopedia dantesca (Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 6 volumi 1970-1978): un’opera che calcolatamente nominiamo per prima per la sua ricchezza, e perché Dante Alighieri è il centro di questo nostro volume (e, non solo secondo noi, il culmine dell’intera storia della letteratura italiana). Tra i nostri parenti amici e conoscenti nessuno ha in casa la Enciclopedia dantesca, e a nessuno possiamo consigliare un simile ingombro fra le pareti domestiche (cm 25 × 31 × 45). Né tra i nostri parenti amici e conoscenti c’è gente che sia abituata ad andare ogni tanto in biblioteca per consultare l’Enciclopedia dantesca.
Non dico che ci dobbiate andare voi. Già leggere libri non è operazione normale; andarli a leggere in biblioteca richiede uno sforzo che non si può chiedere a tutti.
Per la vostra giusta pigrizia vi consiglio alla fine del presente volume una breve lista di una decina di libri da tenere in casa. Bastano per cominciare.
Per stare al gioco, li dovete avere sottomano e dovete imparare a chiamarli con delle sigle, per brevità. Cominciamo ad adoperare due sigle, «R.12.1», «M.2» (alle sigle seguono altri numeri, che indicano il numero delle pagine per ciascun libro).
Se non volete stare a questo gioco, buttate via il presente volume.
La vita di san Benedetto scritta in latino da Gregorio Magno si legge in R.12.1.537-583 in una traduzione fiorentina trecentesca attribuita a Domenico Cavalca (1270 circa-1342): autore che non rientra nei limiti cronologici del presente volume. Brani di tale vita di san Benedetto in M.2.406-414.
Parte prima
(800-1264)
Chi ha letto il romanzo di Umberto Eco intitolato Il nome della rosa si è fatto l’idea di cosa sia uno scriptòrium, dove i monaci (benedettini!) stanno lì a copiare i libri a mano, dalla mattina alla sera, per tutta la vita.
Noi qui vogliamo parlare di libri molto vecchi, che sono stati scritti a mano, e copiati a mano: prima copiati quasi esclusivamente, dai monaci negli scriptòria dei monasteri, poi anche fuori dai monasteri, nelle città. A parte queste organizzazioni editoriali monastiche e laiche, qualche libro se lo copieranno anche dei privati, per proprio conto, quando avranno avuto un libro in prestito e vorranno tenerselo, i casi saranno due: o rubarlo o copiarselo. Anche dopo l’invenzione della stampa ci sarà gente che i libri se li copia a mano. Alcuni vecchi che vivono tra noi si son copiati a mano libri o pezzi di libri, quando non c’erano ancora le macchine per far le fotocopie a buon mercato.
Per ora, per cominciare il discorso, stiamo in uno scriptòrium, coi monaci calligrafi, i monaci rubricatori, i monaci miniatori.
Guardiamoci attorno.
In uno scriptòrium possiamo vedere monaci romanzeschi, con gli occhi vispi e inquieti come quelli del romanzo di Umberto Eco: monaci che vivono di profonde curiosità intellettuali, che hanno delle idee, religiose, filosofiche, politiche, e odî e amori (gli amori più vibranti, quelli omosessuali).
Ma in uno scriptòrium possiamo trovare monaci meno romanzeschi, con gli occhi opachi, con certe facce stanche e annoiate. Certi monaci si stancano e si annoiano a star lì nello scriptòrium a copiare i libri a mano, dalla mattina alla sera, per tutta la vita.
Certi ragazzi si stancano e si annoiano, a scuola. Fanno dei disegnini, scrivono delle stupidaggini, sui quaderni, sui banchi. Anche certi monaci fanno così.
Per esempio in un libro copiato probabilmente nell’anno 783, probabilmente in un monastero di Orléans (Francia), il monaco che lo copia, annoiato e stanco, mortalmente stanco, fa questa aggiunta, su un pezzo di pergamena che era restato bianco (traduciamo dal latino):
«Quanto a voi, lettori, che leggerete questo libro, curate bene la pulizia delle vostre mani, e tenete le vostre dita lontane dalla scrittura; perché chi non sa scrivere non pensa che sia una fatica, perché cinque servi aravano, tre lavoravano a fare i solchi. Oh, la scrittura, che grave fatica che è! Curva la schiena, rovina gli occhi, spezza il petto e le costole. E tu, fratello, che leggi questo libro, prega per il chierico Radulfus [Rodolfo] che lo scrisse nello scriptòrium di Sant’Aniano. Così Dio vi aiuti e vi protegga in tutte le vostre opere.»
Cinque servi aravano, tre lavoravano a fare i solchi. È una metafora della scrittura. Per scrivere si usano tutte e cinque le dita della mano. Provare per credere: mignolo e anulare stanno appoggiati sul foglio, medio e indice e pollice stringono la penna e la guidano a fare i solchi.
Questa metafora della scrittura, queste immagini di scrittura come aratura, non sono cose nuove, non se le inventa il monaco annoiato e stanco di Orléans.
Per esempio le stesse immagini si trovano in un’opera del famoso Paolo Diacono o Paolo Varnefrido, che si ricorda per la storia dei longobardi. Il benedettino Paolo Diacono è morto a Montecassino nel 799 circa: una dozzina d’anni dopo il momento in cui ha scritto la frase in questione il monaco stanco e annoiato di Orléans. Paolo Diacono e il monaco stanco e annoiato di Orléans sono contemporanei.
Le stesse immagini si trovano in Aldelmo, un santo benedettino la cui festa ricorre il 25 maggio. Aldelmo di Malmesbury (Aldhelmus in latino, Ealdelm in inglese; 640 circa-709) è un po’ più vecchio di Paolo Diacono e un po’ meno famoso, ma, tanto per dire, se ne parla nel romanzo di Umberto Eco citato all’inizio, ve lo ricorderete, forse.
Le stesse immagini tornano banalmente sotto la penna di un altro religioso ancor più annoiato e stanco di quello di Orléans. Sta a Verona invece che a Orléans, sta nello scriptòrium di una scuola capitolare invece che in ...