Vorrei che fosse lei
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Vorrei che fosse lei

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Vorrei che fosse lei

Informazioni su questo libro

Con il romanzo 'Il privilegio di essere un guru', Lorenzo Licalzi ha creato Andrea Zanardi, infermiere quarantenne, genovese, sciupafemmine incallito, disposto a tutto per sedurre (e subito abbandonare) ogni donna che incontra. La figura di questo simpatico mascalzone ha fatto nascere un sito web e un fan club. Oggi, con il suo nuovo romanzo, Licalzi ritrova Zanardi dove l'aveva lasciato: a Tokyo, sul punto di accettare l'invito del suo guru a trascorrere qualche tempo in un monastero sul monte Fuji. Una volta lì, Zanardi ripercorre la sua educazione (o diseducazione) sentimentale, passando per i travolgenti insuccessi con un imbarazzante numero di rappresentanti del genere femminile prima che una matura caposala lo sbarazzasse dal fardello della verginità.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817016254
eBook ISBN
9788858630099

Dedica

A Tomaso
(in modo che sappia che cosa lo aspetta)
Ogni uomo è cacciatore, magari non spara,
ma la mira la prende lo stesso.
Lorenzo Zanardi



A ogni donna corrisponde un seduttore,
la sua felicità sta nell’incontrarlo.
Sören Kierkegaard

Premessa dell’autore

Anche il lettore che non conosce Andrea Zanardi per aver letto Il privilegio di essere un guru potrà ugualmente apprezzare il personaggio e la storia, magari perderà qualche sfumatura, ma sarà ugualmente in grado di comprendere appieno la Sostanza dell’Uomo (inteso anche come genere maschile). In ogni caso, a uso e consumo di questi nuovi lettori, due o tre cose vanno rammentate. Andrea Zanardi, infermiere genovese quarantenne, ha un unico incrollabile interesse: sedurre il maggior numero di donne possibile. Per raggiungere il suo scopo, grazie a una straordinaria conoscenza dell’animo femminile unita a doti camaleontiche fuori dal comune, diventa ogni volta l’Uomo Perfetto, vale a dire l’uomo che "quella donna", nei suoi desideri più intimi e perfino a lei stessa segreti, desidererebbe incontrare. Ruolo, questo, difficile da sostenere, ma che Andrea Zanardi interpreta con dedizione assoluta e grande spirito di sacrificio fino a "missione" – chiamiamola così – avvenuta. Dopodiché, perso ogni interesse per la preda di turno, fatalmente si volatilizza per battere nuovi territori di caccia. Un giorno conosce Maria, una segretaria di secondo livello molto bella e molto presa da un misticismo integralista e modaiolo. Deciso a conquistarla, le fa credere di essere anche lui un tipo tutto compenetrato nel misticismo, trascorrendo così le quattro settimane più spirituali della sua vita tra camminate su braci ardenti, letture zen, abbracciamenti di alberi e cucina rigorosamente macrobiotica. Durante un corso di reiki, al quale Maria lo costringe a iscriversi, il nostro eroe scopre, con suo stesso stupore, non solo di avere insospettabili capacità taumaturgiche ma che forse, dico forse, la sua natura più profonda è molto meno materialista di quanto appaia, tanto che il maestro di reiki sembra addirittura indicarlo come un potenziale guru. Sinceramente turbato dalla piega che stanno prendendo gli eventi (ma non prima di aver sedotto e abbandonato Maria), decide di partire per il Giappone, la patria del reiki, alla ricerca di se stesso e magari, già che c’è, anche di qualche bella giapponesina. Purtroppo però, non appena messo piede in albergo, viene colto da una fulminante colica renale e subito ricoverato in ospedale. Il destino, ma forse sarebbe meglio dire il "karma", vuole che suo compagno di stanza sia un vecchio monaco zen, capo carismatico di un monastero sulle pendici del monte Fuji e grande maestro reiki. Il Maestro è chiuso in un mutismo assoluto da venticinque anni e parlerà solo quando troverà il suo successore. Il monaco e Zanardi fanno amicizia comunicando attraverso gesti e bigliettini scritti in inglese, lingua che Andrea, considerandola uno strumento di lavoro, conosce abbastanza bene. Il giorno in cui il Maestro viene dimesso, tra lo sbigottimento generale, proprio salutando Andrea Zanardi, inizia di nuovo a parlare, e lo invita ad andarlo a trovare al monastero con la promessa, tra l’altro, di insegnargli il reiki. Zanardi nicchia, è indeciso, non sa...

Quanto segue, e questo vale per tutti i lettori, getta una luce nuova su un personaggio assai controverso. Quello che ha il coraggio di fare Andrea Zanardi in queste pagine è un vero e proprio outing che farà capire alle donne (soprattutto a quelle che lo hanno odiato) che per lui non sono state tutte rose e fiori, che la strada per conquistarle è stata lastricata da insidie e trabocchetti, e che infine se Andrea Zanardi, nel bene o nel male, è diventato quello che è diventato, un breve ma sentito esame di coscienza dovrebbero farlo anche le donne che hanno generato il "mostro". Sempre che, naturalmente, Andrea Zanardi possa davvero essere considerato tale. Andrea Zanardi è un mascalzone, d’accordo, spudoratamente maschilista, nessuno lo nega, ma è simpatico, allegro e ricco di sorprese. L’alternativa oggi come oggi qual è? Voglio dire fuori dal mito, dai film o dalle pagine dei libri? L’alternativa è spesso un uomo triste, spaesato e povero di iniziative. Un uomo stanco, sprofondato nelle pantofole e ottenebrato dalla quotidianità (oppure, che è anche peggio, un fighetto tutto palestra, cellulari, lavoro, e week-end sulla neve o in beauty farm). Allora, almeno due domande sorgono spontanee: chi è il mostro? Andrea Zanardi che per un mese fa vivere Maria come una regina, assecondandola in tutto, regalandole il sogno di aver trovato finalmente il suo karma e poi sparisce dalla sua vita lasciandole però un ricordo indimenticabile, o un uomo che rimane per tutta la vita e non si accorge neppure che la sua donna ha cambiato il colore dei capelli? E il suo maschilismo d’altri tempi, così palese da essere perfino ingenuo, non è forse molto meno nocivo di quello sotterraneo, mascherato e subdolamente prevaricatore, tipico di molti uomini che si definiscono "moderni"?
Per questo Andrea Zanardi è, nella sua normalità – o forse proprio per la sua normalità – un Mito, per gli uomini soprattutto, che ritrovano in Andrea Zanardi il loro Andrea Zanardi perduto, e per le donne, quelle più smaliziate e autoironiche, naturalmente, che riconoscono in lui i tanti Andrea Zanardi della loro vita e che in fondo, persa ormai ogni speranza, preferiscono vivere un giorno con un leone che cento anni con una pecora.
Lorenzo Licalzi
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ovvero

I due nodi

Lunedì martedì e mercoledì

Mi hanno dimesso dal reparto di medicina interna del Juntendo Hospital di Tokyo in una splendida mattina di sole. La primavera era alle porte e iniziavano a fiorire i ciliegi.
Alla fine avevo deciso, con grandi titubanze, di andare a trovare il mio amico Guru al monastero sul monte Fuji. In previsione dell’ingente esborso economico per le cure mediche che avevo ricevuto, sapevo di essere a corto di soldi ma non volevo tornare in Italia, non subito almeno. Visto che avevo ancora una notte pagata al Keikan Tokyu Hotel, sarei partito alla volta del monastero la mattina dopo. Mi sentivo un leone, energico come non lo ero mai stato, pronto, almeno in quell’ultimo scampolo di vacanza, ad affrontare la Tokyo by night. Devo dire però, che se non fosse stato per gli insegnamenti zen che il mio amico Guru mi aveva elargito in abbondanza durante tutto il periodo in cui avevamo condiviso la stanza, più che un leone avrei dovuto sentirmi una iena. La sera prima mi avevano detto di prepararmi visto che mi avrebbero dimesso verso le otto. Io alle sei ero già pronto, vestito anche piuttosto elegante e con la borsa fatta, ma alle dieci non si era ancora visto nessuno.
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Verso le dieci e un quarto, nonostante la mia nuova natura zen, ho iniziato a perdere la pazienza. Sono uscito dalla mia camera e ho girato in lungo e in largo tutto il reparto. Deserto. Non c’era nessuno, neppure un infermiere. Poi, finalmente ho incontrato Schillaci – un inserviente addetto alle pulizie fan di Schillaci che si fa chiamare, appunto, Schillaci e col quale eravamo diventati grandi amici – che usciva con passo instabile dalla sala operatoria. Mi pareva ubriaco.
«Ehi Schillaci, ma dove sono tutti quanti?» gli ho chiesto in italiano accompagnando la frase con i gesti.
Lui naturalmente l’italiano non lo sa, conosce solo tre parole: "Schillaci", e "notti magiche", però ormai avevamo un nostro codice gestuale ben definito (tipo alfabeto dei sordomuti ma meno ortodosso) e ci intendevamo alla perfezione. Facevamo anche discorsi lunghi, accompagnando i gesti con frasi didascaliche nelle reciproche lingue.
«Sono tutti in sala operatoria» mi ha gesticolato indicandomela.
«In sala operatoria?»
Sì sì, mi ha fatto cenno con la testa ridendo.
«E cosa ci fanno in sala operatoria?» ho chiesto sempre gesticolando per farmi capire.
E lui mi ha risposto con un gesto inequivocabile, un suo cavallo di battaglia, quello col pugno chiuso che va su e giù in un movimento breve e rapido, a stantuffo per intenderci.
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«Scopano?» ho chiesto perplesso. Il gesto era inequivocabile e Schillaci lo utilizzava spesso per indicarmi tutte le tresche del reparto compresa quella tra il primario e la caposala, ma mi pareva strano.
Sì sì, mi ha fatto cenno con la testa ridendo e ripetendo più volte «Scopano», anche perché il vocabolo "scopare" è la quarta parola che conosce, visto che tra l’altro lui, essendo inserviente addetto alle pulizie, non fa altro nella vita.
«Ma smettila...» gli ho detto incredulo picchiettando l’indice sulla tempia.
Lui prima mi ha fatto cenno come per dire «Quasi» e poi, sempre a gesti naturalmente, mi ha detto: «Vai vai entra entra» praticamente mi ci ha spinto dentro.
Sono entrato. Non scopavano, infatti, però c’era una festa e qualche medico allungava le mani, questo sì.
Pare che il vecchio dott. Tanizaki andasse in pensione e che quello fosse l’ultimo giorno di lavoro, così tutto il reparto si era riunito in sala operatoria per un buffet commemorativo a base di tofu, sushi, ramen, fritto misto di tempura e sashimi disposti in grande abbondanza sul tavolo chirurgico, il tutto innaffiato da sake e shochu.
Appena ho fatto capolino, il prof. Hayaschi, il potente primario del reparto, si è aperto in un sorriso e mi ha invitato a entrare.
«Caro Zanardi, venga venga, beva qualcosa con noi, tanto adesso se lo può permettere» mi ha detto in inglese.
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«La ringrazio professore, ma sarei in dimissione... se qualcuno mi firmasse il foglio io me ne andrei... tra l’altro devo ancora pagare i trattamenti reiki, mi ha detto la caposala che sono trecentomila yen, giusto?» I trattamenti reiki me li aveva suggeriti, ma forse sarebbe meglio dire imposti, lo stesso prof. Hayaschi; mi aveva mandato un suo scagnozzo-terapeuta che abitualmente lavorava nella sua clinica privata e che naturalmente avrei dovuto pagare a parte. Comunque sembra mi avessero fatto bene, ero stato molto ricettivo e forse anche grazie all’energia reiki i miei calcoli si erano completamente sciolti. Boh.
«Mi pare, sì» mi ha risposto il prof. Hayaschi aggrottando per un attimo la fronte pensoso. «Ma non si preoccupi» ha continuato sorridendo ancora, «per pagare e per morire c’è sempre tempo, come si dice dalle nostre parti, venga, piuttosto, si beva un bel bicchiere di shochu con noi.» Non sapevo che «per pagare e per morire c’è sempre tempo» si dicesse anche dalle loro parti. Dalle mie è un cavallo di battaglia, soprattutto il pagare.
E vabbe’ beviamoci ’sto shochu, tanto ora Mi sono avvicinato e Hayaschi, tutto gentile, un po’ per la lieve alterazione alcolica e un po’ perché sapeva che di lì a poco gli avrei sganciato trecentomila yen, dopo avermi versato un bel bicchierozzo di shochu e avermi messo in mano una specie di involtino primavera mi ha detto, dandomi una pacca sulla spalla:
«E allora, Zanardi, finalmente potrà visitare Tokyo: cosa farà di bello? Mi dica».
«Mah, professore, non lo so, mi sa che di bello, vista la sfiga che ho, farò ben poco. Sarei dovuto partire domani, ma mi sono fatto spostare il volo. Non lo so, stanotte dormo al Tokyu Hotel, poi domani pensavo di andare a trovare il mio compagno di stanza al monastero sul Monte Fuji, e magari fermarmi un po’ lì, tipo convalescenza...»
«Caro Zanardi, lei non ha bisogno di nessuna convalescenza, è perfettamente guarito, un vero miracolo! Modestamente... eh eh, i suoi calcoli si sono sciolti come la neve del Monte Fuji in estate, mai vista una cosa del genere in tanti anni di onorata carriera, comunque fa bene ad andare al monastero, io non ci sono mai stato ma dicono sia un posto bellissimo.»
«Immagino, piuttosto, che lei sappia se ci sarà molto da camminare?» gli ho domandato.
«Alla quinta stazione ci arriva la strada, poi per salire fino in vetta al Fuji ci vogliono ancora circa cinque sei ore a piedi, dipende dal passo... ma il monastero non è in cima, so che a un certo punto deve prendere un altro sentiero, ma è segnalato, credo, non so, gliel’ho detto, non ci sono mai stato, in ogni caso dal monastero al cratere dovrebbero esserci ancora tre ore, più o meno, diciamo che se cammina svelto al monastero ci arriva al massimo in due ore, due ore e mezza, comunque sappia che è a quasi duemila metri d’altezza.»
«Duemila metri? Ma ci sarà un freddo cane!»
«Be’ sì, si copra mi raccomando, anche se andiamo verso la bella stagione. In ogni caso non vada col taxi perché le costerebbe un sacco di soldi, vada a Shinjuku da dove poi prenderà il 18 per Kawaguchi-ko. Stia attento però, ci sono anche altri autobus per il Fuji, ma la portano a stazioni più lontane, lei deve prendere il 18 si ricordi... è un autobus di una linea privata, le costerà un po’ di più ma guadagna almeno due ore a piedi... si ricordi il 18, vuole che glielo scriva?»
«Tranquillo, mi ricordo.» Come avrei potuto non ricordare, è quello che prendo a Genova per andare al lavoro.
In quel momento si è avvicinata a noi una dottoressa, la bella neurologa che era venuta a visitarmi perché non dormivo mai e che quando le avevo chiesto il numero di telefono aveva fatto finta di non capire.
«Le presento la dottoressa Tsushima» mi ha detto Hayaschi, e poi rivolgendosi alla dottoressa Tsushima: «Dottoressa... le presento mister Zanardi».
La dottoressa Tsushima, dopo aver accennato un inchino, mi ha dato la mano e ha detto:
«Mi pare che ci siamo già conosciuti no? Non si ricorda di me?».
Come no, ho pensato, ti ho chiesto anche il numero di telefono ma tu hai fatto finta di non capire, cos’è, hai imparato l’inglese tutto d’un colpo?
«Certo che mi ricordo» le ho detto, «difficilmente potrei scordare una donna con degli occhi come i suoi.»
Da come li spalancava parlando e da come li aveva truccati avevo capito che la tipa agli occhi ci teneva. Li aveva normalissimi, intendiamoci, ma forse, dico forse, rispetto a quelle fessure che hanno i giapponesi, erano un po’ più grandi dello standard, quindi probabilmente pensava di avere degli occhi pazzeschi, ma non era tanto sicura, aveva bisogno di conferme. Insomma, si capiva benissimo che gli occhi erano il suo punto debole. Mai fare dei complimenti a una donna su una parte del corpo che sa di avere obiettivamente brutta, ma se pensa di averla bella, soprattutto se lo pensa solo lei, e lo si capisce perché la esalta, allora quello è il suo tallone d’Achille. Quella frase, infatti, aveva centrato il bersaglio perché da quel momento, forse perché a differenza della prima volta non ero in pigiama e non avevo il catetere – ha incominciato a lanciarmi sguardi interessati.
Siamo restati ancora dieci minuti a bere e a mangiare, poi Hayaschi ha attirato l’attenzione di tutti battendo le mani più volte ed è partito in tromba con un discorso commemorativo in giapponese per salutare il dott. Tanizaki. Tutti, io compreso, annuivamo compiaciut...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Vorrei che fosse lei