collana fondata da don Luigi Giussani diretta da don Julián Carrón
Dio si è fatto uomo.
L’imprevedibile è diventato un avvenimento
reale: Dio si è fatto compagno agli uomini,
così che la vita possa non essere vana.
Nell’incontro con questo fatto storico
la ragione, la volontà e l’affettività umane
sono provocate a realizzarsi, a compiersi
secondo tutta l’ampiezza del loro desiderio di
giustizia, di bontà e di felicità. Lo spirito
cristiano è l’umanità di persone stupite e
commosse da questo avvenimento.
Questi testi ne sono una documentazione
particolare, specie dove le parole scavano nei
fatti e nei cuori con tutta l’energia della
grande arte.
Si tratta di romanzi, saggi e testi di poesia non
facilmente reperibili e che hanno comunque
lasciato segno in chi li ha accostati. Perché in
essi si mostra, con varia genialità e secondo
diverse prospettive storiche e psicologiche,
uno spirito cristiano impegnato a scoprire e a
verificare la ragionevolezza della fede dentro
le circostanze della vita. Un’umanità, cioè, che
realizza la sua passione per l’esistenza e la sua
adesione al dramma della vita con un
realismo e una profondità altrimenti impossibili.
HANNAH ARENDT E L’INNOCENZA CONSERVATA
Voglia Dio provvedere il filosofo di uno sguardo acuto
per ciò che sta davanti agli occhi di tutti.
L. Wittgenstein
Il valore di Hannah Arendt (1906-1975) come filosofo della politica è ormai universalmente riconosciuto. Sono sempre più numerosi gli studi che ogni anno, sia in Europa sia negli Stati Uniti, vengono dedicati al suo pensiero. Alcune opere, come Le origini del totalitarismo e Sulla rivoluzione, rientrano ormai tra i classici della filosofia politica del Novecento.
A partire dagli anni Ottanta, anche in seguito alla pubblicazione postuma di La vita della mente, si è affermata nel panorama critico una nuova tendenza che consente di annoverare la Arendt tra gli autori più importanti del dibattito filosofico contemporaneo. Questa convinzione è alla base anche del taglio interpretativo che anima questa raccolta: i testi che proponiamo mettono infatti a tema il pensiero e la sua relazione con la realtà.
Con questo volume non intendiamo offrire una panoramica esauriente dei temi e delle problematiche che l’autrice tratta nelle sue opere.1
dp n="6" folio="4" ? Lo scopo, più circoscritto, che ci siamo prefissi è quello di offrire un possibile itinerario di lettura, una via di accesso, finora poco battuta, a un’opera così ricca come quella di Hannah Arendt. Più che un punto di arrivo, queste pagine vorrebbero essere dunque un punto di partenza, un invito a leggere, o a rileggere, in una nuova luce, una grande autrice.
Lo stile semplice e immediato che traspare nei testi che proponiamo costituisce una piacevole sorpresa per chi ha una certa dimestichezza con la filosofia contemporanea. Lo scrivere della Arendt è figlio dello sguardo, di uno sguardo acuto per ciò che sta davanti agli occhi di tutti, e il suo stile è lo stile di chi per essere profondo non ha bisogno di andare lontano, di chi per essere semplice non ha bisogno di semplificare. Per avvicinarci al nucleo del pensiero dell’autrice prendiamo spunto da una considerazione di G.K. Chesterton, che in una sua opera scrive: «Dall’inizio del mondo moderno nel XVI secolo, non c’è sistema filosofico che corrisponda veramente al senso reale di tutti [...]. Ciascuno comincia con un paradosso; un punto di vista particolare che richiede il sacrificio di quello che si può definire un sensato punto di vista [:..]. L’uomo deve credere in qualcosa in cui nessun uomo normale crederebbe, se venisse proposto improvvisamente alla sua semplicità».2
Il pensiero, in Hannah Arendt, ha un punto di partenza alternativo rispetto a quello che Chesterton individua in gran parte delle filosofie moderne: non si inizia con un paradosso, o con un assurdo, ma con una certezza carica di meraviglia, una certezza fondata sull’evidenza immediata dell’esserci delle cose. Questo punto di partenza è anche il motivo che ci ha indotto a scegliere come titolo di questa raccolta di testi l’espressione il pensiero secondo.
Il termine secondo vuole indicare tempo e direzione.
Il pensiero è secondo, nel senso che viene sempre dopo una realtà data: «per quanto lontano possa spingersi il pensiero», infatti, «qualunque cosa possa conseguire, è proprio la realtà quale si dà al senso comune, nel suo semplice esserci, a restare sempre al di là della sua presa, senza dissolversi mai nei processi del pensiero».3
Il pensiero è secondo anche nel senso che deve muoversi nella direzione indicata dalla realtà, nella fedeltà ad essa. Le opere della Arendt sono proprio una testimonianza di questo atteggiamento spirituale: esse hanno infatti come punto di partenza il tentativo di comprendere il senso degli avvenimenti che segnarono la vita dell’autrice e della società in cui visse. Il suo è sempre un pensare in situazione: riflettere sul totalitarismo e sulle pretese dell’ homo faber negli anni Cinquanta, sulla crisi della tradizione negli anni Sessanta, sulla legittimazione della violenza nei movimenti di protesta negli anni Settanta, testimonia una posizione che non rinuncia né alla storia né alla riflessione, di una posizione in cui il pensiero cerca di comprendere il proprio tempo. Comprendere rispettando l’alterità del dato, però, ed è qui il vero problema, poiché tutto quello che c’è e che accade sgorga da una realtà altra da noi.
«Essere fedeli alla realtà delle cose»4 è una pratica che richiede umiltà e accettazione, una pratica che giudica del nostro stesso amore per la verità. Se questo amore per la verità, questo lasciar parlare i fatti, è un po’ il filo conduttore della vita dell’autrice, c’è un episodio in particolare che, più di ogni altro, lo testimonia: il caso Eichmann, di cui parleremo ora.
La Arendt fu l’inviata del «The New Yorker» al processo, iniziato nel 1961 a Gerusalemme, contro Adolf Eichmann, uno dei responsabili dell’esecuzione del piano nazista di sterminio degli ebrei. Nel suo resoconto, l’autrice sostenne alcune tesi, tre in particolare, che sollevarono molte polemiche. Eichmann è descritto come una persona normale, non il mostro sanguinario ed efferato che ci si sarebbe aspettati di incontrare. Nel suo comportamento emerge la banalità del male, il fatto che esso ha origine dal distacco dalla realtà, dall’incapacità di giudicare e quindi dalla tendenza a subire clichés e ordini, anche quelli più terribili. La seconda questione su cui scoppiò la polemica fu quella relativa alla presunta «collaborazione» che i Consigli ebraici d’Europa ebbero con i nazisti. Questo scottante argomento durante il processo venne deliberatamente e inspiegabilmente evitato. In terzo luogo, la Arendt sollevò riserve di natura giuridica sullo svolgimento del processo.
A causa di queste considerazioni, che mettevano in discussione alcuni luoghi comuni allora diffusi, piovvero sull’autrice accuse di ogni sorta, in primo luogo quella di essere, lei, di origini ebraiche, anti-israeliana, una nemica del popolo in seno al quale era nata. La Arendt scrisse, in risposta a queste accuse, un bel saggio intitolato Verità e politica in cui rivendica la necessità di dire la verità delle cose, anche se siamo di fronte a vicende dolorose o scomode. L’interpretazione che possiamo elaborare di un qualsiasi evento trova sempre un limite invalicabile nella ostinata resistenza dei fatti. Scrive, sempre in questo saggio: «I fatti sono al di là dell’accordo e del consenso [...]. Una opinione sgradita può essere discussa, respinta, o si può giungere a un compromesso su di essa, ma i fatti sgraditi possiedono un’esasperata ostinazione che può essere scossa soltanto dalle pure e semplici menzogne», la stessa «libertà di opinione» poi «è una farsa tranne quando l’informazione fattuale è garantita e i fatti stessi non sono in discussione».5
Dopo questa premessa di carattere generale sui temi portanti dell’itinerario umano e di pensiero dell’autrice, passiamo ora a introdurre nello specifico il contenuto dei brani raccolti in questo volume.
L’argomento della prima sezione è la fedeltà alla terra in cui deve radicarsi la filosofia. Ci sembra, questa della Arendt, una presa di posizione molto significativa: la ragione trae alimento dai sensi, perciò la maggior parte delle cose che conosciamo la dobbiamo a quello che vediamo, ascoltiamo, assaporiamo e tocchiamo. La riflessione non deve comportare quindi l’abbandono di questo mondo, al quale siamo stati affidati, per un altro luogo, che sarebbe più degno per il nostro pensiero. Il filosofo è colui che, guardando ciò che lo circonda, ha la sensazione della sorpresa e, allo stesso tempo, dell’accoglienza; è uno che vede cose già viste, ma come se le vedesse per la prima volta. Scrive a questo proposito Elisabeth Young-Bruehl, autrice di una preziosa biografia: «Se c’è una qualità che sopra le altre Hannah Arendt apprezzava nelle persone, questa era l’ingenuità, ma di un tipo particolare: l’ingenuità combinata con una estesa esperienza del mondo; l’innocenza conservata».6 A occhi che guardano così il mondo, l’esperienza appare intessuta di alcuni dati di fatto che definiscono la condizione dell’uomo sulla terra, la condizione umana. Queste evidenze, che in ogni pensiero e in ogni azione sono presupposte, sfuggono abitualmente alla nostra attenzione, proprio perché sono di continuo sotto i nostri occhi: sono le cose più importanti e, allo stesso tempo, quelle di cui ci si dimentica più facilmente. I filosofi e i poeti sono coloro che hanno il compito di ricordare queste cose che danno dignità, e drammaticità, alla condizione umana. L’uomo arriva sulla scena del mondo a dramma già iniziato, entra su una scena che esisteva prima della sua nascita e continuerà a esistere dopo la sua morte. Tutto ciò che esiste nel mondo, lo sfondo di ogni conoscenza e di ogni azione, porta l’effigie della pluralità e della contingenza, cosicché il desiderio di pienezza ontologica che alberga nel cuore umano non trova piena soddisfazione.
Vedremo, nella seconda sezione, che l’uomo, in virtù di questa esperienza, e della morte, condivide con gli altri esseri la contingenza. C’è anche qualcosa, però, che rende l’uomo del tutto originale: la libertà. In virtù di essa la storia diventa il luogo del nuovo, dell’evento che non può essere racchiuso in schemi logici e necessari. La condizione umana si presenta come problematica: da un lato ci sentiamo naturalmente solidali con il mondo, ma, dall’altro, il nostro essere nel mondo non è qualcosa di pacificante, ci espone continuamente a esperienze in cui viene alla luce il nostro essere finito, il nostro dipendere da altro. Dobbiamo riconoscere che non siamo tutto: la nostra origine, la nostra fine, il dato del mondo, l’esperienza della libertà, nostra e altrui, il carattere aperto della storia sono tutte esperienze nelle quali abbiamo a che fare con qualcosa che non dipende da noi. Possiamo accettare queste situazioni, e porci alla ricerca di un significato, o possiamo escogitare modi per eliminare la drammatica tensione che queste situazioni comportano.
Le pagine che proponiamo nelle sezioni successive (dalla terza alla settima) mettono a tema proprio i vari tentativi di fuga che il pensiero escogita nel tentativo di «offrire all’inquietudine della mente una sorta di habitat spirituale, una dimora sicura».7
Invece di percepire la realtà come un dato misterioso che lo supera, un dato di cui non può disporre, l’uomo dà seguito alla tentazione di estraniarsi dal mondo reale per confinarsi in un mondo pensato, in un mondo del pensiero primo.
Questo simulacro di realtà è più facilmente gestibile e controllabile, in esso infatti è esorcizzato il rischio della libertà e neutralizzato il dramma della contingenza.8
In un capitolo di Vita activa, che qui riproponiamo nella sezione terza, l’autrice critica lo scientismo moderno.
In questa posizione i fenomeni vengono salvati solo nella misura in cui si lasciano ridurre a un ordine matematico. Ciò che muta così è la stessa posizione dell’uomo nel cosmo: l’indagine della natura non serve più a preparare la mente alla rivelazione del vero essere, ma serve, al contrario, a ridurre tutti i dati alla misura della mente umana. La storiografia ritiene che l’atteggiamento scientifico moderno abbia origine da una posizione di apertura curiosa che lancia l’uomo in una indagine volta a sondare i misteri dell’universo, fino ai suoi più estremi confini. In realtà, sostiene la Arendt, le cose andarono in modo assai diverso da come vengono solitamente presentate. Attraverso l’esperimento e la matematizzazione, la scienza moderna non aprì l’uomo al mondo, ma racchiuse questo in schemi predefiniti. Una delle tendenze della filosofia e della scienza moderne è stata cioè il tentativo di ridurre tutte le esperienze nei confronti del mondo, come di tutti gli altri esseri umani, a esperienze tra l’uomo e se stesso. Il mondo, attraverso l’esperimento, sembra poter diventare una realtà fatta dall’uomo e questo, anche se accresce di molto il potere umano di fare e di agire, ricaccia allo stesso tempo l’uomo nella prigione della sua mente, nelle angustie degli schemi da lui stesso creati: l’uomo incontra solo se stesso.
Un altro cambiamento decisivo accompagna il sorgere della modernità (sezione quarta).
L’atteggiamento dell’uomo di fronte alla realtà non è più lo stupore e la gratitudine, ma il dubbio e il risentimento, risentimento contro «tutto ciò che è dato, anche contro la propria esistenza», risentimento contro «il fatto che egli non è il creatore dell’universo, né di se stesso». 9
Se il mondo, con il suo darsi originario, mette in discussione il potere dell’uomo, l’uomo mette in discussione, con il dubbio, l’essere stesso del mondo. Nella filosofia e nel pensiero moderni il dubbio occupa la stessa posizione centrale che occupò, per tutti i secoli prima, il thaumàzein dei greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è. Il dubbio consiste, in definitiva, nella perdita dell’evidenza immediata: l’uomo si era ingannato nel confidare che la realtà e la verità si rivelassero ai suoi sensi e alla sua ragione. Senz...