Non vi lascerò soli
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Non vi lascerò soli

In lotta con la giustizia che mi ha sottratto i figli

  1. 210 pagine
  2. Italian
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Non vi lascerò soli

In lotta con la giustizia che mi ha sottratto i figli

Informazioni su questo libro

Marinella Colombo ha scritto questo libro senza mai uscire di casa. Da più di un anno, infatti, è agli arresti domiciliari, accusata di avere rapito i suoi bambini. La sua, però, non è la solita storia di genitori che usano i figli come terreno su cui sfogare vecchi rancori e desideri di vendetta. Nella sua storia niente è come ci si aspetterebbe che fosse. Nel 2006, quando si separa dal marito tedesco, Marinella ottiene l'affidamento. Da subito però l'istituzione che in Germania ufficialmente tutela i minori, lo Jugendamt, si insinua nella causa di separazione. Nel 2008, per non perdere il proprio lavoro, Marinella è costretta a tornare in Italia. Pur essendoci un accordo tra lei e il marito, a sua insaputa una mattina Leonardo e Nicolò vengono prelevati dalle forze dell'ordine a scuola, e riportati a Monaco di Baviera. Marinella scoprirà anche che sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale per sottrazione di minori, emesso già mesi prima, mentre i bambini, però, erano in vacanza con il marito. Ma le irregolarità non si fermano qui: la sua drammatica vicenda porta alla luce le pratiche anomale e discriminanti dello Jugendamt nei confronti dei coniugi stranieri di coppie miste, testimoniate dalle decine e decine di cause pendenti presso la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Oggi i bambini sono in Germania, il giudice tedesco scrive che manca loro moltissimo la mamma, ma respinge ugualmente ogni richiesta avanzata da Marinella per non essere cancellata dalla vita dei suoi figli. Ma lei non si è arresa. Continua a lottare contro una giustizia che a dispetto di quel che sostiene non si interessa affatto del bene di chi dovrebbe essere protetto: i bambini. Chi restituirà loro l'infanzia che gli è stata rubata?

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2012
eBook ISBN
9788858623503
Print ISBN
9788817049689
NON VI LASCERÒ SOLIA Leonardo e Nicolò,
voi che siete la mia vita
e la mia forza.

1

Non ho mai amato i capodanni con la neve. Quella notte sulla spiaggia di Massawa, senza botti né petardi, senza addobbi, illuminata solo dai led sulla maglietta della mia amica, con il vento caldo, il rumore del mare e le risate di chi, come me, lì era felice, era tutto ciò che desideravo.
Ero una giovane donna attraente, indipendente e innamorata della vita. Avevo una laurea in lingue e letterature straniere e un lavoro che mi portava spesso all’estero. Amavo viaggiare, per regalare ai miei occhi la visione dei luoghi e delle culture di cui mi raccontavano i libri. A Milano avevo amici sinceri e una casa che negli anni si era riempita di sculture e cestini, ciotole e stoffe, in gran parte prodotti dell’artigianato africano, regali di persone meravigliosamente ospitali incontrate nelle mie peregrinazioni.
Mal d’Africa: sapevo bene di cosa si trattava. Passavo in Africa ogni periodo di ferie, in Senegal, Gambia, Mali. Ero arrivata fino a Timbuctu quando ancora non c’erano collegamenti con l’Europa, e durante le mie passeggiate sulle dune mi ero fermata nelle tende dei Tuareg ai margini della città, a bere tè e a chiacchierare con loro. A Milano, traducevo in simultanea i film dei festival africani, ed ero andata più volte al Fespaco, il principale festival di cinema africano, a Ouagadougou. Lì avevo conosciuto l’Africa di cui nessuno parla, non quella della povertà ma quella della dignità. Ricordo la musica, i colori, la terra rossa che si appiccicava sulla pelle e sui vestiti, ricordo i mercati nei quali passavo ore a discutere i prezzi di stoffe e collane, i cinema all’aperto affollati. Ricordo un bambino che si presentava ogni giorno in albergo all’ora della colazione. Non parlava, mi guardava e non parlava. Non chiedeva nulla, non mendicava, e i suoi occhi mi imponevano una riflessione: cosa ho fatto io per essere nata in Italia, per aver avuto, pur nelle ristrettezze, più di quello che ha avuto lui?
Quell’anno, con un’amica, ero per la prima volta andata in Eritrea, anche se con qualche titubanza. Nei paesi dell’Africa occidentale, ex colonie francesi, provavo a volte un po’ di disagio per il colore della mia pelle e i privilegi che questo mi garantiva, ma non mi sentivo gravata dalle responsabilità di un passato di dominio che non mi apparteneva; in Eritrea, invece, i colonizzatori eravamo stati noi, gli italiani. Ad Asmara, dove la guerra con l’Etiopia era finita da poco e le case mostravano ancora le ferite delle pallottole, si coglievano ovunque le tracce lasciate dalla nostra dominazione: per le strade cittadine si incrociavano quelle bellissime Fiat di una volta dalle linee arrotondate, al Caffè Roma servivano la migliore colazione che io abbia mai gustato all’estero e il caffè era più buono di quello del bar sotto casa a Milano.
Chi si offriva come tassista faceva fare al turista giri lunghissimi, ma non per approfittarsi di lui e scucirgli qualche soldo in più, bensì per mostrargli con orgoglio il proprio paese: «Lì sorgeva la fabbrica di zucchero che gli italiani avevano costruito e altri hanno distrutto, da lì passava la ferrovia costruita dagli italiani e che gli inglesi hanno smontato pezzo per pezzo…». Sembrava che tutti avessero rimosso dalla loro mente le brutture di cui l’Italia si era macchiata. Nessun rancore, soltanto, ancora, una profonda dignità. Questa incapacità di provare rancore è un leitmotiv che ho incontrato in tutta l’Africa nera, persino a Soweto e nei quartieri poveri di Città del Capo. È la forza di chi non si volta continuamente indietro, ma guarda avanti, certo del fatto che vivere un altro giorno è già positivo, anche se non sa cosa potrà mangiare domani.
Dopo qualche giorno ad Asmara avevamo deciso di spostarci a Massawa, affacciata sul Mar Rosso, affrontando la lunghissima spirale di tornanti che dai duemila metri della capitale arrivano al mare in un avvicendarsi straordinariamente rapido di zone climatiche: come in un film proiettato a modalità accelerata, in poche ore la vegetazione rigogliosa delle altitudini più elevate lasciava il posto a quella tipica delle aree temperate e infine alle rade piante grasse della fascia torrida e secca.
Dopo averci condotto sani e salvi a destinazione, nonostante le condizioni impervie della strada, il nostro autista era sceso rapido dalla macchina e si era buttato in acqua per primo: come ci rivelò più tardi, si era offerto di accompagnarci non solo per guadagnare qualcosa ma soprattutto per rivedere il mare, il mare della sua terra, così vicino in linea d’aria e così distante, con quei duemila metri di tornanti. L’albergo, l’unico albergo, ma più che sufficiente per i quattro turisti che all’epoca si recavano in Eritrea, era un insieme di casette costruite a semicerchio sulla spiaggia. Era di proprietà dello Stato e, come a Praga o a Berlino Est, tutto era gestito con esasperante burocrazia. Anche un semplice bicchier d’acqua produceva una quantità esagerata di biglietti e ricevute, per l’ordine, la consegna, il pagamento. Ma eravamo in vacanza, avevamo tempo, e tutto questo non ci disturbava. Coglievamo solo la gentilezza delle persone del posto. I turisti, infatti, erano solo pochi italiani che, per la maggior parte, avevano vissuto in Eritrea prima della guerra e tornavano nei luoghi della loro infanzia.
Un pomeriggio, il nostro autista innamorato del mare tentava di comunicare in italiano con un gruppo di tedeschi ospiti dell’albergo. La loro automobile produceva uno strano rumore e loro cercavano di comprendere da cosa fosse provocato. L’autista voleva aiutarli, ma i tedeschi non capivano, così mi ero permessa di intromettermi, per tradurre. Uno di loro mi aveva subito apostrofato con sufficienza: «Bist du Automechaniker?», sei un meccanico? «Quanto sono ingrati e presuntuosi questi tedeschi!» avevo commentato con la mia amica.
La notte di capodanno mi ha offerto una spiaggia bianca, il vento caldo e un uomo che ha voluto trascorrerla a parlare con me. Lo stesso uomo che pochi giorni prima mi aveva liquidata con sarcasmo e che ora stava ricorreggendo l’immagine che mi ero fatta di lui. Da quella notte, per tutto il tempo passato in Eritrea non ha fatto che riempirmi di attenzioni e gentilezze. Pur non avendo concluso gli studi, aveva una formazione da archeologo ed essendo arrivato in Eritrea prima di me, sapeva quali luoghi segreti e fantastici portarmi a scoprire. Sembrava voler solo dare, non mi ha chiesto nulla se non il mio numero di telefono. Poi, quella breve e intensa vacanza è finita e io e la mia amica siamo ripartite.
Tornato da Asmara, Thomas mi ha chiamata per chiedermi se poteva rivedermi e venirmi a trovare a Milano. Io, che partendo non gli avevo neppure chiesto un recapito ed ero convinta che non lo avrei più rivisto, gli ho detto di sì. È arrivato un venerdì ed è rimasto per il fine settimana. Poi abbiamo iniziato a telefonarci, a scriverci e vederci sempre più spesso. A ogni viaggio, Thomas entrava a far parte un po’ di più della mia vita. Presentavo ai miei amici questo «cavaliere» straniero sorridente, affabile, simpatico, che volentieri e sempre con interesse si faceva mostrare i tesori nascosti della mia città e della mia terra. Non c’era persona alla quale non risultasse simpatico, perfino le mie colleghe, che lo vedevano arrivare il venerdì pomeriggio, ne erano affascinate. Lui apprezzava ogni mia iniziativa e accoglieva con entusiasmo ogni proposta, dalle mostre d’arte alle serate scatenate con gli amici. Sentivo che mi stimava e mi trovava fantastica così come ero. A me sembrava quasi impossibile aver incontrato una persona tanto straordinaria, con la quale non c’erano mai contrasti, ma tantissimo da condividere. Alla fine mi sono lasciata convincere e sono andata a trovarlo a Monaco di Baviera. In Germania avevo lavorato un paio d’anni, nella zona di Düsseldorf e della Ruhr. Non mi era piaciuto granché, avevo fatto fatica a capire la mentalità delle persone. Gestire buona parte di un ufficio estero e le fiere nelle principali città europee mi aveva dato molto sul piano professionale, proiettandomi in una dimensione di respiro internazionale. Ma dopo ogni viaggio, tornare nell’appartamento in cui abitavo era come entrare in un mondo grigio e freddo. In due anni non avevo conosciuto nessuno al di fuori dei colleghi, in qualsiasi posto andassi nessuno mi rivolgeva la parola, nei locali erano tutti seduti al banco a guardare il fondo del proprio bicchiere di birra. Avevo la sensazione di essere trasparente.
Thomas, invece, parlandomi di Monaco, mi raccontava di una città «godereccia», aperta e multiculturale, i cui cittadini erano sempre pronti a sedersi nei Biergarten e festeggiare. Le sue parole avevano stuzzicato alla perfezione la mia curiosità e il mio desiderio di conoscere e così, alla fine, sono salita su un treno Milano-Monaco. Al momento di varcare la frontiera, però, ho sentito come un nodo allo stomaco, ma non sono scesa, ho continuato per lui, perché i ricordi di quel grigio, che speravo di non trovare più, non potevano certo dividermi da quell’uomo così solare. E poi, mi dicevo, in fondo non stavo tornando in Germania, ma nella città che tanti secoli prima aveva fondato un gruppo di legionari romani che, dopo quasi un’intera vita trascorsa nei territori d’Oltralpe, avevano deciso di non rientrare a Roma.
Thomas aveva ragione. Monaco si presenta al visitatore come una grande città a misura d’uomo. L’ufficio del turismo bavarese la definisce eine Weltstadt mit Herz, una città internazionale con il cuore. È questa l’impressione che suscita. Sono partita per un altro viaggio e poi un altro ancora, alla scoperta della Baviera-che-non-è-Germania, e abbiamo continuato così per due anni, spostandoci da Monaco a Milano e da Milano a Monaco a fine settimana alternati. Thomas mi telefonava quasi ogni sera e non perdeva occasione per vedermi. Anche se aveva impegni fuori Monaco, insisteva affinché io lo accompagnassi. Un fine settimana mi ha portata vicino a Francoforte, nella zona in cui lui è nato e cresciuto, e mi ha presentato ai suoi genitori. Mi hanno accolto benevolmente. Parevano una coppia ideale, ancora unita e complice, quasi simbiotica dopo tanti anni passati insieme. Si erano sposati dopo la fine della guerra, avevano avuto subito due figli e dopo molti anni anche un terzo, Thomas. Ormai tutti e tre i figli avevano preso la loro strada: Thomas, che si era trasferito a Monaco per frequentare l’università, aveva deciso di rimanerci. Ma si telefonavano spesso e a ogni ricorrenza si riunivano tutti quanti. Un bell’esempio di famiglia unita, pensavo. Così anch’io, dopo aver presentato a Thomas tutti i miei amici, ho deciso di fargli conoscere i miei genitori. Mia mamma, frenata all’inizio da qualche resistenza, ha finito poi per convincersi che in fondo avrebbe potuto conoscere quel ragazzo tedesco, che sembrava proprio una brava persona, e che tutto sommato ciò che lei aveva vissuto da bambina andava seppellito per sempre. Tra i suoi ricordi d’infanzia c’era infatti un episodio che aveva in parte rimosso, ma non del tutto cancellato. Nata e cresciuta in un comune vicino a Milano, durante l’occupazione nazista veniva spesso notata dai soldati, che vedendo i suoi capelli biondissimi e i suoi occhi di un azzurro tanto limpido pensavano alle loro bambine lasciate in Germania. Questo però non aveva impedito che anche lei venisse messa al muro, nella piazza principale, insieme a sua madre, a suo fratello e a tutte le donne e i bambini del paese; suo padre era stato risparmiato solo perché a letto con una grave malattia infettiva. Un collaborazionista aveva infatti rivelato che in quel paese c’erano moltissimi giovani che si erano dati alla macchia e che avrebbero potuto unirsi ai partigiani. Le condizioni erano chiare: o si consegnavano, o i nazisti avrebbero sparato a tutti gli altri. Quei ragazzi coraggiosi, alla fine, si erano sacrificati. Vennero immediatamente caricati sui camion in partenza per la Germania e deportati nei campi di concentramento. In quella folla di giovani eroi, per quel viaggio per molti senza ritorno, mia madre aveva visto partire anche suo zio.
Mio padre, per quanto un po’ perplesso, ha accettato le mie scelte, ancora una volta, come sempre.
Thomas è riuscito a conquistare tutti. La sua capacità di socializzare con chiunque era uno degli aspetti che di lui più mi affascinavano. Il suo modo di concepire la coppia non come un binomio chiuso in un mondo proprio ed esclusivo, ma come apertura agli altri, insieme, lo avevo a lungo cercato negli uomini. Con lui era finalmente terminata la serie dei fidanzati gelosi e possessivi.
Ho convinto Thomas a imparare l’italiano. Gli ho fatto prendere un periodo di ferie e l’ho iscritto a un corso a Milano. Così, mentre io ero in ufficio, lui doveva confrontarsi da solo con la frenesia della mia città – frenesia unica in tutta Europa, comparabile forse solo a quella che anima Parigi – e metteva in pratica quello che imparava a scuola. Dopo un periodo relativamente breve parlava l’italiano già abbastanza bene e io speravo che decidesse di trasferirsi a Milano. Invano.
Dopo due anni e migliaia di chilometri percorsi nel va-e-vieni tra le nostre città, era arrivato il momento di prendere una decisione: o ci sposiamo, o ci lasciamo. Io non volevo perderlo, era l’unico uomo con il quale potevo immaginarmi di dividere anche la quotidianità; non sarebbe stato certo il compagno che pretendeva da me ogni sera una cena di tre portate, avrebbe piuttosto cucinato lui e si sarebbe dato da fare anche in casa, in nome di una parità che in Germania, credevo, le donne avevano saputo imporre con più determinazione e che ormai aveva informato le abitudini di vita di ogni coppia. Neppure lui voleva rinunciare a me, ma non intendeva venire a Milano. A Monaco aveva una ditta di autonoleggio e traslochi, a Milano avrebbe avuto difficoltà a trovare un lavoro, sia per la scarsa padronanza dell’italiano sia perché il non aver mai lavorato come dipendente lo rendeva un candidato poco interessante. Io, invece, con le mie competenze linguistiche e la mia esperienza professionale, non avrei avuto alcuna difficoltà a inserirmi a Monaco. Aveva ragione. In Germania, e in modo particolare in Baviera, ci sono molte ditte che lavorano nel campo dell’abbigliamento. Non producono, ma importano e, soprattutto per quanto riguarda gli accessori, volentieri dall’Italia. Sono dunque i clienti ambiti di molte ditte italiane che guardano all’export. Io, grazie alla mia esperienza lavorativa in Germania, da una parte conoscevo le aspettative dei clienti tedeschi e il loro modo di lavorare e dall’altra ero specializzata, sul piano tecnico e creativo, in quello che l’industria italiana nel settore degli accessori per abbigliamento aveva di meglio da offrire.
Ho ceduto. Abbiamo deciso di sposarci a Milano e di vivere a Monaco, pur tornando spesso in Italia, dove avrei lasciato la mia casa e tutte le mie cose, sempre pronte a riceverci. La mia vita e il mio lavoro si sarebbero divisi tra questi due paesi.
Avevamo pensato, nel rispetto delle nostre diverse confessioni, cattolica e protestante, di far celebrare un matrimonio ecumenico e, nei limiti del possibile, anche in due lingue. Abbiamo così contattato il pastore della comunità protestante e tedesca di Milano per verificare la sua disponibilità. Non ha chiesto di incontrarci per vagliare la serietà delle nostre intenzioni, ci ha direttamente comunicato la sua tariffa oraria spiegando che se Thomas voleva un matrimonio esotico, tale perché celebrato in Italia – ha detto proprio così –, doveva prevedere costi aggiuntivi. La mia reazione è stata immediata: «Io quello al mio matrimonio non voglio vederlo!». Thomas non ha replicato, ha accettato, ma a quel punto ha proposto come alternativa di celebrare le nozze nel Duomo di Milano oppure nella Basilica di Sant’Ambrogio. Non ho dato peso alle sue intenzioni, e d’altra parte la lunghissima lista d’attesa per il Duomo e l’indisponibilità della Basilica le vanificavano in partenza. La soluzione si è presentata da sola: vicino a casa mia c’è una Certosa. A lui piaceva l’architettura della chiesa, a me i frati.
Anche trovare un locale per festeggiare non è stato facile: nessuno era di suo gradimento e io, convinta che fosse così critico perché voleva che quello fosse un giorno indimenticabile della nostra vita e tutto fosse perfetto, ho assecondato la sua incontentabilità. Abbiamo cercato per mesi. Ogni volta che chiedevo i prezzi ai gestori dei ristoranti, mi sentivo rispondere: «La quota fissa a persona non vale se gli invitati sono tedeschi: in quel caso le bevande sono a parte». Reagivo con fastidio a questa strumentalizzazione di un banale luogo comune. Dopo un anno di estenuanti ricerche, che ci hanno costretto tra l’altro a rinviare il matrimonio, siamo finalmente riusciti a prenotare un ristorante.
Si stava per concludere un capitolo della mia vita. Le mie peregrinazioni volgevano al termine, avrei viaggiato ancora, ma non più da sola, adesso avevo un compagno che avevo scelto per la vita, con il quale avrei avuto una famiglia, dei figli, con il quale avrei diviso e condiviso tutto, fino agli anni della vecchiaia e dei ricordi. Non so se fosse riemersa l’educazione cattolica che avevo ricevuto, certo è che i principi con cui ero stata cresciuta erano in me così forti e profondi che quel giorno, davanti al frate e all’altare della Certosa di Milano, ho creduto veramente nelle parole che stavo pronunciando, nella promessa di stare accanto a Thomas in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte, e di essergli sempre fedele. Lui, invece, non ha voluto che il frate pronunciasse la frase «fino a che morte non vi separi»; forse gli sembrava inopportuno parlare di morte durante un matrimonio. L’ho giustificato pensando che, in effetti, la Chiesa protestante, riconoscendo il divorzio, non prevede questa frase nella sua liturgia.
Dunque la ragazza irrequieta si sposava, la donna in carriera iniziava una nuova avventura dall’altro lato delle Alpi, con tanta voglia di fare e soprattutto di occuparsi della sua neonata famiglia. Avevo preso una decisione per la vita, avevo imboccato una strada e la stavo percorrendo di corsa, senza riflettere sugli ostacoli, che invece avrebbero dovuto essere un monito.
Celebrato il matrimonio civile a Monaco, siamo tornati a Milano per quello religioso. A fine viaggio, sul marciapiede di una strada vicino a piazza Firenze, è esplosa la prima, accesa discussione con i parenti di Thomas. Nessuna delle proposte mie e dei miei sul da farsi andava bene, bisognava esaudire i desideri ed eseguire le volontà della famiglia di lui. Se ne poteva parlare all’infinito, ma invano. E ciò su cui ci si stava scontrando era semplicemente il dove e come organizzare la cena. Mentre mi sforzavo di trovare il modo di conciliare i desideri di tutti, Thomas taceva, non si schierava, come se non fosse lì. Esasperata, me ne sono andata, lasciandoli tutti sul marciapiede. Mi ha seguita solo mio padre, mi ha raggiunta, mi ha abbracciata, non ha parlato. Il mio papà, l’uomo riservato, l’uomo che ha amato sua moglie sopra ogni cosa fino al giorno della sua morte, l’uomo così diverso da quello che stavo sposando, lui, probabilmente, aveva capito.
Come se nulla fosse accaduto, Thomas mi ha portata all’altare e poi nel paese dove avrei iniziato la mia vita da straniera, con quel cognome che non lasciava dubbi sulla mia origine, del quale sono sempre andata fiera e al quale non ho rinunciato neppure con il matrimonio, opponendomi alla consuetudine seguita dalle donne tedesche di cancellare il proprio nome da nubile per sostituirlo con quello del marito.
Il primo anno, il romanzo d’amore della mia vita si stava realizzando come l’avevo sognato. Monaco è una città interessante, piena di iniziative artistiche e culturali, era impossibile seguire tutto e ci rimaneva solo l’imbarazzo della scelta. Andavamo alle feste, alle mostre, ai concerti. Avevamo sempre qualcosa da fare e da vedere. Il tempo scorreva veloce e non era mai abbastanza. I miei amici venivano a trovarci e Thomas li accoglieva sempre a braccia aperte, affabile, sorridente, disponibile. Alcuni dei suoi ci seguivano a volte a Milano. Costruivamo a casa nostra l’Europa che i padri fondatori avevano voluto, abbattendo le frontiere e vivendo le differenze come arricchimento e non come limite. Viaggiavo spesso, anche per lavoro, in tutta la Baviera e mi impegnavo con convinzione a integrarmi. Poiché l’integrazione passa per la lingua, ho cercato di imparare anche il bavarese. Il bavarese, infatti, sta al tedesco come il bergamasco sta all’italiano e non era dunque facile capire cosa mi dicessero. Con il tempo, pur non parlandolo, ho finito per comprendere quasi tutto e anch’io non salutavo più con «Guten Tag», buongiorno, ma con «Grüss Gott», salute a Dio, come fanno a Monaco. Con chiunque parlassi in Italia, sottolineavo il fatto che non abitavo in Germania, ma in Baviera. Thomas ci scherzava, mi ha anche regalato uno pseudo passaporto bavarese, lui che in realtà bavarese non è. Era orgoglioso di me, non perdeva occasione per presentarmi, per dire che lavoro facevo, quante lingue parlavo. E soprattutto non era geloso. Sapeva, per esempio, quanto mi piacesse ballare e non me lo impediva, anzi, mi esortava a continuare a farlo. Sentirmi chiedere «ti sei divertita?» senza toni di rimprovero, senza risentimenti nascosti, era una delle tante conferme della grande fiducia che riponevamo l’uno nell’altra; la fiducia che era il nostro tesoro, e che io non avrei mai tradito. Amava cenare in compagnia, con quanti più amici possibile, accoglieva sempre amabilmente chi veniva a farci visita e io apprezzavo questa porta aperta al mondo. Non chiudersi in un universo a due, che avrebbe finito per impoverirsi, continuava a sembrarmi il modo più giusto per ravvivare continuamente la nostra intesa. Non mi rendevo conto che proiettarsi all’esterno ci impediva di crescere come coppia o forse, peggio, mi impediva di capire che la coppia era solo nei miei desideri e nei miei pensieri.
Dopo neppure un anno ero incinta, felice, saremmo diventati una vera famiglia, il nostro mondo d’amore, di rispetto e di comprensione reciproca si sarebbe allargato acquisendo pienezza.
I viaggi, la carriera, le serate non mi interessavano più, facevano parte del passato, ero contenta di averli vissuti, appagata, ma ora importavano solo la mia famiglia e quel bambino ancora senza nome. Non l’ho detto a nessuno, ma speravo tanto che fosse un maschio. Nel frattempo cominciavo a leggere libri sul bilinguismo. Credo di averli letti praticamente tutti, per lo meno quelli specializzati per coppie miste, ho visitato tutte le biblioteche di Monaco, li ho ordinati su Internet; libri in francese, in italiano, in tedesco.
Crescere un bambino nel bilinguismo non è come insegnargli una lingua straniera, bisogna conoscere tutte le fasi e i meccanismi dell’apprendimento linguistico e fare in modo che questo avvenga in modo doppio, che l’apprendimento delle due lingue sia parallelo e contemporaneo, che il bambino impari a pensare direttamente nell’una o nell’altra lingua, senza mai tradurre. Per questo spesso i bambini bilingui sono più ricettivi e apprendono in genere con più facilità degli altri, perché le zone del cervello preposte al linguaggio in loro si sviluppano maggiormente. Una lingua in più non ruba spazio all’altra, né ad altre abilità, al contrario, aiuta il cervello a svilupparsi, a lavorare di più e quindi meglio. Ero entusiasta di tutto ciò che stavo imparando e ne parlavo con mio marito, pensando di condividere con lui anche questa straordinaria avventura: stavamo per diventare i genitori di un bambino europeo, di un bambino che avrebbe portato in sé i tesori di due culture. Invece è arrivata una lettera di mio suocero, con il suo titolo di dottore che campeggiava nello spazio del mittente (non capivo che bisogno ci fosse, quando si mandavano lettere a qualcuno della famiglia, di scrivere dott., med., prof. sulla busta: nome e indirizzo mi parevano sufficienti). Nella sua veste di medico internista, nonché di nonno del nascituro, mi diceva che imparare due lingue ritarda lo sviluppo cognitivo del bambino, che crea in lui confusione, che alla fine il bambino avrebbe fatto errori nell’una e nell’altra lingua, che doveva assolutamente imparare prima solo e bene il tedesco, poi si sarebbe potuto pensare all’italiano. Era evidente che era rimasto alle teorie dei primi anni...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Non vi lascerò soli. In lotta con la giustizia che mi ha sottratto i figli
  4. Postfazione