'Io sono nata viaggiando. Ho saputo solo più tardi, da grande, che il viaggio era un male di famiglia.' Partita per Tokyo ad appena un anno di età, abituata alle valigie e al contatto con l'altro sin da bambina, con il tempo Dacia Maraini ha fatto del viaggio un destino, un modo di vita. In queste pagine, che raccolgono racconti, articoli e reportage, offre al lettore uno spaccato del mondo come è apparso ai suoi occhi vagabondi, dall'Africa nera delle savane e delle baraccopoli affogate nei fumi della diossina all'Europa pasciuta, dall'Oriente che dimentica inesorabilmente le proprie radici ai ricchi campus degli States, alle città del Sudamerica cariche di prezioso passato. Attraverso le sue parole, che si intrecciano e rievocano brani, visioni e passaggi firmati da grandi scrittori come Marguerite Yourcenar, Henry James e molti altri, i luoghi ripongono la maschera che indossano a beneficio del turista e svelano finalmente la loro anima.

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La seduzione dell'altrove
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La seduzione dell’altrove
Credo di avere avuto una prima idea dell’esotismo quando da bambina ho visto, in Giappone, l’acquerello di un allievo di mio padre che rappresentava gli scalini digradanti di un anfiteatro romano in una città fantasiosa, cosparsa di statue in pietra coperte da viluppi di edera e fiori selvatici. E io, che non avevo ricordi dell’Italia, essendo partita per Tokyo a poco più di un anno, sono stata subito spinta a fare mia quella visione di una città che pure mi era stata descritta tante volte dai miei genitori, ma con occhi diversi: una metropoli caotica, affollata, dominata dai preti e da una antica nobiltà terriera bigotta e senza scrupoli. Una città dai magnifici ricordi, che ospitava il Parlamento italiano di cui aveva fatto scempio il fascismo. Questo era il pensiero dei miei. Ma io me la trovavo davanti molto più accattivante, la bella capitale lontana e sconosciuta, come un imperscrutabile luogo del desiderio, a metà fra un museo e un misterioso e bellissimo cimitero. Un luogo segnato dalle memorie di un impero maestoso che aveva dominato il mondo, che aveva prodotto filosofi e poeti e grandi architetti, che aveva inventato strategie di guerra e codici legali ancora in atto. Un luogo in cui il tempo era sospeso, e le memorie di fatti crudeli giacevano morte e rese inoffensive dal vento della storia, inghiottite da una specie di giungla vegetale fatta di riccioli contorti e spinosi. Per i giapponesi quello era l’esotico: un’Italia astratta e mai esistita in cui contavano solo le rovine di una civiltà scomparsa. Esotico è quel “sentimento che tende a esaltare forme e usanze di paesi lontani”, come dice il vocabolario, una “predilezione per tutto ciò che è straniero”.
Tornando in Italia nel dopoguerra ho scoperto che le mie realtà giapponesi più scontate e quotidiane rappresentavano per gli italiani qualcosa di affascinante, di sconosciuto ed esotico: il teatro Nõ, la festa dei ciliegi, i giardini di sabbia e pietra, i grandi Budda di legno, le pagode e i templi verniciati di rosso e di nero che per me erano pane di tutti i giorni, diventavano improvvisamente stranezze su cui fantasticare.
Ho avuto la fortuna di provare cosa fosse il sentimento dell’esotico, imparando a considerare le leggi della deformazione dovuta alla lontananza: quel desiderio sognato che amplifica e abbellisce ciò che ci incuriosisce e ci attrae di una civiltà distante e sfuggente. Capivo che era l’ innamoramento del diverso. Ma in che rapporto stava questo amore con l’opposto sentimento di sospetto e di odio per il dissimile? Non c’ erano forse dei legami sotterranei che rendevano l’uno la faccia scura e l’altro la faccia chiara dello stesso sentire?
Ricordo la prima volta che sono capitata davanti a un quadro di Gauguin. Quei cavalli azzurri, quelle palme rosa, quelle madonne dai piedi nudi e il seno fasciato da una veste di cotone dai colori sgargianti, mi sorprendevano e mi ammaliavano. Era l’esotismo europeo del XIX secolo. Un miraggio succoso e colorato che evocava isole lontane immaginate felici. Le stesse isole che si trovano nei libri di Conrad, nei romanzi di Stevenson che divoravo con fame insaziabile.
Certo l’esotismo è provocato da una seduzione subdola e prolungata. Qualcosa che evoca, attraverso un sogno insistito, un luogo che si immagina straordinario e felice. Un luogo che si carezza nella fantasia, con i sensi abbagliati, e un sottile godimento che tocca le viscere.
Solo leggendo Flaubert e studiando le sue lettere ho capito quanto la seduzione dell’altrove possa essere ingannevole e perversa. Flaubert detestava l’ esotismo, lo considerava un moto dell’anima da disprezzare, un’emozione incolta, primitiva e infantile. Di cui però poi si ingozzava pure lui. Per pentirsene in un secondo tempo e attribuire i suoi “bassi gusti” alla eroina Madame Bovary.
Flaubert disprezzava le fantasticherie esotiche di Emma, ma nel fondo del suo cuore ne era attratto, anche se si tratteneva dal realizzarle. Questo non lo fermerà, sui trent’ anni, dall’intraprendere un lungo viaggio verso Oriente che lo terrà lontano dalla Francia per due anni. E non gli impedirà di andare a cercare una famosa prostituta “nera e bellissima, dalla sensualità conturbante”, di cui avevano parlato e scritto famosi esploratori dell’Africa del Nord. Si metterà alla sua ricerca, la incontrerà, ci passerà una notte e ne uscirà con la sifilide. Malattia che lo porterà poi alla morte. E subito comincia a ingrassare e a perdere i capelli. Tanto che quando rientra in Francia, la madre che va a incontrarlo al porto, non lo riconosce.
Per quanto io abbia amato e frequentato gli scrittori romantici, non riesco a vedere l’esotismo come una tentazione inesorabile e perversa dello spirito. Forse l’avere scoperto da bambina che l’esotismo è relativo e quindi legato alla variabilità dei punti di vista, mi ha salvato dall’innamoramento cieco nei riguardi di Paesi lontani e sconosciuti. Il mio viaggiare ha preso altri significati, quelli della conoscenza e dell’esperienza dell’altro, senza addolcimenti e vaghezze.
Rimane il fatto che tante pagine della grande letteratura sono nate dalla passione per orizzonti appena intravisti e caricati di un significato quasi religioso. Ho amato e continuo ad amare Baudelaire per i suoi ritmi che conoscono il respiro delle grandi maree. “J’ai longtemps habité sous des vastes portiques”, è un magnifico inizio che introduce in una atmosfera di perdizione e struggente lontananza. “La stupidità è spesso ornamento della bellezza; è la stupidità che dà agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali” scrive Baudelaire nei Diari intimi. E si capisce che questa esaltazione della bellezza come stupidità, si accompagna alla sua esperienza dell’altro, anzi dell’altra, la donna seducente e straniera, la donna sconosciuta e incomprensibile che gli infonde una voglia di possesso sconsiderata e vorace.
Spesso il buio che ci sta di fronte si trasforma in desiderio rabbioso di dominio. È difficile mantenere rispetto e considerazione nei riguardi di ciò che non conosciamo. O lo circondiamo di colori avvincenti e lo contempliamo con occhi malinconici, o siamo travolti dalla voglia di denudare il meccanismo, aprirlo e scardinarlo per capirlo. Come fanno i bambini con un giocattolo troppo bello: lo spaccano per carpirne il segreto.
La questione dell’altro e dell’altrove però è complicata e ha ramificazioni infinite. Chi è l’altro? e l’altro è tale solo rispetto a me come persona singola, o si oppone alla cultura del popolo a cui appartengo, della comunità con cui divido le sorti? E come riconosco l’altro da me quando le identità tendono a sfumare, a mescolarsi, a intrecciarsi malignamente? O benignamente, secondo i punti di vista?
C’è chi pensa che questa mescolanza sia positiva e produca differenza e ricchezza; c’è chi invece la teme come il fumo negli occhi. Si tratta di una paura che deriva dalla debolezza o la sua forza sta nello sfuggire saggiamente l’omologazione indifferenziata che porterà alla estinzione culturale? Difficile la risposta. Ci sono Paesi che hanno saputo, come gli Stati Uniti, unire e amalgamare culture diversissime e creare un sentimento di identità robusto e riconoscibile. Ci sono Paesi invece che sono divenuti estranei a se stessi e sono “impazziti” come fa la maionese quando l’uovo e l’olio non sono stati sbattuti con lo stesso ritmo. Hanno rifiutato l’altro a costo di morire asfissiati e hanno calcificato una cultura che è diventata morta e dura come la pietra.
La paura dell’altro si accompagna alla paura dell’altrove? Spesso sì. Ma per l’altrove, si direbbe prevalga il sentimento di attesa associato a una profonda e quasi voluta ignoranza sia geografica che storica. L’esotismo ha bisogno di nebbie che schermino il paesaggio non rivelandolo nella sua interezza. Ha bisogno di legare i luoghi del desiderio con una serie di informazioni spesso letterarie che sono più vicine al mito che alla concretezza della storia. La seduzione dell’altrove sembra nascere da una curiosità già in parte appagata da visioni che stimolano e solleticano il nostro pensiero desiderante.
Ma quindi aveva ragione Flaubert col suo disprezzo profondo verso l’esotismo che considerava una emozione volgare, una falsificazione della conoscenza? Per Flaubert questa è la maledizione sghemba e infida dell’amore idealizzato per paesi lontani. Consapevolezza che non gli ha impedito di costruire un intero romanzo, Salammbô, sugli ori, le gemme e il sangue di una civiltà tutta immaginata e grondante di enigmi mai risolti.
Per altri, l’Oriente è un’occasione di osservazione e argomentazione, come per Montesquieu con le sue Lettere persiane. Ma questo accadeva nel secolo dei Lumi. Saranno Ingres e Delacroix a svelarci un aspetto inedito e giocoso dell’esotismo romantico, con le loro visioni di corpi femminili dalle carni abbondanti e ingioiellate, le teste avvolte da turbanti bizzarri, gli abiti dal gusto fortemente teatrale.
A questo punto la domanda che viene spontanea è: viaggiamo armati per inseguire un sogno che già esiste in noi, di cui aspettiamo trepidanti la conferma? o viaggiamo disarmati, ingenuamente pronti a capire e accettare l’altrove? E lo spirito critico che accompagna un viaggio di esplorazione si può definire distaccato e imparziale? Oppure, come dice Hume, il pensiero contiene in sé il sentimento delle cose e quindi non è mai imparziale e anonimo, ma parziale e interessato? Sarebbe come sostenere che viaggiamo prima di tutto col corpo, adattando la pelle e gli abiti a climi diversi, ma portandoci dietro una testa forgiata altrove e difficilmente trasformabile a contatto con esperienze difformi. In questo senso viaggiare sarebbe come trasportare un corpo, un pensiero, una tradizione in un altro corpo, un’altra tradizione, un altro pensiero. Ovvero il viaggio diventa uno scambio di corpi: un indulgere ad arcani traslochi dello spirito.
Ma perché accanirsi tanto sul significato del viaggio? Si viaggia per il piacere di viaggiare e basta. Così direbbe mia madre che è una donna pratica e diretta. Ma è sufficiente per accettare la scriteriata e rischiosa spinta a procedere con passo deciso verso l’ignoto?
Io sono nata viaggiando. I miei primi ricordi sono memorie di viaggio: un mare in tempesta, un orizzonte illuminato da una specie di serpente arrotolato nel suo argento che era la luna piena. Non mi chiedevo perché la mia piccola famiglia composta di un padre giovane e biondo, bellissimo e brusco, silenzioso e segreto; di una madre giovanissima, dal sorriso candido e solare, dai capelli color miele, dagli occhi grandi cerulei, fossero stati morsi dalla tarantola del moto perpetuo. Non so nemmeno se questi ricordi confusi abbiano formato un sistema di segni, un dizionario geografico sulla mia pelle di bambina.
Ricordo sonni disperati fra le braccia morbide della mia giovane madre mentre fuori dal finestrino i lampioni di una strada si susseguivano con ritmo convulso. Ricordo sapori ingrati su una lingua che pure si stava abituando ad accogliere l’inusuale. Ricordo aspri risvegli e pavimenti instabili su cui cercavo di reggermi in piedi mentre la nausea invadeva la mia gola. Ricordo attese infinite, accucciata nel corridoio di un treno così colmo che non c’era posto sui sedili. Ricordo silenzi perforanti in una campagna notturna senza luci. Ricordo paure estreme nell’attesa di un aereo dal ventre carico di bombe. Scambiavo gli aerei per uccelli e gli uccelli per aerei. Le bombe erano uova scintillanti che scivolavano fra le nuvole, portando morte e disperazione. Eppure quegli uccelli erano meravigliosi e li ammiravo a faccia in su nelle mattinate di fame del campo di concentramento giapponese.
Ho saputo solo più tardi, da grande, che il viaggio era un male di famiglia. Mia nonna Yoi era scappata di casa per andare in Persia, da sola. E allora – siamo nei primi del Novecento – viaggiare senza compagnia per una donna era un azzardo davvero pericoloso. E chi affrontava un tale azzardo non poteva che essere pazza. A meno che non fosse una prostituta. È sempre stata povera l’aggettivazione nei riguardi delle donne ribelli, curiose, prese da progetti di autonomia. O pazza o meretrice. Non ci sono altre possibili spiegazioni.
Così probabilmente è stata mia nonna Yoi a contagiare con la sua passione per il viaggio il mio giovane e inquieto padre Fosco. Come lo aveva contagiato con il morbo della scrittura. Morbo che è passato a me, per trasmissione famigliare. Eppure eravamo una famiglia che si considerava immune da contagi e influenze, ciascuno orgogliosamente convinto di essere nato da se stesso e cresciuto a misura della propria intelligenza originale.
La domanda che segue è: ma mia madre, la bella Topazia, figlia di un duca siciliano e di una selvaggia cantante cilena, era anche lei abitata dal demone del viaggio? O semplicemente seguiva mio padre, per amore? Pur non essendo una esploratrice come Fosco, la ragazza siciliana aveva nel sangue l’esperienza dell’altrove. I genitori di sua madre erano venuti dal Cile sul finire dell’Ottocento portando con sé due figlie piccole che avrebbero allevato nello studio del canto e della pittura, in attesa di un buon marito. Non erano ammessi progetti professionali, inadatti alle ragazze di buona famiglia, come il canto e il palcoscenico, cose in cui eccelleva la nonna Sonia.
Era stato normale per la mia giovane madre seguire il “siur tenent” sulle Alpi quando lui è stato richiamato durante l’ultima guerra. Presto era diventata “la madamin del siur tenent”. Ed è stato normale, dopo la vincita di una borsa di studio internazionale, abbandonare patria e famiglia per imbarcarsi su una nave diretta a Kobe con in braccio una bambina nata da poco.
Il viaggio nel sangue, si potrebbe dire, come parte di un DNA segnato dall’inquietudine motoria e dalla curiosità geografica. Ma poi, come continuare da sola? farne un mestiere come mio padre? o farne una ragione di nuovo e problematico esotismo? o meglio ancora, farne il destino di una ragione itinerante?
Una delle poche cose certe è che viaggiando si allunga il tempo. Non c’è cosa che restringa lo spazio vitale come la ripetizione dei gesti, delle abitudini. Ricordo un racconto bellissimo di Pirandello che si chiama: Il treno ha fischiato. Si narra di un impiegato, un mezze maniche, il quale dopo cinquanta anni di lavoro accanito, u...
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