Uomini che uccidono le donne
eBook - ePub

Uomini che uccidono le donne

Da Simonetta Cesaroni a Elisa Claps storie di delitti imperfetti

  1. 252 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Uomini che uccidono le donne

Da Simonetta Cesaroni a Elisa Claps storie di delitti imperfetti

Informazioni su questo libro

Ogni otto minuti nel mondo una donna viene assassinata. Per gelosia, perché non si vuole accettare la fine di una relazione o perché la sua debolezza la rende una preda facile e indifesa. La misteriosa morte di Simonetta Cesaroni, il delitto dell'Olgiata, i treni silenziosi sui quali ammazzava Donato Bilancia, sono solo alcuni dei casi che hanno occupato per anni le pagine di cronaca. Se per alcuni di essi il rigoroso esame della scena del delitto ha condotto in tempi brevi gli inquirenti alla cattura del colpevole, per altri il contributo essenziale è arrivato dopo anni con l'ausilio dell'attività tecnico-scientifica, e in particolare grazie alla prova del Dna. In Uomini che uccidono le donne, Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, ripercorre i crimini italiani più celebri e controversi, risolti proprio attraverso le più avanzate analisi di laboratorio e l'utilizzo della "prova regina". Dall'inchiesta sull'omicidio di Dobbiaco del 2002, che portò all'arresto del responsabile per mezzo di uno screening genetico di massa (lo stesso metodo che potrebbe risolvere il caso di Yara a Brembate) alla ricostruzione della folle dinamica della strage di Erba; dalla scarcerazione di due innocenti accusati per errore dello "stupro della Caffarella", alle ultime rivelazioni sull'omicidio della studentessa sedicenne Elisa Claps, scomparsa nel lontano 1993. Garofano ci guida sui luoghi del delitto, ripercorre le indagini della polizia scientifica e ci conduce alla scoperta delle ragioni profonde di un fenomeno criminale che affonda le sue radici nell'aspetto più oscuro e insondabile dell'animo umano.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Uomini che uccidono le donne di Luciano Garofano in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Scienze sociali e Sociologia. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2011
Print ISBN
9788817051422
eBook ISBN
9788858621790
Categoria
Sociologia

Stevanin ed Eckert: due assassini a confronto

Nel settembre del 2004 il corpo senza vita di Ahhiobe Gali fu trovato in un canale d’irrigazione a pochi metri di distanza dal suo «posto di lavoro», un angolo oscuro d’Italia, lungo la statale che passa a pochi chilometri dall’uscita Brescia Est dell’autostrada. Era stata pagata, quindi strangolata e scartata, come un oggetto usa-e-getta.
Fu qui, vicino a Calcinato, su un grigio tratto di strada che costeggia la zona industriale, lungo la quale si allineano le prostitute, che «Pamela», come era conosciuta da clienti e amici, fu vista viva per l’ultima volta.
Quando fu riconosciuto il cadavere, la sua migliore amica, «Juliet», una prostituta nigeriana ventiduenne, raccontò alla polizia la triste storia di quella notte. Pamela e Juliet lavoravano insieme nella stessa zona. Juliet era arrivata da Benin City, dopo aver conosciuto una sua connazionale che viveva in Italia e l’aveva invitata a trasferirsi da lei. Sarebbe poi risultato, purtroppo, che nel nostro Paese esiste un giro di prostituzione controllato da maîtresse nigeriane, le «maman», che con fare amichevole reclutano le giovani donne nelle loro città d’origine. In Italia ce ne sono diecimila, e gestiscono il traffico di ragazze per conto della mafia del loro Paese. Secondo le Nazioni Unite e le associazioni per la tutela dei diritti umani, quella delle donne dedite a quest’attività, sfortunatamente, è una tendenza in ascesa. Sono un numero sproporzionato specialmente in Europa, dove la loro presenza è molto più elevata che in altri settori del crimine.1
Come in molti traffici organizzati di prostitute, anche in quelli che fanno capo alla mafia nigeriana le ragazze sono obbligate a pagare «debiti» ingenti, caricati di interessi, a coloro che le portano qui. Vengono in Italia sulla base di un accordo che impone loro di rifondere un prestito in continuo aumento, e quindi sono costrette a prostituirsi per lunghi periodi. Per la propria libertà ognuna di loro paga in media 80.000 euro.2
Juliet in realtà immaginava una vita migliore quando giunse in Italia attraverso Marocco, Spagna e Francia, prima di stabilirsi nella zona di Brescia. Ma dopo quattro mesi, senza esperienze lavorative di alcun tipo, priva di documenti e con un’istruzione di livello medio (era in grado di leggere e scrivere ma non in italiano), per estinguere il suo debito non poté far altro che vendersi. Le strade statali di campagna sono meno sicure delle vie ben illuminate delle circonvallazioni cittadine e, infatti, la maggior parte delle donne che vi sostano sono africane, quelle che occupano il gradino più basso della prostituzione organizzata.
Non ci volle molto prima che Juliet trascorresse ogni sera di fronte al negozio di fiori «Viva il Verde», accanto a Pamela. Lavoravano ogni sera dalle 20 fin verso l’1 o le 2, incontrando cinque-sei clienti, per un incasso totale di 300 euro che dovevano versare in parte ai loro magnaccia.
Per passare il tempo, chiacchieravano a lungo – in breve si ritrovarono a conoscere tutto l’una dell’altra –, interrompendosi solo quando i clienti arrivavano in auto e le facevano salire. Facevano sesso con loro lì in zona, solitamente alla fine di una strada senza uscita o nel vicino parcheggio. Né a lei né a Pamela era mai stato chiesto di recarsi in una casa o in un hotel. Sapevano di lavorare al livello più basso del loro settore e questo le preoccupava. Proprio un mese prima che Pamela sparisse, Juliet era stata con un cliente che voleva praticare del sesso violento ed era armato di coltello. Aveva avuto rapporti sessuali con lui e sebbene l’avesse già pagata si era talmente spaventata per via dell’arma che aveva restituito il denaro, sperando che se ne sarebbe andato immediatamente – cosa che fortunatamente per lei accadde. Erano entrambe preoccupate per la loro sicurezza e si curavano a vicenda.
«Per farci coraggio stavamo insieme, e in attesa dei clienti, nel chiacchierare per far trascorrere il tempo, parlavamo un po’ di tutto, ma non del lavoro. In queste occasioni io ho raccontato a Pamela di quanto accadutomi con il cliente “violento”, Pamela invece non mi diceva nulla che le fosse accaduto. Ma mi aveva detto che il nostro lavoro era pericoloso. Lei aveva paura, ma non mi aveva mai detto di episodi particolari accaduti.»3
Si videro per l’ultima volta domenica 4 settembre alle 10 di mattina. Un uomo a piedi si era avvicinato a loro e dopo qualche parola aveva convinto Pamela ad allontanarsi con lui nella direzione opposta. Il giorno dopo, quando la ragazza non si fece vedere al lavoro, Juliet pensò che fosse stata portata via dalla polizia.
Magari. In realtà era stata caricata da un camionista tedesco di nome Volker Eckert, un serial killer implacabile affetto da manie sadiche, che rapiva prostitute in tutta Europa. Alla fine Eckert è risultato coinvolto in tredici omicidi ed è fortemente sospettato da Eurojust – l’Unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione Europea – di averne commessi diciannove, ma in realtà potrebbe aver ucciso cinquanta donne nel corso della sua mattanza, durata più di un decennio. Paradossalmente per un uomo cresciuto nella DDR, i cui spostamenti erano limitati e controllati, sarebbe stata proprio la libertà di movimento a costituire il passaporto per uccidere.
Benjamin Reuter, un reporter tedesco del quotidiano «Die Zeit», studiò il caso come parte di un’inchiesta sulle strade europee più pericolose, dove le prostitute trovano più spesso la morte.
«Le mie prime impressioni quando ho iniziato a occuparmi del caso sono state di incredulità. Era davvero incredibile che qualcuno potesse andarsene in giro per anni in quasi tutta Europa, con il suo camion, ad ammazzare donne, e che quando queste poverette venivano trovate si cercasse l’assassino nei vari Paesi, ma a nessuno sia mai venuta l’idea di allargare le ricerche al di là delle frontiere nazionali, all’interno dell’Europa. Per me è questo l’aspetto davvero sorprendente del caso.»4
La mancanza di controlli doganali tra i Paesi europei rende particolarmente facile contrabbandare immigrati clandestini e schiave del sesso. Senza accurate registrazioni di chi entra in quale Paese, quando o dove, donne come Pamela diventano bersagli facili. I loro rapitori sanno che spesso non posseggono documenti ufficiali ed è difficile identificarle. A volte i loro passaporti sono nelle mani dei trafficanti che gestiscono la tratta per evitare che scappino. Sono costrette a usare nomi falsi. Possono essere impossibilitate ad avere contatti con i loro cari per settimane o mesi di seguito. La realtà è che queste donne sono spesso madri, figlie o sorelle di qualcuno, ma vengono trattate appunto come oggetti usa-e-getta.
Infatti, mentre il corpo di Ahhiobe Gali fu scoperto dai carabinieri pochi giorni dopo il suo omicidio a metà settembre 2004, l’identità del suo assassino non si sarebbe saputa che tre anni dopo, nel 2007, quando tutte le tessere del raccapricciante puzzle costituito dalla vita di Volker Eckert ebbero trovato una collocazione.
Eckert era un camionista di Tir che trasportava granuli di plastica dalla città tedesca di Oelsnitz nella ex DDR – sede della ditta per cui lavorava –, in diversi luoghi d’Europa, soprattutto in Italia, Francia e Spagna. Avrebbe potuto continuare imperterrito a uccidere se la polizia spagnola non avesse avuto un colpo di fortuna mentre indagava sull’omicidio di un’altra prostituta, uccisa nel novembre del 2006.
Miglena Petrova Rahim era nata a Dobrich, in Bulgaria, il 25 maggio 1986. Era arrivata in Spagna e viveva con il marito venticinquenne, anch’egli bulgaro, battendo sulla Carretera, la statale che si snoda lungo la Costa Brava. È uno dei punti caldi della prostituzione in Europa e alcuni dei clienti abituali sono camionisti che arrivano attraversando il confine francese per trarre vantaggio dalle leggi spagnole più tolleranti in materia, e dal fatto che le autorità sono più permissive nel farle rispettare e nel perseguire penalmente i trasgressori. All’inizio Miglena viveva in una pensione esclusiva, da cui prendeva tutti i giorni il taxi per raggiungere il tratto di strada dove file di ragazze aspettano i clienti sedute su sedie da campeggio. Costo del servizio: 30-50 euro.
«Non ci ha mai dato problemi qui. Era una ragazza molto ammodo, le piacevano i capi firmati e i profumi» disse un impiegato della pensione in cui viveva. «Era sempre contenta, vedeva il suo lavoro come una normale occupazione e non ha mai detto di essere stata costretta a farlo. Il marito la trattava bene e lei diceva di essere felice di poter vivere bene grazie a quell’attività.»5
In seguito, Miglena si trasferì in un’altra pensione situata, paradossalmente, proprio dietro la stazione di polizia di Figueres. All’inizio di novembre del 2006 la polizia locale trovò il suo corpo tra i cespugli accanto al parcheggio di un campo di calcio nei pressi di Hostalric, sempre in Catalogna. Era stata strangolata e le avevano tagliato diverse ciocche di capelli. Per una volta, le forze dell’ordine presero sul serio il delitto di una prostituta. La polizia catalana perlustrò la zona e si rese conto che di recente, sul muro di una fabbrica vicina al luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere della donna, era stata installata una telecamera a circuito chiuso. Nel regolare la messa a fuoco i tecnici fecero una panoramica del parcheggio e catturarono l’immagine di un camion, con il nome della ditta ben leggibile sulla fiancata.
Gli inquirenti decisero di rintracciare l’autista per sapere se fosse stato testimone di qualcosa o se avesse qualche informazione pertinente al caso. L’automezzo riconduceva a una ditta di spedizioni con sede nei pressi di Plauen, nel Vogtland – un circondario rurale della Sassonia –, e le registrazioni indicavano che l’autista era un uomo chiamato Volker Eckert. Che sapesse qualcosa? Fu emessa una segnalazione Interpol per localizzarlo. Due settimane dopo la polizia lo fermò a Colonia, mentre stava lavando il suo camion. Era il 17 novembre 2006.
Due investigatori spagnoli volarono immediatamente in Germania per aiutare i colleghi tedeschi nell’interrogatorio e lo stesso fecero i detective della polizia di Hof, la città bavarese in cui Eckert risiedeva dal 1994. In un primo momento questi fornì risposte vaghe e incerte, ma con l’aumentare della tensione cominciò a sentirsi male. Lamentò un feroce mal di testa e chiese ai detective se poteva prendere un medicinale che teneva nel cassetto portaoggetti del suo camion. Un agente fu mandato a recuperare le pillole; quello che avrebbe trovato al loro posto era scioccante.
La cabina del camion di Eckert aveva un cassetto portaoggetti di serie e poi uno fatto su misura, ricavato vicino al lato del conducente. All’interno i detective trovarono una serie di Polaroid raffiguranti donne morte strangolate. Sul retro delle foto c’erano anche dei post-it che ne spiegavano il come e il quando. C’erano anche alcuni sacchetti di plastica sigillati contenenti ciocche di capelli, pezzetti di abiti e oggetti personali appartenuti alle donne, come trucchi e bigiotteria. Il carnefice aveva catalogato con cura le sue vittime.
Tra le foto ce n’era una di Miglena Petrova Rahim, nuda e strangolata. Più tardi, mentre la polizia spagnola ricostruiva i dettagli del crimine, sarebbe emerso che Eckert aveva caricato la ragazza sulla Carrettera. Era disposto a pagare 60 euro per avere rapporti sessuali, 20 in più del prezzo ordinario, se si fosse lasciata legare. Diverse donne che lavoravano a fianco di Miglena avevano rifiutato. Lei, invece, aveva accettato l’affare.
La polizia, ricostruendo i movimenti effettuati quel giorno da Eckert, scoprì un dettaglio macabro: era andato a scaricare il suo Tir – più di 20 tonnellate di granuli di plastica – alla fabbrica Neoplastica España vicino a Girona, in Catalogna, tenendo per tutto il tempo il corpo senza vita della vittima nella cabina di guida. C’erano volute due ore per svuotare il carico nel silos, ma non aveva mai dato segni di essere in ansia per quello che trasportava. Dopo aver scaricato il camion, si diresse al parcheggio accanto alla superstrada AP-7 e aspettò che calasse la sera prima di trascinare il cadavere fuori dalla cabina e gettarlo tra i cespugli.
Messo di fronte alla foto e alla prova della telecamera a circuito chiuso, Eckert ammise immediatamente di essere l’autore dell’omicidio. E tutte le donne delle foto trovate sul suo camion? Nel corso del primo interrogatorio e sulla strada del ritorno verso Hof, gli investigatori continuarono a fare pressioni su di lui fino a quando crollò, dichiarando l’assassinio di cinque prostitute, delle quali aveva le foto conservate nel Tir.
Riferì che la sua prima vittima era stata una venticinquenne nigeriana, di nome Sandra Osifo, che aveva fatto salire nei pressi di Chermignac, nel Sud-ovest della Francia, e il cui corpo era stato trovato il 25 giugno 2001. Eckert stava tornando da un viaggio in Spagna quando aveva fermato il camion lungo la strada accanto alla stazione ferroviaria di Bordeaux. Aveva scelto Sandra per via dei lunghi capelli biondi, che tuttavia risultarono essere una parrucca. In meno di un’ora era morta. Il suo corpo sarebbe stato trovato quattro giorni dopo in un fosso 90 chilometri più a nord vicino a Poitiers. La polizia del luogo riuscì a identificarla, ma il suo assassino sarebbe rimasto sconosciuto fino alla confessione del mostro, diversi anni più tardi.
Circa un paio di mesi dopo, riferì Eckert agli inquirenti, uccise ancora durante uno dei suoi viaggi in Spagna. Questa volta la vittima era una giovane spagnola di nome Isabel Beatriz Muñoz. L’aveva caricata nell’agosto del 2001 a Lloret de Mar, sulla Costa Brava, e quando aveva cercato di strangolarla lei aveva reagito lottando con tutte le sue forze. La reazione della ragazza l’aveva eccitato ancora di più e arrivò a fare sesso con lei mentre la uccideva – più tardi la polizia si rese conto che questo particolare rappresentava un’eccezione per il serial killer, il quale spesso non riusciva a gratificarsi sessualmente se non dopo che le sue vittime erano prive di coscienza o morte. Gettò il suo corpo dalla cabina del camion appena dopo lo svincolo di Maçanet de la Selva, dove rimase a decomporsi per mesi prima di essere trovato il 9 ottobre 2001.
La ragazza viveva in una pensione, e paradossalmente aveva sbarcato il lunario per tutta la sua travagliata adolescenza in una zona piena di tedeschi a poche miglia dalla cattedrale di Girona. Nessuno si era accorto della sua scomparsa.
Eckert ammise di aver ucciso altre due donne. Una risultò essere una prostituta russa di nome Mayra Veselova, di 28 anni. L’aveva fatta salire sul suo automezzo il 27 febbraio 2005. Il corpo senza vita della vittima fu scoperto pochi giorni dopo, il 1° marzo, a Sant Sadurní d’Osormort nel Nord della Spagna, ma la donna non fu identificata subito. Dal momento che lavorava in Catalogna senza documenti, non poté nemmeno essere registrata tra le persone scomparse perché in un primo tempo di fatto non esisteva. Solo più tardi, dopo che i delitti di Eckert indussero la polizia spagnola ad ampliare l’inchiesta – che portò a smascherare un’organizzazione russa dedita allo sfruttamento della prostituzione –, gli inquirenti furono in grado di ricomporre tutte le informazioni raccolte (più probabilmente trovarono i suoi documenti d’identità) e di dare un nome a quel volto.
La foto di una graziosa donna bionda dagli occhi bellissimi era invece quella di Agnieszka Bos, una polacca di 28 anni, scomparsa il 2 ottobre 2006 a sud di Léon. La Bos era in Francia legalmente. Vi era giunta da Deblin, vicino a Varsavia, per lavorare in una fattoria allo scopo di mantenere le due figlie che aveva lasciato in Polonia con sua madre. Ma quando si rese conto di non poter sbarcare il lunario si trasferì in un hotel nei pressi di Reims e cominciò a guadagnare denaro extra prostituendosi in un parcheggio lungo la statale RN 44. Un amico ne aveva denunciato la scomparsa e la polizia, dopo alcune iniziali verifiche, stabilì che doveva aver usato per l’ultima volta il cellulare intorno alle 11.45 del 2 ottobre. Per mesi gli investigatori non ebbero piste. Il suo passaporto fu trovato in una scatola di cereali vuota.6
In seguito la polizia scoprì che era stata caricata dall’assassino, il quale l’aveva rapita, strangolata e fotografata prima di liberarsi del corpo a Suippes, nei pressi di Reims, dove sarebbe stato ritrovato l’8 novembre 2006. L’identificazione avvenne per mezzo di un campione di Dna.
Eckert, interrogato, rispose non di uno, bensì di cinque omicidi. Da Colonia fu trasferito sotto stretta sorveglianza a Hof, la sua città di residenza. I nomi e i volti delle vittime furono identificati nel corso dei mesi seguenti dalla polizia che investigava sul caso. Quando perquisirono l’appartamento del killer, i poliziotti scoprirono una casa dell’orrore. Il magistrato Gerhard Schmidt ricorda: «Nel corso di questa perquisizione sono state trovate ancora parti degli abiti delle donne uccise e oggetti appartenuti a loro. Nel suo appartamento Volker Eckert aveva una bambola gonfiabile che aveva vestito con i pezzi degli abiti delle prostitute. Le aveva anche messo una parrucca a cui aveva tagliato i capelli, come nella procedura che seguiva nel commettere i suoi omicidi».7
Mentre lo stavano conducendo a Hof, gli agenti gli dissero che probabilmente sarebbe stato estradato in Spagna e processato lì, molto lontano dall’unica casa, dall’unica famiglia che aveva mai conosciuto. Fu allora che Eckert fece un calcolo agghiacciante. Per restare in Germania confessò un altro omicidio, che aveva commesso quando aveva solo 15 anni.
Rainer Maier è il giornalista del quotidino «Frankenpost» che seguì questo caso fin dall’inizio. Quando seppe che la polizia che stava indagando su un omicidio in Spagna aveva stabilito un nesso col tedesco Volker Eckert, cominciò a scavare nella sua storia.
Classe 1959, Eckert crebbe in uno squallido palazzone popolare a Plauen, nella DDR, dove visse con la madre, il padre, la sorella e il fratello fino alla separazione dei genitori, avvenuta quando aveva 10 anni. Solo un trentina di chilometri dividono Plauen da Hof, ma all’epoca le due città erano mondi a parte, separati da filo spinato e campi minati, sorvegliati da cani e sovrastati da torrette di guardia dove agenti armati controllavano sospettosamente con il binocolo tutti i movimenti lungo il confine.
Eckert conduceva una vita repressa e solitaria, anche se giocava a calcio, andava a scuola ed era ben integrato nella società della Repubblica Democratica Tedesca.
«Credo che sua mamma abbia fatto molta fatica a crescere i figli da sola, considerando anche la situazione in cui sono cresciuti; li ha lasciati spesso soli, soprattutto Volker, che chiudeva anche in camera, dove non aveva nient’altro che una bambola per giocare. Una bambola con i capelli lunghi – vedremo in seguito che i capelli lunghi hanno un ruolo nei suoi crimini; e ha ...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Via Poma, il mistero svelato
  5. Luci e ombre sul delitto dell’Olgiata
  6. Elisa Claps e Heather Barnett, un unico colpevole
  7. Un serial killer atipico
  8. Bestie feroci
  9. La banalità del male
  10. Stevanin ed Eckert: due assassini a confronto
  11. Il massacro di una famiglia: la strage di Erba
  12. La grande bugia
  13. Salvati dal Dna