Spezzare le catene
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Spezzare le catene

La battaglia per la dignità delle donne

  1. 300 pagine
  2. Italian
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Spezzare le catene

La battaglia per la dignità delle donne

Informazioni su questo libro

"Siamo tutti responsabili del disagio umano e sociale che lacera il nostro Paese" e suor Eugenia Bonetti l'ha imparato lottando in prima linea. Viaggiando sulle rotte della prostituzione, dall'Africa all'Italia, ha conosciuto il mondo della notte e ha combattuto contro la legge della strada. Oggi ha deciso di prendere la parola perché l'assalto alla dignità femminile non si consuma più solo sui marciapiedi: è entrato nei palazzi del potere, nei media e nell'opinione pubblica. Ma chi vuole far tacere le donne? È l'Italia cieca e superficiale che non si mette in discussione e non si assume le proprie responsabilità, sostenuta da una politica che non dà il buon esempio e stravolge il messaggio evangelico per rincorrere poteri e privilegi. In troppi hanno dimenticato che Gesù non faceva distinzioni di genere e che la Sua parola continua a spronarci a rivendicare i diritti dei più deboli e oppressi. Suor Eugenia invece lo ricorda molto bene ed è per questo che dedica la sua vita agli altri. Ha nascosto prostitute nei conventi per salvarle dalla strada. Ha parlato all'Onu in qualità di esperta di traffico delle donne. Ha superato un posto di blocco di soldati nigeriani offrendo rosari benedetti dal Papa. Ha collaborato con le forze di polizia italiane per salvare decine di giovani rapite e vendute e porta ogni settimana aiuto e conforto a quelle recluse nel Cie di Ponte Galeria. Da via Salaria a Roma al quartiere a luci rosse di Amsterdam, si è inoltrata nei luoghi più sordidi del mercato dei corpi. E nel febbraio 2011 ha infiammato Piazza del popolo con il suo discorso alla manifestazione "Se non ora, quando?". Con Spezzare le catene lancia un appello rivolto a tutti, non solo alle donne: ribelliamoci, riprendiamoci una dignità calpestata dagli scandali, dalla volgarità dei media, dal traffico di esseri umani. La nostra società si sta impoverendo di giorno in giorno: salviamola, e salviamoci.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2012
eBook ISBN
9788858623336
Print ISBN
9788817053358
1
Dignità delle donne
La prima volta che sono stata di notte sulla Salaria, alla periferia di Roma, ho provato grande rabbia e angoscia. Era il mese di gennaio del 2000 ed ero appena arrivata nella capitale per iniziare il mio nuovo servizio all’Usmi. Insieme a un gruppo di giovani della parrocchia di San Frumenzio sono scesa in strada. Una quarantina di ragazze, a piccoli gruppi, si scaldava attorno a un fuocherello. Erano quasi tutte africane. Scesa dall’auto, le ho salutate in inglese. Erano sorprese e diffidenti. Non avevano mai visto una religiosa sulla strada, e men che meno si aspettavano di trovarmi lì con quel buio e il freddo pungente. Ma quando le ho messe al corrente che ero una missionaria e che avevo vissuto tanti anni in Africa, si sono subito rassicurate, e hanno cominciato a raccontare le loro storie. Tre di loro erano appena arrivate dalla Nigeria; giovanissime, spaurite, impacciate, avevano il terrore negli occhi e il gelo nelle ossa. Era la prima notte anche per loro. Le altre cercavano di rincuorarle e di aiutarle a superare il terribile impatto con quella realtà durissima e drammatica.
Alla luce di quel fuoco scoppiettante leggevo sui loro volti i segni della paura e dello sconcerto di trovarsi in un Paese straniero, senza capire la lingua, costrette a vendersi per 20.000 lire. Al momento del commiato mi hanno chiesto di pregare con e per loro.
L’angoscia e la rabbia che ho provato quella sera mi hanno poi accompagnato in tutte le successive uscite notturne sulla strada. In quei primissimi giorni ho conosciuto tre ragazze. Tornavo a trovarle ogni settimana, finché una notte ho visto che Rita, una di loro, non c’era. Faceva molto freddo e mi sono subito preoccupata, così ho chiesto alle altre. Mi hanno indicato un punto nel buio, più avanti. Mi sono avviata facendo luce con una piccola torcia che portavo sempre con me. La chiamavo: «Rita! Rita!», ma nessuno rispondeva. A un certo punto, sul bordo della carreggiata ho visto una specie di fagotto. Era lei, accoccolata in terra, addormentata. L’ho scossa dolcemente per la spalla e, svegliandosi, mi ha riconosciuto: «Mama! Sono così stanca che sono crollata!» mi ha detto, con una voce disperata. In quel momento ho pensato all’Africa, dove la povertà c’era, ma era dignitosa. Quella che stavo vedendo nel mio Paese era invece solo umiliante.
Una volta ho perfino convinto una madre generale, una religiosa di una certa età, a seguirmi nel mio giro notturno: volevo che vedesse in che tipo di attività coinvolgevo le suore giovani che mi venivano affidate. Prima di partire, ho visto che si riempiva le tasche di cioccolatini. Sul luogo ci siamo subito imbattute in un gruppetto di ragazze dell’Est, che abitualmente per ingannare l’attesa fumano molto. Allora lei si è avvicinata a loro e, spiazzandole, ha tirato fuori i suoi cioccolatini: «Prendete uno di questi, che le sigarette vi fanno male!». Le ragazze non hanno fatto in tempo a riprendersi dallo stupore per quel gesto che in quel momento una macchina con dentro due uomini si è accostata. Appena hanno messo a fuoco i nostri abiti, sono rimasti sbigottiti e, abbassato il finestrino, ci hanno chiesto: «Suore, ma che ci fate voi qui?». E la madre generale, con un mezzo sorriso: «Sono io che lo chiedo a voi: che ci fate qui? Ragazzi, andate a casa dalle vostre mogli. Non è più tempo di stare sulla strada». Purtroppo, se quella sua provocazione è riuscita a rimandare indietro due «clienti», molti altri continuano imperterriti ad alimentare questo vergognoso mercato.
Quando si parla di discriminazione contro le donne, ci si riferisce a qualsiasi forma di esclusione o restrizione basata sul genere che le danneggia, che diminuisce il loro riconoscimento sociale, nega l’uguaglianza rispetto agli uomini e riduce la possibilità di avere le stesse libertà in tutti i campi: politico, economico, sociale, culturale, civile.
A partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dal Concilio Vaticano II, le donne hanno percorso un lungo cammino. La presa di coscienza della propria dignità è stata ulteriormente rafforzata dalle Conferenze mondiali sulle donne: in Messico nel 1975, a Copenaghen nel 1980, a Nairobi nel 1985 e a Pechino nel 1995. In seguito a questi grandi incontri internazionali, il riconoscimento del ruolo femminile è andato affermandosi nella società e nelle nazioni. La presenza delle donne e il loro coinvolgimento in ogni settore sono una tendenza irreversibile e non possono perciò più essere ignorati.
Ma sono ancora troppe coloro che non hanno voce. Soprattutto le nuove schiave, quelle che incontro tutti i giorni sulle nostre strade, vittime della tratta di esseri umani, per sfruttamento lavorativo e sessuale.
Giovanni Paolo II aveva scelto parole forti per sotto-lineare l’emergenza storica in cui ci troviamo già nella Lettera alle donne del 29 giugno 1995: «Guardando a uno degli aspetti più delicati della situazione femminile nel mondo, come non ricordare la lunga e umiliante storia – per quanto spesso “sotterranea” – di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del Terzo Millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne».
In sintonia con il pontefice, anche noi, donne e religiose, continuiamo oggi, con forza e determinazione, a condannare ogni forma di violenza e sopruso, e a ribadire la necessità di difendere e celebrare la vita: una vita nuova che scaturisce dalla rottura con qualsiasi forma di schiavitù.
Maria, la prima donna vittima di tratta che ha cambiato la mia vita e la mia prospettiva missionaria, nel raccontarmi la sua storia di sfruttamento mi confidò che ogni mattina, prima di lasciare il marciapiede dove incontrava i clienti, sentiva il bisogno di inginocchiarsi e chiedere perdono al Signore per quel che era costretta a fare. Sapeva che poche ore dopo avrebbe dovuto nuovamente ripetere le stesse degradanti azioni che considerava peccato e di cui si vergognava come donna e come cristiana, ed era ben cosciente di essere diventata solo una merce di scambio, di essere considerata non come persona ma come oggetto.
Nelle nostre società moderne migliaia di persone vivono ai margini, costrette ad avere per casa una strada: sono i senzatetto, i rifugiati, i drogati, le prostitute e i bambini abbandonati. La loro presenza testimonia l’esistenza di gravi sperequazioni in un mondo ormai corrotto e frantumato com’è quello in cui viviamo. Queste nuove povertà ci chiedono urgentemente risposte, e dobbiamo essere consapevoli che esse non hanno solo radici economiche, ma derivano anche dal declino dei valori morali e dalla perdita della dimensione umana e spirituale della vita. Malauguratamente viviamo in un sistema sempre più materialista, dominato da una cultura del guadagno, dell’apparire e dell’opportunismo che ci fa perseguire innanzitutto il piacere individuale e ci spinge verso il profitto a qualunque costo. Lo sfruttamento di donne e bambini per l’industria del sesso rappresenta, in particolare, la più terribile testimonianza del livello di degrado estremamente grave e vergognoso che abbiamo raggiunto.
Perciò nessuno dovrebbe continuare a ignorare o giudicare le 50.000-70.000 schiave del sesso, che vivono e lavorano in condizioni disumane nel nostro Paese: la dignità della persona non è messa a repentaglio solo in queste donne, ma anche nei loro stessi clienti.
Il silenzio di molti – tra cui le istituzioni governative e religiose – potrebbe essere interpretato non solo come indifferenza, ma pure come una grave forma di complicità con un sistema maschilista e mercantile che mercifica anche le persone in nome di una libertà sfrenata per cui tutto diventa giustificabile. La nostra società sembra incapace di ammettere le proprie responsabilità di fronte alle gravi forme di ingiustizia che si traducono con sempre maggiore frequenza in atti di razzismo, intolleranza e prevaricazione. Per non parlare, poi, più in generale, della povertà causata da un sistema imperialista e capitalista senza regole e dal giogo del debito internazionale, che pesa come un macigno sul destino di numerose nazioni in via di sviluppo. Per questo, in occasione del Grande Giubileo del 2000 è stata organizzata un’ingente campagna per spezzare le catene di tale debito, ma sarebbero necessarie altre iniziative forti per la restituzione della terra e soprattutto per la liberazione degli schiavi. Non basta chiedere perdono per tutte le ingiustizie commesse nei secoli contro la dignità delle persone, bisogna anche impegnarsi per una giusta compensazione dei danni causati. In particolare, per quanto riguarda le donne vittime di tratta, non sono mai stata testimone di casi in cui venissero risarcite per lo sfruttamento subìto. Eppure i danni psicologici, fisici, morali e sociali sono enormi e a volte irrimediabili.
Quante giovani, anche dopo aver lasciato la strada e mentre si trovano in case protette, continuano a vivere l’incubo di possibili ritorsioni contro loro stesse e soprattutto contro la famiglia lontana. Ne ho conosciute molte che, una volta cadute nella rete dei trafficanti e delle cosiddette madam,1 si sono ritrovate con disturbi psicologici tali da rendere difficile qualsiasi percorso di recupero.
È ciò che è accaduto a Vittoria, una ventenne portata in Italia con l’inganno da alcuni membri della sua stessa famiglia affinché guadagnasse abbastanza soldi sulla strada per costruire la loro casa in Nigeria. Dopo alcuni mesi di maltrattamenti e sfruttamento, Vittoria è riuscita a scappare e a chiedere aiuto ad alcune persone di un’unità di strada. Ha trovato ospitalità in una casa di accoglienza e ha persino avuto il coraggio di denunciare le sue sorellastre che l’avevano convinta a venire in Italia. Poi però la paura ha preso il sopravvento e ha cominciato a essere affetta da seri disturbi psicologici, al punto da diventare pericolosa per se stessa e per le altre ragazze che vivevano nella comunità. È stata quindi ricoverata in un reparto psichiatrico, ma continuava a essere ossessionata dal timore che qualcuno volesse avvelenarla. Andavo a farle visita quasi ogni giorno, cercando di rassicurarla e di convincerla che nessuno le avrebbe fatto del male; la spronavo a prendere le medicine. Purtroppo, durante una festicciola per celebrare il Natale, in un momento di confusione e di poca attenzione del personale è riuscita a fuggire dal reparto, e a lungo non si è avuta più alcuna sua notizia, come se fosse sparita nel nulla. L’abbiamo ritrovata solo dopo due anni di ricerche, mentre vagabondava senza meta e assai peggiorata dal punto di vista psicologico. Con l’aiuto dei servizi sociali è stato organizzato un rimpatrio assistito e le religiose, che operano nella casa di accoglienza di Benin City, l’hanno aiutata a ritrovare se stessa e a gestire la sua fragilità. Vittoria ha sprecato gli anni più belli e importanti della sua vita. Chi potrà mai risarcirla dei danni subìti?
Il Grande Giubileo del 2000 avrebbe dovuto e potuto essere il momento adatto per stabilire nuove relazioni tra il Nord e il Sud del mondo, attraverso la promozione di prassi commerciali più eque e investimenti etici. La crisi economico-finanziaria di questi ultimi anni dimostra, invece, che si è continuato ad andare in tutt’altra direzione. E le nuove schiavitù contemporanee, che riguardano migliaia di donne, uomini e bambini, sono altrettante piaghe aperte in un mondo ancora troppo dominato dalle ingiustizie e disseminato di sofferenza.
Non c’è più tempo da perdere. Tocca prima di tutto a noi donne farci carico di tale sfida. Così ci sollecitava oltre vent’anni fa papa Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Christifideles Laici: «Se di tutti nella Chiesa e nella società è questo compito, lo è in particolare delle donne, che si devono sentire impegnate come protagoniste in prima linea».2
Le donne, dunque, dovrebbero essere le principali artefici del loro processo di liberazione. E in quest’ottica dovremmo rivedere anche il senso della Giornata internazionale a loro dedicata. L’8 marzo, infatti, è diventata una delle tante festività consumistiche che ha perso gran parte del suo significato originario. Ma è necessario riscoprirlo, e per farlo bisogna tornare indietro nel tempo di oltre un secolo, fino al 1908, in particolare a un avvenimento tutt’altro che festoso.
Un gruppo di operaie di una fabbrica tessile di New York aveva deciso di scioperare come forma di protesta contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. La contestazione era andata avanti per diversi giorni finché, proprio l’8 marzo, la proprietà decise di bloccare le porte della fabbrica, impedendo alle operaie di uscire. Divampò un terribile incendio che provocò la morte di 129 lavoratrici, tra cui alcune italiane che erano immigrate negli Stati Uniti per cercare di ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro.
L’8 marzo, quindi, ricorda quel triste evento. Con il passare del tempo ha poi assunto un’importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche uno stimolo per il riscatto della propria dignità. In Italia, in occasione di questa ricorrenza, le più alte cariche istituzionali colgono l’occasione per riconoscere l’impegno di tante donne che operano in diversi settori.
Nel 2004, il presidente Carlo Azelio Ciampi ha voluto farmi l’onore di attribuirmi l’onorificenza di commendatore della Repubblica italiana, in rappresentanza di tutte le religiose che si battono contro la tratta di esseri umani per lo sfruttamento sessuale. Anche suor Rita Giaretta, della comunità Rut di Caserta, e suor Margaret Mary Okereke, delle suore nigeriane del Sacro Cuore di Gesù che operano a Castel Volturno, sono state riconosciute per il loro straordinario impegno in questo ambito.
Suor Rita ha cominciato proprio un 8 marzo di molti anni fa. Era il 1997 quando, insieme alle sue consorelle, ha riempito l’auto di vasetti di primule ed è andata per la prima volta in strada a incontrare le ragazze costrette a prostituirsi. Le suore erano timorose e tese. Tra le ragazze qualcuna si è commossa, perché, fino a quel momento, non aveva mai ricevuto un dono, un gesto completamente gratuito. Suor Rita aveva legato a quelle primule un piccolo biglietto, con una frase semplice e vera: «Cara sorella, cara amica, qualcuno pensa a te». Da quell’8 marzo, a casa Rut sono passate più di trecento ragazze.
Questo ci incoraggia ad andare avanti e a continuare a lottare. Ma è necessario che tutti contribuiscano a favorire il processo di liberazione delle donne: che sia l’8 marzo o qualsiasi altro giorno dell’anno, esse non hanno bisogno di mimose, bensì di venire riconosciute per quello che sono e che possono offrire alla società.
Purtroppo dobbiamo constatare con vergogna e indignazione che nel campo del commercio sessuale, tanto in Italia quanto in altri Paesi europei, sono molte le donne che sfruttano altre donne. Ciò vale soprattutto per le nigeriane. Nella catena che va dal reclutamento alla prostituzione, la presenza femminile è infatti alquanto importante e le più tristemente note madam rappresentano l’ultimo anello. Ultimo ma non per importanza. Sono infatti loro che acquistano e rivendono sulla strada tante giovani connazionali, che hanno il controllo diretto sulle vite delle ragazze, vittime inesperte che garantiscono guadagni facili e immediati.
Nel 2010, il giorno di Ferragosto, c’è stato un primo segnale di ribellione a questo stato di cose: le stesse donne trafficate hanno lanciato il loro provocatorio messaggio attraverso una lettera aperta. «Anche oggi, per noi, è una giornata di “lavoro”» scrivevano. «Oggi i bravi maschi italiani sono in ferie con le loro famiglie e con i loro figli. Dieci milioni di clienti in giro per l’Italia… C’è la crisi, ma loro vanno in vacanza lo stesso. I più assidui sono passati da noi qualche giorno fa e ci hanno lasciato qualche soldo, chi 20, chi 25 euro, qualcuno addirittura 50 euro, per il nostro “Ferragosto”… Così facciamo festa anche noi, magari con un po’ di gelato, poi da lunedì torna tutto come prima. Ma oggi noi li chiameremo a uno a uno questi nostri “clienti”… Giusto uno squillo, tanto perché le loro mogli possano interrogarsi e chiedere: “Ma chi è che disturba anche oggi?” e i mariti siano costretti a far finta di niente. E se qualche donna vorrà verificare il numero che ha chiamato, be’ quello sarà il nostro “numero verde”. […] Siamo comunque qui, anche oggi in strada o nelle case, a disposizione dei maschi più disperati e soli e degli stranieri senza famiglia. Noi, nigeriane, vittime della tratta, clandestine, prostitute, ricordiamo che la tratta non va in vacanza. Siamo in balìa di almeno 10.000 madam che vivono in Italia e prendono i nostri soldi. Noi rischiamo il fermo, l’arresto, l’invio in un Cie, il rimpatrio; loro no, loro sono libere e se qualcuna di noi le denuncia, se la cavano in fretta. Le associazioni e le comunità del nostro Paese sanno tutto, ma non dicono e non fanno niente. Neanche i pastori delle chiese nere fanno qualcosa, anzi, molti di loro aiutano le madam
Sapere che esistono migliaia di donne che sfruttano altre donne ci sgomenta e ci ferisce, e vorremmo che tante altre si indignassero insieme a noi. Durante la mia lunga presenza missionaria in Africa, in un’infinità di occasioni ho fatto esperienza dei grandi valori di solidarietà e condivisione fra donne. Le ragazze trafficate in Italia, invece, sperimentano solo lo scollamento tra questi valori e la prassi ormai consolidata dello sfruttamento.
Che fine hanno fatto quegli ideali? Come recuperarli? Ogni giorno, nel nostro lavoro sulle strade e nelle case-famiglia, cerchiamo di attingere a quel patrimonio culturale per intraprendere insieme un cammino di ricostruzione.
«Maschio e femmina li creò»
La storia della creazione, raccontata nel libro della Genesi, dice che gli esseri umani furono creati a «immagine e somiglianza di Dio».3 La donna doveva essere la collaboratrice dell’uomo4 e a entrambi fu affidata la responsabilità di governare il Creato.
Nelle Sacre Scritture ciò che differenziava l’uomo e la donna dalle altre creature era la loro singolare dignità. Poiché erano stati creati a immagine e somiglianza di Dio, godevano di uno stato di perfezione e di felicità soprannaturale; erano forniti di intelligenza e libera volontà. Erano dotati di una grande capacità di amare e di stabilire relazioni con gli altri, e d...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. 1 Dignità delle donne
  5. 2 Migranti e schiave
  6. 3 Omaggio alle donne africane
  7. Conclusione
  8. Note