Capitolo 1
I miei primi ricordi sono immagini confuse di verdi colline e umide stalle buie, con i topi che correvano sulle travi sopra la mia testa. Ma ricordo piuttosto bene il giorno dell’asta. Il terrore di quel momento mi ha accompagnato per tutta la vita.
Non avevo ancora sei mesi, un puledro allampanato tutto zampe che non si era mai allontanato più di qualche passo dalla mamma. Fummo separati quel giorno nella spaventosa confusione del recinto delle aste, e non la rividi mai più. Lei era una bella cavalla da lavoro, un po’ avanti negli anni ma con tutta la forza e la resistenza di un cavallo da tiro irlandese ancora ben visibile nei quarti anteriori e posteriori. Fu venduta nel giro di pochi minuti e prima che potessi seguirla attraverso il cancello venne condotta fuori dal recinto e io mi ritrovai solo. Le cose non furono altrettanto facili per me. Forse a causa del mio sguardo selvaggio mentre correvo in circolo alla disperata ricerca di mia madre, o forse perché nessuno dei contadini e degli zingari presenti voleva comprare un goffo puledro solo per metà purosangue. Qualunque fosse la ragione, passarono parecchio tempo a discutere sul mio scarso valore prima che il martello battesse e io uscissi dal recinto delle aste per entrare in un altro.
«Niente male per tre ghinee. Vero, mio diavoletto? Proprio niente male.» Era una voce dura e impastata dall’alcol e doveva appartenere al mio compratore. Non lo chiamerò padrone perché solo una persona merita quel nome. L’uomo aveva in mano una corda e arrancava nel recinto, seguito da tre o quattro suoi compari dalla faccia paonazza. Avevano tutti una corda in mano. Si erano tolti le giacche e i cappelli e si erano rimboccati le maniche; e ridevano venendo verso di me. Non ero mai stato toccato dall’uomo; indietreggiai fino alle sbarre del recinto e non potei allontanarmi di più. Si lanciarono su di me tutti insieme, ma erano lenti e riuscii a sgusciare in mezzo a loro verso il centro del recinto, dove mi voltai a fronteggiarli. Non ridevano più. Chiamai mia madre e la sentii rispondere in lontananza. Fu verso quel grido che scattai, per metà caricando e per metà saltando la recinzione, ma toccai con l’anteriore mentre cercavo di saltare e restai intrappolato. Mi afferrarono con mani rudi per la criniera e la coda e mi strinsero una corda attorno al collo, poi mi buttarono a terra e per tenermi giù uno di loro mi si sedette sopra schiacciandomi, così mi sembrava, dappertutto. Lottai fino a non avere più forze, scalciando forte ogni volta che li sentivo allentare la presa, ma erano troppi per me, e troppo forti. Sentii la capezza che mi scivolava sulla testa e mi si stringeva attorno al collo e al muso.
«E così ti piace lottare, eh?» disse il mio compratore stringendo la corda e sorridendo tra i denti. «Mi piacciono i lottatori. Ma ti domerò, in un modo o nell’altro. Sei un galletto da combattimento, però mangerai dalla mia mano in un batter d’occhio.»
Mi trascinarono lungo la strada e mi legarono al retro di un carro con una corda troppo corta che a ogni curva mi strattonava il collo. Quando finalmente imboccammo il vialetto che portava alla fattoria, passammo sopra il ponticello e ci fermammo nel cortile davanti alla stalla che sarebbe diventata la mia casa, ero esausto e sudato e la capezza mi aveva fiaccato il muso.
La mia unica consolazione, mentre mi trascinavano nella stalla quella prima sera, era che non sarei stato solo. La vecchia cavalla che aveva trainato il carro di ritorno dal mercato occupava il box accanto al mio. Entrando si fermò un istante a guardarmi da sopra la porta e nitrì piano. Stavo per avvicinarmi quando l’uomo la frustò sul fianco con tanta crudeltà che feci un balzo indietro e mi rintanai nell’angolo contro il muro.
«Entra, vecchia stupida» gridò. «Sei una scansafatiche, Zoey, e non voglio che insegni a quel giovanotto qualcuno dei tuoi trucchetti.» Ma in quel breve momento avevo colto un lampo di gentilezza e simpatia negli occhi della vecchia cavalla, che placò il mio panico e mi rasserenò un po’.
Mi lasciarono lì senza acqua né cibo mentre il padrone incespicava sui ciottoli, diretto alla casa. Sentii un rumore di porte sbattute e voci concitate, poi passi frettolosi che attraversavano il cortile e voci eccitate che si avvicinavano. Due teste si affacciarono alla porta del box. Una apparteneva a un ragazzo, che mi osservò a lungo prima che sul suo volto comparisse un sorriso radioso. «Mamma» disse in tono solenne, «questo diventerà un cavallo bellissimo e coraggioso. Guarda come tiene la testa.» E poi: «Guarda, mamma, è tutto sudato. Devo asciugarlo.»
«Tuo padre ha detto di lasciarlo stare, Albert» disse la madre. «Che gli fa bene stare da solo. Ti ha detto di non toccarlo.»
«Mamma» disse il ragazzo sprangando la porta della stalla, «quando papà è ubriaco non sa quello che dice, e neanche quello che fa. Ed è sempre ubriaco nei giorni di mercato. Mi hai detto tante volte di non dargli peso quando è in quello stato. Tu dai da mangiare alla vecchia Zoey, mamma, mentre io mi occupo di lui. Non è bellissimo? È rossiccio, baio ciliegia, si dice, giusto? E la stella che ha sulla fronte è perfetta. Hai mai visto un cavallo con una stella come questa? Hai mai visto qualcosa di tanto bello? Monterò questo cavallo quando sarà pronto. Andremo dappertutto insieme e non ci sarà un solo cavallo che riuscirà a tenergli testa in tutto il villaggio, anzi, in tutta la contea.»
«Hai appena tredici anni, Albert» disse sua madre dal box accanto. «Lui è troppo giovane, e anche tu, e comunque tuo padre ha detto di non toccarlo, quindi non venire a piangere da me se ti trova qui dentro.»
«Ma perché l’ha comprato, mamma?» chiese Albert. «Non ci serviva un vitello? Non era andato al mercato per quello? Per prendere un vitello da attaccare alla vecchia Celandine?»
«Lo so, caro, tuo padre non ragiona quando è in quello stato» disse la madre a bassa voce. «Ha detto che il signor Easton aveva offerto per quel cavallo. Lo sai che cosa pensa di lui dopo quella discussione sul recinto. Lo avrà comprato solo per fargli un dispetto. Almeno credo.»
«Be’, ne sono felice, mamma» disse Albert togliendosi la giacca mentre si avvicinava piano. «Ubriaco o no, è la cosa migliore che abbia mai fatto.»
«Non parlare così di tuo padre, Albert. Ne ha passate tante. Non è giusto» disse la madre. Ma le sue parole mancavano di convinzione.
Albert era alto quasi quanto me e avvicinandosi mi parlava a voce così bassa che mi calmai subito e ne fui incuriosito, così restai fermo contro il muro. Scattai quando mi toccò la prima volta ma capii subito che non voleva farmi male. Mi accarezzò la schiena e poi il collo ripetendomi per tutto il tempo quanto ci saremo divertiti, che sarei diventato il miglior cavallo del mondo e che saremmo andati a caccia insieme. Poi cominciò a strofinarmi piano il manto con la giacca. Mi frizionò finché non fui asciutto e poi mi tamponò il muso con acqua e sale nei punti in cui la pelle era lacerata. Mi portò del fieno profumato e un secchio di acqua fresca. Per tutto il tempo non smise mai di parlare. Quando si voltò per uscire dalla stalla lo chiamai per ringraziarlo e mi sembrò che capisse, perché sorrise e mi accarezzò il muso.
«Diventeremo amici, noi due» disse in tono gentile. «Ti chiamerò Joey perché fa rima con Zoey, e forse anche perché ti si addice. Tornerò domattina, e non preoccuparti, mi prenderò io cura di te. Te lo prometto. Sogni d’oro, Joey.»
«Non dovresti parlare ai cavalli, Albert» disse sua madre da fuori. «Non ti capiscono. Sono creature stupide. Ostinate e stupide, così dice tuo padre, e lui ha passato tutta la vita con i cavalli.»
«È solo che papà non li capisce» disse Albert. «Perché ha paura.»
Mi avvicinai alla porta e guardai Albert e sua madre che si allontanavano nell’oscurità. Capii in quel momento che avevo trovato un amico per la vita, che tra noi c’era un legame istintivo e immediato di fiducia e affetto. Accanto a me la vecchia Zoey si sporse sulla porta e tese il collo, ma i nostri nasi non riuscirono a sfiorarsi.