Dostoevskij
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Dostoevskij

Il sacro nel profano

  1. 336 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Dostoevskij

Il sacro nel profano

Informazioni su questo libro

Esiste, nell'opera di Dostoevskij, un filo conduttore che lega indissolubilmente il grande autore russo al cristianesimo: seguire questo percorso attraverso i suoi romanzi consente di chiarirne, come mai prima, il complesso rapporto con la spiritualità, la ricerca morale, la storia. Dostoevskij intesseva la propria scrittura di puntuali riferimenti a passaggi della Bibbia e costruzioni di scene che riproducevano, nell'impostazione, alcuni grandi capolavori della pittura sacra. Per lo scrittore si trattava di aperte citazioni, che i suoi contemporanei potevano cogliere in modo immediato. Ma le mille interpretazioni dei suoi testi, così come la rimozione della cultura cristiana dalla vita politica russa, hanno sepolto negli anni elementi che Tat'jana Kasatkina, una delle piì importanti studiose di Dostoevskij, ha ritrovato e messo in luce in modo inequivocabile. Il risultato è un ritratto inedito e illuminante di opere fondamentali della letteratura di tutti i tempi, che rivela una delle più tormentate e affascinanti ricerche spirituali della modernità.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817058414
eBook ISBN
9788858631317
Argomento
Literature

1.
Una biografia spirituale

«L’uomo è un mistero. Occorre decifrarlo. E se ti ci vorrà tutta la vita per farlo, non dire che hai perso tempo. Io mi occupo di questo mistero perché voglio essere un uomo»,1 scriveva al fratello Michail il diciassettenne Fëdor Dostoevskij. E guardandosi indietro, molto tempo dopo, scriverà a un amico che per lui aveva quasi preso il posto del fratello morto: «La domanda principale […] che, coscientemente e incoscientemente, mi ha tormentato per tutta la vita, è quella sull’esistenza di Dio».2
Nella sua vita, il mistero dell’uomo e il mistero di Dio si sono avvicinati tanto da diventare indissolubili, hanno imbastito l’ordito delle sue creazioni letterarie, mostrando che non possono essere presi in considerazione separatamente, che sono complementari. Il tentativo di risolvere questo mistero biunivoco, ha fatto di Dostoevskij quello che A.Z. Štejnberg ha definito «il filosofo nazionale russo». Scrive Štejnberg:
La Russia e Dostoevskij, Dostoevskij e la Russia è come dire: domanda e risposta, risposta e domanda. Dostoevskij è commensurabile solo alla Russia e questa solo a Dostoevskij. Capire Dostoevskij è lo stesso che capire la Russia; capire la Russia è identico a riviverla attraverso la speculazione creativa di Dostoev­skij.3
Torneremo ancora sull’affermazione di Štejnberg, per ora ci limitiamo a notare che, similmente alla sua filosofia, così anche la biografia di Dostoevskij si rivelerà essere la biografia nazionale russa. Effettivamente, e ciò è stato già notato in più occasioni, la biografia di Dostoevskij coincide sorprendentemente con la «biografia» della Russia del XX secolo. Da una parte un’infanzia profondamente religiosa, poi la ribellione e il rinnegamento di Dio, il tentativo di dar vita a un’organizzazione «per la ristrutturazione del mondo sulla base di principi giusti e buoni», che ha portato lo scrittore fino alla condanna a morte, all’esecuzione vissuta eppure non svoltasi sulla piazza Semenovskaja, e in seguito ai lavori forzati e al confino, «la rigenerazione della convinzione»: il ritorno del figliol prodigo da un Padre in perpetua attesa. Da lì in poi la vita intera è lavorare indefessamente per Lui e per diffondere il Suo messaggio. Non è quindi un caso che i santi del XX secolo abbiano riconosciuto in Dostoevskij il loro maestro.4 E d’altra parte la Rivoluzione, la costruzione del «nostro nuovo mondo» senza Dio (e tutto ciò è avvenuto dopo la Santa Rus’), la lenta esecuzione (questa è avvenuta invece?) della vecchia Russia e l’asservimento di tutto il Paese a generali lavori forzati: quelli del Gulag, quelli dei kolchoz, delle imprese di regime, dell’esercito, dell’imposizione di pensieri ottusi. E lì, ai lavori forzati, il progressivo «rigenerarsi della convinzione», e il lento ritorno della Russia a Dio e a se stessa. La vita di Dostoevskij è stata il prototipo del destino del Paese…
Chiunque si metta a leggere Dostoevskij seriamente si avventura in un rapporto intimo e profondo con l’autore. Dostoevskij invita i suoi lettori a prendere parte a una discussione che dura già da più di un secolo senza perdere intensità, ardore, passionalità, temerarietà e audacia di pensiero. E quando si immergono in questa conversazione tutti diventano filosofi. Dostoevskij pone l’uomo di fronte alle domande ultime, quelle più importanti e spaventose della vita, senza trovare risposta alle quali non si può né vivere né morire.
Scrive san Justin Popovic´ nell’introduzione al suo libro su Dostoevskij:
Da quando avevo quindici anni, Dostoevskij è il mio maestro e insieme, devo ammetterlo, il mio carnefice. Già da allora mi aveva rapito e assoggettato […]. Io capivo che le sue domande erano le domande eterne dello spirito umano. E un uomo che possa definirsi tale deve occuparsene. Dostoevskij è tutto in queste domande ed è per questo che in ogni sua ricerca egli è un uomo autentico. La sua superiorità risiede nel fatto che egli ha trasmesso alle domande eterne dello spirito umano l’ispirazione del profeta, il fuoco dell’apostolo, la sincerità del martire, la tristezza del filosofo e la perspicacia del poeta. In epoca moderna nessuno quanto Dostoevskij ha trattato le domande eterne dello spirito umano in modo così vasto, profondo e onnilaterale. Attraverso di lui hanno preso voce tutti i tormenti della creatura umana, i suoi dolori, le sue speranze […]. Seguire Dostoevskij non è semplice, e tuttavia è una cosa degna dell’uomo: è il tormentarsi nel tormento che eleva l’uomo.5
Dostoevskij è stato un maestro e una guida per molte persone. Si chiede S.I. Fudel’:
Come possiamo spiegarci il fatto che secondo un’inchiesta pubblicata da un giornale francese nel marzo del 1957, alla domanda su chi fosse il loro scrittore preferito ben 429 su 500 studenti parigini abbiano menzionato Dostoevskij? Perché non Balzac, Hemingway o Gor’kij? Perché lo stesso Hemingway ha messo I fratelli Karamazov nell’elenco dei suoi libri preferiti? E perché Einstein ha detto che Dostoevskij offre più di qualsiasi altro pensatore? Perché tutte queste persone hanno bisogno di Dostoevskij e sono attratte da lui come – secondo l’espressione del francese Vogué – da un «raccoglitore del cuore russo»?
E risponde:
Quando ci rivolgiamo a Dostoevskij, nel suo buio labirinto vediamo un filo d’Arianna così abbagliante che il labirinto stesso diventa una strada larga e sicura […]. Tutti i romanzi di Dostoevskij dopo il 1865 sono essenzialmente libri su Gesù Cristo. Ed è spesso proprio in questi libri che il lettore contemporaneo sente parlare per la prima volta dell’amore e della fede in Cristo. Può essere che nell’arte non troveremo mai più una professione del cristianesimo che abbia un diapason altrettanto universale, che sia altrettanto sincera e insieme tormentata.6
Constatava V.V. Rozanov:
In Dostoevskij dietro allo «scrittore» si erge un altro, importantissimo […]. Da tutte le «opere» di Dostoevskij si potrebbero estrarre tra le venti e le cinquanta pagine di un tipo di testo che è strano ritrovare nei romanzi, pagine che inceneriscono e annientano qualsiasi possibile forma di prosa bella e mostrano nel testo un uomo, un cuore, un’intelligenza di dimensioni assolutamente soprannaturali: un veggente, un chiaroveggente, un «posseduto» o un «profeta», un «santo» o, ancora una volta un «posseduto»… Questa specie di epilettici, nei tempi antichi, ingenui e pieni di fiducia, nei tempi preistorici, erano iniziatori di culture e civiltà, costruivano o riedificavano «grandi città» […]. Per tutta la vita Dostoevskij ha cercato di esprimere – e a volte vi è quasi riuscito (venti pagine, cinquanta pagine) – una percezione del mondo completamente nuova, una capacità di impatto con Dio e con il mondo che non aveva nessun altro uomo. Non si tratta di una scienza, né di poesia o di filosofia e neppure di religione, o almeno non solo di quella, ma si tratta semplicemente di un nuovo senso dell’uomo stesso, del suo udito che si apre ancora una volta, della sua vista che si apre ancora una volta, ma si tratta dell’udito e della vista dell’anima […]. Di Dostoevskij non si può in nessun caso dire: «Non ha a che fare con me». Dostoevskij ha qualcosa a che fare con ognuno, perché nessuno può essere indifferente alla propria anima. Dostoevskij non è un «lui», come Tolstoj e come chiunque altro, Dostoevskij è un «io», un «io» peccatore, cattivo, debole, traviato, che si rialza. È per il fatto che è un «io» – l’io di ogni uomo, per di più – che ognuno lo sente vicino e stringente come non accade con nessun altro scrittore, ad eccezione di Volti e Libri,7 che qui non consideriamo. E per questo Dostoevskij resterà per sempre il più «sacro» dei nostri scrittori, perché ha varcato i confini della letteratura in modo assoluto, li ha parzialmente demoliti, li ha demoliti dall’interno e si è collocato nel posto che abitualmente tutti riservano al «sacro», al «religioso» in senso primitivo. E perché le nostre parole non suonino esagerate a nessuno, diremo che fu «più vicino alla Verità»8 il ladrone sulla croce che Platone all’Accademia. Tutte le debolezze di Dostoevskij sono vicino a lui, tutta la sua impotenza è vicino a lui; e può darsi che delle sue idee nessuna sia vera ma ha un timbro che suona vero, e che non smetterà mai di risuonare.
Parlava come grida il profondo della mia anima.
Come si strugge l’anima di tutti gli uomini nei momenti neri e felici…
Quando piangiamo…
Quando ci laceriamo…
Quando malediciamo noi stessi…
Tutto, tutto questo è in noi come era in lui, che era «così vicino alla Verità» da plasmare il miracolo della sua persona e della sua biografia, che nessuno ha spartito con lui.9
* * *
Nell’alba gelida del 22 dicembre 1849 sulla piazza Semenov­skaja a San Pietroburgo all’incirca una ventina di persone era in attesa dell’esecuzione capitale. Erano uomini giovani, istruiti, dotati e profondamente sensibili. Avevano saputo di essere stati condannati alla fucilazione solo al momento della lettura della sentenza, una volta portati in piazza e messi in riga sul patibolo, costruito appositamente per l’occasione. Indossavano leggeri abiti primaverili perché l’istruttoria si protraeva dal mese di aprile. Solo uno di loro acconsentì alla proposta di confessarsi prima di morire, ma tutti baciarono il crocefisso che porgeva loro il sacerdote. I condannati che si trovavano sulla pedana e che la storia ricorda col nome di petraševzy, veneravano Cristo come il difensore dell’uguaglianza e della fratellanza. Fëdor Dostoevskij era tra quanti avevano rifiutato la confessione.
Iniziarono i preparativi dell’esecuzione. Ai condannati fecero indossare camicioni bianchi e cappucci, i loro sudari. I primi tre furono legati ai pali e i cappucci furono calati completamente così da coprire i volti. I soldati ricevettero l’ordine di mirare.
Dostoevskij era destinato al terzo gruppo, gli rimanevano quindi solo cinque minuti dalla morte e, proprio in quel momento, rivolse una domanda a Nikolaj Spešnev.
Le memorie di S.D. Janovskij ci rivelano quale fosse l’opinione di Dostoevskij sul suo compare Nikolaj Aleksandrovič Spešnev, il mistico affascinante10 dai segreti legami politici, l’organizzatore di un gruppo autonomo di orientamento molto più radicale di cui lo stesso Dostoevskij era membro. Non lo amava ma provava dipendenza da lui, un connubio che lo portò fino ad ammalarsi. In piazza, come abbiamo già accennato, c’era un prete, ma non fu a lui che Dostoevskij rivolse la sua domanda-speranza, domanda-affermazione (ma forse anche domanda-consolazione), dopo la quale bisognerebbe mettere due punti esclamativi prima di quello interrogativo: «Nous serons avec le Christ (Saremo con Cristo)!!?». La rivolse a Spešnev intuendo quale sarebbe stata la sua risposta.
«Un peu de poussière (Un mucchietto di polvere)!», rispose Spešnev quasi personificando il suo dubbio e la sua mancanza di fede.
«Diventeremo un mucchietto di polvere, ciò che è diventato Cristo stesso. Perché è solo un uomo e non Dio, e non è risorto, e noi tutti siamo destinati all’annientamento pieno e assoluto. La morte trionfa!» Questo è ciò che si è sentito dire Dostoevskij sulla soglia della morte.
All’improvviso si sentì un rullo di tamburi. Era il segnale d’arresto dell’operazione. I soldati rimisero i fucili in posizione verticale e i prigionieri legati ai pali furono liberati. Fu data lettura di un documento appena ricevuto, il quale annunciava che il Sovrano Imperatore faceva grazia ai prigionieri della vita e che mutava la condanna di ognuno a seconda della colpa.
All’autore della domanda fu prorogato il tempo. Ma quei cinque minuti divennero il prototipo di tutta la sua vita futura. Prima della «grazia» definitiva – prima di morire circondato dalla sua famiglia dopo essersi confessato e comunicato – dovettero passare trentun anni che Dostoevskij dedicò alla confutazione della beffa metafisica di Spešnev.
* * *
Fëdor Michajlovič Dostoevskij nacque il 30 ottobre (11 novembre)11 del 1821 in una famiglia pia e conservatrice, secondo di sette fratelli, di cui il primo fu quel Michail che Fëdor amò ardentemente per tutta la vita. Il padre, Michail Andreevič, che al momento della nascita di Fëdor aveva trentadue anni, era medico presso l’ospedale dei poveri Mariinckaja bol’nica. Figlio di un sacerdote del villaggio di Vojtovza nel governatorato di Podol’sk, aveva studiato in seminario e di lì, finiti i corsi di retorica, era stato mandato a studiare a Mosca all’accademia di medicina e chirurgia a spese dello Stato. Era uscito dal seminario avendo studiato a livello «assai elevato»: aritmetica, grammatica latina e russa, poesia, retorica, storia, geografia, francese, tedesco e greco. Michail Andreevič dedicava molto tempo all’istruzione dei figli che, in particolar modo, non scorderanno le austere lezioni di latino. Tra i ricordi più luminosi della loro infanzia c’era inoltre il momento della lettura serale in famiglia, per cui spesso veniva scelta la Storia dello stato Russo di N.M. Karamzin, della quale i bambini ricordavano molti episodi quasi a memoria. Si leggevano anche i voluminosi, intricati e misteriosi romanzi di Ann Radcliffe, Deržavin, Žukovskij e Puškin che Fëdor amerà per tutta la vita.
Gli studiosi di Dostoevskij hanno contribuito a diffondere l’immagine del padre dell’autore come un uomo cupo, un despota, addirittura il prototipo su cui sarebbe stato modellato Fëdor Pavlovič Karamazov.12 Effettivamente capitava che Michail Andreevic´ fosse irritabile13 e che alzasse la voce con i figli durante le lezioni di latino perché questi sbagliavano le declinazioni o le coniugazioni, ma, per capire quanto l’opinione diffusasi non sia corrispondente alla realtà, basta provare a immaginarsi Fëdor Pavlovič Karamazov che ogni sera legge ai figli la Storia dello stato russo di Karamzin…
In generale la famiglia era affiatata e i bambini amati e custoditi. Nonostante la ristrettezza dei mezzi, ai piccoli Dostoev­skij non fecero frequentare il ginnasio ma si preferirono dei collegi privati,14 sia per la migliore qualità dell’istruzione sia per l’assenza di punizioni corporali consuete nei ginnasi del tempo.
Fu la madre, Marija Fëdorovna, (il suo cognome da nubile era Nečaeva) a insegnare a Fëdor – così come ai suoi fratelli e alle sue sorelle – a leggere dal libro di I. Gibner le Centoquattro storie sacre dell’antico e nuovo testamento. La prima storia di cui i bimbi vennero a conoscenza fu dunque quella divina, così che l’incontro con la parola coincise con quello con la Parola. A quel tempo il futuro scrittore fu particolarmente colpito dal racconto delle sofferenze del giusto Giobbe e dal suo destino, così che la sua storia diventerà in seguito il nucleo religioso del suo ultimo romanzo, I fratelli Karamazov.
Marija Fëdorovna era la figlia di un mercante moscovita della terza gilda. La sorella maggiore aveva sposato un uomo appartenente alla ricca famiglia mercantile dei Kumanin (fino a un secolo prima contadini presso un monastero), che nel 1830 aveva ricevuto un titolo nobiliare ereditario. A seguito di tale evento la famiglia ricostruirà la chiesa della Trasfigurazione, una chiesa antica – del XVII secolo – che si trovava sulla via Ordynka, vicino alla casa di famiglia, il cui restauro si concluderà nel 1836. Una delle cappelle di questa chiesa era consacrata all’icona miracolosa Gioia di tutti gli afflitti, già venerata nel XVII secolo, e presto si iniziò a chiamare la chiesa stessa Skorbjašenskaja, che significa «della Madonna degli afflitti», in onore di questa icona santa.
Nella stessa chiesa, appeso all’ingresso della parte estiva, vi era inoltre un quadro raffigurante il Salvatore davanti al tribunale di Pilato, allora attribuito ad Albrecht Dürer.15 Se l’icona della Madre di Dio «gioia di tutti gli afflitti» testimoniava l’altro mondo, la vita eterna, la grazia del miracolo concessa in questo mondo a tutti coloro che si fossero rivolti a Lei, il quadro esprimeva altro: lì Cristo era sconfitto. Eccone una descrizione:
Il volto di Cristo è un’invenzione di Mostaert. In esso si può leggere una tristezza indiscutibilmente marcata dalla rappresentazione di una lacrima, di una goccia di sangue, ma soprattutto, vi si legge la coscienza di non avere scampo, di essere perduto. Il volto è quello di un uomo forte e virile e questo mette ulteriormente in risalto la sua afflizione, la desolazione, l’abbandono. E accanto, il ghigno del boia trionfatore, crudele e deforme… una forza malvagia e aggressiva. La sua immagine rimanda alla «forza oscura e malvagia ed eternamente insensata a cui tutto è sottomesso» che per Mostaert non solo «aveva afferrato e frantumato la creatura più grande e inestimabile» ma ne «aveva contristato lo spirito, ancor prima di distruggerne la carne».16
Il messaggio del quadro era: «Ecco l’uomo». Virile, forte, bellissimo, ma solo un uomo. E un uomo condannato, come tutti noi.
La casa dei Kumanin e la «loro» chiesa erano ben noti a Fëdor in quanto Aleksandra Fëdorovna Kumanina era la sua madrina. Fin dall’infanzia, dunque, Dostoevskij si trovò come a metà strada tra icona e quadro: l’icona come luogo dell’incontro con il Salvatore che morendo ha sconfitto la morte; il quadro, raffigurante un uomo morente, il più bello e il più amabile degli uomini in terra. Dostoevskij si trovava a metà strada tra la fede in Dio e la fedeltà a un’umanità ideale.
La domenica e...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR Rizzoli
  3. Frontespizio
  4. Copyright
  5. La sostanza ontologica di ogni presenza. - Il realismo di Dostoevskij secondo Tat’jana Kasatkina di Uberto Motta
  6. 1. Una biografia spirituale
  7. 2. Il pensiero filosofico e sociale
  8. 3. Immagini e icone: gli epiloghi dei cinque grandi romanzi di Dostoevskij
  9. 4. La manifestazione di Dio tra Oriente e Occidente
  10. 5. La posizione dell’autore e la struttura dell’immagine
  11. 6. L’incontro quotidiano con il Dio che soffre
  12. Conclusione
  13. Note
  14. Riferimenti iconografici
  15. Sommario