La bastarda di Istanbul
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La bastarda di Istanbul

  1. 374 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La bastarda di Istanbul

Informazioni su questo libro

Istanbul è il crocevia dove da secoli si incontrano culture e religioni differenti. Proprio in questa città multiforme e piena di colori si conoscono Armanoush, americana in cerca delle proprie radici armene, e Asya, diciannove anni, che vive a Istanbul con la madre, tre zie, la nonna e la bisnonna. Due giovani donne che si legano l'una all'altra, figlie di due mondi che la Storia ha visto scontrarsi: a dispetto di tutto, la ragazza armena e la ragazza turca diventano amiche, scoprono insieme il segreto che lega le loro famiglie e fanno i conti con il passato comune dei loro popoli. Divenuta ormai il simbolo di una Turchia che ha il coraggio di guardarsi indietro e raccontare le proprie contraddizioni, Elif Shafak intreccia con luminosa maestria le mille e una storia che fanno pulsare il cuore della sua terra.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817064095
eBook ISBN
9788858640463

Capitolo sedici

Acqua di rose

«Ecco che se ne va un altro malocchio! Hai sentito che rumore orrendo? Crac! Mi è risuonato fin nel profondo del cuore! Era il malocchio di qualcuno, malevolo e geloso. Che Allah ci protegga!» Così disse Petite-Ma quella domenica mattina a tavola, mentre il samovar ribolliva nell’angolo della stanza. Sultan Quinto faceva le fusa sotto il tavolo in attesa di ricevere un altro pezzetto di feta, i concorrenti eliminati nel corso della settimana dalla versione turca di The Apprentice comparivano in televisione per un’intervista esclusiva in cui spiegavano cosa non aveva funzionato e perché non avrebbero dovuto essere eliminati, e un bicchiere da tè andò in frantumi fra le mani di Asya. Accadde così inaspettatamente da farla sussultare. Sapeva solo di averlo riempito a metà con il tè nero filtrato, di aver aggiunto l’acqua bollente e poi, proprio mentre stava per portarselo alle labbra, c’era stato lo schianto. Il bicchiere si era incrinato a zig-zag dal bordo fino in fondo, come una di quelle terribili crepe che solcano la superficie terrestre durante i terremoti. In un lampo il tè che c’era dentro era schizzato fuori, e una pozza scura aveva macchiato il pizzo della tovaglia.
«Hai qualche malocchio addosso?» chiese zia Feride osservando Asya con sospetto.
«Un malocchio su di me?» Asya rise amaramente. «Ci puoi scommettere! In città non sono forse tutti terribilmente gelosi della mia bellezza?»
«Sul giornale di oggi c’era un articolo su un ragazzo di diciott’anni che mentre attraversava la strada è crollato in ginocchio ed è morto. Dev’essere stato il malocchio» disse zia Feride con un’espressione di paura genuina.
«Grazie per il sostegno» rispose Asya. Ma il suo sorriso si trasformò in cipiglio quando vide gli oggetti che quella pazza di sua zia stava osservando a bocca aperta: lo spargisale e lo spargipepe a forma di pupazzi di neve maschio e femmina. Il giorno prima Asya li aveva nascosti dentro una credenza nella speranza che nessuno li avrebbe trovati per almeno un mese. La coppia di ceramica non solo era scadente e di pessimo gusto — oltre che praticamente infrangibile — ma i due pezzi erano così simili fra loro che era quasi impossibile distinguere il sale dal pepe.
«Se solo Petite-Ma si sentisse meglio, potrebbe versare un po’ di piombo per te» commentò zia Banu con uno sguardo tormentato che Asya non le aveva mai visto prima. Sebbene fosse la più esperta di questioni crepuscolari e paranormali, zia Banu non era autorizzata a versare il piombo, diritto che richiedeva l’iniziazione da parte di un praticante e che a lei era stato negato in passato.
Una decina di anni prima, quando Petite-Ma si trovava ancora allo stadio iniziale dell’Alzheimer e aveva deciso che era giunto il momento di tramandare il segreto del piombo, non aveva fatto cadere la sua scelta su zia Banu, ma sulla campionessa di agnosticismo di tutti i tempi, Zeliha, decisione che aveva provocato notevoli sconvolgimenti in famiglia.
«Stai scherzando?» aveva risposto zia Zeliha apprendendo della decisione dell’anziana donna. «Non posso versare il piombo. Non ci credo neppure. Sono agnostica!»
«Non so cosa voglia dire quella parola, di sicuro non è niente di buono» aveva sbuffato Petite-Ma. «Tu hai il talento necessario. Adesso impara il segreto.»
«Perché io?» aveva chiesto zia Zeliha costringendosi a prendere in considerazione la possibilità. «Perché non scegli mia sorella maggiore? Banu sarebbe più che felice di apprendere il segreto. Io sono l’ultima persona a cui insegnare la magia.»
«Questo non ha niente a che fare con la magia. Il Qur’an proibisce di praticare la magia!» ribatté Petite-Ma con un’espressione offesa. «Tu sei la persona adatta. Hai la necessaria determinazione, e spirito e furia.»
«Furia? A cosa ti serve la furia? Potrei essere la candidata adatta per scagliare oscenità addosso a chi se lo merita, ma dubito di poter essere di qualche utilità quando si tratta di aiutare gli altri» sorrise zia Zeliha.
«Non sottovalutare il buono che c’è in te» rispose Petite-Ma. Fu allora che zia Zeliha diede sfogo al commento che avrebbe messo la parola fine alla questione una volta per tutte. «Non sono la persona adatta per questo incarico. Potrò anche essere un po’ confusa come agnostica, ma di sicuro ho le palle per restare tale!»
«Lavati la bocca col sapone!» la rimproverò nonna Gülsüm.
Ma da quel momento zia Zeliha aveva accuratamente evitato l’argomento. Metà della famiglia era composta da leali kemaliste laiche, l’altra metà da musulmane praticanti. Mentre le due fazioni erano in costante conflitto (ma avevano trovato modo di coesistere sotto lo stesso tetto), il paranormale, trasversale alle contrapposizioni ideologiche, era considerato normale quanto il consumo quotidiano di pane e acqua. All’interno di quel quadro, zia Zeliha aveva deciso di respingere entrambe le posizioni, nonché il paranormale.
Di conseguenza, dopo tutti quegli anni, Petite-Ma era rimasta la sola e unica in grado di versare il piombo in casa Kazancı. Ma era stata costretta a sospendere la pratica quando un giorno si era ritrovata con una pentola rovente di piombo fuso in mano e nessuna idea di cosa doveva farci. «Perché mi avete dato una pentola rovente?» aveva chiesto in preda al panico. Gliel’avevano dolcemente tolta di mano e da allora non si erano più fidate a farglielo fare. Adesso che l’argomento era riaffiorato, si voltarono tutte verso l’anziana donna, per vedere se era in grado di seguire la conversazione.
Sentendosi al centro dell’attenzione, Petite-Ma sollevò la testa e osservò incuriosita la famiglia, continuando a masticare rumorosamente un pezzo di sucuk. Ingoiò il boccone, ruttò, e proprio mentre sembrava che stesse di nuovo scivolando nel suo mondo, le sconvolse con la limpidezza della sua memoria.
«Asya, tesoro, io verserò il piombo per te, e spezzerò qualsiasi malocchio possano averti gettato addosso.»
«Grazie, Petite-Ma» le sorrise.
Quando Asya era piccola, Petite-Ma aveva versato il piombo per lei a intervalli regolari. Di fatto, ripensando alla sparuta bambina che era stata, sembrava proprio che Asya avesse bisogno di un piccolo sostegno per affrontare l’inizio della vita mortale. Per qualche strana ragione le accadeva spesso di inciampare e cadere a faccia in avanti, spaccandosi ogni volta il labbro inferiore. Sospettando un malocchio, piuttosto che il passo ancora malfermo di una bambina che cominciava a camminare, l’avevano affidata a Petite-Ma.
All’inizio la cerimonia era stata per Asya un gioco divertente ed eccitante, persino gratificante, visto che le piaceva trovarsi al centro dell’attenzione. Ricordava che da bambina si divertiva per gli atti paranormali, quando era ancora abbastanza piccola da avere fiducia non tanto nella magia, quanto nella capacità della sua famiglia di controllare il destino. Si godeva ogni dettaglio del rituale: le piaceva da morire stare seduta a gambe incrociate sul più bel tappeto di casa con una coperta tesa sopra la testa — e si sentiva protetta e ben nascosta sotto quella strana tenda — ad ascoltare le preghiere che venivano recitate attorno a lei. E alla fine, quel suono sfrigolante come un urlo, il rumore prodotto da Petite-Ma che versava piombo fuso in una ciotola piena d’acqua ripetendo: «Elemterefis¸ kem gözlere s¸is¸. Göz edenin gözüne kızgın s¸is¸».
Il piombo si solidificava in forme mutevoli. Nel caso un malocchio aleggiasse nei dintorni, si sarebbe materializzato come un foro a forma di occhio. Asya ricordava di non averne mai visto uno.
Detto questo, pur essendo cresciuta guardando zia Banu che leggeva i fondi di caffè e Petite-Ma che teneva lontano il malocchio, Asya aveva ereditato lo scetticismo agnostico di sua madre. Era arrivata alla conclusione che tutto si riduceva a un problema di interpretazione. Se eri alla ricerca di unicorni rossi, prima o poi avresti cominciato a vederne ovunque. Allo stesso modo, se anche esisteva un rapporto tra il materiale divinatorio e il processo di interpretazione, non arrivava più in profondità di quello che intercorreva fra il deserto e la luna che ci splendeva sopra. Per quanto la seconda avesse bisogno del primo come scenario di fondo, aveva senza dubbio una propria esistenza autonoma. Una luna sul deserto esisteva cioè anche senza il deserto. Ciò che l’occhio umano vedeva in un pezzo di piombo grigio non poteva essere ricondotto alla forma che aveva assunto. A osservarlo con la necessaria pazienza e devozione, ci si sarebbe potuti imbattere persino in un unicorno rosso.
Pur continuando a non crederci, Asya non aveva intenzione di opporsi, adesso che Petite-Ma si era ricordata il procedimento. Il suo affetto era troppo profondo per rifiutare l’offerta. «Va bene.»
Alzò le spalle. Contava anche sul fatto che probabilmente l’anziana donna se ne sarebbe scordata nel giro di pochi minuti. «Dopo colazione verserai il piombo per me, come ai vecchi tempi.»
Proprio allora si aprì la porta del bagno e ne uscì Armanoush, che si unì a loro con l’aria stanca di chi aveva dormito poco o niente e i begli occhi colmi di tristezza. Era una Armanoush diversa, appena cosciente del mondo che la circondava, e in qualche modo più vecchia. Entrò lentamente, quasi con cautela.
«Ci dispiace molto per la scomparsa di tua nonna» disse zia Zeliha dopo un breve silenzio. «Accetta le nostre condoglianze più sincere.»
«Grazie» rispose Armanoush evitando ogni sguardo. Si sedette fra Asya e zia Banu. Asya le versò il tè, mentre zia Banu le serviva uova, formaggio e marmellata di albicocche fatta in casa. Le diedero anche l’ottavo simit, perché non avevano mai smesso di comprare otto simit ogni domenica mattina.
Armanoush guardò il cibo con scarso interesse. Rimescolò il tè per qualche secondo con aria assente, poi si voltò verso Zeliha e le chiese: «Posso venire con te all’aeroporto a prendere mia madre?».
«Certo, ci andremo insieme» rispose zia Zeliha, per poi tradurre il dialogo alle altre.
«Vengo anch’io» intervenne nonna Gülsüm.
«D’accordo, mamma, ci andremo insieme» rispose zia Zeliha.
S’intromise anche Asya: «Vengo anch’io».
«No, signorina, tu resti qui» rispose zia Zeliha con un tono che non ammetteva discussioni. «Tu resti e ti fai versare il piombo.»
Asya la guardò come per dire: Cos’è questa storia? Perché voleva lasciarla fuori? Se mai in quella casa c’era stata una traccia di democrazia o di libertà di parola, valeva per tutti tranne che per lei. Quando si trattava di cose che la riguardavano, il regime domestico si trasformava in un totalitarismo allo stato puro. Sospirò, con uno sguardo che rasentava la disperazione. Poi, senza sapere bene perché, ma spinta dall’impulso irrefrenabile di aggiungere del pepe al proprio cibo, agguantò i pupazzi di ceramica. Un moto di incertezza le attraversò il viso, poi scartò il brutto pupazzo maschio e scelse l’altrettanto brutto pupazzo femmina, con il quale sparse troppo sale sugli ultimi resti delle uova strapazzate.
Per tutto il resto della colazione Asya si mantenne distante e riservata. Zia Banu la osservò di sottecchi e dopo un po’ si alzò e chiese, con voce venata di compassione: «Perché non ce ne andiamo a fare un po’ di spese, tesoro? Possiamo uscire subito dopo colazione e saremo di nuovo a casa fra due ore. Ci divertiremo, vedrai!».
«Ma prima…» zia Banu sollevò la testa a metà frase «vieni con me in cucina e aiutami a versare l’ashure nelle ciotole.»
Asya si arrese con un cenno d’assenso. Che diavolo? Pensò. Ma che diavolo…?
In cucina c’era lo stesso odore di una tavola calda affollata a metà di un pomeriggio domenicale. L’aroma pungente della cannella sopraffaceva tutti gli altri. Asya prese un mestolo e cominciò a travasare l’ashure dal pentolone alle ciotole, un mestolo e mezzo in ognuna. Si chiese perché zia Zeliha non volesse portarla all’aeroporto. In macchina c’era posto per tutti. Le passò per la testa che volesse tenerla lontana dai visitatori. Asya si era accorta che sua madre non era sembrata troppo contenta del ritorno di Mustafa.
«Posso aiutarti?»
Si voltò e vide Armanoush in piedi alle sue spalle.
«Certo, perché no? Grazie.» Asya le porse una ciotola di mandorle affettate. «Ti spiace spargerne un po’ su ogni ciotola?»
Per i dieci minuti che seguirono lavorarono fianco a fianco, scambiandosi qualche breve frase toccante su nonna Shushan.
«Sono venuta a Istanbul perché credevo che se avessi compiuto un viaggio nella città della nonna, avrei potuto comprendere meglio il mio retaggio famigliare e il mio posto nel mondo. Immagino di aver voluto incontrare i turchi per capire meglio cosa vuol dire essere armena. Questo viaggio non era che un tentativo di ricollegarmi al passato di mia nonna. Volevo raccontarle che avevamo cercato casa sua… e adesso se n’è andata…» Armanoush si mise a piangere. «Non ho neppure potuto vederla un’ultima volta.»
Asya abbracciò Armanoush, anche se con una certa goffaggine, poco avvezza com’era a mostrare affetto e compassione. «Mi dispiace tanto» le disse. «Prima che tu riparta da Istanbul, possiamo andare insieme a cercare qualche altro ricordo del passato di tua nonna. Magari torniamo di nuovo in quel posto, parliamo con altre persone, vediamo se troviamo qualcosa.»
Armanoush scosse il capo. «Lo apprezzo molto, ma vedrai che quando mia madre sarà qui diventerà difficile andare in giro da sola. È iperprotettiva.»
Tacquero sentendo dei passi alle loro spalle. Era zia Banu, venuta a controllare come se la cavavano. Le osservò per un po’ mentre decoravano il dessert. «Armanoush conosce la storia dell’ashure?» chiese con un sorriso. Più che una domanda, era il preludio a un racconto.
Mentre le ragazze lavoravano insieme, spaccando melagrane e spargendo cannella in polvere e mandorle affettate su decine di ciotole allineate sul bancone, zia Banu cominciò.
«C’era una volta, o forse non c’era, una terra non troppo lontana, dove gli uomini si comportavano male e i tempi erano duri. Dopo aver osservato a lungo quello scenario desolante, Allah decise di inviare un messaggero, Noè, affinché gli uomini imparassero a comportarsi meglio e avessero modo di pentirsi. Ma quando Noè apriva bocca per predicare la verità, nessuno lo ascoltava, e le sue parole venivano interrotte dalle imprecazioni. Lo prendevano in giro chiamandolo pazzo, invasato, eccentrico…»
Asya scoccò a zia Banu uno sguardo divertito, sapendo dove colpire: «Ma più di ogni altra cosa, a devastare Noè fu il tradimento di sua moglie, vero zia Banu? Non è forse vero che anche sua moglie si unì alle schiere dei pagani?».
«In verità è proprio quello che fece, quella serpe in seno!» rispose zia Banu, combattuta tra il dovere di narrare un racconto religioso nel modo più acconcio, e il desiderio di aggiungere un po’ di pepe per conto suo.
«Noè cercò di convincere la moglie e la sua gente per ottocento anni… E non chiedetemi perché ci mise tutto quel tempo» raccomandò zia Banu «perché il tempo non è che una goccia nell’oceano, e non si può paragonare una goccia con l’altra e decidere qual è la più grossa o la più piccola. Così Noè trascorse ottocento anni a pregare per la sua gente, cercando di ricondurli sulla retta via. Un giorno Dio gli mandò l’angelo Gabriele. “Costruisci una nave” gli sussurrò l’angelo “e imbarca una coppia per ogni specie.”»
La voce di Banu si abbassò di un tono, perché quella era la parte che le piaceva meno.
«Alla fine sull’arca di Noè c’era gente di tutte le fedi» continuò zia Banu. «C’erano Davide e Mosè, Salomone, Gesù e anche Maometto, la pace discenda su di ...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR
  3. Frontespizio
  4. Dedica
  5. Capitolo uno. Cannella
  6. Capitolo due. Ceci
  7. Capitolo tre. Zucchero
  8. Capitolo quattro. Nocciole tostate
  9. Capitolo cinque. Vaniglia
  10. Capitolo sei. Pistacchi
  11. Capitolo sette. Grano
  12. Capitolo otto. Pinoli
  13. Capitolo nove. Scorze d’arancia
  14. Capitolo dieci. Mandorle
  15. Capitolo undici. Albicocche secche
  16. Capitolo dodici. Semi di melagrana
  17. Capitolo tredici. Fichi secchi
  18. Capitolo quattordici. Acqua
  19. Capitolo quindici. Uva passa
  20. Capitolo sedici. Acqua di rose
  21. Capitolo diciassette. Riso
  22. Capitolo diciotto. Cianuro di potassio
  23. Ringraziamenti
  24. Indice