Quattro giorni, quarant'anni
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Quattro giorni, quarant'anni

con padre Bepi in Sierra Leone

  1. 176 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Quattro giorni, quarant'anni

con padre Bepi in Sierra Leone

Informazioni su questo libro

Il cristianesimo non è una religione. Né una filosofia morale. E' un ragazzo segnato come questi a cui torna voglia di vivere. Di fare l'elettricista. E' l'evento di aver incontrato uno come padre Berton che ti tira via da un passato che può diventare l'incubo del futuro. Padre Giuseppe Berton, nato a Marostica nel 1932, da quaranta anni è missionario saveriano in Sierra Leone. Laureato a Glasgow in filosofìa morale e logica. Dal '64 al '66 comincia la missione in Sierra Leone dove dal 1972 si stabilisce definitivamente; nel 1985 inizia a Bumbuna il Family Homes Movement (movimento case famiglia, un gruppo di famiglie locali che ospitano in casa propria o assistono presso due case di prima accoglienza minori di tutte le età) riconosciuto dallo Stato nel 1996; nel 1997 ha aperto a Lakka — nella penisola di Freetown — un centro di accoglienza attivo per il recupero di orfani ed ex-bambini soldato.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817012294
eBook ISBN
9788858630525

Collana fondata da don Luigi Giussani diretta da don Julián Carrón

Dio si è fatto uomo.
L’imprevedibile è diventato un avvenimento
reale: Dio si è fatto compagno agli uomini,
così che la vita possa non essere vana.
Nell’incontro con questo fatto storico
la ragione, la volontà e l’affettività umane
sono provocate a realizzarsi, a compiersi
secondo tutta l’ampiezza del loro desiderio di
giustizia, di bontà e di felicità. Lo spirito
cristiano è l’umanità di persone stupite e
commosse da questo avvenimento.
Questi testi ne sono una documentazione
particolare, specie dove le parole scavano nei
fatti e nei cuori con tutta l’energia della
grande arte.

Si tratta di romanzi, saggi e testi di poesia non
facilmente reperibili e che hanno comunque
lasciato segno in chi li ha accostati. Perché in
essi si mostra, con varia genialità e secondo
diverse prospettive storiche e psicologiche,
uno spirito cristiano impegnato a scoprire e a
verificare la ragionevolezza della fede dentro
le circostanze della vita. Un’umanità, cioè, che
realizza la sua passione per l’esistenza e la sua
adesione al dramma della vita con un
realismo e una profondità altrimenti impossibili.

PREFAZIONE

Carissimi amici,
queste pagine, scritte per voi, mi tolgono un peso dallo stomaco. Avevo un debito con un amico, e finché era vivo potevo anche giocarci su, ma da quando se ne è andato il debito mi pesava. Savorana, da dietro quella scrivania dove viene fuori "Tracce", me lo ricordava:
«Don Giussani te l’aveva chiesto di mettere giù le tue esperienze. Devi farlo!».
Al Gius io dicevo: «Ma neanche da morto... mica son vanesio». Ma lui insisteva, perché aveva un rispetto enorme per le persone, e a me poi voleva bene, e ci teneva alle testimonianze, perché anche queste erano «avvenimento cristiano».
Ma ora, questo piacere dovevo farglielo, e Savorana mi ha inventato il modo: «Ti faccio intervistare».
«Da chi?»
«Da Davide Rondoni.»
Chi era costui? Una volta in Italia incontrai il Davide: «Ma quello lì mi vien giù dalle nuvole!» pensai tra me.
E così venne il giorno che andai a incontrarlo all’aeroporto di Freetown. Il che mi confermò la mia prima impressione.
Ormai ero nella rete, e solo allora incominciai a rendermi conto di che cosa capitava: Davide Rondoni, non uno qualunque.
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Milletrecento dollari di biglietto aereo, mica poco.
Dall’Italia a Freetown, centinaia di chilometri.
Tutto per un’intervista? Ma allora la cosa era seria. Ancora una volta arrivavo in ritardo a capirlo.
Mi venne in mente il giorno in cui fui ricoverato all’ospedale per infarto:
«Signorina, per favore, mi fanno male i calcagni. Non potrebbe fare qualcosa?».
Lei, infermiera mezza età, pratica e taglia corto:
«Con quello che ha, pensa ai calcagni?».
«Ma allora la cosa è seria. Mi mandi il cappellano per gli oli degli infermi.»
Il fraticello non tardò ad arrivare:
«Senta padre. L’anima a lei. Il corpo al medico. Cercate di rimetterli insieme, che devo tornare in Sierra Leone». Ero arrivato ancora una volta in ritardo a capire che cosa avevo combinato.
O quando all’ospedale di Bologna, con una gamba avvelenata, in reparto cura intensiva:
«Quel letto vuoto?».
«Morto questa notte.»
«Quello che russava?»
«Non ce l’ha fatta!»
«Ma allora?»
«Anche tu sei un caso serio.» Ma io sapevo che avevo un contratto di trent’anni con il Padre Eterno. La cosa era seria... per i dottori.

Davide è rimasto con me quattro giorni e mi ha tirato fuori di tutto, ma me l’ha tirato fuori con gusto.
Una cosa sola non è riuscito a farmi fare: voleva farmi cantare, e mi invitava canticchiando i vecchi canti della montagna... ma io duro. La volta prossima che lo incontro, canteremo insieme.

Così, spero di essermi spiegato. Sono dei ricordi per gli amici, per continuare a vivere insieme, per continuare a lavorare insieme, per ricordarci a vicenda anche a centinaia di chilometri di distanza. Siamo insieme... e mi sono sgravato di un debito... e me lo vedo ancora lì, il Gius, con quel mezzo sorriso: «Ma va’..., ma guardalo quello lì», mi diceva... e io: «Ma guardati tu!», e ridevamo, e tutto finiva lì, ma ci eravamo perfettamente capiti.

Ma ci è voluto un "Rondoni" dalle nuvole per soddisfare il debito... un poeta... per questo dalle nuvole.

GIUSEPPE BERTON







NOTA PER IL LETTORE

Per rendere più agevole la lettura, gli interventi di padre Berton sono riportati in corsivo.

PROEMIO

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DUE STORIE



Mariama bussò alla porta. Con i suoi dodici anni, anche se si era avvolta in vita un telo che le scendeva ai piedi facendola apparire più adulta, non poteva ingannarmi. Una ragazzina. Ancora bambina.
«Good morning, father!... School! Buon giorno, padre!... scuola!»
Un po’ troppo contratto il discorso, ma l’avevo capito.
«Vuoi andare a scuola. Già, come cento altre. Ma chi vi ha messo mai in testa che io possa mandarvi tutti a scuola. Magari lo potessi.»
Mariama mi guardava con uno sguardo fisso. Si era bloccata nel suo discorso. Qualcosa la turbava. Altro che qualcosa.
«Sono sola. Voglio andare a scuola, perché ora devo badare a me stessa.»
«Sola?»
Veniva da lontano, la piccola Mariama, molto lontano, ed era in giro da sola da oltre un mese. I ribelli avevano attaccato il suo villaggio ed era riuscita a nascondersi, ma dal suo nascondiglio poté vedere tutto. Le violentarono la madre e poi la scannarono. Le uccisero il padre e il neonato di sua sorella lo schiacciarono sotto i piedi. E fu la fine violenta anche di sua sorella. Lei seppe rimanere nascosta. Poi ce la fece a fuggire. Capì che doveva portarsi nella capitale. Che doveva incominciare da sola. Un mese di peripezie ed eccomela alla porta.
Come vorrei poterla incontrare ancora, ma gli scontri militari, il fuggi-fuggi dopo la presa di Freetown da parte dei ribelli hanno fatto svanire nel nulla anche la piccola Mariama. Sarà ancora viva? Ne dubito. Sarebbe tornata ...per andare a scuola.
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«Venga padre. Voglio mostrarle qualcosa che la interesserà.»
«Se lo dici tu! Andiamo.»
Sempre un po’ curioso, non volevo perdere l’occasione di imbattermi in qualcosa di nuovo che un giovane di antica conoscenza mi offriva.
«No. No ora! È troppo presto. Scapperebbero via per paura della polizia. A mezzanotte.»
Solo un’altra volta, anni fa, mi hanno proposto di rendermi disponibile a mezzanotte. Anche allora, solo la grande fiducia che avevo in chi me lo chiedeva fece sì che accettassi la richiesta. Lo seppi più tardi il perché. Un neonato era morto e doveva essere sepolto furtivamente per non pagare le tasse, tasse sulla nascita (che non era stata dichiarata) e tasse sulla sepoltura (che non volevano dichiarare). E così, su e giù per il bosco, al lume di una vecchia lampada a kerosene, feci un funerale fuori legge, a mezzanotte, e senza pagare le tasse.
Ora si trattava di sorprendere nel sonno alcuni bambini. Si trattava di arrivare lì al momento giusto, perché non se la dessero a gambe. Ancora a mezzanotte. Accettai.
«Va bene. Fatti vedere a mezzanotte e si vedrà quel che capiterà. »
Così, arrivammo a tempo giusto, ...quasi giusto, perché c’era ancora un bel po’ di andirivieni nell’area, e sembrava un po’ presto. La gente aveva appena finito di vedere alla televisione, in quel che doveva essere una cinema hall, una partita di calcio. Le porte del baraccone di lamiera erano chiuse e ci volle un bel picchia e picchia, perché qualcuno venisse ad aprire uno spiraglio di porta. I due, quello di dentro e quello di fuori, si riconobbero. Non si trattava quindi di polizia. Mi fecero entrare. Mi ci volle un po’ di tempo per abituarmi al buio, e intanto mi ammaccavo l’alluce che spuntava dai sandali, con una botta qua e una là, data ai sedili che non vedevo. Ormai dentro c’ero e mi decisi di accendere la pila che portavo con me. Due passi ancora e chi mi accompagnava puntò il dito su un mucchio di corpicini coperti da quel che qui chiamano una lapa, un pezzo di stoffa che le donne usano per arrotolarvisi dentro, come una lunga sottana.
Qualcuno molto delicatamente sollevò la lapa e lì sotto mi apparve una nidiata di corpicini che, riempiendo tutti gli spazi e curve, formavano una massa unica. Topolini, sembrava una nidiata di topolini. Dieci bambini dormivano tranquilli sul pavimento, sotto quell’unica copertura che conservava quel po’ di calore che emanava dai loro corpi. Qualcuno incominciò a svegliarli. Dalla massa uscì un braccino e poi potei individuare una gamba. I corpicini prendevano forma, si separavano uno dall’altro, e un paio di bambine sui dieci anni si misero a sedere. Otto bambine e due bambini dai dodici ai sei anni. Quel che mi meravigliò era che, più che timore, mostravano sorpresa. Chi era l’intruso?... A quell’ora! Il loro atteggiamento di sorpresa, ma non di timore, mi fece molto piacere, perché voleva dire che si sentivano al sicuro, perché voleva dire che la bontà della gente, anche nell’estrema povertà, li proteggeva e non si sentivano minacciati. Oppure era perché vivere nel pericolo e nell’incertezza era ormai per loro un’abitudine?
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«Quanta buona gente c’è in giro,» pensai in cuor mio... e la loro bontà mi si manifestò ancora una volta l’indomani. Tra l’altro, i bambini erano puliti e non sbadigliavano dalla fame. La più piccola, un angioletto nero, con due occhioni appena usciti da un sogno, tracciò una smorfia di sorriso, quasi a dirmi: «Nonostante tutto... benvenuto!».
Incominciai un lento e molto semplice dialogo. Allungai loro del pane. I bambini hanno sempre fame, anche dopo avere appena mangiato. Come gli uccellini, digeriscono subito. Dalla bocca piena arrivavano le poche risposte. Per lo più era un sì o un no accennato con la testa. Nessuno dei dieci sapeva dove poteva essere il papà o se la mamma era ancora viva. E lo esprimevano con quella semplicità che dava quasi per scontato che dovevano vivere la loro tragedia, una tragedia che era diventata luogo comune nella loro breve esperienza di vita. Forse pensavano che era così che si nasceva e che si viveva.
Li incoraggiai a tornare a dormire, promettendo loro che sarei tornato presto il mattino seguente. Dovevano aspettarmi per la colazione. Prima di lasciarli salutai con un calcetto un sederino che spuntava fuori dalla lapa. Qualcuno si scosse e lo tirò dentro al coperto.
«Cosa facciamo?» chiesi a chi mi accompagnava. Ormai era tardi, ma i miei amici erano instancabili. «Vieni, vieni di qua, al mercato.» A parte il fatto che ne avevo abbastanza, mi prese anche il dubbio che forse era meglio che non mi compromettessi con altri, prima d’avere conclusa la prima esperienza.
«No,» dissi, «non me la sento di presentarmi a mani vuote. Almeno un pezzo di pane»... ed era ormai troppo tardi per procurarlo. Tra l’altro non mi sembrava bello creare delle aspettative se non me la sentivo d’intervenire.
«Un passo alla volta. Sistemiamo questi, prima.»
Le poche ore della notte che mi rimanevano passarono veloci, e ogni volta che mi giravo sul letto, c’era quella piccolina dagli occhioni appena fuori da un sogno, che mi dava il benvenuto.
Quando tornai a trovarli, arrivai un po’ tardi, ma erano là ad aspettarmi. Me lo dissero più tardi gli adulti: se fosse stato per i bambini, non li avrei trovati. Si alzavano presto, per prendere posizione sulla strada e mendicare la colazione. Ma quella mattina furono intrattenuti da un adulto che voleva loro bene e che si fidava del padre che sarebbe tornato. Così mangiarono e ci promettemmo un altro incontro.
La bontà della gente si manifestò ancora una volta quando proposi una possibile soluzione.
«Volete venire con me?» chiesi ai topolini... e tutti si mostrarono condiscendenti. «Ho un letto per ciascuno, e andrete tutti a scuola.»
«Non io!», e la voce mi arrivò sicura. «A scuola no!» È stata una reazione così sincera e spontanea che tutti scoppiarono a ridere, e da allora l’abbiamo chiamato: "No school", quasi un nome biblico.
Sì! sarebbero venuti tutti con me. Se ci fosse stato uno specchio mi ci sarei guardato dentro, per rendermi conto che aria aveva una faccia rassicurante come la mia.
Ma alla gente non appariva una soluzione buona. Ormai erano bambini loro e non volevano vederseli partire.
«Mah!» esclamò un giovinotto, «forse non è la migliore soluzione. Sono abituati a stare qui attorno. La gente li conosce (voleva dire: la gente vuole loro bene). Non si potrebbe cercare una soluzione qui, prendere in affitto due stanze, cercare loro una buona mamma?»
Sarebbe stato molto più facile dire: «Sì, sì, padre. Li porti con sé», e così, una volta per sempre, lavarsi le mani di quei mocciosi. No. Volevano loro bene. Vederseli ancora attorno sarebbe stata una soluzione per loro più gradevole. Era gente buona, e ancora una volta compresi perché svegliati di soprassalto, nel mezzo della notte, i bambini erano più sorpresi che impauriti.
Quel che mi proponevano aveva senso, e lasciai loro di risolvere il problema. Trovarono la casa e la buona mamma, o come dicevano loro "a woman of compassion".
A me non restava che "grattarmi la testa", per trovare i soldi.
Incredibile! La Provvidenza è incredibile. Quel giorno stesso telefonò un amico che avevo incontrato solo una volta: «Per favore, fatti trovare. Devo darti dei soldi. Mi senti? Hey! Dove sei. Forse è cascata la linea».
«No, no! Sono cascato io. Dammi fiato.»
E venne con un assegno. Tutti i soldi, e giusti per l’affitto, per mandarli a scuola, per mantenerli per un paio di mesi. Ed era un assegno preparato da qualche giorno. E più tardi... la promessa che me li avrebbe mantenuti.
E adesso? Dirò un’Ave Maria... e andrò alla ricerca di un altro mucchietto di topolini. La Provvidenza si è compromessa. Non è più affare mio.
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Padre Berton appoggia lo sguardo chiaro in non so che punto per aria.
Siamo appoggiati alla balaustra. Davanti all’oceano.
Sono venuto fin quaggiù per ascoltare le sue storie, e per guardare con lui.

PRIMO GIORNO

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CAPITOLO I

VERSO LA CITTÀ DEI LIBERI

La fila al check-in di Bologna è la più incasinata. Grandi pacchi, trattative, comitive di neri che portano ogni genere di involucro. L’impiegata, una gentile e slavata ragazza della Brussels airlines alle 5,45 sorride. Alle 6,10 non sorride più. Alle 6,35 è in piedi sul nastro trasportatore quasi in preda a una crisi di nervi. Non l’ascoltano, non le danno retta, si presentano con pacchi impossibili, con grandiosi e comici involucri.
Sarà un viaggio faticoso, rimbalzando da Bruxelles, poi Abidjan in Costa d’Avorio per finire a Freetown. Avevo ben altro da fare in questi giorni che andare a cacciarmi laggiù. Ci sono debiti da inseguire, libri da compiere, letture di tanti arretrate, e nuovi progetti. Però quando con alcuni amici ci sia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Quattro giorni, quarant'anni