Gita al faro
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Gita al faro

  1. 300 pagine
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Gita al faro

Informazioni su questo libro

Di tutti i capolavori che affrontano il tempo, che ripescano nelle nostre profondità emozionali e psicofisiche pezzi di realtà inabissati e sconvolti per ricomporli in un quadro stabile, nell'urgenza di un desiderio infinito di senso, questo di Virginia Woolf è per me il più doloroso e misterioso da attraversare, il più intenso, per la differenza sessuale che c'è fra me che leggo e lei che scrive. - Dario Voltolini

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Informazioni

Editore
BUR
eBook ISBN
9788858623343
Anno
2012
GITA AL FARO
PARTE PRIMA

LA FINESTRA

I

«Sì, certo, se domani fa bel tempo» disse la signora Ramsay. «Però dovrai essere in piedi con l’allodola» aggiunse.
A suo figlio queste parole comunicarono una gioia straordinaria, come se fosse stabilito che la spedizione avrebbe avuto luogo senz’altro, e l’incanto cui aveva agognato, per anni e anni gli pareva, fosse, dopo il buio di una notte e la traversata di un giorno, a portata di mano. Egli apparteneva, già all’età di sei anni, a quella grande categoria di persone che non riescono a tenere le emozioni separate le une dalle altre, ma lasciano che le prospettive future, con le loro gioie e dolori, annebbino ciò che effettivamente è, perché per tali persone fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione della ruota delle sensazioni ha il potere di cristallizzare e trafiggere il momento dal quale dipendono la tristezza o la radiosità. Così James Ramsay, seduto sul pavimento a ritagliare le figure del catalogo illustrato dei Magazzini dell’Esercito e della Marina, quando sua madre parlò, sulla figura di un frigorifero riversò beatitudine paradisiaca. Era contornata di gioia. La carriola, la falciatrice, la musica dei pioppi, foglie biancheggianti prima della pioggia, cornacchie gracchianti, ginestre sbatacchianti, vestiti fruscianti: tutto era così nitido e colorato nella sua mente che egli aveva già il suo codice privato, la sua lingua segreta, anche se appariva il ritratto del rigore assoluto e incorruttibile, con la fronte alta e gli occhi blu fieri, perfettamente candidi e puri, leggermente accigliati al cospetto dell’umana fragilità, tanto che sua madre, osservandolo mentre guidava le forbici con precisione intorno al frigorifero, lo immaginò in una Corte vestito di porpora ed ermellino oppure alla guida di un’impresa complessa e decisiva in qualche crisi della vita pubblica.
«Ma» disse suo padre, fermandosi davanti alla finestra del salotto «non sarà bello.»
Se avesse avuto a portata di mano un’accetta, un attizzatoio, o qualsiasi arma in grado di squarciare il petto a suo padre e di ucciderlo, lì subito, James l’avrebbe afferrata. Così estrema era l’emozione che il signor Ramsay suscitava nel petto dei figli con la sua semplice presenza; quando se ne stava, come in quel momento – sottile al pari di un coltello, affilato da parere una lama – a ridacchiare sarcastico, non solo per il piacere di disilludere il figlio e gettare ridicolo sulla moglie, che era diecimila volte meglio di lui sotto ogni aspetto (pensava James), ma anche con un certo compiacimento segreto per la sua precisione di giudizio. Ciò che diceva lui era vero. Era sempre vero. Lui era incapace di mentire; mai alterava un fatto; mai moderava una parola sgradevole per compiacere o assecondare un essere mortale, men che mai i propri figli, i quali, frutto dei suoi lombi, dovevano rendersi conto fin dall’infanzia che la vita è difficile; i fatti incorruttibili; e che il passaggio verso quella terra favoleggiata dove le nostre speranze più vive si estinguono, dove le nostre fragili scorze si stemperano nell’oscurità (qui il signor Ramsay raddrizzava la schiena e socchiudeva i piccoli occhi blu verso l’orizzonte), è un passaggio che necessita innanzi tutto di coraggio, verità e capacità di sopportazione.
«Ma potrebbe fare bel tempo, credo proprio che farà bel tempo» disse la signora Ramsay, torcendo leggermente il calzettone rosso-brunastro che stava lavorando ai ferri, impaziente. Se l’avesse finito quella sera, se dopo tutto fossero andati al Faro, lo avrebbe dato al guardiano del Faro per il suo bambino, minacciato dalla tubercolosi all’anca; insieme a una pila di vecchie riviste, e un po’ di tabacco, insomma tutto quel che avesse trovato in casa di superfluo, che fosse d’ingombro nelle stanze, da regalare a quella povera gente che doveva essere stufa marcia di starsene lì tutto il giorno senza avere nulla da fare se non lucidare la lampada e pareggiare il lucignolo e passeggiare in quel fazzoletto di giardino, qualcosa per far passare il tempo. Perché a voi piacerebbe stare rinchiusi un mese intero per volta, e anche di più in caso di tempo cattivo, su uno scoglio grande quanto un campo da tennis? si chiedeva la signora Ramsay; senza lettere né giornali, e senza vedere nessuno; se si aveva famiglia, senza vedere la moglie, senza sapere come stavano i bambini – se erano ammalati, se erano caduti e si erano rotti un braccio o una gamba; vedere le stesse onde che si infrangono monotone settimana dopo settimana, e poi l’arrivo di una tempesta terribile, e le finestre coperte di spruzzi, e uccelli scagliati contro la lampada, e tutto lo scoglio che vacilla, e non poter mettere il naso fuori per paura di essere spazzati via in mare? A voi piacerebbe? chiedeva, rivolgendosi in particolare alle figlie. Per questo, soggiungeva in tono diverso, bisogna portare loro quante più cose si può.
«È proprio ponente» disse Tansley, l’ateista, aprendo la mano in modo che il vento soffiasse tra le dita ossute; egli accompagnava il signor Ramsay nella passeggiata serale su e giù, su e giù per la terrazza. Cioè, il vento soffiava dalla direzione più sfavorevole per attraccare al Faro. Sì, quell’uomo diceva davvero cose sgradevoli, ammise la signora Ramsay; era perfido da parte sua rincarare la dose, e deludere ancora di più James; ma d’altra parte non poteva permettere che gli ridessero dietro. «L’ateista,» lo chiamavano; «il piccolo ateista.» Rose lo prendeva in giro; Prue lo prendeva in giro; Andrew, Jasper e Roger lo prendevano in giro; e anche il vecchio Badger senza più un dente in bocca lo aveva morso, perché (stando a Nancy) era il centodecimo giovanotto che li aveva inseguiti lassù fino alle Ebridi, quando sarebbe stato molto meglio starsene da soli.
«Sciocchezze» disse la signora Ramsay, con grande severità. A parte l’abitudine di esagerare sempre, che avevano preso da lei, e l’insinuazione (corrispondente a verità) che invitava troppa gente, tanto da doverla sistemare anche in paese, non tollerava scortesie nei confronti dei suoi ospiti, in particolare dei giovanotti, che erano poveri in canna, «eccezionalmente capaci», come diceva suo marito, grandi ammiratori di lui, e venivano per ritemprarsi. In realtà lei aveva preso sotto la sua protezione tutti gli uomini; per ragioni che non sapeva esprimere, per la loro cavalleria e il valore, per il fatto che essi negoziavano trattati, governavano l’India, controllavano la finanza; e infine per un atteggiamento nei suoi confronti che nessuna donna poteva non sentire o non trovare piacevole, qualcosa di fiducioso, infantile, reverenziale; che una donna anziana poteva accettare da un giovanotto senza perdere dignità, e guai alla fanciulla – c’era da pregare il cielo che non fosse una delle sue figlie – che non sentiva in cuor suo l’importanza di ciò, e tutto quel che implicava.
Si volse a Nancy con severità. Non li aveva inseguiti, disse. Era stato invitato.
Dovevano trovare un via d’uscita. Doveva esserci un modo più semplice, un modo meno laborioso, sospirò. Quando si guardava allo specchio e si vedeva a cinquant’anni con i capelli grigi e le guance incavate, pensava che forse avrebbe potuto gestire meglio le cose: suo marito, il denaro, i libri di lui. Ma per quello che la riguardava non si sarebbe mai neppure per un attimo pentita di una decisione, non avrebbe mai aggirato ostacoli o trascurato doveri. Ora ispirava paura a guardarla, e fu solo in silenzio, alzando gli occhi dal piatto, dopo che ebbe parlato in modo così severo di Charles Tansley, che le figlie – Prue, Nancy, Rose – si baloccarono con pensieri traditori, a lungo rimuginati, di una vita diversa dalla sua; forse a Parigi; una vita più libera; non sempre al servizio di questo o quell’uomo; perché nella loro mente c’era un muto sospetto nei confronti della deferenza e della cavalleria, della Banca d’Inghilterra e dell’Impero Indiano, di anelli al dito e merletti, anche se in questo c’era qualcosa dell’essenza della bellezza, che nei loro cuori di ragazze suscitava virilità, e faceva sì che esse ammirassero, sedute a tavola sotto gli occhi della madre, la sua strana severità, l’estrema cortesia – come una regina che sollevi dal fango il piede lurido di uno straccione per lavarlo – quando lei le ammoniva in modo così severo riguardo a quel disgraziato di ateista che li aveva inseguiti – o, per meglio dire, era stato invitato a stare con loro – sull’isola di Skye.
«Niente approdo al Faro domani» disse Charles Tansley, battendo le mani mentre stava alla finestra con il marito della signora Ramsay. Di sicuro aveva già detto abbastanza. La signora Ramsay sperava che li lasciassero in pace, lei e James, e riprendessero la loro conversazione. Lo guardò. Era un esemplare così deprimente, dicevano i ragazzi, tutto gobbe e avvallamenti. Non sapeva giocare a cricket; si muoveva a scatti; trascinava i piedi. Era un bruto maligno, diceva Andrew. Sapevano qual era la cosa che gli piaceva di più: continuare in eterno a camminare su e giù, su e giù, con il signor Ramsay, e dire chi aveva vinto la tal cosa, chi la tal’altra, chi era un latinista «di prim’ordine», chi era «brillante, ma penso fondamentalmente corrotto», chi era al di là di ogni dubbio «la persona più capace di Balliol», chi aveva momentaneamente sepolto il proprio ingegno a Bristol o a Bedford, ma di sicuro avrebbe fatto parlare di sé non appena avessero visto la luce i suoi Prolegomeni a qualche branca della matematica o della filosofia, dei quali Tansley aveva con sé le bozze delle prime pagine nel caso il signor Ramsay avesse gradito vederle. Ecco di che cosa parlavano.
A volte neppure la signora Ramsay riusciva a trattenere le risa. Qualche giorno prima lei aveva detto qualcosa a proposito di «onde alte come montagne». Sì, aveva risposto Charles Tansley, era un po’ mosso. «Non si è inzuppato fino al midollo?» aveva chiesto. «Sono bagnato, non fradicio» aveva risposto Tansley, toccandosi la manica, tastandosi i calzini.
Ma non era questo che li infastidiva, dicevano i ragazzi. Non era il volto; non erano le maniere. Era lui: il suo modo di vedere le cose. Quando parlavano di qualcosa di interessante, la gente, la musica, la storia, qualsiasi cosa, anche che era una bella serata e dunque perché non andare a sedere fuori, ciò di cui si lamentavano a proposito di Charles Tansley era che finché lui non aveva rivoltato l’intera questione e fatto in modo che riflettesse la sua persona e adombrasse la loro, finché non li aveva in qualche modo messi tutti quanti sulle spine con quel suo modo acido di strappare la pelle e il sangue di ogni cosa, non era soddisfatto. Ed era capacissimo di andare in un museo, dicevano, a chiedere al primo che incontrava, le piace la mia cravatta? Per l’amor di Dio, diceva Rose, non piaceva mai a nessuno.
Scomparendo da tavola furtivi come cervi non appena terminava il pranzo, gli otto figli dei Ramsay si rifugiavano nelle loro camere, le loro roccaforti in una casa dove non c’era altro posto per discutere in privato di qualcosa, di ogni cosa: la cravatta di Tansley; l’approvazione del Reform Bill; gli uccelli marini e le farfalle; la gente; mentre il sole invadeva quelle soffitte – separate l’una dall’altra semplicemente da una tavola, sì che si sentiva chiaramente ogni passo e la ragazza svizzera che piangeva per il padre che stava morendo di cancro in una valle dei Grigioni – e illuminava mazze, maglie, cappelli di paglia, calamai, boccette di colori, scarafaggi e teschi di piccoli uccelli, e traeva dalle lunghe filze di alghe inchiodate alle pareti un odore di sale e di erba che era anche negli asciugamani, ruvidi di sabbia dei bagni.
Conflitti, divisioni, divergenze d’opinione, pregiudizi connessi alla fibra stessa dell’essere, oh la signora Ramsay deplorava il fatto che dovessero cominciare così presto. Erano così critici, i suoi figli. Dicevano un sacco di sciocchezze. Uscì dalla sala da pranzo tenendo per mano James, che non voleva andare con gli altri. Le sembravano tutte sciocchezze: inventarsi differenze quando la gente, lo sapeva il cielo, era già abbastanza diversa senza di esse. Le vere differenze, pensava stando in piedi accanto alla finestra del salotto, sono abbastanza, più che abbastanza. Aveva in mente, in quell’istante, i ricchi e i poveri, i grandi e i semplici; ai nobili per nascita ella tributava, un po’ a malincuore, un certo rispetto, perché non aveva forse anche lei nelle vene il sangue di quella casata italiana nobilissima, anche se un po’ mitizzata, le cui rampolle, sparse nei salotti inglesi del diciannovesimo secolo, parlavano con tanta grazia infantile e furoreggiavano indomite, e tutto il suo spirito e il portamento e il carattere le venivano da loro, e non dagli inglesi indolenti o dagli scozzesi freddi; però ella rimuginava più approfonditamente l’altro problema, dei ricchi e dei poveri, e le cose che vedeva con i suoi occhi, ogni settimana, ogni giorno, lì o a Londra, quando andava a far visita a quella certa vedova o a quella madre di famiglia in difficoltà, con una borsa sotto il braccio e un quaderno e una matita con la quale annotava, su colonne accuratamente predisposte a quello scopo, guadagni e spese, lavoro e disoccupazione; nella speranza che così facendo avrebbe smesso di essere semplicemente una donna la cui carità era qualcosa a metà tra un contentino alla propria indignazione e il soddisfacimento della propria curiosità, per diventare – cosa che nella sua mente semplice tanto ammirava – un’analista che studiava i problemi sociali.
Erano questioni senza soluzione, le sembrava, mentre stava lì, con James per mano. L’aveva seguita in sala il giovanotto di cui ridevano; era in piedi accanto al tavolo, che giocherellava con qualcosa, goffo, con la sensazione di essere un pesce fuor d’acqua, come lei ben sapeva anche senza alzare gli occhi. Se n’erano andati tutti: i ragazzi; Minta Doyle e Paul Rayley; Augustus Carmichael; suo marito: se n’erano andati tutti. Così si girò con un sospiro e disse: «Le farebbe piacere venire con me, signor Tansley?».
Doveva sbrigare una commissione noiosa in paese; aveva un paio di lettere da scrivere; forse ci avrebbe messo una decina di minuti; doveva mettersi il cappello. E, con il cesto e l’ombrellino parasole, eccola di nuovo, dieci minuti dopo, con l’aria di essere pronta, equipaggiata come per un viaggio, che comunque avrebbe dovuto interrompere un attimo, passando accanto al campo da tennis: doveva chiedere al signor Carmichael – che si godeva il tepore del sole con gli occhi gialli da gatto socchiusi, tanto che proprio come quelli di un gatto essi sembravano riflettere i rami che si muovevano o le nuvole che passavano, senza però dare nessun indizio di qualsiasi pensiero o emozione interiore – se aveva bisogno di qualcosa.
Perché loro partivano per la grande spedizione, disse ridendo. Andavano in paese. «Francobolli, carta da lettere, tabacco?» suggerì, fermandosi al suo fianco. Ma no, lui non aveva bisogno di niente. Le mani si intrecciarono sulla pancia prominente, gli occhi ammiccarono, come se avesse voluto rispondere gentilmente a tanta cortesia (lei era seducente, anche se un po’ nervosa) ma non ci riuscisse, sprofondato com’era in una sonnolenza grigioverde che li abbracciava tutti, senza bisogno di parole, in una vasta letargia di benevolenza; tutta la casa; tutto il mondo; tutta la gente del mondo, perché a pranzo lui aveva versato nel bicchiere alcune gocce di qualcosa, che secondo i ragazzi spiegavano quella striscia brillante color giallo-canarino sui baffi e sulla barba, altrimenti bianchi come latte. Non aveva bisogno di niente, mormorò.
Avrebbe potuto diventare un grande filosofo, disse la signora Ramsay mentre camminavano sulla strada che portava al paesino di pescatori, ma aveva fatto un matrimonio sfortunato. Con l’ombrellino nero ben eretto, e muovendosi con un atteggiamento indescrivibile di attesa, come se dietro l’angolo ci fosse stato qualcuno ad aspettarla, gli raccontò la storia; una relazione a Oxford con una ragazza; un matrimonio precoce; povertà; partenza per l’India; traduzione di poesia «molto ben fatta, credo», disponibilità a insegnare ai ragazzi il persiano o l’indostano, ma a che cosa serviva?; e poi starsene lì disteso, come lo avevano visto, sul prato.
Lo lusingava; era stato snobbato, e il fatto che la signora Ramsay gli raccontasse quelle cose gli faceva bene. Charles Tansley si sentì rinascere. L’allusione, poi, alla grandezza dell’intelletto maschile, sia pur in declino, e alla sottomissione delle mogli – non che biasimasse la ragazza, e il matrimonio era stato felice, credeva – alle fatiche dei mariti, lo rese ancor più contento e soddisfatto di quanto fosse mai stato prima, e gli sarebbe piaciuto, se per esempio avessero preso una vettura, pagare lui la corsa. E in quanto alla borsetta, poteva portargliela? No, no, disse lei, quella se la portava sempre da sé. Come ora. Sì, questo lo avvertiva, in lei. Avvertiva molte cose, qualcosa in particolare che lo eccitava e lo disturbava per ragioni che non riusciva a spiegare. Avrebbe voluto farsi vedere da lei, con toga e tocco, in qualche cerimonia. Un insegnamento, una cattedra: si sentiva capace di tutto e si vedeva – ma che cosa stava guardando, lei? Un uomo che attaccava un manifesto. Il grande foglio di carta svolazzante si appiattiva, e a ogni colpo di pennello rivelava altre gambe, cerchi, cavalli, rossi e blu brillanti, splendidamente uniformi, finché metà della parete fu coperta dalla locandina di un circo; un centinaio di cavalieri, venti foche ammaestrate, leoni, tigri… Allungando il collo, perché era miope, la signora lesse che… «arriverà in questa cittadina». Era un lavoro terribilmente pericoloso per un uomo con un braccio solo, esclamò, starsene in cima a una scala come quella: il braccio sinistro gli era stato reciso da una trebbiatrice due anni prima.
«Andiamoci tutti!» gridò, riprendendo a camminare, come se quei cavalieri e cavalli l’avessero riempita di esultanza infantile e le avessero fatto dimenticare la pietà.
«Andiamoci» disse lui, ripetendo le sue parole, ma in tono metallico, con un imbarazzo che fece aggrottare la fronte alla signora Ramsay. «Andiamo al circo.» No. Non riusciva a dirlo bene. Non riusciva a sentirlo bene. Ma perché? chiese lei. Che cosa c’era che non andava? In quel momento provò affetto per lui. Non li avevano mai portati al circo, chiese, quando erano bambini? Mai, rispose lui, come se gli avesse chiesto proprio la cosa cui voleva rispondere; come se in tutti quei giorni non avesse fatto altro che desiderare di dirle che non andavano mai al circo. Era una famiglia numerosa, la sua, nove tra fratelli e sorelle, e il padre non viveva di rendita: «Mio padre è farmacista, signora Ramsay. Lavora in una farmacia». Lui aveva dovuto mantenersi fin dall’età di tredici anni. Spesso d’inverno doveva andare fuori senza cappotto. Al college non poteva mai «ricambiare gli inviti» (furono le sue parole rigide e formali). Doveva far durare le cose il doppio degli altri; fumava il tabacco meno caro: trinciato, quello che fumavano i vecchi sul molo. Lavorava sodo, sette ore al giorno; in quel momento si occupava dell’influenza di qualcosa su qualcuno: continuavano a camminare e la signora Ramsay non capiva bene il senso, solo le parole, qua e là… dissertazione… insegnamento… lettorato… assistentato. Lei non riusciva a seguire il brutto gergo accademico, snocciolato con tanta scioltezza, ma si disse che ora capiva perché l’andare al circo l’avesse tanto spiazzato, poveretto, e perché se ne fosse venuto fuori subito con quella storia del padre e madre e fratelli e sorelle, e ci avrebbe pensato lei a far sì che non gli ridessero più dietro; lo avrebbe detto a Prue. Gli avrebbe fatto molto piacere, pensava, raccontare di essere stato a Ibsen con i Ramsay. Ma si dava un sacco d’arie; oh sì, era incredibilmente noioso. Al punto che, anche se ormai erano arrivati in paese e percorrevano la via principale, con le carrozze che stridevano sull’acciottolato, lui continuava a parlare: di sistemazioni, e insegnamento, e gente che lavorava, e l’aiuto alla propria classe, e lezioni, finché la signora Ramsay giudicò che avesse riacquisito in pieno tutta la sua sicurezza, si fosse ripreso dal circo, e fosse sul punto (e qui di nuovo provò affetto per lui) di dirle… Ma ecco, le case scomparirono su entrambi i lati ed essi si affacciarono sulla banchina, e tutta la baia si aprì davanti a loro e la signora Ramsay non poté fare a meno di esclamare: «Oh, com’è bello!». Perché di fronte a lei c’era la grande distesa di acqua blu; il Faro grigio, distante, austero, nel mezzo; e sulla destra, a perdita d’occhio, digradandosi e cedendo in morbide pieghe lievi, le dune verdi di sabbia con l’erba selvatica che vi cresceva sopra, che sembravano sempre correre via verso qualche terra lunare, spopolata di uomini.
Era questa la vista, disse fermandosi, con gli occhi più grigi, che piaceva a suo marito.
Si interruppe un momento. Ma ora, disse, erano arrivati gli artisti. Proprio pochi passi più in là ce n’era uno, con un Panama in testa e un paio di stivali gialli, serio, calmo, assorto, nonostante fosse sorvegliato da dieci ragazzini, con un’aria di profonda soddisfazione sul volto rosso e rotondo; guardava, e poi, quando aveva guardato, tuffava, intingeva la punta del pennello in qualche soffice montagnola di verde o di rosa. Da quando era arrivato il signor Paunceforte, tre anni prima, tutti i quadri erano così, disse, verdi e grigi, con barche a vela color limone e donne rosa sulla spiaggia.
Ma gli amici di sua nonna, disse, dando un’occhiata discreta mentre passavano, non avevano avuto vita così facile; prima di tutto mescolavano da sé i colori e poi li impastavano, e poi ancora vi mettevano sopra un panno bagnato per tenerli umidi.
Così Tansley pensò che volesse suggerirgli che il quadro di quell’uomo era mediocre, non si diceva così? Che i colori non erano pastosi? Si diceva così? Sotto l’influenza di quell’emozione straordinaria che era cresciuta durante la...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR
  3. Frontespizio
  4. Copyright
  5. Cronologia
  6. Gita Al Faro